giovedì 16 aprile 2009

Nemmeno un euro per l'Abruzzo?

Trovandomi di fronte all'edizione di ieri de La Repubblica, ho notato che quasi mai come in quel momento ho trovato più di una o due notizie interessanti, almeno per me. In particolar modo, il mio occhio non si spostava da un trafiletto in prima pagina intitolato "Quelli che non dò un euro". L'articolo, poi, a pagina 9, si riferiva ad una persona in particolare, un giornalista di Marsala che risponde al nome di Giacomo Di Girolamo, il quale ha avviato, su Facebook (forse, questo è uno dei pochi modi veramente utili per usare quel sito obsoleto), una grassa polemica riguardante la decisione di versare o meno dei soldi per le vittime del terremoto in abruzzo. Di seguito, vi segnalo un link sul quale poter leggere lo scritto interessato:

Come potete notare, colpiscono frasi come "i soldi ci sono [...], sono i soldi di chi paga le tasse. Io non lo dò, l'euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo stato per quarant'anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. [...] Poi ci fu l'Irpinia e anche lì i miei fecero il loro sombolico versamento. Ma niente cambia mai. A Marsala l'Istituto tecnico è un albergo mutato da trent'anni in scuola, come la Casa dello studente a L'Aquila, e basta uno scirocco (c'è una scala Mercalli per lo scirocco?) per far venire giù il controsoffitto (in amianto). Il terremoto è il gratta e vinci della politica".

Leggendo per intero l'articolo, a mio avviso, si nota che l'autore, il buon Adriano Sofri, non risparmia contropolemiche inzuppate di buonismo. In primo luogo, mi pare, è come se si volesse dire al diretto interessato "Non hai un briciolo di cuore", evitando, quindi, come è ormai di uso comune e tradizione in questo paese ipocrita e menefreghista, di entrare veramente a fondo nel caso e leggere quello che realmente vive tra le righe del blog di Di Girolamo. Mi sento di dire a voce alta, ovviamente, che le accuse di eccessiva freddezza e mancanza di buonsenso rivolte nei suoi confronti sono quanto di peggio ci si poteva aspettare da una società che finge quotidianamente, da quasi un secolo ormai, di avere un pizzico di sensibilità, sentimento che viene, paradossalmente a mancare quando si verificano casi come questo, il cui obiettivo non è altro se non quello di farti aprire gli occhi (o almeno provarci) per intravedere almeno un lontano spiraglio di quello che è il volto della realtà.

Come volevasi dimostrare, tutti (ma proprio tutti!) hanno preso Di Girolamo come un capro espiatorio per portare avanti una polemica fatta di finto perbenismo e simulata partecipazione alle problematiche locali abruzzesi. Quasi nessuno, però, ha pensato, anche per un solo secondo della propria discutibile vita, che la crisi, nei portafogli dei parlamentari, è solo un simpatico fantasma e che, quindi, lo Stato può e deve dare, di corsa e subito, tutti i soldi necessari per la ricostruzione. Tutti! Neanche un centesimo in meno. Basterebbe anche solo beccare tutti gli evasori (per primi coloro che sono stati elevati a cariche statali importanti...e non facciamo nomi, vah...) e non tanto schiaffarli in galera quanto fargli pagare il triplo per poi devolvere tutto! Ma è ovvio che questo discorso non sta nè in cielo nè in terra: dopo un po' ci si rende facilmente conto che, effettivamente, è un'idea irrealizzabile se solo si pensa al fatto che lo Stato italiano (assolutamente unico, in questo) protegge gli evasori come un buon pastore fa con il proprio gregge di pecore e si preoccupa non poco di finanziare le associazioni a delinquere (eh beh, deve risparmiare per questo, no?)

Sofri cita un precetto di Confucio: "Se uno ha fame, non dargli il pesce: insegnagli a pescare", controbattendo "ma se l'affamato ce l'hai lì davanti, e magari l'acqua è lontana, e invece di dargli il pesce che hai nel tuo cesto gli fai un bel discorso sul vantaggio di imparare a pescare, quello intanto muore di fame, raccoglie le sue estreme forze e ti salta al collo e ti svuota il cesto". Sofri, forse, non comprende o non vuole ammettere che colui che muore di fame ha fin troppo vicino un intero arsenale di bancarelle di pesce (che se ne battono il cazzo della sua fame terminale) e che costui non perderebbe un attimo a mangiare dell'ottimo merluzzo in faccia al venditore che vorrebbe farselo pagare anche il doppio perchè "siamo in una situazione di crisi".

La mia rabbia è quasi simile al rancore che mi ha colpito vedendo gli edifici storici reggersi dignitosamente in piedi, al fianco di una Casa dello studente costruita un paio di anni fa e ridotta in brandelli da focolare (tanto si sa che nessuno ne pagherà le conseguenze facendo la muffa in galera...e non diciamo altro su questo), o prossima a quella che mi assaliva vedendo quella dignitosa esperta di elementi falloidi della Carfagna far finta di piangere per una madre che, morendo sotto le macerie, ha salvato la vita alla figlia, senza neanche avere la minima idea di cosa possa significare anche solo curarsi di un figlio (è una donna in carriera, lei), figuriamoci di dare la vita per una causa simile. E mi fermo qui. Potrei citare altre mille forme di rancore, ma meglio non scaldarsi troppo. Caro Sofri: il risentimento non mette a tacere la compassione: la amplifica in misura esponenziale, soprattutto nei confronti di una nazione che continua incessantemente a scavare il fondo e non ha la minima intenzione di fermarsi per respirare.

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