venerdì 10 luglio 2009

Che bello servire a qualcosa...

Qualche giorno fa, un ragazzo di nome Matteo mi ha contattato tramite Facebook, avendomi trovato in una sezione dedicata ai fan degli Afterhours. Nella mail che mi ha inviato, mi spiegava che stava scrivendo una tesi di laurea che ha come argomento, più o meno, la definizione di "autenticità" nelle varie forme artistiche e la sua eventuale sopravvivenza, in particolare, in un genere musicale altamente sputtanato come il pop. Matteo mi ha chiesto, dunque, se ero disposto ad una piccola intervista in quanto fan di una band ormai famosa ma sempre ben inchiodata a principi di innovazione e sperimentazione (come, appunto, gli Afterhours). Ho accettato volentieri. Gli ho lasciato il mio contatto Skype e mi sono lasciato andare ad un piacevole paio di domande a cui ho risposto con estrema sincerità (in via scritta, visto che non ho il microfono per la conversazione orale) e dedizione. Riporto la conversazione qui di seguito e faccio un grosso in bocca al lupo al laureando.
MATTEO: eccomi...ci sei?
IO: ciao si. Dimmi tutto.
MATTEO: ok. Ti spiego un po' di cosa si tratta. La cosa che mi interessa nell'ambito della mia tesi(vado subito al dunque) è sapere che cosa pensi degli Afterhours... (come ti avevo scritto ho visto il tuo nome tra quello dei fan su FB). Prima così in generale, poi ti chiedo cose più specifiche.
IO: ok vai.
MATTEO: ti dicevo, dimmi un po' che pensi degli After... ti piacciono, non ti piacciono, da quando li ascolti, etc. parlami un po' del tuo rapporto con loro...
IO: Dunque. Il mio rapporto con gli Afterhours dura da quando avevo circa 15 anni. Un mio compagno di scuola, attuale leader della mia band, me li fece conoscere facendomi assaggiare "Hai paura del buio", il secondo disco in italiano. L'impatto fu devastante: all'attaco di Male di miele le papille gustative del mio udito andarono in escandescenza. Non riuscivo a fermare l'ascolto. Per fortuna, era l'ora di educazione fisica, alla quale fece seguito quella di religione. Risultato: due ore di studio approfondito del lato positivamente oscuro del rock italiano. Il giorno dopo rubai ventimila lire a mia madre e corsi ad aggiungere quel disco alla mia già ampia collezione. Mi colpì tantissimo la carica viscerale ed energica di un tipo di rock che ancora non avevo assaporato, la sincera energia di pochi accordi ma presi e disposti nell'ordine giusto (anche a chitarre scordate o accordate in modo particolare). Era un periodo molto particolare per un appassionatssimo come me. Erano i giorni in cui cominciavo a maturare un orecchio particolarmente predisposto verso sonorità più ostiche, difficili e quasi improponibili. "Hai paura del buio", assieme a "Il vile" dei Marlene Kuntz, "The downward spiral" e "The fragile" dei Nine inch nails, "Dirty" dei Sonic Youth", "Lateralus" dei Tool e "End hits" dei Fugazi furono il punto di svolta principale delle mie capacità di ascolto. Il rapporto con gli After è rimasto indisturbato fino all'uscita del live "Siam tre piccoli porcellin", mastodontica summa della loro essenza prima dell'abbandono di Xabier Iriondo, mattone principale dei disturbi compositivi della band. "Quello che non c'è" arrivò in un momento per me particolarmente difficile (sai com'è...si cresce tutti, prima o poi...) e, attraverso la sua sperimentazione emotiva più che sonica (è un disco sinonimo di oblio, credo), riuscì a farmi riflettere riguardo particolari circostanze quotidiane (specie il brano omonimo). I primi dubbi cominciarono cl disco successivo.
MATTEO: ok... nn mi aspettavo una descrizione cosi dettagliata, meglio così...
IO: se vuoi meno parole no problem eh...
MATTEO: la cosa che ti chiedo ora è se pensi che gli After siano un gruppo autentico... (no no se non ti sa fatica scrivere meglio così, per me è meglio... più mi dici più mi aiuti nella ricerca)
IO: Se gli After sono un gruppo autentico? Beh, credo proprio di si, nonostante siano arrivati ad un punto quasi di non ritorno, credo. Nel senso che, nella situazione stilistica in cui si sono addentrati, è molto difficile cercare nuovi elementi da sperimentare. Ma credo che la loro autenticità sia sempre stata proprio nel continuo desiderio di rischiare una certa reputazione verso certi fan (come è stato il caso della partecipazione a Sanremo): lo si è scoperto solo dopo, ma il tutto è valso alla promozione di un tipo particolare di musica che per radio è difficile incontrare. Sono sempre stati autentici in ogni cosa che hanno fatto. Li si è potuti sempre riconoscere. Stesso "Hai paura del buio", come anche "Germi" e alcuni elementi di "Non è per sempre" sono stati innovativi per il coraggio e la dedizione nell'inserimento di elementi che un disco "commerciale" non potrebbe permetersi di avere. Loro, come i Marlene Kuntz, hanno portato in Italia qualcosa di difficilmente reperibile al di fuori delle catacombe sotterranee, delle cantine.
MATTEO: ok, la questione di Sanremo, che tu stesso hai citato, mi interessa particolarmente... nello specifico, mi interessa sapere come hai preso quella decisione...
IO: Personalmente non l'ho presa bene. Come puoi vedere stesso su Facebook, ho contribuito ad un'ampia discussione in merito. Non sono il solo, visto che in moltissimi hanno evidenziato un certo dissenso anche poco gentile nei loro confronti. Con la notizia dell'uscita della raccolta "Il paese è reale" e, di conseguenza, con la presa di coscienza della vera intenzione del gruppo di promuovere la musica indipendente tramite un palcoscenico estremamente commerciale, ci si è resi conto che, in effetti, stesso loro hanno avuto un gran coraggio, per una giusta causa, a calcare un palco che comunque non credo abbiano mai amato. Prende valore, quindi, il discorso dell'uscire dal rischio di eccessiva fossilizzazione underground, seppure correndo su una strada non del tutto piacevole all'ambiente. Sotto il palco dell'Ariston, nessuno, dico nessuno, avrebbe mai potuto capire una virgola di quello che loro stavano suonando. Anche se a me, come a tanti, il pezzo non piace affatto, come non piace affatto la piega più alleggerita e filoanglosassone che hanno preso a partire da "Ballate per piccole iene", mi inchino alla caparbietà e al coraggio di mettersi in ridicolo (secondo i grandi opinionisti dinosauri alla Dario Salvatori e compagnia bella...ma ritiratevi voi, i Rolling Stones, Dylan e tutto il baraccone...sempre con le solite stronzate) verso persone che da loro dovrebbero solo imparare e prendere spunto per approfondire la conoscenza di tutto un intero mondo che non vede l'ra di avere una pur minima considerazione.
MATTEO: ok, quindi tutto sommato hai apprezzato il gesto e speri che questo possa servire alla "causa" della musica indipendente italiana... prima, comunque mi avevi parlato di dubbi che cominciavi ad avere nei confronti del gruppo... a cosa ti riferivi nello specifico?
IO: si ho aprezzato il gesto. No non tanto la musica, purtroppo. A partire da "Ballate..." il loro stile è andato sempre più verso uno stampo da rock inglese che non apprezzo moltissimo. Personalmente non ho accettato l'aver messo da parte le sonorità viscerali che avevano avuto fino al live. Quelle sonorità, purtroppo, non tornano più nemmeno nei concerti. Ma è chiaro che della formazione originale sono rimasti sono Manuel Agnelli e Giorgio prette, di conseguenza, con il diverso talento degli altri componenti, è impossibile ottenere gli stessi elementi passati. è più una questione di gusti personali che altro. tuttora non rinuncio a sentirli dal vivo, ma con la consapevolezza che sono comunque quasi un altro gruppo.
MATTEO: ok, ti chiedo un'ultima cosa...
IO: dimmi.
MATTEO: mi hai detto che gli after secondo te sono un gruppo autentico ed ho capito che hai una precisa idea di cosa significhi essere un gruppo autentico... immagino che ci saranno altri gruppi o artisti che tu consideri autentici mentre altri non lo sono... ti volevo chiedere se il fatto di essere autentici ha una qualche influenza sulla relazione che si crea tra te e loro, sulla tua decisione di seguirli più da vicino, su quella di andare ai loro concerti, etc etc... e, magari, cosa accade quando invece il gruppo o l'artista di riferimento non sono così "autentici"... c'è qualcuno che magari pensi non lo sia, ma ti piace lo stesso?
IO: che domandone...
MATTEO: eh si...il gran finale...
IO: dunque...vediamo...Essere autentici, di certo, è una caratteristica estremamente positiva quanto rara. Era autentico Andy Warhol quando filmava per otto ore consecutive l' Empire State building, era autentico Godard quando, sottoforma di voce narrante, chiedeva a te spettatore se il tono della sua voce era troppo basso o troppo alto, è autentico Gus Van Sant quando sceglie di seguire due persone nel deserto per un'ora e quaranta solo per esprimere un concetto che va ben oltre il film ("Gerry"). Senza ombra di dubbio, nel preciso istante in cui sento, leggo o vedo qualcosa che provoca in me sensazioni mai provate prima o provate in modo diversamente intenso, immediatamente lo archivio come autentico, in quanto espressione differente rispetto alla media di qualcosa che è stato già detto magari anche più volte. Nell'ultimo "I milanesi ammazzano il sabato", il brano "è solo febbre", per me è qualcosa di quasi disgustoso: non lo risesco a sentire una seconda volta, è più forte di me. Ma è qualcosa di assolutamente autentico perché, credo per la prima volta, mette in relazione le forme della musica contemporanea e moderna con il rock delle corde di chitarra elettrica in un contesto mainstream. Il problema è che, oltre ad essere autentici, sono stati, in questo, ancora una volta innovativi, perchè hanno, a tutti gli effetti, prodotto qualcosa, in quel brano, che ancora l'orecchio dell'ascoltatore non è capace di assorbire. Come il cinema post moderno ha contribuito a creare un nuovo genere di spettatore (che da passivo passa ad essere attivo in quanto artefice egli stesso del film che, quindi, prende forma nella sua testa, secondo una necessaria libera interpretazione sensoriale) queste particolarità melodiche necessitano di una particolare predisposizione uditiva che, nonostante gli ascolti più disparati e dissonanti in ambito underground newyorkese, personalmente ancora non ho e non abbiamo in molti. Forse, quel brano, fra vent'anni, verrà capito, come sono stati capiti film giudicati inizialmente immondizia assurda e poi archiviati come capolavori.
MATTEO: ok, ti ringrazio anche per questa risposta così completa...
IO: grazie a te.
MATTEO: ma figurati. Mi sei stato utilissimo. [...] mi interessa capire se la musica pop, nonostante commerciale, è un contesto nel quale le persone possono trovare qualcosa di autentico, a volte anche qualcosa che solo loro vedono come autentico ma che comunque serve loro, magari li aiuta a prendere coscienza di sè...insomma non è detto che anche se fatta per vendere fondamentalmente nn ci sia ancora qualcuno che la fa in modo da farci vivere delle esperienze autentiche. il caso degli After mi interessa particolarmente perchè con la mossa di Sanremo rischiavano di rompere un po' l'incantesimo ma, a quanto pare, anche questa mossa non gli ha fatto perdere quell'"immagine" che in tanti anni si sono costruiti... e sembra che possano essere ancora, eccome, una "fonte d'autenticità"... se ti interessa ti farò leggere la tesi. purtroppo è una tesi di dottorato e nn di laurea per cui la procedura è un po piu lunga ma appena finita, sarà mio piacere inviartela.
IO: non preoccuparti. Quando l'hai finita mandamela, mi interessa molto.
MATTEO: ok. Grazie a te e buona serata.
IO: è stato un piacere. sentiamoci.
MATTEO: a presto.
IO: un abbraccio, ciao.
Che bello servire a qualcosa, vah...

mercoledì 8 luglio 2009

Primo ciak

PrGiustificaoprio non me ne riesco a fare una ragione: il periodo estivo, per me, è sempre carico di incertezze, inquietudini e vuoti d'animo che non dovrebbero avere ragione di esistere se non a causa della mia ormai consueta lentezza universitaria che però, in compenso, porta ottimi frutti a livello qualitativo. Che paradosso...continuare ad essere lenti ma più che soddisfacenti, o rapidi ma senza un briciolo di comprensione verso quello cui ci si trova di fronte? Non saprò mai rispondere con precisione, presumo. Istintivamente, almeno per qanto riguarda le mie capacità, mi tengo stretta, per il momento, ancora la prima opzione. Ma fino a che punto conviene, in questa realtà? Non ne posso più...l'unica scelta plausibile, forse, è andare comunque avanti. Prima o poi finirà...finirà...
Ma un briciolo di riflessione positiva arriva sempre a "tuzzuliare" alla porticina del cervelletto che, intanto, ha già comunicato al petto una scarica voltaica non indifferente di telluriche e negative pulsazioni cardiache. I fratelli Di Gerlando, i registi del mio primo film ufficialmente sceneggiato, "C' era una volta il cinema" (www.ass-sanremocinema.it), hanno inserito su Youtube, questo enorme universo mediatico, un filmatino di un paio di minuti che si occupa di documentare la prima giornata di riprese. Non saprei descrivere la gioia che provo nel vedere e rivedere quelle immagini (è la mia sceneggiatura, qualla roba che hai in mano?!) che, più di qualsiasi altra cosa, in questo preciso istante, mi suggeriscono la viva possibilità che vede me, si spera, almeno per il momento, un passo al di fuori dell'area rossa dal nome in codice "fallimento". Se voler svolgere la professione cinematografica, in qualsiasi settore, dal portacaffè al regista, vuol dire soffrire, attimo dopo attimo, la totale assenza di certezze e stabilità, allora accetto definitivamente, pur soffrendo come un cane bastonato e senza riuscire a chidere mezzo occhio, di portare questa stramaledetta croce: è l'unica cosa che so fare.
Allego, di seguito, il suddetto filmato, anche solo per la serenità di poterlo avere un po' di più a portata di mano.