mercoledì 28 ottobre 2009

Oltre il caso Marrazzo. Un punto di arrivo che sembra il capolinea

In un mio articolo su www.wakeupnews.eu scrivo così.
È sulle pagine di tutti i giornali e, ormai, sulla bocca di qualsiasi accenno di opinione pubblica, la recente notizia che vede il governatore del Lazio, Piero Marrazzo, autosospendersi e dimettersi in seguito alla vicenda giudiziaria che lo vede protagonista di rapporti intimi a sfondo transessuale per la modica somma, si dice, di euro 5000.
Non si è ancora ben compreso se si tratti o meno di una sottospecie di ricatto o di un incastro ben architettato (e stretto a doppia mandata) da parte di due pseudo carabinieri. Fatto sta di fatto che l’evento esiste e permane sulle pagine dei quotidiani così come sulle bocche non poco discrete degli italiani. Ma è proprio questo il punto: al di là del fatto di cronaca e delle indagini post autosospensione dell’interessato, agli italiani sembra interessare di più il lato perverso, la soluzione subumana. E allora, eccoli serviti: parliamone.
Non si tratta di assolvere o condannare un uomo (più che un politico): si tratta di riflettere su una condizione che, si, è vecchia e lontana quanto l’alba dell’essere umano, ma che in un’epoca di grandi fratelli, tv spazzatura, panettoni di Natale filmici e chitarre laccate per pettinature aerodinamiche da playback ‘nascondimancanzaditalento’, sembra davvero aver raggiunto l’apice della sopportazione civile anche nell’animo di chi, in questo marasma caotico di travestitismi esistenziali, ha sviluppato ormai una certa abitudine.
Fa voce squillante, tra le domande che un italiano medio si pone mentre è allo specchio a radersi, il pensiero riguardante i motivi che sfocerebbero nella necessità di goduria psico-fisica, da parte di certi individui, nel provare sensazioni differenti da un normale rapporto di coppia uomo-donna- Non si fraintenda, per carità! Non si sta parlando di favoreggiamento o contrarietà, nella maniera più assoluta! Ognuno è libero di operare le proprie scelte secondo i criteri che ritiene giusti per la propria persona! Si sta solo cercando di capire il motivo secondo il quale un uomo con moglie e figli debba sentire la necessità di evadere da un territorio che, evidentemente, vede come recintato ad alto voltaggio.
In un bellissimo film di una quindicina di anni fa, Meryl Streep confessava ad un Clint Eastwood spaventosamente sentimentale che l’istituzione del matrimonio spalanca un mare di possibilità affettive alla vita dell’individuo ma, al contempo, vi pone fine, nel senso di una vera e propria limitazione in termini di libertà sia di scelte sessuali che abitudinali (il poter scegliere liberamente i propri amanti nella gestione della personale promiscuità sessuale, così come nel poter essere liberi di vedere una partita di calcio seduti sul divano di casa invece di portare al cinema la/il propria/proprio fidanzata/fidanzato). Quello che ci si chiede, in prima istanza, forse è: la vita coniugale porta davvero ad una oppressione tale da condurre l’individuo alla ricerca di piaceri estremi che, in un modo o nell’altro, possano concedergli sensazioni nuove per esorcizzare la noia quotidiana? Certo, è triste anche solo pensarlo. Ma, a quanto pare, la noia ed il rancore umano sembrano essere i temi portanti non solo delle narrazioni provenienti da buone pellicole cinematografiche o poetiche pagine di carta stampata.
Si contano sulle dita di migliaia di mani i casi in cui impiegati, imprenditori, uomini d’affari, avvocati, artisti di vario calibro si rivolgono a “diversi” per soddisfare particolari voglie più o meno inconsce, per dare sfogo a pulsioni evidentemente represse nella loro unidirezionale vita quotidiana. Che si tratti di uno dei risultati più estremi del processo di globalizzazione e mercificazione sia della vita comune che, conseguentemente, dei corpi umani resi materia da svendere a buon prezzo per ricevere favori sia economici che di piazzamento commerciale (per dirla pasolinianamente)? Probabile, dal momento in cui da circa cinquanta anni (dal boom economico, in pratica) ogni necessità individuale viene soddisfatta a suon di “dindini” d’oro. Cosa manca a questa gente affinché possa riuscire a sentirsi felice? I soldi? No di certo! La fama? Non la cercano proprio tutti, in definitiva. La libertà di sfogo alle pulsioni sessuali? Può darsi, se si considera che l’uomo resta pur sempre un animale e se si parla di una vita coniugale in cui l’unico oggetto del desiderio risiede in un’unica persona finché morte non li separi. E allora, cosa fare? Rendere legale la bigamia per avere maggior campo di scelta? Sarebbe il colmo, a detta di molti.
Rivedendo alcune interviste su dossier documentari o servizi televisivi di approfondimento, intervistati, questi “oggetti del desiderio”, confessano di sentirsi richiedere, dai ‘repressi’, le prestazioni più disparate, dal semplice atto sessuale ‘stravagante’ al più perverso gioco intrigante al limite delle possibilità di espressione umana (sapientemente prese in giro dalle simpatiche “Paprika e Curry” della Gialappa’s).
Non lo si può negare, certo: davvero chiunque, in quanto individuo fatto di carne, oltre che ossa, sfoga le proprie pulsioni più animalesche affogando, a tratti, nella pornografia più disparata; si tratta, però, anche qui, di un processo di permissiva commercializzazione fisica che ha, si, reso libero l’uomo di frantumare tabù onestamente eccessivi e malefici nella loro falsamente pudica imposizione sottomissiva, ma si è arrivati ad un punto in cui ogni limite sembra essersi disgregato a favore di una nuova sottomissione dello sguardo umano, questa volta, paradossalmente, ad uno sproporzionato libertinaggio visivo (soprattutto televisivo più che cinematografico) fatto di minigonne inguinali e seni strabordanti nel tardo pomeriggio o in prima serata. Il bello è che poi ci si lamenta dei “divani notturni” giudicati troppo osé per i gusti della censura: non vengano tolte le mutandine, per carità!
Se, tempo fa, un semi-spogliarello di Rita Hayworth era di gran lunga più eccitante di una scena di sesso esplicito, ora davvero niente sembra riuscire a mettere l’individuo nella condizione di provare un desiderio tanto sensuale quanto delicato nella propria sincera espressione. È forse, questo, il motivo per cui ha preso piede, da diverso tempo, la produzione di film pornografici decisamente più spinti e violenti. Ed è forse questo il motivo per cui un noto gruppo industrial metal tedesco si affascina simpaticamente ad un fatto di cronaca riguardante un gesto di cannibalismo consenziente per scrivere un brano che parla di affettuosità un po’ particolari, nello stesso modo in cui critica i videoclip pop pieni zeppi di ogni genere di ben di Dio e grazie gratuite semplicemente girandone uno esplicitamente pornografico, tra l’altro autocensurandosi e facendosi licenziare dalla Universal (che volgarità, per l’amor di Dio! Non è possibile ammettere queste sconcezze su Mtv o All Music…e poi passa un video in cui Shakira non fa altro che spalancare le membra).
Sembra essere questo, ormai, l’andazzo definitivo della società in cui viviamo: politici ambigui, cocainomani o pregiudicati che siano, gente che si definisce ‘di un certo livello’, uomini di potere ma schiavi desiderosi delle peggiori ‘punizioni’, sprechi madornali alla faccia di chi non riesce ad arrivare a fine mese, uno spettacolo spazzatura che privilegia l’estetica eccessiva facendo carta straccia dei significati, la moda delle operazioni chirurgiche. Tutto questo sembra, ormai, far parte di una nuova normalità…se una ‘normalità’ è mai esistita.
Pasolini era stato profetico: “La viltà avvezza a veder morire nel modo più atroce gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio e anche questo mi nuoce”.

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