mercoledì 3 febbraio 2010

Lameba


“In realtà non conosciamo nulla, perché la verità sta nel profondo”. Così si pronunciò, a suo tempo Democrito. Ma il sottoscritto ha sempre preferito le esperienze personali alle teorie altrui. Non si tratta di un rifiuto ma di qualcosa che, con la filosofia, ha ben poco a che vedere, almeno sul piano dei fatti.

Quando vidi per la prima volta “Gerry” di Gus Van Sant (non a caso è presente una raccolta di idee in merito proprio in questo blog), mi traumatizzò l’evidente esigenza, nel campo iperglobalizzato del terzo millennio, di ritornare ad una sorta di grado zero esistenziale. In quel caso si trattava di provare a valutare i risultati di una eventuale soppressione, prossima al totale, di immagine e narrazione, quasi a farsi beffa della saturazione visiva della quotidiana spettacolarità umana attuale. Me lo porto dentro ogni volta che provo a misurarmi con ciò che un film (un film vero) ha da trasmettere. Da allora cerco di innestare lo stesso metro di giudizio anche con suoni ed immagini interiori: trovarmi alle prese con un ottimo disco di rock o progressive, paradossalmente, comincia a conferirmi la necessità di ascoltare più i significativi vuoti o le preponderanti sospensioni che gli oceani di note predefinite, e cimentarmi in accostamenti di parole, suoni o rumori mi porta sempre più (non a tempo pieno, per intenderci, ma a tratti, quando, cioè, ho la necessità di soffermarmi a riflettere sull’origine dei traguardi raggiunti) a sperimentare sulla natura primordiale di ciò che quotidianamente mi arriva all’udito.

Pertanto, sulla scia dei primi esperimenti del Terry Riley più spiritualista, dei Tangerine Dream meglio riflessivi e dei Godspeed you black emperor prossimi al silenzio, ho deciso di lasciarmi trasportare, per alcuni attimi probabilmente non ripetibili, nella docile ed eterea brezza delle ore notturne, producendo quanto di più meditativo e sperimentalmente minimalista io sia mai riuscito a proporre all’attenzione di chi mi è vicino. Questo azzardato tentativo ha come unico scopo una sorta di sosta per quanto riguarda il periodo immediatamente successivo al termine delle registrazioni strumentali del nuovo e da me stesso atteso lavoro con la mia band, gli Heliantus, forse il lavoro in assoluto più duro e nevrotico ma, al contempo, lievemente più maturo e consapevole di spiccate capacità melodiche. Avevo bisogno di fermarmi, necessitavo una sottospecie di stasi che mi permettesse di placare innocui e presumibili disturbi intellettuali dovuti ad un pur piacevole e produttivo sforzo personale durato mesi e mesi, sia in ambito di attese, sogni e speranze, che in sede di tensioni in merito alla riuscita, o meno, di progetti a lungo termine.

Ho voluto regredire, solo per qualche attimo, allo stato embrionale delle idee che, da dieci anni a questa parte, occupano la mia inossidabile voglia di mettermi in gioco con suoni, parole ed immagini. Avevo bisogno di semplicità. Ho cercato di riportare la mia umilissima e timida essenza di musicista amatoriale, di scrittore sincero e sceneggiatore viscerale all’essenza embrionale del grado zero delle complessità del settore. Senza obiettivi particolari. Solo con la voglia tutta interiore di una trascendenza che possa anche solo tentare di schiudere le porte alla capacità di predisporre un ordine, seppur irrazionale, alle pulsioni della mia / nostra esistenza su questo pianeta sempre più difficile.

Di seguito, il link al quale poter scaricare, in linea assolutamente gratuita, il lavoro in questione:

http://www.megaupload.com/?d=SB5334CL

Con amore.

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