giovedì 30 dicembre 2010

Discorso di fine anno

Fratelli italiani,

giovani, anziani, famiglie, coppie di fatto, precari e sottopagati sfruttati di tutta la nazione: unitevi a me in questo giorno (l'ennesimo) di speranza. Una speranza longeva quanto un cerino per un futuro innanzitutto esistente e poi, se vogliamo, magari anche dotato di qualche minima prospettiva concreta, che ci sarebbe anche stata se un Presidente della Repubblica qualunque non avesse firmato, con la solita flemma e con il medesimo ritardo intuitivo, una legge che, "from here to eternity", ci adagia cordialmente una pala tra le mani non esitando a ricordarci che "il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava". Noi scaviamo. Per noi stessi.


Volge al termine un anno solare che ci ha riservato più umiliazioni di un calcio nel sedere inaccettato ed ingiustificato, più rancore di uno schiaffo immeritato, neanche fossimo bambini viziati in perenne ricerca del marshmallow gigante. Noi saremo anche un mucchio di sciocchi bambini golosi e disobbedienti, ma se il marshmallow gigante equivale a una montagna di dignità erosa dagli sputi dei nostri avi, allora da bambini ci trasformiamo in quei pupazzetti di The Wall che sfilano e cantano con fare malefico ma unicamente diretti verso un fine comune mai così chiaro e limpido riguardo quello che resta di quella accozzaglia di melma chiamata idee.

Un po' ci si sente proprio come Pink mentre si scaraventa a capofitto verso quell'inossidabile muro (non poi così tanto) interiore per tentare di tirarne via almeno una scheggia, per provare ad esistere ancora, per superare quel disfattismo assolutamente involontario ed inoculato da una realtà troppo scarna e putrida per cedere spazio ad uno come lui, ad un uomo, cioè, che di idee ne ha ben più di una ma che non reputa più necessario espletare. Tanto nessuno comprende. Tanto nessuno ascolta.


Stiamo per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e non sappiamo più se stiamo davvero parlando ancora del nostro Paese e non di un'azienda in bancarotta ideologica. Stiamo per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e cosa resta di quell'orgoglio tanto potente e vitale da unire persone e cariche politiche così diverse tra loro eppure così solide nel paradiso morale dell'unico fine comune perseguito con onore, sangue e sudore? Cosa resta di un popolo di gente vera, ricca dentro, desiderosa di tramandare la propria memoria a figli e nipoti affinché ne facciano tesoro per un avvenire saggio e consapevole delle innumerevoli difficoltà da affrontare, si, ma con un bagaglio inoculato da puri asceti dell'esistenza? Cosa resta della possibilità, tramandata di generazione in generazione, di aver diritto ad un futuro, quello più prossimo, senza dover essere costretti a chiudere un mezzo occhio solo dopo le tre del mattino presi come inevitabilmente si è da rimorsi, rancori, paure e fobie legate al non sapere cosa accadrà domani, al non esser certi di poter avere uno scopo, una prospettiva, un traguardo da tagliare, un senso da poter ricoprire, un contributo da poter lasciare, un "tu puoi contribuire con un verso"? Quale sarà il nostro verso? Ora come ora, suppongo, una pagina bianca, ma con, sul fondo, una macchia derivante da una goccia di sangue affiancata da una di sudore: il dolore e la fatica del nostro essere noi stessi che non demorde, che non la dà vinta così facilmente, che tenta disperatamente, non importa se invano o senza garanzie, di offrire comunque qualcosa fin dove possibile, finchè l'ultimo respiro non sarà esalato con uno scopo e con un'utilità ben precisa e prestabilita. Non mi stancherò mai di ripeterlo: c'è troppo poco tempo per non tentare almeno di lasciare la pur minima traccia di sè. Aggiungo: specie dove sembra essere davvero necessario.

Poche settimane fa, un mio collega di Wakeupnews, in una conferenza/presentazione sul tema del precariato, disse, concludendo la serata, qualcosa di sacro e venerabile, qualcosa che forse non ho mai percepito bussare alla porta del mio udito in maniera così robusta, decisa e dirompente: "può, ora come ora, un vero e proprio diritto dell'uomo avere le stesse caratteristiche di un sogno?". È proprio questo il dramma principale, il fulcro del nostro intero malessere sociale e personale: siamo costretti a sognare di avere un futuro, a sognare di avere un lavoro, a sognare di essere utili per qualcosa. I sogni saran pure desideri, ma non potranno mai essere equiparati agli obiettivi e alle necessità personali di un'intera generazione. Un futuro uomo desidera lavorare, scrivere, pubblicare, far sentire la propria voce, sposare la donna o l'uomo che ama, venerarne i figli ricevuti o adottati o generati da uteri in affitto, avere una casa e del cibo, così come anche, perché no, dirigere attori, montare pellicole, suonare strumenti in uno studio o su di un palcoscenico; ma non può, non dovrebbe, essere costretto quotidianamente a trasformare quel desiderio in un sogno nel cassetto. Un cassetto, ahimé, chiuso anche a doppia mandata e con la chiave riposta nella gola del drago delle intenzioni.


C'è chi profetizza la fine del mondo per il 2012. Io dico che la vera Apocalisse è adesso, proprio mentre vi scrivo. Basta guardarsi intorno con occhio vigile e critico, senza preconcetti e con quanta più naturalezza possibile. Basta tirare le somme e il gioco è fatto. Ma almeno in quel grandioso libro vi è una sorta di happy ending, una fattispecie di mondo nuovo, di prospettiva possibile, di rinascita dopo l'orrore, di "resurrezione" (mai così brillantemente metaforica) per chi ha tanto sofferto e così a lungo tentato di costruire basi solide e inattaccabili.

L'ultima sequenza di quel film di Alan Parker, basato sul capolavoro pinkfloydiano, raffigurava due bambini impegnati a spalare, con la sola forza delle mani, un cumulo di macerie. Che quelle macerie possano essere il nostro presente, e la convinzione di quei fanciulli (unici artefici di una vera e propria ricostruzione) la nostra consapevolezza di non esser soli e perduti nel limbo di coscienze senza più un riferimento, senza più un'anima madre da eleggere a comune senso del divenire.


Pertanto, alle istituzioni impongo: tralasciate le troppe mele marce del vostro tempo trascorso e giunto al termine ultimo per la prescrizione delle vostre insensate procedure di annichilimento, perché non è mai troppo tardi per redimere insulse cupidigie di insostenibile accidia ed indigesta fame di morali gettate al vento come ceneri di un corpo stanco, morto, finito e corrotto da fognature ed escrementi di casta lussureggiante.

Ai giovani come me dico: facciamo esplodere quel maledetto muro che ci divide da noi stessi, affinché qualcuno ascolti ed accolga le nostre umili, devote e giuste preghiere. Continuiamo, quindi, nonostante tutto, a fare della cultura il nostro bene più prezioso assieme alla dignità e al rispetto della nostra persona e della persona altrui, affinché possiamo escogitare una soluzione, un tentativo, un gesto sensato che non tenga conto dei soprusi subiti e miri unicamente a fare di noi quello che abbiamo sempre desiderato essere: persone normali con prospettive normali, lecite, fattibili, raggiungibili.

A chi ha ancora un'idea, supplico di mantenerla viva, sia dentro che fuori nell'espressione delle sue più sincere e dirette conclusioni. Avere un'idea, oggi, è sinonimo di forza e principio di onestà intellettuale. Avere un'idea, oggi, significa esistere.

A chi, nonostante tutto, continua a credere in se stesso anche dinanzi alla triste e sconfortante evidenza, auguro quanto di meglio possa ricevere dalla propria inestirpabile capacità di proseguire sulla propria strada senza mai voltarsi indietro neanche per un semplice sguardo, neanche per un minimo rimpianto, neanche per una singola ritenzione.


Auguri dal cuore.


martedì 28 dicembre 2010

Atac o morte

Come di consueto, Il fatto quotidiano, anche oggi, è stato probabilmente l'unico giornale ad aver ancora una volta scavato a fondo nel marciume italiano. Assieme ad esso, forse, solo Repubblica, anche se con toni meno diretti e maggiormente riferiti al versante antisemita. Lo ha fatto e continua a farlo con cose reali, non invenzioni gialliste di stampo belpietriano/feltrista. Lo si può criticare in tutto ma non in questo, tutto sommato.

E allora sentite questa, è favolosa: Atac, l'ex Nar che insulta ebrei e studenti. Si tratterebbe, infatti, di una traccia web raccolta da Il messaggero e analizzata oggi dal Fatto. Sembrerebbe che tale Francesco Bianco, ex Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo terroristico di ispirazione neofascista) ora assunto dall'Atac grazie alla recente giostra di clientelismi a iosa inaugurata dal buon camerata Gianni Alemanno (ex Msi bombarolo e ora sindaco di Roma nonché marito di Isabella Rauti, a sua volta figlia di Pino Rauti, storico esponente Msi), al passare dei cortei anti riforma Gelmini sotto la sua beata e tanto sudata postazione, abbia commentato il panorama visualizzato con le seguenti parole scritte sulla sua pagina di Facebook (prontamente sparita): "C'ho i rossi sotto la rimessa". Qualcuno gli ha risposto: "Che famo...caricamo". Lui ha ribattuto: "Ero tentato da tirà qualcosa dal terrazzo, ma co 'sta panza richiavo de cadè de sotto". Qualcun altro ha esposto il suo pacifascismo: "Me sembrano pacifici...lasciali passà", oppure "Giusto pacifici...praticamente giudei".

La cosa più dolorosa, però, che Bianco abbia mai potuto lasciare scritta su un social network è la seguente: "Annate a lavorà, e se non ci riuscite fateve raccomandà"...


...lo dice anche...


Raccomandazioni. E chi le rifiuta più, oggi?! Chi non ne riceve almeno un po' dopo tanto sperpetuo di dignità personale andando a leccare natiche manco fossero gelati alla frutta in pieno agosto?! È all'ordine del giorno, non credete?. È la nuova morale unica e vera, il nuovo valore puro. È ovvio: la bestia sono io che una raccomandazione, a suo tempo, finita la scuola, la rifiutai per tentare di dare inizio ad una nuova vita in completa solitudine professionale, pur di seguire il mio istinto (magari un filino peccatore in orgoglio, ma non è mai un completo difetto) di sognatore e aspirante pensatore (che paroloni). E questo è il risultato: lo scemo sono io. Devo anche sentirmi dire "Annate a lavorà" da uno che è stato messo lì praticamente con la forza, tanta era la sua celestiale volontà di rendersi paladino di se stesso oltre gli scontri di piazza.

Abbiate un pizzico di decoro interiore (so che è quasi impossibile per gente come voi, ma fate uno sforzo oltre i vostri limiti, se potete): certe cose, almeno, tenetevele care, che è meglio. Non c'è bisogno di ricordarmi che studio, immetto moneta nell'economia e miro ad un lavoro che non avrò mai e che, se mai conquisterò, servirà a pagare i vostri debiti da viscidi magnaccia di una nazione prostituita e gettata tra le fiamme dei copertoni in via Salaria.


Perché, signori miei, a parte me che sono solo un povero stronzo con sogni chiusi in un cassetto rotto, ci sono altri "rossi" che di lavori ne fanno due e non uno in regola. Tra pagamenti in nero e contratti atipici, con questo fottutissimo tempo determinato siete riusciti a tenere al caldo le vostre poltrone lasciando gente come noi al freddo e al gelo senza manco il bue e l'asinello, stanchi anche loro di essere sfruttati ("pagatevi il riscaldamento condominiale", direbbero oggi). È una situazione che tutti noi, cari i miei bastardi, siamo costretti ad accettare per pura necessità: o questo o niente. "Ma è così che va, oggi", dicono. Certo, è così che va. E finché c'è, si consideri che almeno c'è. Solo non ricordatemi puntualmete, ogni fottuto giorno di merda che passa in questo paese assurdo, che sono stato, sono e resterò per sempre una nullità assoluta.


Ma per l'opinione pubblica va tutto bene. Chi se ne frega se siamo in centinaia di migliaia in una piazza: siamo solo stronzi di passaggio che danno fastidio per un po', ma poi, una volta che tutto è finito, si torna alla normalità. E qual è questa normalità? È la normalita del nostro amato cavaliere che arriva anche in Spagna per chiudere il canale "All news" della Cnn+, la versione spagnola del network statunitense, per sparare a raffica, al suo posto e 24 ore su 24, il "Gran Hermano" (il Grande Fratello, cazzo; si, è proprio lui). Dove gli iberici prima trovavano solo notizie, ora trovano solo minchiate. Minchiate che fanno rabbia, sempre più rabbia, perché (proprio come qui e come ovunque) ciò che accade in uno schermo/scherno è sempre l'esatto opposto della realtà. È troppo importante direzionare l'attenzione pubblica sulle cazzate per non fare in modo che qualcuno apra anche solo una mezza palpebra per provare a capire perché sente una puzza di merda così forte. Come diceva quella strepitosa canzone di Edoardo Bennato? Ah si: "E per distrarli dalle cose serie / ogni domenica li mandava in ferie / tutti allo stadio a farli divertire". E menomale che adesso non c'è Nerone veramente, allora.


Il bello è che cerchi, magari, anche di parlarne con qualcuno e vieni puntualmente additato come sovversivo, impostore o terrorista dell'ottimismo. Quasi ti pigliano per "schiattamuorto" (traduz: iettatore). Io non sorrido al sentir rispondere "Lo sapevo già" una volta spuntate fuori le dichiarazioni di Wikileaks che mettono a nudo (finalmente) il potere in mondovisione. Io mi incazzo. E tanto, perchè non bisognava arrivare così in ritardo nel prendere certi provvedimenti, anche da parte nostra.

C'è tanta (davvero tanta) gente che vuole continuare a farci dormire sonni tranquilli, senza però aver capito che ci basta un minimo di potere in più per poter attribuire alla parola "sovversione" il suo vero significato, quello morale e affettivo del desiderio di resurrezione di una nazione in ginocchio.

lunedì 27 dicembre 2010

Tra botulino e silicone, va di moda la finzione (e il cervello è un'illusione)

Il lifting cancella le emozioni. Lo sapevate? Beh, adesso lo sapete. Proprio non potevamo vivere senza queste notizie così scottanti, così pure e necessarie, così importanti (anzi, fondamentali) per il nostro istinto di sopravvivenza quotidiano. Più giovani fuori, meno sensibili dentro. È il motto. Neanche fosse una trovata pubblicitaria (ma in fondo lo è). Ricercatori della Columbia University, scienziati svizzeri, santi e madonne: tutti si sono affannati per raggiungere una sentenza della quale nessuno avrebbe mai potuto fare a meno. Senza le piccole pieghe intorno ai nostri occhi quando sorridiamo, la gioia di un momento diventa meno autentica. Parlano esperti in “scienze affettive”, mica scemi da villaggio. La ruga scompare insieme al turbamento, l'apprensione, il piacere che esprime. Ululano anche esperti di mimica facciale, addirittura. Questi visi impassibili perdono autenticità. Si sfocia, a momenti, quasi nel teatro dell'assurdo, pensate. Tremo perché ho paura, oppure ho paura perché tremo? Tanto per riesumare Sartre morto, sepolto e decomposto.


Aperta una nuova frontiera nello studio dei sentimenti...


...ecco...


...più che riguardante l'argomento dei sentimenti più o meno evidenziati, il problema, qui, cari amici miei, credo sia di tutt'altro impiego. “Sentimento” è una parola che, dal dizionario di quello che resta della lingua italiana (va bene una qualunque edizione), sembrerebbe essere stata virtualmente (ma anche in linea pratica, eccome) cancellata giò da diversi decenni (tanti).

Qualcuno, prima di tutti noi, osò profetizzare, per mezzo di liriche sia letterarie che crudelmente cinematografiche, il concetto basilare di “mercificazione”. Estendendo tale concetto ai rami umani più profondi, costui riscontrava prova oggettiva dell'ingresso a portoni sfondati delle dinamiche da commercio nello stupro delle concezioni affettive, trovando triste conferma nell'avviarsi (e avverarsi) di un'epoca che su queste basi avrebbe innestato a frutto la propria fonte capillare di ricchezza e dominio sia politico che culturale (ahimè più grave). Era l'epoca post ricostruzione. Era Pier Paolo Pasolini. Morto ammazzato, ovviamente.


Facciamo uno sforzo e volgiamo lo sguardo schifato sulla condizione attuale. Se ci basta una sola mezza pagina di giornale per riuscire a far roteare acrobaticamente gli attributi virili, vorrà pur dire che qualcosa continua a non funzionare come dovrebbe. Ecco, allora, i limiti di un'intera classe dirigente. Limiti voluti e, naturalmente, autoimposti consapevolmente. Ecco spiegata, con minimali esempi travestiti da notizia, la noia della nuova aristocrazia (mai morta definitivamente...come il fascismo) dedita allo spreco e al lusso come unica ed insostituibile forma di benessere personale.

Prevale la fama e l'abuso di potere attrattivo sessuale a scopi di lucro o professionali. Sei un cesso? Studia fino a farti venire la gobba (tanto sei un cesso) e poi fottiti a servire ai tavoli dell'osteria “La parolaccia” (così ti mandano anche a quel paese, come se non bastasse). Hai le tette e il culo sodi e due cosce da pista d'atterraggio? Laurea assicurata (anche due) e posto fisso in una finta casa di mangiapane a tradimento, ai concorsi per Miss Italia o in qualche fiction di quarta serie.

Vorrei proprio vedere se, invece, il genere umano, per intero, avrà mai il coraggio di inaugurare qualcosa come “Miss cervello” o “Miss sensibilità”, tanto per spararne due. Ma è ovvio: non venderebbe.

Non occorre “vedere” autenticità in un volto: se davvero lo vuoi, te ne accorgi subito. E ti rimane. Il guaio è che siamo circondati di male assoluto peggio che in un imboscata.


Quello di cui, invece, non siamo mai circondati riguarda la beneficenza di classi politiche disposte a dirci “Ti supplico, non andare via: ti darò tutto quello di cui hai bisogno per vivere dignitosamente”. Fosse anche solo per non subire perdite economiche da record di superenalotto, mi starebbe bene uguale. Suppongo.

Quello che nessuno considera, ingozzato com'è di dolci, frutta secca e iPhone di nuovissima generazione (a momenti anticipa quella futura, se davvero non viene la fine del mondo) è la crescente richiesta che un certo numero di liceali avanza nel desiderio di studiare all'estero ancora prima di finire costretti (avranno già capito tutto?). Chi espatria in terra asiatica afferma: e chi ce la fa più a stare in Italia? Mi iscriverò in Lingue Orientali e appena possibile mi trasferirò in Cina (La Repubblica di oggi). Tanto per citarne una.


Questa è la situazione, cari miei, lo sapete. Non c'è spazio né organizzazione minima per chi propone qualcosa. Siamo troppo occupati ad andare a fare due palle così al nostro barbiere nel giorno della vigilia di Natale perché se la basetta sinistra è più lunga di due millimetri rispetto a quella destra è un attentato alla morale e all'estetica pubblica. Siamo troppo indaffarati a curare unghie che non immagineremmo mai e poi mai intrise di terreno argilloso, detersivo o impasto per ravioli.

Parla un ragazzo di Milano al ritorno dalla sua visita in Canada, il quale, tanto per cambiare, sceso dall'aereo, si è trovato nel bel mezzo del giusto e sacrosanto casino post riforma Gelmini (anzi: sterminio Berlusconi/Tremonti). Dice: Mitchel [suo amico canadese] ha visto le foto della mia scuola ed è rimasto impressionato, mi ha chiesto in che cosa investe il governo italiano.


Risata. Amara.


Su tutto tranne che sull'indispensabile, caro mio. Ecco la risposta. E benvenuto.

Sembra che in Canada, quindi, sia addirittura possibile programmarsi liberamente un futuro già a partire dalla scelta del liceo. Questo presuppone che, per i canadesi, un futuro esiste. Dio solo sa (o chi per lui) quanto sarebbe bello poter fare la stessa e identica cosa nella mia città! Vi parla uno che ha sempre e solo ricominciato tutto daccapo.


Ma noi non abbiamo tempo per cercare di risolvere questi problemi obsoleti. No. Vuoi scherzare? Assolutamente, credimi. Noi siamo troppo occupati a parlare di ideologie, parole, filosofie. Facciamo statistiche su quanti hanno visto l'ultimo fottutissimo “Natale a...” senza neanche bestemmiare un mezzo beato su quanti soldi sono stati letteralmente scaraventati nel cesso così. No, macché. Siamo troppo presi ad affinare il nostro sacro pensiero seguendo le orme di filosofi che non capiremo mai davvero. Si parla di cittadini sensibili (Habermas) ma non si fa nemmeno il minimo indispensabile per concedere loro di esprimerla questa sensibilità sostenuta. Poco importa, anzi niente, se poi al cittadino girano non indifferentemente i coglioni. E allora buon lifting, signori miei: fate con comodo, tanto se poi qualcuno viene a erodere le membra sedili c'è sempre il modo di rifarle a botta di silicone.


Si, è vero, Einstein diceva: I lavoratori intellettuali […] non possono intervenire direttamente nella lotta politica con qualche speranza di successo. Possono riuscire, però, a diffondere idee chiare sulla situazione e sulla possibilità di un'azione coronata da successo. Essi possono contribuire, con un'opera di illuminazione, a far si che uomini politici esperti non siano ostacolati nel loro lavoro da opinioni antiquate e da giudizi.

Afferma, però, Habermas: Una società nella quale le élite si barricano, anche moralmente, nelle loro “gated communities” è fetida.

Ma niente paura, tanto noi rimaniamo pur sempre il paese in cui si scambia (più o meno involontariamente) Quasimodo per Montale nelle organizzazioni dei concorsi pubblici.

domenica 19 dicembre 2010

Quello che vogliamo

L'esperienza editoriale odierna è stata, forse, quanto di più difficile e drammatico ci sia stato da provare a sostenere con alquanto equivoci bagagli di pazienza, attenzione, occhio vigile e rimedio più o meno resistente al salir del sangue agli occhi. Già: pazienza. Discutibile parola da poter giocare al tavolo finalisti del torneo mondiale di strip poker generazionale, dove se perdi sei costretto a spogliarti di ogni cellula costituente quello che le minoranze (davvero minoranze?) chiamano ancora "dignità morale". Il problema è che, in fin dei conti, perdi anche quella parolina lì. E allora son dolori non tanto (non proprio) per chi ti ascolta (troppo impegnato in salotti, luride puttane da servilismo a scopi di lucro e trapianti di peli pubici) quanto per te che ti stai giocando le uniche carte che una vita maledettamente troia ti ha concesso almeno per provare il colpo di fortuna del principiante. In fin dei conti (perchè la vita, a quanto pare, è diventata solo una inutile e sporca moltiplicazione di sconfitte senza rivincite sufficienti), un minimo di voglia di lottare resta, seppur senza la certezza di far centro o di andare almeno vicino al bersaglio, tanto per tentare di dimostrare che siamo ancora vivi. In questo, a quanto pare (ed è una salvezza in extremis), forse qualcuno sta ancora al nostro fianco.

"Fermo restando che è sempre giusto farlo, condannare la violenza non basta più. Occorrono parole nuove e e luoghi non comuni per comunicare, al di là della retorica e delle frasi fatte", scrive Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano in prima pagina. Si: Marco Travaglio. Forse l'unico a tenere in piedi davvero quel che resta degli ideali di un povero stronzo ventiseienne come me col solo desiderio di ricevere una risposta, una vaga certezza, un'ipotesi pur chiaroscura. Ma, caro Marco, ho seriamente paura che di parole nuove non ci sia neanche un accenno di voglia nel trovarle. Ho seriamente terrore di una classe dirigente dopo la quale poter incontrare il nulla più profondo (con questo sfacciato stile di istruzione, quali grandi medici, ingegneri, avvocati o artisti potranno mai nascere?). Trovo la mia conferma nel "one man show" di cui tutti noi, poveri mortali, abbiamo potuto godere l'altra sera da un odegli esponenti di questo governo che, secondo alcuni, tanto ci sosterrebbe e tanto starebbe lavorando per noi. Siamo noi che non capiamo. Siamo troppo scemi e impegnati a fare la formazione per il fantacalcio o ad impiastricciarci davanti la Playstation per capire, certo. La verità, Marco, credo risieda nel fatto (ed è un fatto) che ci odiano. Ma ci odiano davvero. Vorrei capire perché. Vorrei provare ad afferrare un probabile spunto di motivo ma non ci riesco, non lo trovo. Percepisco soltanto un fortissimo odio nei miei confronti. Nient'altro. E questo non mi fa chiudere occhio a notte fonda.

Giuseppe D'Avanzo, su Repubblica, non a caso parla di una situazione specifica: "[...] il governo si impedisce di comprendere, ammesso che lo voglia, le ragioni della violenza". Ecco, appunto. Comprendere le ragioni. Non credo sia possibile o quantomeno facilitato il poter comprendere senza voler compiere un enorme balzo al di là dell'odio intergenerazionale che ci lega ai nostri governanti. Il governo non può comprendere perché non vuole comprendere. E non può comprendere perché, non volendo comprendere, non può percepire (sacrosanto verbo) lo stato di necessità estrema di milioni di persone, costruito com'è da salottieri e assidui frequentatori di nobili ristoranti capitolini.

Ma la mia anima, per intero, si è soffermata sulle righe regalate sempre a Repubblica da Curzio Maltese. Titolo: "Cosa vogliono quei ragazzi". Parole: "Fra dieci anni potremmo pentirci di non aver ascoltato le ragioni degli studenti italiani, la loro protesta che è anzitutto contro il declino dell'Italia. [...] Il declino non riguarda soltanto l'Italia ma l'Europa intera. E infatti la protesta degli studenti esplode in tutte le capitali d'Europa. La differenza è che soltanto in Italia, la nazione dove il declino è peggiore, si considera la protesta un mero problema di ordine pubblico, una faccenda poliziesca. [...] Il vero problema è che per la prima volta da secoli in Europa avanza una generazione "meno". Una generazione che avrà meno opportunità, mobilità sociale, in concreto meno consumi, automobili, case, strade, pensioni, perfino forse aspettative di vita, nonostante i progressi della scienza, di quanto ne abbiano avute i padri".

E certo: io sto male = sono un ladro di pagnotte. Mi pare ovvio: io bestemmio e scoreggio su chi mi fa scavare la fossa per scaraventarmici dentro con una pedata nel culo = sono uno straccione terrorista fuoricorso del cazzo che dalla vita non merita niente anzi deve dare qualcosa lui a lei per il solo essere al mondo e, quindi, per il suo perenne e longevo dare fastidio al benessere pubblico.

Condanniamo ogni accenno di violenza, per carità. Ma non mi pare che in molti si siano limitati nel dire a quel ragazzo ad Annozero "Ti ho dato l'opportunità e te la sei giocata male" per far spazio alla santificabile sua considerazione (poco udita a causa dei rutti di un La Russa più fascista del fascismo stesso) "Il problema è che voi non capite perché succede tutto questo".

Facevo solo notare, tutto qua.

Solleverebbe di moltissimo il morale poter avere anche la sola speranza di vedere qualche mio coetaneo serio, valoroso e producente (ce ne sono eccome! Tanti quanti nello spettacolo!) seduto al posto di narcolettici, mutilati mentali, raccomandati, venduti, figli di papà e mummie ammuffite con catetere a portata di mano. Ecco una delle migliaia di cose che un'intera generazione vorrebbe. Chissà, forse qualcosa cambierebbe. Forse.


giovedì 16 dicembre 2010

La condanna a morte del futuro

Su www.wakeupnews.eu ho scritto così:

Basta coi riferimenti al passato. Basta con le continue rievocazioni di tempi andati anche se ancora vivi e vegeti nell’animo di chi non ha mai digerito sconfitte morali, prima ancora che sociali e di identità civile nazionale. Adesso parlo io, giovane critico, musicista e scrittore precario. Soffermiamo un attimo la nostra attenzione a questo preciso istante, più che al presente in (dis)evoluzione. Ed è proprio fermandoci per un po’, sedendoci da qualche parte al riparo dalle piogge torrenziali, attrazione del momento, e poggiando per qualche minuto la nostra stanca testa su mani callose, che riusciamo a comprendere una cosa soltanto: la nostra attuale classe dirigente, da una parte come dall’altra, non ci capisce né forse ci capirà mai, presa com’è da problematiche incentrate su tutto tranne che su ciò che dovrebbe essere in eterno all’ordine del giorno, ovvero come fare di milioni di persone un popolo (attenzione) non ricco ma tranquillo e senza l’urgenza imminente di chiedersi, continuamente, se riuscirà a portare a termine dignitosamente la giornata di domani. Parola di un precario.

Non è augurabile a nessuno, neanche “al più nero assassino” (per dirla alla Pelù dei bei tempi, anche quelli andati) il non chiudere occhio, prima di una certa ora notturna, preso da pensieri del tipo “riuscirò a passare questo esame arricchendo me stesso senza azzardare il solito tentativo selvaggio di cui si servono tanti miei pseudocolleghi?”, “riuscirò a portare a termine i miei studi?”, “una volta terminato, riuscirò a mandare in porto i progetti che ho avviato togliendo del tempo allo studio (visto che l’università, di pratico, mi dà meno di niente, fregandomi i soldi delle tasse e facendomi, dunque, passare tristemente fuori corso, a momenti punendomi ed umiliandomi in qualità di fannullone pur avendo la media del 29?”. Eccetera, eccetera, eccetera.

Ma il pensiero torna sempre lì, ad una classe dirigente che pranza ogni giorno al ristorante (mentre io mi posso permettere il lusso della mensa universitaria) e fa dello Stato un’azienda o che sale sul Colosseo per dare spettacolo di sé facendo almeno sospettare la propria vicinanza a problemi che non riuscirà mai e poi mai a risolvere se non accetterà, prima o poi, di maturare la pur minima (sacrosanta parola) “percezione” della necessità di avere meno belle parole e qualche banconota in più in quello che resta del portafogli ogni maledetto giorno senza troppe preoccupazioni. È una percezione che manca del tutto e sempre macherà fino a quando quelli che Beppre Grillo chiama “nostri dipendenti” (che parolaccia, eh?) non avranno una concezione vera e pura del valore dei soldi e dell’esigenza che un comune mortale può avere di percepirne in quantità indispensabile per qualcosa in più di una irrinunciabile sopravvivenza. Qualcuno spende 7000 euro per una fellatio. Qualcun altro, con 1000, a 26 anni, camperebbe onestamente per un mese. Qualcuno crede che il divertimento, da trent’anni a questa parte, sia fatto di cosce lunghe, seno a modo e deretano sodo. Qualcun altro pensa, invece che risieda in un film scritto e diretto bene, con un senso, o in un disco coinvolgente, o in un concerto esaltante, o in un libro amico e stimolante. O nella possibilità di una pizza e una birra senza dover per forza espletare calcoli algebrici. E qualcun’altro ancora, magari, comprende tutto questo ma, per un motivo o per un altro, non riesce proprio a porre rimedio nemmeno al minimo dei mali. La domanda è una, sempre la solità: perché tutto questo? Perché?

La colpa, signori cari, è di chi non fa niente per impedire tutto questo. La colpa, miei prodi, è di chi sta zitto come se avesse paura di chissà cosa (forse di perdere anche quello sputo di prospettiva lavorativa che si ha la fortuna di avere? Forse di dare di sé un’immagine di “sovversivo” più rosso del diavolo?). Punto e basta. Salire su colossei, moli, o torri è il minimo che si possa sperare di riuscire a fare, per il momento. È il sintomo che qualcuno davvero non sta bene. Arresti a parte.
E non dite che la colpa è solo di chi stipula contratti a tempo determinato senza rinnovarli o passarli ad indeterminato dopo tre mesi o otto anni buttati al vento. Non dite che i bastardi sono solo quelli che non permettono di sottoscrivere un contratto facendo di noi miseri folli un mucchio selvaggio di lavoratori più neri della pece. Non dite che la colpa è solo di chi mi dà da studiare sei libri per quattro luridi crediti formativi, seppur in buona fede, credendo nella mia volontà di apprendere ma ignorando la longevità di un’altra trentina di appelli. Non dite che la colpa è solo di chi inserisce annunci su siti internet e appositi periodici per dare in affitto un appartamento vecchio e decrepito a 1200 euro che cinque persone devono provvedere a dividersi spendendo un patrimonio nella speranza di costruirsi un’ipotesi di futuro. Non dite che la colpa è solo di chi assume extracomunitari per lavori che noi “puliti” italioti non vogliamo fare perché miriamo in alto.

Citazione di un profeta: “La viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, nella più strana indifferenza. Io muoio, ed anche questo mi nuoce”.

Tanti saluti.

martedì 14 dicembre 2010

I venduti e gli oppressi

Inarrestabile “stream of consciousness” momentaneo.

Guerriglia urbana dopo la fiducia”.

Inutile narrare i fatti di cronaca odierna, ben più che conosciuti da una nazione intera o, meglio, da un mondo intero, in mondovisione, in diretta internazionale. Sulla fiducia approvata al governo, seppur con stretta misura (314 a 311 alla Camera, neanche fosse una partita di basket di 24 ore per beneficenza), personalmente ero già convinto. Me l'aspettavo, non posso dire di no. Quello che non mi aspettavo, però, era il vedere una compravendita di esseri umani senza precedenti nella storia, a momenti nemmeno in epoca medievale.

Devastate Via del Corso e Piazza del Popolo. Black Bloc scatenati, blindati in fiamme, 40 feriti”.

Mentre scrivo, mantengo un occhio sulla diretta che il sito del Corriere della Sera sta trasmettendo ininterrottamente già da qualche ora. Le scene che vedo sono quelle del panico più assoluto. Se ho paura di quello che sta succedendo? In strada ho maturato le mie riflessioni. In aula assolutamente no. Ripeto: me lo aspettavo. Ed in effetti era il minimo che potesse accadere dopo tutti gli scempi compiuti da sedici anni a questa parte, non solo in epoca recente. Ad ogni modo, sarà forse il caso di constatare che, fuori le mura sante, qualcuno si è svegliato? Forse qualcuno ne ha piene le scatole? Forse qualcosa davvero si è mosso di vita propria tra i neuroni denaturati dei nostri cervelli. Black Bloc o non black bloc, il discorso è un altro. Il discorso è ben più serio. Molto più serio. Accidenti se è più serio.

L'ultimo bluff del cavaliere e il Movimento di compravendita nazionale”. “Dal PD e da Idv i voti che hanno salvato Berlusconi”. Ah pure! Non solo alcuni grandi signori dell'Italia dei Valori si prostituiscono al miglior offerente: che è e resterà in eterno Berlusconi e famiglia, ovviamente, il quale non avrà chiuso occhio per un mese intero (tra zoccole e intrallazzi vari, in più) prima di decidere di spendere chissà quale cifra esorbitante al fine di operare una vera e propria campagna acquisti per vincere il campionato della vergogna, l'ennesimo. Non me la prenderei nemmeno tanto con lui, perchè è risaputo lo stile del diretto interessato, così come il suo approcciarsi ad una realtà in puro richiamo Paperon de Paperoni. Ma signori miei, per amor di Dio o di chi per lui nell'alto dei cieli: volete avere la premiata pazienza di spiegarmi chi cazzo sono queste onorevoli Maria Grazia Siliquini e Catia Polidori?! Ignoranza mia? Chiedo venia. Ma spiegatemi chi cazzo sono, per pietà e compassione verso un povero idiota come me!

La Polidori, titolare del Cepu [già qui andiamo proprio bene, direi di lusso] ha ottenuto da Berlusconi rassicurazioni che la favoriscono”.

Sul serio: parlatemene perchè io non le ho mai sentite nominare in vita mia neanche per sbaglio. So soltanto che, osservando le foto, almeno quest'ultima nominata mi dà più o meno l'idea di una Malena postdatata. Di mio sarò sicuramente ignorante, ma qualcuno me ne parli, per cortesia. Se non altro, ormai, entrambe hanno il loro warholiano quarto d'ora (quarto d'ira, direi) di celebrità planetaria. Marco Travaglio, salvaci tu. E sei pure a Roma, oggi.

Cortei, sit-in, blocchi e tafferugli. E in Centro i commercianti hanno hanno abbassato le serrande. Tensioni per le proteste nel giorno del voto, un ragazzo ferito al volto. In piazza Venezia e a Botteghe Oscure c'è stato lancio di fumogeni e petardi contro i mezzi blindati delle forze dell'ordine fermi all'ingresso di via degli Astalli, strada che porta davanti palazzo Grazioli. Alcuni manifestanti, che hanno indossato caschi, anche bastoni e sampietrini verso le forze dell'ordine”.

E non fraintendetemi se vi confesso che, in un certo senso, aspettavo anche questa particolare entità di reazione. Certo. Perchè sono più che fermamente convinto, oramai, che il nostro popolo, la nostra gente, non può davvero più di essere preso per il culo. Perchè di questo si tratta: prendere spudoratamente, sfacciatamente, costantemente, vigliaccamente e fottutamente per il culo. E senza neanche nascondere troppo l'evidenza, anzi negandola senza mezzi termini. Sembra di vivere in Quarto Potere, boia ladro. Orson Welles profeta? Forse lo era di più Orwell. Perchè quello che vedo è la perfetta e minuziosa descrizione per immagini reali di quanto risulta scritto in quelle santificabili pagine. Il solo ripensare a questa mia affermazione mi fa sputare via gli occhi dalle orbite. È ovvio: 2 + 2 = 5 per i nostri governanti. O almeno questo è quello che vorrebbero inoculare nell'attuale generazione (la mia). 2 + 2 = 5 era anche un grande brano dei Radiohead che, tra le altre cose, diceva:

Sei un tale sognatore

da voler mettere a posto il mondo?

Io resterò per sempre a casa,

dove due più due fa sempre cinque.

Giacerò lungo linee già tracciate.

Mi mimetizzerò”

Penso alle parole del mio saggio zio Camillo dopo avergli comunicato il mio trenta all'esame di Cinematografia Documentaria: “Studia per conto tuo e armati di saggezza da solo, perché nessuno ti darà più niente. Ti vogliono a modo loro. Quindi non essere a modo loro”.

Da piazza del Campidoglio, a via del Plebiscito a Botteghe Oscure, a corso Vittorio momenti ad alta tensione con prove di blitz anche contro le forze dell'ordine. Dal corteo a più riprese si sono staccati gruppetti di ragazzi col volto coperto da sciarpe e cappuccio nero stile black bloc che hanno lanciato bottiglie e petardi contro i blindati della Guardia di Finanza ma gli stessi studenti hanno cercato di bloccarli. Assaltate anche vetrine di negozi e banche”.

Dovrei dire “Finalmente!”? Dovrei dire “Era ora!”. No, non so se me la sento. Magari inconsciamente lo penso anche, chissà. E allora con quelli che sono venuti ancora alle mani tra le mura sante come la mettiamo? Ma francamente non ne voglio sapere niente. Sono stanco, ecco tutto. Sono martoriato da un morale ben più che sotto le scarpe. Sono esausto al solo pensiero di dover condurre una vita potenzialmente insensata e priva di sbocchi, una vita all'insegna dell'incertezza, delle difficoltà e delle derisioni collettive. Per poi vedermi anche prendere per il culo così platealmente. “Ci pisciano addosso e ci dicono che piove”? A questo punto direi proprio di si. Ma soltanto ora ci siamo accorti che il liquido che incombeva su di noi aveva una colorazione strana, ben diversa dal fenomeno naturale.

La gente (io) non ce la fa (faccio) proprio più. Sembra alquanto evidente. Mi sbaglierò ma è precisamente quello che sento. Perchè se anche un popolo di addormentati e creduloni come noi si risveglia, a tratti (l'ultimo così potente lo ricordo solo in quel di Genova), di tanto in tanto, con il sangue agli occhi e una spranga virtuale con su scritto “dignità” ci sarà pure un motivo.

Magari mi sbaglio.

Sogni d'oro.

giovedì 2 dicembre 2010

Dissenso popolare

Pochi minuti fa, il buon Marco Travaglio ha aperto, sul sito de Il fatto quotidiano, una pagina per commenti ad una lettera da parte di una studentessa e, di conseguenza, a relativi commenti. La ragazza si è espressa così:

"Caro direttore,
sono una studentessa romana di 21 anni, iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Scrivo al Fatto Quotidiano perché spero che possa dar voce a una generazione ormai troppo spesso ignorata. Per farci ascoltare siamo dovuti scendere in piazza e bloccare le città. E nonostante questo ci hanno dato dei falliti e dei fannulloni.
Io non sono una bambocciona, né sono fuori corso come dice il presidente del Consiglio. Io sono l’orgoglio di una famiglia che spera ancora di potermi dare una vita migliore di quella che hanno avuto loro. Noi studenti non siamo scesi in piazza solo per la riforma. Certo, quella è la punta dell’iceberg di una cultura che questo governo ha voluto imporre: sei ricco? Potrai ancora studiare. Sei povero? Meglio se fai un istituto professionale e ti cerchi un lavoro, perché l’Università non te la potrai permettere. Io fino ad oggi posso garantirmi gli studi grazie alla borsa di studio e al lavoro di cameriera. Se dall’anno prossimo verrà a mancarmi la prima, il secondo non mi basterà più.
Sono stata e tornerò in piazza per far sentire la mia voce insieme a quella degli altri ragazzi che non solo hanno paura di non potersi laureare, ma soprattutto temono che quel foglio di carta guadagnato con immensi sacrifici non valga poi nulla nel nostro paese. Sono pronta ad andare all’estero se necessario, ma perché non possiamo sognare di restare in Italia per valorizzarla con la nostra cultura? Il rischio, restando, è una vita di sacrifici che non porti nemmeno a una pensione decorosa. Anzi, che non porti proprio alla pensione, che forse non riceveremo mai. L’applauso degli automobilisti romani bloccati nel traffico di Roma, martedì, ci ha detto che non siamo soli. Anche loro sperano che i figli possano avere un futuro migliore di quello che questo governo ci sta disegnando. Ai politici la nostra cultura fa paura, preferiscono un popolo ignorante. Ma noi, questa volta, non ci fermeremo. Speriamo neanche voi nel darci voce."

Tra gli altri, ho sentito l'esigenza di rispondere anch'io, esprimendomi così:

"Cara Francesca,
personalmente sono più che mai convinto di essere governato (direi schiavizzato) da una classe politica che non può capire, né forse potrà comprendere mai i motivi del nostro estremo disappunto. Il dottor Fede dice che andremmo "menati", ma non si chiede il motivo di una simile rivolta. Il magnifico dottor B. (con i suoi soci) equipara me, un lurido e pulcioso fuori corso con 29 di media, ad un teppista, ma non si chiede perché io, studente di Cinema a La Sapienza, sto impiegando così tanto tempo a laurearmi; non si cura minimamente di considerare la mia professione semi-giornalistica in qualità di critico cinematografico e musicale pro bono (assieme ai tentativi da regista, scrittore e sceneggiatore), intendendola come un tentativo di costruire una mezza base su cui innalzare un'ipotesi di futuro; né si cura di immaginare la gravità che il nuovo ordinamento ha apportato alle nostre esigenze culturali per accumulo di materiali e tempo utile più che dimezzato (= esami alla fallo di cane, per vergognosi tentativi e non più per acculturazione).
Mia cara Francesca, i nostri maledetti governanti non hanno né l'idea né la voglia di fare di milioni di persone un popolo non ricco ma sereno della propria esistenza. Una classe dirigente che pranza quotidianamente ai tavoli dei migliori ristoranti capitolini non potrà mai comprendere la necessità del mio sopravvivere alla mensa universitaria.
Per questo, inviterei te, il giornale e chiunque altro a battere anche sull'etimologia della parola "percezione" in qualità di parte di nucleo portante per un risorgimento morale, prima ancora che civile. Si: i nostri governanti non hanno la "percezione" delle nostre esigenze. Quindi, non possono e non potranno mai soddisfarle, almeno finché qualcosa, in loro, non cambierà a tal punto da avvicinarsi al nostro modo di comprendere i bisogni a breve e lungo termine.
Una soluzione? Fuori tutti dal parlamento. Ripopolare con nuove generazioni.
Come? Con la forza. Punto"

mercoledì 1 dicembre 2010

Stanca riflessione
















Città eterna in disarmonie
di gesta, suoni e colori:
questo tuo illegittimo figliastro
prega per una tua nuova resurrezione.

Dove era, un tempo, si, alloro
ma comune senso di appartenenza,
giustificazione per selezioni e divine omelie,
ora, io, umile, sorseggio, mesto,

il drappo della tua incerta accoglienza;
sfioro, cauto,
il calice delle tua refrigerante demenza.

Morte e vita:
fra le tue gialle pagine
come nei miei incubi più atroci.

Quando il mio riflesso,
nelle tue verdi acque,
si intorbidisce,

quando mani avverse
si fan mani amiche,

quando le urla più indigeste
divengon pane azzimo di tediose visioni,
e nessun tuono tace,

nessun rogo evolve
questi occhi densi del fango
inerte più melmoso ed accecante,

quando i ricordi sfondano
il portone di una vaga consistenza,
che motivi più non trova
nel rimproverar qualsivoglia sentenza,

un inetto dono di superficiale disamore
è il sacrificio che offro, solo,
per chieder perdono e ostile grazia

al capitale grembo immacolato,
da me tristemente sconsacrato,
della tua pur sempre vergine terra.

Possano i tuoi dèi sempiterni
tramutare mie speranze in pene solenni,
salvaguardare il tuo viso angelico
e disdegnato dai tuoi nuovi creatori,
da questo effimero desiderio
di meschina immedesimazione.

Fà di questa profonda e fredda notte, almeno,
un raggio di saggezza per me profano.

S.G.