giovedì 2 dicembre 2010

Dissenso popolare

Pochi minuti fa, il buon Marco Travaglio ha aperto, sul sito de Il fatto quotidiano, una pagina per commenti ad una lettera da parte di una studentessa e, di conseguenza, a relativi commenti. La ragazza si è espressa così:

"Caro direttore,
sono una studentessa romana di 21 anni, iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Scrivo al Fatto Quotidiano perché spero che possa dar voce a una generazione ormai troppo spesso ignorata. Per farci ascoltare siamo dovuti scendere in piazza e bloccare le città. E nonostante questo ci hanno dato dei falliti e dei fannulloni.
Io non sono una bambocciona, né sono fuori corso come dice il presidente del Consiglio. Io sono l’orgoglio di una famiglia che spera ancora di potermi dare una vita migliore di quella che hanno avuto loro. Noi studenti non siamo scesi in piazza solo per la riforma. Certo, quella è la punta dell’iceberg di una cultura che questo governo ha voluto imporre: sei ricco? Potrai ancora studiare. Sei povero? Meglio se fai un istituto professionale e ti cerchi un lavoro, perché l’Università non te la potrai permettere. Io fino ad oggi posso garantirmi gli studi grazie alla borsa di studio e al lavoro di cameriera. Se dall’anno prossimo verrà a mancarmi la prima, il secondo non mi basterà più.
Sono stata e tornerò in piazza per far sentire la mia voce insieme a quella degli altri ragazzi che non solo hanno paura di non potersi laureare, ma soprattutto temono che quel foglio di carta guadagnato con immensi sacrifici non valga poi nulla nel nostro paese. Sono pronta ad andare all’estero se necessario, ma perché non possiamo sognare di restare in Italia per valorizzarla con la nostra cultura? Il rischio, restando, è una vita di sacrifici che non porti nemmeno a una pensione decorosa. Anzi, che non porti proprio alla pensione, che forse non riceveremo mai. L’applauso degli automobilisti romani bloccati nel traffico di Roma, martedì, ci ha detto che non siamo soli. Anche loro sperano che i figli possano avere un futuro migliore di quello che questo governo ci sta disegnando. Ai politici la nostra cultura fa paura, preferiscono un popolo ignorante. Ma noi, questa volta, non ci fermeremo. Speriamo neanche voi nel darci voce."

Tra gli altri, ho sentito l'esigenza di rispondere anch'io, esprimendomi così:

"Cara Francesca,
personalmente sono più che mai convinto di essere governato (direi schiavizzato) da una classe politica che non può capire, né forse potrà comprendere mai i motivi del nostro estremo disappunto. Il dottor Fede dice che andremmo "menati", ma non si chiede il motivo di una simile rivolta. Il magnifico dottor B. (con i suoi soci) equipara me, un lurido e pulcioso fuori corso con 29 di media, ad un teppista, ma non si chiede perché io, studente di Cinema a La Sapienza, sto impiegando così tanto tempo a laurearmi; non si cura minimamente di considerare la mia professione semi-giornalistica in qualità di critico cinematografico e musicale pro bono (assieme ai tentativi da regista, scrittore e sceneggiatore), intendendola come un tentativo di costruire una mezza base su cui innalzare un'ipotesi di futuro; né si cura di immaginare la gravità che il nuovo ordinamento ha apportato alle nostre esigenze culturali per accumulo di materiali e tempo utile più che dimezzato (= esami alla fallo di cane, per vergognosi tentativi e non più per acculturazione).
Mia cara Francesca, i nostri maledetti governanti non hanno né l'idea né la voglia di fare di milioni di persone un popolo non ricco ma sereno della propria esistenza. Una classe dirigente che pranza quotidianamente ai tavoli dei migliori ristoranti capitolini non potrà mai comprendere la necessità del mio sopravvivere alla mensa universitaria.
Per questo, inviterei te, il giornale e chiunque altro a battere anche sull'etimologia della parola "percezione" in qualità di parte di nucleo portante per un risorgimento morale, prima ancora che civile. Si: i nostri governanti non hanno la "percezione" delle nostre esigenze. Quindi, non possono e non potranno mai soddisfarle, almeno finché qualcosa, in loro, non cambierà a tal punto da avvicinarsi al nostro modo di comprendere i bisogni a breve e lungo termine.
Una soluzione? Fuori tutti dal parlamento. Ripopolare con nuove generazioni.
Come? Con la forza. Punto"

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