giovedì 30 dicembre 2010

Discorso di fine anno

Fratelli italiani,

giovani, anziani, famiglie, coppie di fatto, precari e sottopagati sfruttati di tutta la nazione: unitevi a me in questo giorno (l'ennesimo) di speranza. Una speranza longeva quanto un cerino per un futuro innanzitutto esistente e poi, se vogliamo, magari anche dotato di qualche minima prospettiva concreta, che ci sarebbe anche stata se un Presidente della Repubblica qualunque non avesse firmato, con la solita flemma e con il medesimo ritardo intuitivo, una legge che, "from here to eternity", ci adagia cordialmente una pala tra le mani non esitando a ricordarci che "il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava". Noi scaviamo. Per noi stessi.


Volge al termine un anno solare che ci ha riservato più umiliazioni di un calcio nel sedere inaccettato ed ingiustificato, più rancore di uno schiaffo immeritato, neanche fossimo bambini viziati in perenne ricerca del marshmallow gigante. Noi saremo anche un mucchio di sciocchi bambini golosi e disobbedienti, ma se il marshmallow gigante equivale a una montagna di dignità erosa dagli sputi dei nostri avi, allora da bambini ci trasformiamo in quei pupazzetti di The Wall che sfilano e cantano con fare malefico ma unicamente diretti verso un fine comune mai così chiaro e limpido riguardo quello che resta di quella accozzaglia di melma chiamata idee.

Un po' ci si sente proprio come Pink mentre si scaraventa a capofitto verso quell'inossidabile muro (non poi così tanto) interiore per tentare di tirarne via almeno una scheggia, per provare ad esistere ancora, per superare quel disfattismo assolutamente involontario ed inoculato da una realtà troppo scarna e putrida per cedere spazio ad uno come lui, ad un uomo, cioè, che di idee ne ha ben più di una ma che non reputa più necessario espletare. Tanto nessuno comprende. Tanto nessuno ascolta.


Stiamo per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e non sappiamo più se stiamo davvero parlando ancora del nostro Paese e non di un'azienda in bancarotta ideologica. Stiamo per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e cosa resta di quell'orgoglio tanto potente e vitale da unire persone e cariche politiche così diverse tra loro eppure così solide nel paradiso morale dell'unico fine comune perseguito con onore, sangue e sudore? Cosa resta di un popolo di gente vera, ricca dentro, desiderosa di tramandare la propria memoria a figli e nipoti affinché ne facciano tesoro per un avvenire saggio e consapevole delle innumerevoli difficoltà da affrontare, si, ma con un bagaglio inoculato da puri asceti dell'esistenza? Cosa resta della possibilità, tramandata di generazione in generazione, di aver diritto ad un futuro, quello più prossimo, senza dover essere costretti a chiudere un mezzo occhio solo dopo le tre del mattino presi come inevitabilmente si è da rimorsi, rancori, paure e fobie legate al non sapere cosa accadrà domani, al non esser certi di poter avere uno scopo, una prospettiva, un traguardo da tagliare, un senso da poter ricoprire, un contributo da poter lasciare, un "tu puoi contribuire con un verso"? Quale sarà il nostro verso? Ora come ora, suppongo, una pagina bianca, ma con, sul fondo, una macchia derivante da una goccia di sangue affiancata da una di sudore: il dolore e la fatica del nostro essere noi stessi che non demorde, che non la dà vinta così facilmente, che tenta disperatamente, non importa se invano o senza garanzie, di offrire comunque qualcosa fin dove possibile, finchè l'ultimo respiro non sarà esalato con uno scopo e con un'utilità ben precisa e prestabilita. Non mi stancherò mai di ripeterlo: c'è troppo poco tempo per non tentare almeno di lasciare la pur minima traccia di sè. Aggiungo: specie dove sembra essere davvero necessario.

Poche settimane fa, un mio collega di Wakeupnews, in una conferenza/presentazione sul tema del precariato, disse, concludendo la serata, qualcosa di sacro e venerabile, qualcosa che forse non ho mai percepito bussare alla porta del mio udito in maniera così robusta, decisa e dirompente: "può, ora come ora, un vero e proprio diritto dell'uomo avere le stesse caratteristiche di un sogno?". È proprio questo il dramma principale, il fulcro del nostro intero malessere sociale e personale: siamo costretti a sognare di avere un futuro, a sognare di avere un lavoro, a sognare di essere utili per qualcosa. I sogni saran pure desideri, ma non potranno mai essere equiparati agli obiettivi e alle necessità personali di un'intera generazione. Un futuro uomo desidera lavorare, scrivere, pubblicare, far sentire la propria voce, sposare la donna o l'uomo che ama, venerarne i figli ricevuti o adottati o generati da uteri in affitto, avere una casa e del cibo, così come anche, perché no, dirigere attori, montare pellicole, suonare strumenti in uno studio o su di un palcoscenico; ma non può, non dovrebbe, essere costretto quotidianamente a trasformare quel desiderio in un sogno nel cassetto. Un cassetto, ahimé, chiuso anche a doppia mandata e con la chiave riposta nella gola del drago delle intenzioni.


C'è chi profetizza la fine del mondo per il 2012. Io dico che la vera Apocalisse è adesso, proprio mentre vi scrivo. Basta guardarsi intorno con occhio vigile e critico, senza preconcetti e con quanta più naturalezza possibile. Basta tirare le somme e il gioco è fatto. Ma almeno in quel grandioso libro vi è una sorta di happy ending, una fattispecie di mondo nuovo, di prospettiva possibile, di rinascita dopo l'orrore, di "resurrezione" (mai così brillantemente metaforica) per chi ha tanto sofferto e così a lungo tentato di costruire basi solide e inattaccabili.

L'ultima sequenza di quel film di Alan Parker, basato sul capolavoro pinkfloydiano, raffigurava due bambini impegnati a spalare, con la sola forza delle mani, un cumulo di macerie. Che quelle macerie possano essere il nostro presente, e la convinzione di quei fanciulli (unici artefici di una vera e propria ricostruzione) la nostra consapevolezza di non esser soli e perduti nel limbo di coscienze senza più un riferimento, senza più un'anima madre da eleggere a comune senso del divenire.


Pertanto, alle istituzioni impongo: tralasciate le troppe mele marce del vostro tempo trascorso e giunto al termine ultimo per la prescrizione delle vostre insensate procedure di annichilimento, perché non è mai troppo tardi per redimere insulse cupidigie di insostenibile accidia ed indigesta fame di morali gettate al vento come ceneri di un corpo stanco, morto, finito e corrotto da fognature ed escrementi di casta lussureggiante.

Ai giovani come me dico: facciamo esplodere quel maledetto muro che ci divide da noi stessi, affinché qualcuno ascolti ed accolga le nostre umili, devote e giuste preghiere. Continuiamo, quindi, nonostante tutto, a fare della cultura il nostro bene più prezioso assieme alla dignità e al rispetto della nostra persona e della persona altrui, affinché possiamo escogitare una soluzione, un tentativo, un gesto sensato che non tenga conto dei soprusi subiti e miri unicamente a fare di noi quello che abbiamo sempre desiderato essere: persone normali con prospettive normali, lecite, fattibili, raggiungibili.

A chi ha ancora un'idea, supplico di mantenerla viva, sia dentro che fuori nell'espressione delle sue più sincere e dirette conclusioni. Avere un'idea, oggi, è sinonimo di forza e principio di onestà intellettuale. Avere un'idea, oggi, significa esistere.

A chi, nonostante tutto, continua a credere in se stesso anche dinanzi alla triste e sconfortante evidenza, auguro quanto di meglio possa ricevere dalla propria inestirpabile capacità di proseguire sulla propria strada senza mai voltarsi indietro neanche per un semplice sguardo, neanche per un minimo rimpianto, neanche per una singola ritenzione.


Auguri dal cuore.


1 commento:

  1. Molto bello e sentito.

    Ti inserisco nel mio blog fra i blog consigliati.

    Buon anno anche a te.

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