giovedì 16 dicembre 2010

La condanna a morte del futuro

Su www.wakeupnews.eu ho scritto così:

Basta coi riferimenti al passato. Basta con le continue rievocazioni di tempi andati anche se ancora vivi e vegeti nell’animo di chi non ha mai digerito sconfitte morali, prima ancora che sociali e di identità civile nazionale. Adesso parlo io, giovane critico, musicista e scrittore precario. Soffermiamo un attimo la nostra attenzione a questo preciso istante, più che al presente in (dis)evoluzione. Ed è proprio fermandoci per un po’, sedendoci da qualche parte al riparo dalle piogge torrenziali, attrazione del momento, e poggiando per qualche minuto la nostra stanca testa su mani callose, che riusciamo a comprendere una cosa soltanto: la nostra attuale classe dirigente, da una parte come dall’altra, non ci capisce né forse ci capirà mai, presa com’è da problematiche incentrate su tutto tranne che su ciò che dovrebbe essere in eterno all’ordine del giorno, ovvero come fare di milioni di persone un popolo (attenzione) non ricco ma tranquillo e senza l’urgenza imminente di chiedersi, continuamente, se riuscirà a portare a termine dignitosamente la giornata di domani. Parola di un precario.

Non è augurabile a nessuno, neanche “al più nero assassino” (per dirla alla Pelù dei bei tempi, anche quelli andati) il non chiudere occhio, prima di una certa ora notturna, preso da pensieri del tipo “riuscirò a passare questo esame arricchendo me stesso senza azzardare il solito tentativo selvaggio di cui si servono tanti miei pseudocolleghi?”, “riuscirò a portare a termine i miei studi?”, “una volta terminato, riuscirò a mandare in porto i progetti che ho avviato togliendo del tempo allo studio (visto che l’università, di pratico, mi dà meno di niente, fregandomi i soldi delle tasse e facendomi, dunque, passare tristemente fuori corso, a momenti punendomi ed umiliandomi in qualità di fannullone pur avendo la media del 29?”. Eccetera, eccetera, eccetera.

Ma il pensiero torna sempre lì, ad una classe dirigente che pranza ogni giorno al ristorante (mentre io mi posso permettere il lusso della mensa universitaria) e fa dello Stato un’azienda o che sale sul Colosseo per dare spettacolo di sé facendo almeno sospettare la propria vicinanza a problemi che non riuscirà mai e poi mai a risolvere se non accetterà, prima o poi, di maturare la pur minima (sacrosanta parola) “percezione” della necessità di avere meno belle parole e qualche banconota in più in quello che resta del portafogli ogni maledetto giorno senza troppe preoccupazioni. È una percezione che manca del tutto e sempre macherà fino a quando quelli che Beppre Grillo chiama “nostri dipendenti” (che parolaccia, eh?) non avranno una concezione vera e pura del valore dei soldi e dell’esigenza che un comune mortale può avere di percepirne in quantità indispensabile per qualcosa in più di una irrinunciabile sopravvivenza. Qualcuno spende 7000 euro per una fellatio. Qualcun altro, con 1000, a 26 anni, camperebbe onestamente per un mese. Qualcuno crede che il divertimento, da trent’anni a questa parte, sia fatto di cosce lunghe, seno a modo e deretano sodo. Qualcun altro pensa, invece che risieda in un film scritto e diretto bene, con un senso, o in un disco coinvolgente, o in un concerto esaltante, o in un libro amico e stimolante. O nella possibilità di una pizza e una birra senza dover per forza espletare calcoli algebrici. E qualcun’altro ancora, magari, comprende tutto questo ma, per un motivo o per un altro, non riesce proprio a porre rimedio nemmeno al minimo dei mali. La domanda è una, sempre la solità: perché tutto questo? Perché?

La colpa, signori cari, è di chi non fa niente per impedire tutto questo. La colpa, miei prodi, è di chi sta zitto come se avesse paura di chissà cosa (forse di perdere anche quello sputo di prospettiva lavorativa che si ha la fortuna di avere? Forse di dare di sé un’immagine di “sovversivo” più rosso del diavolo?). Punto e basta. Salire su colossei, moli, o torri è il minimo che si possa sperare di riuscire a fare, per il momento. È il sintomo che qualcuno davvero non sta bene. Arresti a parte.
E non dite che la colpa è solo di chi stipula contratti a tempo determinato senza rinnovarli o passarli ad indeterminato dopo tre mesi o otto anni buttati al vento. Non dite che i bastardi sono solo quelli che non permettono di sottoscrivere un contratto facendo di noi miseri folli un mucchio selvaggio di lavoratori più neri della pece. Non dite che la colpa è solo di chi mi dà da studiare sei libri per quattro luridi crediti formativi, seppur in buona fede, credendo nella mia volontà di apprendere ma ignorando la longevità di un’altra trentina di appelli. Non dite che la colpa è solo di chi inserisce annunci su siti internet e appositi periodici per dare in affitto un appartamento vecchio e decrepito a 1200 euro che cinque persone devono provvedere a dividersi spendendo un patrimonio nella speranza di costruirsi un’ipotesi di futuro. Non dite che la colpa è solo di chi assume extracomunitari per lavori che noi “puliti” italioti non vogliamo fare perché miriamo in alto.

Citazione di un profeta: “La viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, nella più strana indifferenza. Io muoio, ed anche questo mi nuoce”.

Tanti saluti.

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