domenica 19 dicembre 2010

Quello che vogliamo

L'esperienza editoriale odierna è stata, forse, quanto di più difficile e drammatico ci sia stato da provare a sostenere con alquanto equivoci bagagli di pazienza, attenzione, occhio vigile e rimedio più o meno resistente al salir del sangue agli occhi. Già: pazienza. Discutibile parola da poter giocare al tavolo finalisti del torneo mondiale di strip poker generazionale, dove se perdi sei costretto a spogliarti di ogni cellula costituente quello che le minoranze (davvero minoranze?) chiamano ancora "dignità morale". Il problema è che, in fin dei conti, perdi anche quella parolina lì. E allora son dolori non tanto (non proprio) per chi ti ascolta (troppo impegnato in salotti, luride puttane da servilismo a scopi di lucro e trapianti di peli pubici) quanto per te che ti stai giocando le uniche carte che una vita maledettamente troia ti ha concesso almeno per provare il colpo di fortuna del principiante. In fin dei conti (perchè la vita, a quanto pare, è diventata solo una inutile e sporca moltiplicazione di sconfitte senza rivincite sufficienti), un minimo di voglia di lottare resta, seppur senza la certezza di far centro o di andare almeno vicino al bersaglio, tanto per tentare di dimostrare che siamo ancora vivi. In questo, a quanto pare (ed è una salvezza in extremis), forse qualcuno sta ancora al nostro fianco.

"Fermo restando che è sempre giusto farlo, condannare la violenza non basta più. Occorrono parole nuove e e luoghi non comuni per comunicare, al di là della retorica e delle frasi fatte", scrive Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano in prima pagina. Si: Marco Travaglio. Forse l'unico a tenere in piedi davvero quel che resta degli ideali di un povero stronzo ventiseienne come me col solo desiderio di ricevere una risposta, una vaga certezza, un'ipotesi pur chiaroscura. Ma, caro Marco, ho seriamente paura che di parole nuove non ci sia neanche un accenno di voglia nel trovarle. Ho seriamente terrore di una classe dirigente dopo la quale poter incontrare il nulla più profondo (con questo sfacciato stile di istruzione, quali grandi medici, ingegneri, avvocati o artisti potranno mai nascere?). Trovo la mia conferma nel "one man show" di cui tutti noi, poveri mortali, abbiamo potuto godere l'altra sera da un odegli esponenti di questo governo che, secondo alcuni, tanto ci sosterrebbe e tanto starebbe lavorando per noi. Siamo noi che non capiamo. Siamo troppo scemi e impegnati a fare la formazione per il fantacalcio o ad impiastricciarci davanti la Playstation per capire, certo. La verità, Marco, credo risieda nel fatto (ed è un fatto) che ci odiano. Ma ci odiano davvero. Vorrei capire perché. Vorrei provare ad afferrare un probabile spunto di motivo ma non ci riesco, non lo trovo. Percepisco soltanto un fortissimo odio nei miei confronti. Nient'altro. E questo non mi fa chiudere occhio a notte fonda.

Giuseppe D'Avanzo, su Repubblica, non a caso parla di una situazione specifica: "[...] il governo si impedisce di comprendere, ammesso che lo voglia, le ragioni della violenza". Ecco, appunto. Comprendere le ragioni. Non credo sia possibile o quantomeno facilitato il poter comprendere senza voler compiere un enorme balzo al di là dell'odio intergenerazionale che ci lega ai nostri governanti. Il governo non può comprendere perché non vuole comprendere. E non può comprendere perché, non volendo comprendere, non può percepire (sacrosanto verbo) lo stato di necessità estrema di milioni di persone, costruito com'è da salottieri e assidui frequentatori di nobili ristoranti capitolini.

Ma la mia anima, per intero, si è soffermata sulle righe regalate sempre a Repubblica da Curzio Maltese. Titolo: "Cosa vogliono quei ragazzi". Parole: "Fra dieci anni potremmo pentirci di non aver ascoltato le ragioni degli studenti italiani, la loro protesta che è anzitutto contro il declino dell'Italia. [...] Il declino non riguarda soltanto l'Italia ma l'Europa intera. E infatti la protesta degli studenti esplode in tutte le capitali d'Europa. La differenza è che soltanto in Italia, la nazione dove il declino è peggiore, si considera la protesta un mero problema di ordine pubblico, una faccenda poliziesca. [...] Il vero problema è che per la prima volta da secoli in Europa avanza una generazione "meno". Una generazione che avrà meno opportunità, mobilità sociale, in concreto meno consumi, automobili, case, strade, pensioni, perfino forse aspettative di vita, nonostante i progressi della scienza, di quanto ne abbiano avute i padri".

E certo: io sto male = sono un ladro di pagnotte. Mi pare ovvio: io bestemmio e scoreggio su chi mi fa scavare la fossa per scaraventarmici dentro con una pedata nel culo = sono uno straccione terrorista fuoricorso del cazzo che dalla vita non merita niente anzi deve dare qualcosa lui a lei per il solo essere al mondo e, quindi, per il suo perenne e longevo dare fastidio al benessere pubblico.

Condanniamo ogni accenno di violenza, per carità. Ma non mi pare che in molti si siano limitati nel dire a quel ragazzo ad Annozero "Ti ho dato l'opportunità e te la sei giocata male" per far spazio alla santificabile sua considerazione (poco udita a causa dei rutti di un La Russa più fascista del fascismo stesso) "Il problema è che voi non capite perché succede tutto questo".

Facevo solo notare, tutto qua.

Solleverebbe di moltissimo il morale poter avere anche la sola speranza di vedere qualche mio coetaneo serio, valoroso e producente (ce ne sono eccome! Tanti quanti nello spettacolo!) seduto al posto di narcolettici, mutilati mentali, raccomandati, venduti, figli di papà e mummie ammuffite con catetere a portata di mano. Ecco una delle migliaia di cose che un'intera generazione vorrebbe. Chissà, forse qualcosa cambierebbe. Forse.


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