mercoledì 1 dicembre 2010

Stanca riflessione
















Città eterna in disarmonie
di gesta, suoni e colori:
questo tuo illegittimo figliastro
prega per una tua nuova resurrezione.

Dove era, un tempo, si, alloro
ma comune senso di appartenenza,
giustificazione per selezioni e divine omelie,
ora, io, umile, sorseggio, mesto,

il drappo della tua incerta accoglienza;
sfioro, cauto,
il calice delle tua refrigerante demenza.

Morte e vita:
fra le tue gialle pagine
come nei miei incubi più atroci.

Quando il mio riflesso,
nelle tue verdi acque,
si intorbidisce,

quando mani avverse
si fan mani amiche,

quando le urla più indigeste
divengon pane azzimo di tediose visioni,
e nessun tuono tace,

nessun rogo evolve
questi occhi densi del fango
inerte più melmoso ed accecante,

quando i ricordi sfondano
il portone di una vaga consistenza,
che motivi più non trova
nel rimproverar qualsivoglia sentenza,

un inetto dono di superficiale disamore
è il sacrificio che offro, solo,
per chieder perdono e ostile grazia

al capitale grembo immacolato,
da me tristemente sconsacrato,
della tua pur sempre vergine terra.

Possano i tuoi dèi sempiterni
tramutare mie speranze in pene solenni,
salvaguardare il tuo viso angelico
e disdegnato dai tuoi nuovi creatori,
da questo effimero desiderio
di meschina immedesimazione.

Fà di questa profonda e fredda notte, almeno,
un raggio di saggezza per me profano.

S.G.

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