lunedì 27 dicembre 2010

Tra botulino e silicone, va di moda la finzione (e il cervello è un'illusione)

Il lifting cancella le emozioni. Lo sapevate? Beh, adesso lo sapete. Proprio non potevamo vivere senza queste notizie così scottanti, così pure e necessarie, così importanti (anzi, fondamentali) per il nostro istinto di sopravvivenza quotidiano. Più giovani fuori, meno sensibili dentro. È il motto. Neanche fosse una trovata pubblicitaria (ma in fondo lo è). Ricercatori della Columbia University, scienziati svizzeri, santi e madonne: tutti si sono affannati per raggiungere una sentenza della quale nessuno avrebbe mai potuto fare a meno. Senza le piccole pieghe intorno ai nostri occhi quando sorridiamo, la gioia di un momento diventa meno autentica. Parlano esperti in “scienze affettive”, mica scemi da villaggio. La ruga scompare insieme al turbamento, l'apprensione, il piacere che esprime. Ululano anche esperti di mimica facciale, addirittura. Questi visi impassibili perdono autenticità. Si sfocia, a momenti, quasi nel teatro dell'assurdo, pensate. Tremo perché ho paura, oppure ho paura perché tremo? Tanto per riesumare Sartre morto, sepolto e decomposto.


Aperta una nuova frontiera nello studio dei sentimenti...


...ecco...


...più che riguardante l'argomento dei sentimenti più o meno evidenziati, il problema, qui, cari amici miei, credo sia di tutt'altro impiego. “Sentimento” è una parola che, dal dizionario di quello che resta della lingua italiana (va bene una qualunque edizione), sembrerebbe essere stata virtualmente (ma anche in linea pratica, eccome) cancellata giò da diversi decenni (tanti).

Qualcuno, prima di tutti noi, osò profetizzare, per mezzo di liriche sia letterarie che crudelmente cinematografiche, il concetto basilare di “mercificazione”. Estendendo tale concetto ai rami umani più profondi, costui riscontrava prova oggettiva dell'ingresso a portoni sfondati delle dinamiche da commercio nello stupro delle concezioni affettive, trovando triste conferma nell'avviarsi (e avverarsi) di un'epoca che su queste basi avrebbe innestato a frutto la propria fonte capillare di ricchezza e dominio sia politico che culturale (ahimè più grave). Era l'epoca post ricostruzione. Era Pier Paolo Pasolini. Morto ammazzato, ovviamente.


Facciamo uno sforzo e volgiamo lo sguardo schifato sulla condizione attuale. Se ci basta una sola mezza pagina di giornale per riuscire a far roteare acrobaticamente gli attributi virili, vorrà pur dire che qualcosa continua a non funzionare come dovrebbe. Ecco, allora, i limiti di un'intera classe dirigente. Limiti voluti e, naturalmente, autoimposti consapevolmente. Ecco spiegata, con minimali esempi travestiti da notizia, la noia della nuova aristocrazia (mai morta definitivamente...come il fascismo) dedita allo spreco e al lusso come unica ed insostituibile forma di benessere personale.

Prevale la fama e l'abuso di potere attrattivo sessuale a scopi di lucro o professionali. Sei un cesso? Studia fino a farti venire la gobba (tanto sei un cesso) e poi fottiti a servire ai tavoli dell'osteria “La parolaccia” (così ti mandano anche a quel paese, come se non bastasse). Hai le tette e il culo sodi e due cosce da pista d'atterraggio? Laurea assicurata (anche due) e posto fisso in una finta casa di mangiapane a tradimento, ai concorsi per Miss Italia o in qualche fiction di quarta serie.

Vorrei proprio vedere se, invece, il genere umano, per intero, avrà mai il coraggio di inaugurare qualcosa come “Miss cervello” o “Miss sensibilità”, tanto per spararne due. Ma è ovvio: non venderebbe.

Non occorre “vedere” autenticità in un volto: se davvero lo vuoi, te ne accorgi subito. E ti rimane. Il guaio è che siamo circondati di male assoluto peggio che in un imboscata.


Quello di cui, invece, non siamo mai circondati riguarda la beneficenza di classi politiche disposte a dirci “Ti supplico, non andare via: ti darò tutto quello di cui hai bisogno per vivere dignitosamente”. Fosse anche solo per non subire perdite economiche da record di superenalotto, mi starebbe bene uguale. Suppongo.

Quello che nessuno considera, ingozzato com'è di dolci, frutta secca e iPhone di nuovissima generazione (a momenti anticipa quella futura, se davvero non viene la fine del mondo) è la crescente richiesta che un certo numero di liceali avanza nel desiderio di studiare all'estero ancora prima di finire costretti (avranno già capito tutto?). Chi espatria in terra asiatica afferma: e chi ce la fa più a stare in Italia? Mi iscriverò in Lingue Orientali e appena possibile mi trasferirò in Cina (La Repubblica di oggi). Tanto per citarne una.


Questa è la situazione, cari miei, lo sapete. Non c'è spazio né organizzazione minima per chi propone qualcosa. Siamo troppo occupati ad andare a fare due palle così al nostro barbiere nel giorno della vigilia di Natale perché se la basetta sinistra è più lunga di due millimetri rispetto a quella destra è un attentato alla morale e all'estetica pubblica. Siamo troppo indaffarati a curare unghie che non immagineremmo mai e poi mai intrise di terreno argilloso, detersivo o impasto per ravioli.

Parla un ragazzo di Milano al ritorno dalla sua visita in Canada, il quale, tanto per cambiare, sceso dall'aereo, si è trovato nel bel mezzo del giusto e sacrosanto casino post riforma Gelmini (anzi: sterminio Berlusconi/Tremonti). Dice: Mitchel [suo amico canadese] ha visto le foto della mia scuola ed è rimasto impressionato, mi ha chiesto in che cosa investe il governo italiano.


Risata. Amara.


Su tutto tranne che sull'indispensabile, caro mio. Ecco la risposta. E benvenuto.

Sembra che in Canada, quindi, sia addirittura possibile programmarsi liberamente un futuro già a partire dalla scelta del liceo. Questo presuppone che, per i canadesi, un futuro esiste. Dio solo sa (o chi per lui) quanto sarebbe bello poter fare la stessa e identica cosa nella mia città! Vi parla uno che ha sempre e solo ricominciato tutto daccapo.


Ma noi non abbiamo tempo per cercare di risolvere questi problemi obsoleti. No. Vuoi scherzare? Assolutamente, credimi. Noi siamo troppo occupati a parlare di ideologie, parole, filosofie. Facciamo statistiche su quanti hanno visto l'ultimo fottutissimo “Natale a...” senza neanche bestemmiare un mezzo beato su quanti soldi sono stati letteralmente scaraventati nel cesso così. No, macché. Siamo troppo presi ad affinare il nostro sacro pensiero seguendo le orme di filosofi che non capiremo mai davvero. Si parla di cittadini sensibili (Habermas) ma non si fa nemmeno il minimo indispensabile per concedere loro di esprimerla questa sensibilità sostenuta. Poco importa, anzi niente, se poi al cittadino girano non indifferentemente i coglioni. E allora buon lifting, signori miei: fate con comodo, tanto se poi qualcuno viene a erodere le membra sedili c'è sempre il modo di rifarle a botta di silicone.


Si, è vero, Einstein diceva: I lavoratori intellettuali […] non possono intervenire direttamente nella lotta politica con qualche speranza di successo. Possono riuscire, però, a diffondere idee chiare sulla situazione e sulla possibilità di un'azione coronata da successo. Essi possono contribuire, con un'opera di illuminazione, a far si che uomini politici esperti non siano ostacolati nel loro lavoro da opinioni antiquate e da giudizi.

Afferma, però, Habermas: Una società nella quale le élite si barricano, anche moralmente, nelle loro “gated communities” è fetida.

Ma niente paura, tanto noi rimaniamo pur sempre il paese in cui si scambia (più o meno involontariamente) Quasimodo per Montale nelle organizzazioni dei concorsi pubblici.

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