mercoledì 5 gennaio 2011

Continuiamo così, facciamoci del male

Su www.wakeupnews.eu ieri ho scritto così.

Due giorni fa esalava l’ultimo respiro Pete Postlewaithe. “E chi è?”, diranno in molti. Come dar loro pienamente torto? In effetti, si tratta di una personalità appartenuta, si, al mondo dello spettacolo ma sempre rimasta un po’ in sordina rispetto al resto del mondo dei “red carpet”, nonostante gente del calibro diSteven Spielberg (mica uno scemo qualunque) abbia considerato, senza ombra di dubbio, questa persona in qualità di “migliore attore” del mondo. Stiamo parlando, infatti, di uno dei più stimati caratteristi britannici delle ultime due decadi o poco più. Sessantaquattrenne ma già malato di cancro da tempo, Postlewaithe traeva origine dalla grande scuola dell’ Old Vic e della Royal Shakespeare Company, ma a fare la sua fortuna fu proprio il grande schermo, luogo in cui ottenne una sorta di consacrazione per mano di Terence Davies che lo diresse in Voci lontane…sempre presenti, dura e commovente ricostruzione di un’infanzia cattolica e proletaria in una Liverpool anni ‘50, pellicola nella quale interpretava la figura del padre cupo e cattivo. Sarà proprio questo il suo “phisique du role”, anche e soprattutto (seppur di segno opposto) in quel gran gioiello che fu Grazie signora Thatcher di Mark Hermann, di “loachiana” provenienza e capostipite del filone britannico di protesta proletaria, nel quale Postlewaithe vestiva i panni del direttore della banda musicale dei minatori, padre sconfitto ma tenace e convinto in una speranza futura per una nazione detentrice, ancora, anche solo di sprazzi di dignità.

E noi italiani? Dopo la volontaria uscita di scena del grande maestro Mario Monicelli, chi avremmo da piangere con onore da qui a cento anni? Forse Federico Moccia (non proprio sinonimo di “impegno”), il quale si è appena innalzato a paladino (oltre che di una più che discutibile immagine riguardante le nuove generazioni) anche della vita adulta? O una come Nicole Kidman che, stivalizzandosi, conferma: “Amo l’Italia ma nessuno mi chiama per lavorare”?.

Già, perché qualcuno (sempre i soliti “botteghinari” da strapazzo) ha pensato bene di mettere di nuovo nelle mani (già sporche di inchiosto simpatico) di Federico Moccia nientemeno che una macchina da presa. Che la Kodak abbia mandato in pensione la pellicola per non ricadere in mani sbagliate? No, su questo si scherza. Non si scherza affatto, invece, nel provare a gettare uno sguardo ai volti di giovani e talentuosi registi e scrittori per cercare di carpirne una reazione: la si coglie per empatia immediata, a dire il vero. Per non parlare, poi, dei commenti verbali. Si può facilmente intuire.

Ebbene, il grande Moccia afferma convinto: “Ora parlo di adulti”. Apriti cielo. Che succederà? La sua nuova fatica, dunque, affronterà i veri ed insanabili problemi dell’intero genere umano: tradimenti, gelosia, ricerca del principe azzurro, eccetera. Ma non finisce qui: è in dirittura d’arrivo (se non è già arrivato) anche il suo nuovo ed impegnativo romanzo di formazione dal filosofico titolo L’uomo che non voleva amare, con protagonista un uomo d’affari (l’apice del proletariato, insomma) affascinante e misterioso che seduce donne a destra e a manca, consapevole unicamente del suo portafogli (svolta morale?) finché non arriva a trovare l’amore della sua vita (magari una collezionista di Gucci o Prada). Ma torniamo al film. “È una fotografia del nostro tempo”, sostiene il Kubrick tricolore. “Vorrei che il mio film diventasse la giusta ragione per riflettere”, prosegue. “Parlerà di un tema forte, che tocca le corde dell’amore, ma in modo diverso”. Avevamo il clone di Inarritu e nemmeno ce ne eravamo accorti! “Abbiamo tutti bisogno d’amore”. Lucchetti ai pali di 15 paesi del mondo. Auguri, seppur da tre metri sottoterra.

Andrebbe tutto quasi (si sottolinei “quasi”) bene se poi, però, non ci si dimenticasse di sana pianta di fatti come quelli riguardanti Stephen Frears, il regista (vero e non improvvisato dal merchandising) di The Queen e Le relazioni pericolose, colui, cioè, che sceglie di avvicinarsi ai giovani confermando, in un’intervista, che i personaggi adolescenti del suo nuovo Tamara Drewe – Tradimenti all’inglese (nelle sale da domani) sono classificabili come rompiscatole perché “sono adolescenti in un’epoca in cui i giovani non ricchi di famiglia sono abbandonati a se stessi e privi di futuro”…anche lì.

Ma è doloroso anche vedere che davvero in pochissimi hanno considerato l’entità del prossimo imminente film di Luc Besson, The lady, girato in gran segreto per ovvi motivi: ha come protagonista l’imponente figura di Aung San Suu Kyi, nel mezzo della vicenda personale che l’ha contraddistinta negli ultimi anni in veste di attivista democratica premio Nobel per la pace, liberata solo lo scorso 13 novembre dopo 15 interminabili ed estenuanti anni di arresti domiciliari.

Ma questi non sono argomenti che interessano la produzione cinematografica italiana, certo. La nostra industria dell’audiovisivo non ha neanche riverito il dovuto rispetto a pellicole di elevata importanza come, ad esempio, Noi credevamo di Mario Martone, film impegnato sul far luce riguardo la fondamentale conoscenza di quanto le azioni che i nostri padri hanno compiuto siano state necessarie a donarci delle prospettive fattibili. Se solo potessero vedere…

No, questi non sono argomenti interessanti. E non lo sono neanche le vicende legate ai tagli alla cultura e al mancato reintegro del FUS. Poi, però, i soldi per produrre i film di Moccia & Co ci sono eccome.


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