martedì 8 febbraio 2011

La lezione ignorata

Il "nuovo" governo egiziano sembra abbia almeno accennato a rimboccarsi le maniche per provare a prendere qualche serio provvedimento. Oltre ad aver mandato davanti ai giudici Habib Al Adly, l'ex ministro degli interni incriminato, tra le altre cose, di aver dato l'ordine ai poliziotti di sparare sulla folla in piazza con proiettili veri e non di gomma, e dopo aver mandato in giudizio anche il ministro dell'edilizia popolare con l'accusa di sperpero di denaro pubblico, l'amministrazione generale pare abbia aumentato del 15 % il salario dei dipendenti pubblici e delle pensioni. Ecco, dunque, a cosa porta la ribellione seria, violenta unicamente in senso di verbo e convinzione, repressa con la morte perché creduta preventivamente (e senza troppe prove oggettive: qualche alleato di Gasparri?) pericolosa alla serena tranquillità pubblica da mignotta praticante sodomita. Ecco, dunque, i primi risultati di una convinzione popolare forte, decisa, unita nella fondamentale necessità di far valere i propri più che indiscutibili diritti in quanto esseri umani. E non dimentichiamoci che l'Egitto è sempre stato uno dei paesi più economicamente sviluppati dell'intero continente africano.


E noi? Cosa abbiamo ottenuto scendendo in piazza (seppur saggiamente pacifici, anzi intellettualmente perfetti nell'esporre le nostre tesi portanti)? Ma soprattutto: cosa abbiamo imparato e cosa stiamo ancora imparando da tutto questo? Solo scontri deliberatamente inutili e provocati da teste calde anarchiche, magari anche pagate da portantini servi del governo?

"Si ma loro fanno davvero la fame, noi no", mi si dice. Un paio di palle, se permettete. In proporzione, relativamente (stando a quello che i nostri amati potenti ci propinano quotidianamente) ad un paese economicamente e civilmente sviluppato come il nostro (seh, vabeh), prima o poi a me verrà pure qualcosa a furia di mangiare ogni giorno, pranzo e cena, alla mensa universitaria per provare a conservare qualche soldino alla fine del mese in modo da poter infilare qualcosa in quello stramaledetto libretto di risparmio postale che ho aperto nella speranza di continuare a lavorare (dopo i soliti tre mesi garantiti) come sorvegliante senza contratto e sottopagato al museo d'arte contemporanea di Roma (Macro). Desiderio puntualmente infranto. Desiderio, ancora una volta, trasformato in sogno.


La verità è che, da noi, la crisi, quella vera, sta arrivando solo adesso. E, paradossalmente, te ne accorgi proprio nei centri in passato più rinomati, ad esempio, dell'alta casta culinaria: agriturismi, cantine, aziende enogastronomiche della toscana (non dimentichiamo che il turismo enogastronomico, da noi, è sempre stato uno dei pilastri portanti dell'economia), per dirne una, dove prima, se non prenotavi con largo anticipo, non trovavi neanche un posto per sederti, ora sono talmente vuote che puoi organizzarci una bisca clandestina di briscola e scopone scientifico. Significherà qualcosa? Sarà perché non ci sono più soldi da spendere in piccoli piaceri che, magari, puoi permetterti si e no una volta nell'arco di un anno? Non è già un segnale, questo? Non guardate la sostanza di un lusso come questo in paragone alla fame vera dei paesi africani. Guardate tutto in veste di proporzione. Un ragazzo di quasi trent'anni costretto, con una paga buona si e no per l'affitto in nero di una camera doppia (magari anche con coinquilino rompicazzo o dai piedi formaggiosi), a distruggere le palle per telefono a famiglie che stanno come o peggio di lui per proporre offerte scippo da parte dei vari Infostrada, Telecom, Fastweb o strozzini autorizzati vari, non è forse vittima di una moderna forma di schiavismo? Un mio amico, Giuseppe, ha fatto il centralinista in una di queste aziende. Doveva arrivare fino a San Basilio (uno dei quartieri più periferici, sperduti e malfamati di Roma) per poi tornare a casa sua a San Lorenzo (vicino La Sapienza) con un notturno, la cui attesa trascorreva in compagnia di fidi tossici e spacciatori della peggior specie. Tutto per 400 euro da raggiungere anche con una ventina di contratti da stipulare in un mese con un procedimento prossimo all'estorsione. Non è schiavismo moderno, questo? L'unicità di considerazione, da parte dei nostri cari datori di lavoro, dei lati negativi di una legge Biagi (che se fosse finita nella tomba con lui sarebbe stato un bene per tutti, lasciatemelo supporre), non ha forse portato alla disposizione, da parte della nostra generazione, a piegarsi ad ogni forma di sfruttamento esentasse con relativi rischi di incolumità sia fisica che mentale (voglio vedere te a sparare per ore sempre le solite minchiate in stile campanello attraverso un microfono telefonico)?


E allora cosa diamine stiamo aspettando? Me lo volete dire, per cortesia? Cosa deve succedere ancora affinchè a qualcuno di noi si associno altri ed altri ancora per alzare il culo e andare a parlare chiaro ai signori della corte riguardo una situazione non più sostenibile per una generazione costretta a regredire di trent'anni e invogliata (io so quanto) a ripensare, con rancore, al momento in cui ha scelto di iscriversi all'università (se la chiamano ancora "università") rifiutando un posto di lavoro post diploma? Dobbiamo aspettare davvero di finire di nuovo, dopo più di sessant'anni, a pane e acqua?

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