venerdì 18 febbraio 2011

L'unica maniera di realizzare i propri sogni è svegliarsi

E me lo immagino anche io quel ragazzo, raccolto in se stesso, dedito alla contemplazione di un presente ricercato nel desiderio un futuro immaginabile, eccitazione e paura contemporanee nella battaglia dell'affermazione definitiva, quella per i propri figli, quella per la propria terra. Lo riesco a vedere anche io, quel ventenne speranzoso ma dal tremolio interiore tipico dell'incertezza del domani, per quanto forte e vigoroso della certezza più invalicabile dell'essere importante per una causa epocale dalla quale dipenderà tutto o niente: la beatitudine più eccelsa della consapevolezza di non esser solo. Perchè quel ragazzo potrei essere io o tu che leggi, potrebbero essere loro che si aspettano e mi aspettano domattina a due passi da qui: tutti figli della Terra uniti dal bisogno dell'esistere l'uno per l'altro, dall'esigenza di vivere per la causa della propria realtà, impercorribile se solitaria.

Scegliere di poter morire oggi per lasciare che qualcuno abbracci mio figlio domani, però, è un sentimento che non riesco a concepire e a fare mio, perché mi appartiene in quanto uomo, certo, ma mi è estraneo nel momento in cui non posso realmente catturare il vento gelido della disperata lotta umana dell'esistere. Quali sono, adesso, le persone che restano, al lume della loro candela, raccolte nel proprio inevitabile ma necessario processo di autoconsiderazione morale? Dove sono, in questo momento, i ventenni che scelgono di annullarsi per il bene di un fratello di terra? E dove sono io, ventiseienne millantatore dei reali fattori predominanti in un'esistenza umana che ha perso la sua divina parte mancante in termini di dedizione al sacrificio altrui? Non mi muovo se tu non ti muovi: motto malsano, legge improrogabile, delega di responsabilità morali inestinguibile nella sua controtendenza ormai resa vigliaccamente giustificabile.

Scegliere di poter morire oggi per lasciare che qualcuno abbracci mio figlio domani non è più il primo pensiero di molti, figuriamoci di semplici ventenni. Figuriamoci il mio. Cos'è successo? Dove eravamo diretti? Perché non ho mai avvertito la divina esigenza di movimento fisico motorizzato da pulsione morale? Dove ho sbagliato? Dove abbiamo sbagliato tutti? Con quale faccia riflessa posso continuare a vivere la mia età sapendo che ogni respiro, ogni attimo perduto in ozio e fandonie intellettuali altro non è se non un enorme e inestimabile regalo di così giovane paternità?

Quante e quali ferite possiamo provare a ricucire?

L'unica maniera di realizzare i propri sogni è svegliarsi, ha detto il cinquantenne Roberto. L'impressione che si ha in momenti come questo è quella di aver sognato il sogno di un altro sogno. La sensazione che si prova in astrali attimi come questo è quella di non aver servito la causa della madre di tutte le madri, di non aver risposto al compito non imposto dell'essere venuto al mondo.


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