martedì 19 aprile 2011

Quando ne berremo il sangue?

Opero un semplicissimo copia & incolla da Wake Up News, la testata giornalistica presso la quale scrivo. Si tratta di una notizia che, per fortuna, è già sulla bocca di tutti e vorrei che ci restasse per davvero un bel po' di tempo purché riesca a fungere, in qualche modo, da voce grossa, da dente canino che perfora il collo di chi non meriterebbe nemmeno di vedere la luce del giorno ripetutamente al mattino, fosse anche solo per tenerlo a bada un attimo. L?ottimo collega Francesco Guarino scrive le seguenti righe (http://www.wakeupnews.eu/porta-di-roma-tezenis-la-titolare-fascista-e-la-commessa-picchiata-video/ ).


ROMA - Cinquanta ore mensili di straordinari non pagati, l’obbligo a firmare le dimissioni e poi l’aggressione. E ancora: le minacce alle commesse per non testimoniare al processo, pena la perdita del posto di lavoro. Non è un tragico film sull’orrore della precarietà, ma l’agghiacciante storia di Sara, commessa del negozio Tezenis all’interno della galleria commerciale Porta di Roma, di via Alberto Lionello. Le Iene hanno dato visibilità alla storia, gli amici di Sara sono insorti e sabato 16 aprile hanno manifestato davanti al punto vendita, ottenendone la chiusura nel giorno di maggiore affluenza e l’annuncio della sospensione cautelativa della titolare da parte della Calzedonia.


LA STORIA - I fatti che seguono sono tanto semplici quanto crudi, riportati come narrati nel servizio delle Iene: dopo un mese di lavoro come commessa nel noto franchising di abbigliamento intimo, Sara percepisce una retribuzione di 587 euro, calcolate su un impiego di 76 ore di attività. Alla ragazza risultano però 126 ore di lavoro, ben 50 in più di quante retribuite. La risposta della sorella della titolare? “La paga è quella, anche per 1000 ore mensili. Se non ti sta bene puoi firmarmi la lettera di dimissioni anche ora“. Roba che già di per sé basterebbe a far scattare la denuncia al Tribunale del Lavoro. Ma a Sara quel lavoro e i soldi servono, ed abbassa la testa, mettendosi la dignità sotto i piedi come tanti, troppi ragazzi sfruttati fanno pur di avere un minimo di indipendenza. Il giorno 27 dicembre 2010 la titolare, Vera Emilio, dice di aver saputo dalla sorella che Sara non voleva firmare la lettera di dimissioni. La giovane commessa sgrana gli occhi e stavolta si rifiuta davvero di rassegnare le dimissioni. Inizia lo spettacolo dell’orrore: la titolare la spintona, la getta in un camerino e la aggredisce. Spintoni, calcie una frase che fa rabbrividire, per il misto di lucidità e cieca ignoranza nell’esposizione:«A me neanche i cani fanno compassione, mi inchino solo davanti al Duce».

Tre colleghe aiutano Sara senza tuttavia bloccare la titolare, che poco dopo torna, la trascina per le gambe nel magazzino e la obbliga a firmare le dimissioni dopo 45 minuti di vera e propria tortura, perché altrimenti “sarebbe morta”. La ragazza esce sotto shock dal negozio e corre in pronto soccorso. Il referto è inoppugnabile: 5 giorni di prognosi per “Trauma contusivo emicostato sinistro e ginocchio sinistro in seguito ad aggressione“. Il dolore alle costole persiste e l’INAIL aggiunge altri 10 giorni di prognosi. Non basta: Sara non riesce a dormire, è terrorizzata e deve ricorrere alla consulenza di un neurochirurgo, il cui referto parla di “paura generalizzata, episodi di ansia depressiva con tachicardia e attacchi di panico”. Sara denuncia tutto e sorprendentemente le arriva una richiesta di risarcimento per ritirare la denuncia. Anche un altro membro della famiglia della titolare aveva incassato una denuncia per aggressione di una dipendente. Ed aveva anch’egli offerto dei soldi alla vittima per ritirare la denuncia.


IL DUCE IN GIARDINO E SU FACEBOOK - Le ex-colleghe di Sara potrebbero testimoniare a favore della commessa aggredita, ma è la stessa ragazza a dubitarne. Ed infatti, dopo le prime ammissioni claudicanti, le amiche di Sara cambiano versione o scappano alla vista dell’ex-collega. Il motivo? Si trova in maniera tanto facile quanto inquietante sulla bacheca della pagina Facebook della titolare: la frase “Dedica al personale di Porta di Roma… penso sia molto significativa”, seguita dalla foto di una bocca cucita con una zip. Le commesse di Tezenis hanno una sola grande paura, quella di perdere il posto di lavoro. Anche a costo di riportare una falsa testimonianza in tribunale. Quella svastica spiattellata nei giorni precedenti sulla pagina personale di Vera Emilio, suona come un avvertimento inquietante. Le Iene vanno a trovare la titolare, che, dopo il rifiuto iniziale, affronta le telecamere sull’ingresso della porta di casa propria, dal quale spunta in bella vista un busto di Benito Mussolini. La donna smentisce tutte le accuse rivoltegli dalla ragazza e dall’inviato di Italia 1 e si affida “al Tribunale”, perché è tutto da dimostrare. La frase più sensata, però, scappa al marito della titolare, affiancato dal legale, che si rivolge alla iena Paolo Calabresi con uno sguardo eloquente:«È stata fatta una denuncia, poi che mia moglie possa fare queste cazzate…»


TITOLARE SOSPESA, IL SIT-IN FA CHIUDERE IL NEGOZIO - La risposta della rete è tanto veemente quanto sorprendente. Il tam-tam corre per la capitale e sabato 16 aprile, alle ore 16, centinaia di persone sono all’ingresso del punto vendita Tezenis nella galleria Porta di Roma, al grido di “Vergogna” e “Picchiace a tutti”. Amici di Sara, precari, blogger, semplici cittadini. Il risultato? Una responsabile di Calzedonia si affaccia sulla soglia ad annunciare chela titolare è stata sospesa in via cautelativa, in attesa di ulteriori accertamenti. Non basta: la protesta continua, ferma ma civile. Il risultato non può essere che uno: la serranda si abbassa e il punto vendita rimane chiuso per l’intero pomeriggio, nel giorno e negli orari di maggiore affluenza.

La pagina Facebook di Tezenis viene inondata dalla rabbia e dallo sdegno e gli amministratori si trincerano dietro la più facile delle soluzioni: blocco della possibilità di inserire post e un messaggio di spiegazioni di pochi minuti fa:«Cari Fans, Vi riscriviamo per ribadire la nostra posizione in merito alla vicenda in questione. Come sapete, si tratta di un negozio in affiliazione, quindi una realtà distaccata dal nostro controllo diretto. Tezenis è ben altro e non approva in nessun modo comportamenti e azioni denunciate. Sono in corso da parte nostra gli accertamenti per far luce sulla vicenda, a cui seguirà la decisione opportuna». Un bicchiere d’acqua sull’incendio di una foresta, mentre la palla passa ai giudici. Intanto sabato 23 aprile si replica: ilsit-in 2 “la vendetta” è pronto a far abbassare ancora una volta le serrande del negozio-lager.


Potrei criticare molto duramente chiunque finora abbia accettato (me compreso, magari) anche solo passivamente di subire simili catastrofi generazionali. In sostanza lo faccio anche senza dire niente di eccessivo perché credo sia già in enorme evidenza la gravità di certi comportamenti che l'essere umano sceglie di tenere ancora oggi nel 2011, cento anni dopo immani vicissitudini che avrebbero dovuto, al contrario, insegnare opposte fazioni di pensiero e (soprattutto) azione votata al bene comune, non all'eterno e millenario sovraffollamento di ossa schiacciate dall'inattaccato ed indisturbato savoir faire di certe teste tutt'altro che pensanti. Qualcuno dirà “vabeh ma restano comunque pochi casi di scellerati di questo tipo”. La risposta è no, signori miei. No. L'intero globo è ancora (e per sempre sarà) strapieno di escrementi da diretto medioevo. Ma...c'è un ma...

C'è il sollievo del “ma” legato al fatto che, con estrema certezza, stiamo assistendo, anche se a piccolissimi e lenti quanto infinitesimali passettini di coraggio in avanti, ad una prima effettiva presa in mano della situazione. Televisione a parte, quello che conta è l'aver mosso una vera e propria piccola rivolta casalinga. È un primo movimento verso qualcosa di più grande, che potremo ottenere con successo solo senza più troppi giri di parole. Proprio come hanno fatto quelle persone davanti a quella serranda. Proprio come hanno fatto amici, conoscenti e semplici simili della ragazza. Non aver più paura di perdere un merdosissimo posto di lavoro (e chiamalo pure lavoro, quello!) per poi, come unico risultato, restare sempre e solo al servizio del padrone che tiene il guinzaglio e, sadico, ti infila ripetutamente una spina su per il culo.

Ci vuole istinto, proprio come quello di chi non sopporta più le non-regole di uno stato sociale allo sfascio ormai da anni. Non è mai stata così utile la natura primordiale di scannare con la sola forza delle mani lo stronzo che ti usa senza che tu ne abbia colpa o quantomeno te lo sia meritato. Mai come ora serve bere metaforicamente il sangue sporco di questa gente indegna, per poi sputarlo subito sulle tombe marce e preventive dei padri di una gestione sociale e (prima ancora) umana paragonabile neanche all'insensibilità delle sottomissioni anglosassoni da plantageneti.

Reagire.

Subito.



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