venerdì 10 giugno 2011

La nostra parola

Avere un presidente del consiglio che incita i propri concittadini a non andare a votare per non ritrovarsi i nipoti con tre occhi e due nasi, per non dover inserire una monetina in cima al rubinetto (per chi ha la fortuna di averlo) ad ogni maledetto risveglio mattutino per sciacquarsi quello che resta della faccia e per non permettergli di fare filone a quella che dovrebbe, invece, essere la sua fondamentale scuola di diritti civili e umani (galera o semplicemente tribunale scegliete liberamente voi), veramente non ha prezzo trattabile.

In un paese normale (la normalità...cos'è la normalià se non un apostrofo rosa tra le parole “t'inculo”?), almeno la metà della popolazione, in meno di un batter d'occhio, gli avrebbe fatto visita con tanto di minuscolo pensierino dal colore dorato e dalla testa rigorosamente spuntata per meglio porre fine al supplizio politico e sociale che continua ad essere costretto a vivere (sarebbe un'uscita di scena degna delle sue spettacolari televisioni). Un supplizio fatto di vent'anni e più di preghiere notturne verso una qualunque entità, affinché avvenga ciò che non dovrebbe nemmeno essere messo in dubbio ma operato senza mezzi termini: l'ascolto, la considerazione, il contare ancora qualcosa dopo esser stati considerati incautamente schiavi delle generalità amministrative. Il risultato lo stiamo vedendo. Lo abbiamo visto alle scorse elezioni (checché se ne dica di chiunque) e lo vedremo anche domenia e lunedi.

Ma forse in un paese che sta facendo di tutto per provare a far prevalere la propria normalità, che altro non è se non una perpetua richiesta di rispetto per l'essere umano prima ancora che della persona fisica e giuridica, ci si comincia anche a rendere conto dell'inganno nel diritto attribuito, questo antidemocratico “quorum” che depositerebbe in ceramica da cesso l'urlo spaccatimpani di un'intera popolazione stanca, non ossessionata ma ormai allergica al putridume delle belle parole e delle facili costruzioni del periodo discorsivo.

Hanno sempre fatto, stanno facendo e continueranno a fare fino alla fine dei loro giorni (mentendo e distruggendo anche in punto di morte) il loro sporco gioco. Non importa la fazione politica, non importa il credo, la fede, lo schiavismo volontario ai piedi puzzolenti di un padrone con troppe condanne in corpo per essere ancora così indegnamente intoccabile. Mi si intima, mai come stavolta, di non sovrapporre le schede nel seggio al momento di mettere una croce su quei quattro sacrosanti si perché la carta che compone le schede ha un formato prossimo a quello della carta carbone e, di conseguenza, le restnti schede verrebbero annullate. Starò attento, certo. Ma perché devo preoccuparmi anche di questo? Esiste la normale carta da ufficio. O la carta riciclata, se vogliamo essere ancora più corretti in tema di ambiente.

Avere un predidente del consiglio che incita i propri concittadini a non andare a votare per paura, terrore, puro e atroce incubo nei confronti di chi vorrebbe issarlo a trenta metri di altezza con una fune legata ben stretta al collo (ma anche lì avrebbe il suo sorriso smagliante da diretta a reti unificate), anzi alle palle di un'intera classe dirigente incapace di capire che le questioni vere spettano a chi gli paga lo stipendio con furto e scasso dell'esattore, rende me e chi come me quanto mai sereno, felice, speranzoso ed impaziente di acquistare un istantaneo biglietto di andata e ritorno (non voglio neanche gli sconti introdotti in merito) per Avellino al solo scopo di issare quattro croci di pena capitale per chi ha ucciso me, chi come me e chi per me. Perché non uccida ancora. Perché smetta di esistere ed esalare respiro. Purché sia la fine di un orrore durato fin troppo.

A costo di una rivolta civile, la nostra parola è la prima e l'ultima. Sempre. Qualcuno, forse, ha fatto finta di dimenticarlo. Ancora una volta.

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