lunedì 4 luglio 2011

Val di Susa come Genova


È andata esattamente come tutti ci aspettavamo. Anzi, il sottoscritto si aspettava anche il morto, onestamente (ammesso che non arrivi in seguito, ci si augura vivamente di no). Proprio come a Genova nel 2001. Ancora una volta si parla di black block. Ci saranno anche stati, per carità (Repubblica di oggi 4 luglio dedica loro l'intera pagina 4 con tanto di spiegazione strategica di armi e obiettivi militari) ma la ferrea volontà dei governanti (termine ormai inappropriato) e dei relativi organi di informazione su altro non ha puntato se non sull'inscenare subito, dalle prime ore del mattino di ieri, domenica 3 luglio 2011, i preparativi di una violenza civile che non si sarebbe ottenuta se ci si fosse posti la domanda che nessuna istituzione e nessun uomo (prima che esponente politico...di infima qualità, tra l'altro) sa o (di certo) vuole porsi: perché?!

Perché tutta questa baraonda gratuita? Perché il continuo accusarsi di persone, tanto forze dell'ordine di qualsivoglia specie quanto manifestanti padri e madri di famiglia, sostanzialmente poste sulla stessa barca in arrivo imminente sui fondali di acque melmose?


Nella giornata di ieri, il mezzo di comunicazione di massa chiamato Internet ha vestito i panni, come sempre è stato e come sempre sarà, di unico e vero comunicatore in tempo reale. La mente del sottoscritto è ancora ferma in serata, quando su una delle tante e fondamentali pagine antiregime aperte sul social network Facebook (il reale scopo di un utilizzo ripetuto della rete), appare un video amatoriale ripreso, forse, nella mattinata, all'inizio della corposa manifestazione No-Tav, ed intenzionato a documentare le parole che una donna ben informata e assolutamente lineare e pacata nel suo esprimersi stava rivolgendo alle forze dell'ordine in tenuta antisommossa manco stessero andando al fronte. La donna cercava di parlare alle loro facce vuote e spente, ai loro sguardi forzatamente direzionati in punti indecifrati che non fossero quelli corrispondenti ai tratti somatici dell'interlocutore reale (non virtuale da comando superiore) che avevano davanti. La donna cercava di esprimere (e ci riusciva molto bene) tutte le effettive motivazioni che avevano portato così tanta gente in quel luogo preciso, i reali scopi di una protesta così massiccia, l'ineluttabile consistenza della gravità della situazione globale, il veritiero confronto tra comuni mortali e servi del padrone, esseri umani scaraventati sulla stessa e identica piattaforma in sgretolamente irreparabile. Quella donna cercava di far capire ai combattenti che aveva davanti che gli ammuffiti e nauseabondi signori del potere (che non hanno più) hanno sempre preferito esattamente questo al dialogo che qualsiasi essere umano in terra vorrebbe ottenere nei confronti di un suo simile: lo scontro frontale, lo scaraventare gli appartenenti ad una stessa specie gli uni contro gli altri senza cognizione di causa affinché si eliminino a vicenda senza dare fastidio ai piani alti delle poltrone comode ed intoccabili (che ben presto verranno giù in maniera a dir poco tellurica). Ma non si può parlare a chi si è sempre sottoposto, vuoi per necessità vuoi per piacere, ad una vera e propria lobotomia (magari anche inconsapevolmente) prodittatoriale. La lingua, per forza di cose, non è mai stata la stessa. E allora giù botte da orbi al primo tentativo di fermare non fisicamente gli operai di un cantiere (comuni mortali anch'essi nel voler solo guadagnarsi la giornata per sfamare mogli e figli) ma l'inizio di un processo interminabile e nocivo per la salute sia del paese (delle sue tasche che, in sostanza, chiederanno ancora e ancora e ancora finto aiuto ai nostri portafogli già vuoti e polverosi e inconsapevoli dei vari rapporti tra appalti e mafie sofisticate) che di persone aventi il sacrosanto diritto di vivere la proria terra senza “se” e senza “ma”.


E allora subito con le varie Ansa timorate di dio e vagamente al sapor di filofascista: la polizia si permette addirittura di parlare di “impostazione paramilitare da parte dell'ala oltranzista del movimento No-Tav”. Scovano subito (ma guarda un po') bombe carta, ammoniaca, esplosivi vari che, per carità, ci saranno anche stati (chi lo sa per davvero), ma l'aria che si percepiva anche a distanza di così tanti chilometri era esattamente la stessa e identica aria di quella della scuola Diaz di Genova (chi vuole sapere sa, non dico altro). Allora volete la guerra? Che guerra sia?


Allora viva Beppe Grillo che la mette sul piano della guerriglia (“Siete veri eroi. State facendo una rivoluzione straordinaria, le campane suonano per tutta l'Italia che ci sta guadando dalla rete”)? Allora viva quelli che si son portati i caschi ed estintori da casa e che han raccolto sassi e quanto altro dal terreno del posto?


Proprio non riuscite a togliervela dai piedi questa vostra “peggiore italia”...


Intanto Jacopo, uno studente veneziano di 19 anni è in ospedale in condizioni gravissime. Un poliziotto gli ha sparato una granata lacrimogena addosso. Si tratta di un vero e proprio ordigno da guerra, proibito in qualsiasi parte del mondo, legalizzato in Italia. Molto tossico: se respirate (oltre che se ricevute in esplosione, ovviamente) entrano a modificare il dna della persona, la quale avrà seri problemi in futuro se (in caso di sopravvivenza, è chiaro) deciderà di mettere al mondo dei figli (in poche parole, gli verrebbero fuori con due teste o tre braccia, ecco). La granata è stata lanciata ad altezza d'uomo, si presuppone volontariamente e non perché sia scivolata di mano al poliziotto o sia stata lanciata con un forte vento sfavorevole. Un ragazzo del centro sociale TPO, Fabiano, ha riportato traumi lacero-contusi al cranio, oltre ad avere il setto nasale fratturato e una mano spaccata. Causa? Il giovane è stato picchiato per ore con oggetti metallici contundenti (fonti attendibili dicono si tratti di un tubo di metallo). Ma non basta: avrebbe anche subito torture durante lo stato di fermo (mi viene in mente quella scena dove Gian Maria Volontè, in “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” di Elio Petri, massacra un giovane attivista in uno scantinato). Risultato: trasportato d'urgenza con un elicottero in ospedale. E menomale, perché a tutti gli altri arrestati sarebbe stato riservato un trattamento comunque signorile ed amorevole: sderenate di mazzate e consequenziale privazione di cure mediche. E menomale che le centinaia di feriti si riscontravano solo ed esclusivamente tra i fautori dell'ordine e della giustizia.


Nessuno ne parla. Anzi, qualcuno ne parla ma sarebbe meglio se (stavolta si che sarebbe meglio) stesse zitto. Stiamo parlando del presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano. Il buon uomo ha detto (è scritto a caratteri cubitali su tutti i giornali di oggi): “Violenza eversiva. Fermate i violenti. Ribadisco la più netta condanna. Intollerabile l'intervento di squadre militarizzate”. Li hanno fermati, stai tranquillo. Certo che li hanno fermati. Hanno zittito quelli che tu stesso chiami “cittadini italiani” (si fa per dire, ovviamente), proprio quelli che tu tanto declami come fautori del potenziale orgoglio di un paese, proprio quei ragazzi a cui hai aperto le porte solo dopo il 14 dicembre 2010, quei “giovani” che tanto hai declamato nel tuo bel discorso di fine hanno (e me la sono bevuta anche io, cazzo che rabbia). Non hanno fermato, però, quegli amati e stimati colleghi che hanno caricato i loro fucili con proietti fatti di gomma dentro e di acciaio fuori (ma vi rendete conto...ma che senso ha?!). Non hanno esitato, invece, a fermare quei rami davvero potenti e pericolosi per il bene del paese...si, quelli con la barba bianca, il bastone di legno, la dentiera, la pelle un tantino scarna e rugosa...si, proprio loro. I sovversivi. I comunisti. I centri sociali. La peggiore Italia.


Come ha detto qualcuno, questa è solo la prima battaglia.


Ce ne saranno altre. Anche altrove. Ovunque. E più violente ancora.


Perché non ci si arrende così facilmente.


Non si zittisce un popolo così.


Non si zittisce un popolo.










1 commento:

  1. Bello... a breve il mio piccolo video-documentario.

    Sul discorso di Napolitano alla nazione come commentai nel tuo post a riguardo tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare e Napolitano ci ha già fatto vedere a ripetizione di che pasta è fatto.

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