venerdì 12 agosto 2011

Al Senatore

A ventisei anni suonati sono ancora un lurido verme di studentello che quell'escremento deambulante di Brunetta vorrebbe tanto vedere nei campi a raccogliere pomodori dalla mattina alla sera. E dire che di casse ne ho scaricate comunque, in passato. Ma non vale: io sono uno di quei ragazzacci terroristi rossi che proprio non ce la fa ad entrare in un ristorante e spendere quaranta euro di primizie enogastronomiche: troppo aristocratico, troppo chic, troppo estremo per me che sono un sovversivo e porto la kefiah anche ad agosto. No? Vorremo mica fare la spesa tutti i giorni rischiando di far finta di lamentarsi di non arrivare a fine mese? Meglio scegliere di autodeclassarsi a sfracello e recarsi quotidianamente alla mensa universitaria (altrimenti che mangiapane a tradimento sarei), l'unico luogo che mi permette di fare il pulcioso e consumare un pasto per soli 2 euro e 78 centesimi. Che cosa sono 2 euro e 78 centesimi? Nulla. Quisquiglie. Quale miglior soluzione per un finto affamato come me? Quale maggior pregio per uno stronzo pseudosovversivo che, a momenti, deve pagare i suoi eventuali superiori per uno sputo di puzzolente posto di lavoro?

Poi, però, scopro di non essere solo. Ma no. Ma dai! E allora via con salti di gioia e fuochi pirotecnici ipervariopini! Alè! Yuhuu! È festa!

Dunque, vediamo un po'. Alla mensa di via De Lollis in Roma per 2 euro e 78 centesimi mi danno da mangiare: un primo piatto quasi sempre di pasta al sugo e quasi sempre riscaldata perché non sia mai bisogna mettere a bollire un altro pentolone, apriti cielo (e grazie tante per le privatizzazioni e i rispettivi tagli anche qui al settore rifornimenti), un secondo di pesce o carne (praticamente sogliola panata, bastoncini, cordon bleu o fettina in padella), una pizza da poter sostituire o al primo o al secondo (e sappiamo bene a noi terroni del cazzo quanto fa cagare quell'aborto di piadina che nella capitale continuano a chiamare pizza), uno o due frutti ai quali poter sostituire uno yogurt, un succo di frutta o (quando ti va di lusso perché sono proprio tutti sereni e gioiosi di vederti venir da loro a soddisfare i tuoi piaceri mondani) una fetta di ciambellone.

In un certo posto, mi pare si chiamasse...vediamo...ah, com'erà...ah si: senato...in un certo posto chiamato senato vedo, però, che la cosa non è così differente. Che gioia vedere che non sono l'unico pezzente squattrinato e in perenne ricerca di un posto di lavoro tanto per pararsi il culo dei miliardi che, magari, ha ricevuto in eredità facendo a piccoli pezzi, come una Simmenthal, un qualsivoglia genitore. O no? Allora. Supponiamo io abbia un non so quale permesso di entrare in quel cesso pieno di stronzi freschi freschi di buco di culo. Ho fame (sentimento molto ben conosciuto dal sottoscritto, che spesso non mangia per due giorni pur di non chiedere prestiti a destra e a manca, sperando in una pronta provvigione patriarcale...a ventisei anni...per costrizione perché di lavoro...beh...lasciamo perdere), dunque entro nel ristorante pronto a spendere un accidente purché si mangi qualcosa. Mi portano il menù bello e decorato. Di conseguenza, scelgo.

“Ristorante dei senatori”, non “mensa aziendale” come qualche pezzo di cretino l'ha chiamata stasera in un servizio di La7. Riso all'inglese: euro 1,60. Bistecca di manzo: altrove se la fanno pagare quanto una mignotta ma qui è a soli euro 2,68. Un po' di caciotta toscana, via: euro 1,74. E per finire in bellezza, un bel dessert del giorno: euro 1,74. Totale? Euro 7,76.

Mi fermo un attimo. Prendo un piccolo respiro. Poi la mia mente vola automaticamente, come un passero solitario in diletto aereo al sollazzo della brezza primaverile, al periodo in cui lavoravo al Macro (Museo d'Arte Contemporanea di Roma) di via Reggio Emilia come guardiano alle mistiche opere d'arte ipercontemporanea per sei ore al giorno, undici quando mancavano colleghi ed ero costretto (in quanto lavoratore a progetto) a sorbirmi, rigorosamente in piedi (c'erano sedie, si, ma quando c'era gente, e nel fine settimana era pieno di turisti, e mi chiamavano praticamente solo il fine settimana, si doveva controllare, non sia mai pisciassero su un quadro commissionato e raffigurante uno che eiacula in bocca a un altro...l'arte...) ogni macigno proveniente dai veterani. Il tutto per riuscire ad aprire uno sputo di libretto postale dove in questo preciso istante, se tutto va bene, ci saranno si e no 200 o 250 euro (ammesso che non vengano a prelevarmelo per farne carta igienica). Ebbene, quando staccavo da lavoro, allora, strisciavo verso casa per cambiarmi (perché mi son pure dovuto comprare un vestito, non è che qualcuno dei capi avesse detto “ma si, dai, te la passo io una divisa”) e poi ci mettevo si e no un' ora per arrivare da via Nomentana a San Lorenzo per mangiare qualche fottuta fetta di pizza margherita. E indovinate un po'? Per due o tre fette di pizza al taglio e una birra, il minimo che riuscivo a spendere pur di non crepare di anemia (visto che staccavo molto spesso in orari in cui la mensa universitaria chiudeva) era proprio una somma che si aggirava intorno ai 7-8 euro. Con supplemento di incazzatura snervante per via del cacacazzi di turno che ha pure il coraggio di venirti a chiedere uno spicciolo non ricordandosi (perché troppo idiota, ubriaco o fumato) che ha un evidentissimo iPod in tasca.

Boh...sarò pazzo io...ma so che almeno i veri mangiapane a tradimento (quelli che decidono per me anche se non li ho mai votati, quelli che pretendono di sapere come gestire il mio futuro avendo con me una differenza di età, in media, di almeno 50 anni, cioè ben più di una generazione) stanno seduti comodi comodi su calde e soffici poltrone che sollecitano anche volentieri il sonno o la partita megagalattica a Super Mario Bros su computer portatili di ultima generazione. Dovessero controllare l'ultima collezione di Urs Luthi (che, ricordatevelo, “piange anche per voi”...ma non per il conto in banca)...beh...avrei compassione per tutti loro, poverini. Cercherei di aiutarli.




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