martedì 29 novembre 2011

Imparare

Da un mio articolo di oggi per Wake Up News.

Premessa. «Gli italiani sono fatti così: vogliono che qualcuno pensi per loro. Se va bene, va bene. Se va male lo impiccano a testa in giù […] Tutti pronti a chinare il capo pur di mantenere il posto, di guadagnare. Tutti pronti a sopraffarci, a intrallazzare […] È la generazione che è corrotta, che è malata, che va spazzata via. Non so da che cosa, non so da chi. O meglio: lo saprei, ma lasciamo andare. La speranza è una trappola. È una brutta parola, non si deve usare. È una trappola inventata dai padroni, è quella di quelli che ti dicono: “State buoni, state zitti, pregate, avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà”. Così dice quell’altro: “State buoni. Siete precari? Si ma tanto fra due mesi vi riassumiamo, vi daremo il posto. Andate a casa, state buoni. Abbiate speranza”. Mai avere speranza! La speranza è una trappola! Una cosa infame inventata da chi comanda. Come finisce? Non lo so. Spero che finisca in una specie di…quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta di rivoluzione […] Ci vuole qualcosa che riscatti questo popolo che è sempre stato sottoposto. È trecent’anni che è schiavo di tutti. Il riscatto non è una cosa semplice. È doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora, come sta andando ormai da tre generazioni».
Era la sera del 29 novembre 2010. Apparentemente un giorno come un altro. Nella sostanza un giorno da tenere a mente come una data storica di quelle che si è costretti ad imparare tra i banchi di scuola sin da bambini. Perché non si è trattato solo della tragica (anche se consapevole) decisione di un essere umano di voler deliberatamente scegliere di farla finita. No. C’era qualcosa di più dietro quell’ultimo e sulfureo respiro, prima di compiere un volo di cinque piani dalla sua stanza nel reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato ancora una volta, l’ennesima.
Perché tanto scalpore? Perché giornate intere dedicate alla sua memoria e ai (tanti) suoi grandi film? «Perché è stato un grande regista, capace di regalare agli archivi veri e propri capolavori di cinematografia», si risponderà. L’affermazione non è sbagliata, ma c’è un errore: si è spesso tralasciata (in vita) l’incommensurabile mole di qualità relativa all’essere umano Mario Monicelli, prima ancora che all’indiscussa figura di epocale cineasta. In molti, purtroppo, spesso hanno dimenticato (e, ahimé, continuano a dimenticare, come per far finta di niente su chissà cosa) di aver avuto a che fare con un grande uomo prima ancora che con un grande artista (anzi “artigiano”) della macchina da presa.
Si finisce per chiedere a se stessi troppe poche volte una minima capacità di riflessione almeno sul significato intrinseco del suo messaggio di congedo, se proprio non si ha la voglia o la capacità di arrivare a mettere insieme i tasselli di un mosaico morale durato 95 lunghissimi ed intensi anni, limitandosi (oltre al danno, la beffa autoreferenziale) a rinchiudere il tutto nei tre minuti di un’intervista tagliata e servita come prodotto (per quanto fondamentale) da ascolto televisivo innovativo.
Ebbene, il suo messaggio di vita non avrebbe potuto esprimerlo in maniera più efficace e diretta, probabilmente già forte della convinzione terminale, ovvero di quella suprema facoltà di decidere di se stesso. Perché è proprio questo il punto: la vita è una e appartiene al corpo di chi la conserva. Costui, dunque, ne fa ciò che vuole nel suo non dover, per forza di cose, rispondere a niente e nessuno. Quale idea fu più universale ed unica nel suo essere indiscutibilmente saggia, anticonformista e di reale guida per epoche così difficili, sprezzanti, scontrose e disumanizzanti come quella in cui siamo costretti a vivere?
Nichilista, senza innominabile speranza, certo. Ma con una forza d’animo tale da credere ancora e comunque in qualcosa di diverso, qualcosa di potenzialmente migliore, nonostante il suo aver già dato così tanto alla sua nazione, così sgradita da dover essere infine amata (per parafrasare il poeta Bodini).
Cosa c’è di più chiaro di parole così enormi (eppure semplici e sincere) da prendere a servizio per fare ordine, una volta per tutte, in una realtà che assomiglia sempre di più ad un incubo? Tra un po’ faremo finta di niente anche davanti a noi stessi, se non abbiamo già provveduto ad evitare ogni singola difficoltà col libero arbitrio della noncuranza, visto che siamo stati capaci di dimenticarci anche di un profetico Pasolini nel più fastidiosamente borghese dei modi (chi ha visitato la mostra al Festival del Film di Roma senza paraocchi ne saprà qualcosa e avrà provato un minimo di fastidio da ipocrisia per una poco opportuna lettera elogiativa di un ex suo nemico, un certo Gianni Alemanno, allegata alla cartella promozionale), nonché di inabissare una giusta e sacrosanta protesta, da Monicelli stesso sostenuta (quella per i tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo in un paese che non ha una legge che regoli gli audiovisivi, bensì un decreto del 2004 con relative revisioni; quella precedente risale al 1965 e forse è anche migliore), in un costoso aperitivo al bar della Casa del Cinema di Villa Borghese.Possiamo stare qui a parlare dei suoi bellissimi film fino a stancarci o ad ossessionarci, se vogliamo. Rai Movie dedicherà, oggi, dal pomeriggio fino a notte inoltrata, un’intera giornata alla sua memoria. Ma avrebbe senso, tutto questo, se non avessimo prima assorbito la fondamentale sostanza di comunicazione extrafilmica che ogni suo singolo fotogramma, da sempre (dagli esordi degli anni ’30 fino agli ultimi lavori anche documentari) nasconde dietro la sua appariscenza? La risposta è “no”. Ed è insindacabile. Perchè davvero in pochi hanno appreso e, di conseguenza, considerato il cinema (come qualunque altra forma d’arte) come un puro strumento di espressione umana, ben oltre il suo ignobile imbarbarimento da baraccone industriale (processo tipico di un paese senza più giudizio morale).
Ora o mai più: fare tesoro di quello che siamo stati per reagire su quello che (nonostante tutto) ancora non sappiamo di essere.

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