martedì 26 febbraio 2013

"Quinto potere" e il ventennio degli incazzati

Su Wake Up News ho appena scritto così.

«Non serve dirvi che le cose vanno male, tutti quanti sanno che vanno male. Abbiamo una crisi. Non abbiamo il lavoro e chi ce l’ha vive con la paura di perderlo. […] È la follia, è come se tutto, dovunque, fosse impazzito, cosicché noi non usciamo più. Ce ne stiamo in casa e, lentamente, il mondo in cui viviamo diventa più piccolo e diciamo soltanto: “Almeno lasciateci tranquilli nei nostri salotti, per piacere, lasciatemi il mio tostapane, la mia tv, la mia vecchia bicicletta e io non dirò niente ma lasciatemi tranquillo”. Beh, io non vi lascerò tranquilli: io voglio che voi vi incazziate. Non voglio che protestiate, non voglio che vi ribelliate, non voglio che scriviate al vostro senatore perché non saprei cosa dirvi di scrivere. Io non so cosa fare per combattere la crisi e l’inflazione, i russi, la violenza per le strade. Io so soltanto che prima dovete incazzarvi! Dovete dire: “Sono un essere umano, porca puttana! La mia vita ha un valore!”». Lasciate perdere il fatto che poi il buon Howard Beale, protagonista parallelo di quel capolavoro di Sidney Lumet che fu, nel 1976, Quinto potere (Network), non possa diventare altro che la solita pedina del solito (ahinoi) sistema, in quel caso televisivo, di network per l’appunto. Il dilemma sta, anche e, purtroppo soprattutto, altrove: se (specie in tempi reali di elezioni) un mezzo espressivo di comunicazione di massa (in quel caso erano i network televisivi) continuano ad avere in eterno ragione di esistere, è solo ed esclusivamente perché c’è e ci sarà per sempre qualcuno a possedere un ex tubo catodico, magari anche a sua insaputa (a quanto pare va di moda tale espressione, di questi tempi) ma comunque portato, per cause di forza ben maggiore, a fare i conti con esso e, di conseguenza, con il potere di influenza (la vera demagogia) che esso non può non avere sul quel pochissimo dato infinitesimale che resta della mente e dell’animo umano.
La narrazione farà, dunque, di Beale una semplice pedina di un sistema estremamente più grosso di lui, che egli stesso credeva di riuscire a scardinare con la sola forza delle semplici ma ben dirette ed efficaci motivazioni morali al limite della querela. Riflettete, però, solo ed esclusivamente sul particolare e singolo messaggio, decontestualizzatelo dalla condizione esclusivamente filmica dalla quale proviene per ricontestualizzarlo a dovere nel dato attuale, proprio relativo a queste precise ore (caratteristica che rende il messaggio stesso, contrariamente a certe becere e vomitevoli considerazioni, anche politiche, culturalmente e moralmente universale: senza spazio, senza tempo); un dato del momento che, alla luce dei risultati delle elezioni datate 2013, vede l’Italia letteralmente spaccata in tre (fattore, si direbbe, abbastanza inedito) così come in altrettanti esatti modi o non modi di “incazzarsi”. Vediamoli, e consideriamo, parallelamente alla nostra breve e semplice riflessione, come e quanto un regista, uno scrittore, un qualunque esponente artistico riesca ad inserire nelle proprie opere finali dei messaggi, delle idee o semplicemente degli spunti per delle considerazioni magari anche infinitesimali ma pur sempre direzionate al conferire qualcosa (di più o meno verbale o verbalmente traducibile) che chissà come (ma tu guarda un po’!) resta scolpito per interi decenni negli annali mnemonici di cittadini dell’intera razza umana, sicuramente molto di più (per dire) di un pezzo dei Righeira (suvvia).
Incazzarsi. Così come, di punto in bianco, lo ha fatto Howard Beale alle telecamere della quasi sua UBS sulla pellicola di Lumet, avrebbe dovuto farlo un’intero popolo di elettori. Quelli di (ciò che resta, vale a dire ben poco, di una) sinistra, si intende. Financo per tramite di pur giusti voti “di cervello”, timori di non prestare fede alle proprie reali posizioni civico-politiche, ansie e paure del “ma non si governa un paese a botta di vaffanculo”. Qui non è questione di vaffanculo: è questione di consapevolezza del proprio stesso esistere. Howard Beale, nei suoi lucidi deliri, spiegava per filo e per segno come stanno le cose, pur ammettendo di non averne la soluzione, bensì solo l’evidentissima diagnosi. Pertanto, chi avrebbe dovuto raccogliere il dissenso generale si è comodamente seduto sugli allori virtuali dei giaguari smacchiati, preferendo non spostare virgole o campare in aria soliti discorsi da dialettica ingiallita, lasciando nella più completa solitudine interi campi inerti in compagnia di semi con la sacra voglia di lasciarsi coltivare.
Al posto di chi avrebbe dovuto incazzarsi per primo, si è incazzato chi, invece, ha fatto vedere al potenziale ma fallito “incazzatore (a questo punto) indirettamente delegante” come stanno realmente le cose. L’Howard Beale a 5 stelle, dunque, ha posto in essere l’essenza di un tutto che è stato considerato niente fino a questa mattina inoltrata (rileggetevi un paio di articoli su quotidiani nazionali come, su tutti, Repubblica), un niente che, però, diventa anche più di un tutto nel momento in cui, per una sacrosanta volta, ti ha costretto, se non altro, a fare i conti con quello che sei realmente e, soprattutto, con quello che avresti potuto essere se almeno avessi ascoltato, con parte attiva, un solo maledettissimo attimo, invece di colorare con pastelli neri qualunque possibilità ti si fosse parata dinanzi. Demerito dell’ “incazzatore reale”, va detto, è quello di avere la testa dura nel ribadire, quotidianamente, il santo ruolo di “incazzatore unico e puro”, punto su cui occorrerà, evidentemente, genuflettere un attimo le meningi per sperare nella possibilità di una futura “incazzatura coadiuvata”.
Ma c’è anche chi invece, da venti lunghi e interminabili nonché estenuanti anni dona cordiali bustarelle a coalizioni di “incazzati camuffati” e, per complemento, fa finta di incazzarsi a sua volta (la si definirebbe “incazzatura pseudo-auto-referenziale”) con le persone sostanzialmente sbagliate per ovvi motivi di tornaconto personale: proprio col suo fingere, tra forfore, aliti puzzolenti, matite rosse e presunte ascelle poco dedite all’igiene quotidiana, continua a fare di quel tubo catodico la valvola di sfogo unica e inestinguibile per “pacchetti di incazzature” ai quali nemmeno Sky Sport riuscirebbe a contrastare il dominio offrendoti, in omaggio, il campionato di curling boreale il esclusiva. Probabilmente, l’effettiva definizione di questo terzo ramo di incazzatore, oltre a quella di coccolarsi ben bene i “non-incazzati euro-interessati”, sarebbe anche quella di tentare di ricoprire il ruolo di “incazzatore pseudo-pro-situazionista”, ovvero colui che punta a scendere a patti con l’incazzatore reale o puro incutendo in esso l’idea di aver interferito «con le forze primordiali della natura», non ottenendo da esso (in questo, dunque, rendendosi antropologicamente simile all’incazzatore indirettamente delegante) nulla di produttivo se non il proprio sempre e così tanto sospirato consenso popolare laterale in uno stagno di melma profondo, oscuro e putrido al punto giusto, ma lavorato talmente bene a livello biochimico da assumere, ad ogni condizione, i colori del cielo limpido di profumata primavera. Uno stagno di melma che, dunque, stenta a rivelarsi, ma che c’è e sempre ci sarà.
Il problema è che l’incazzatore puro, ora, è a colloquio nella sala dei bottoni, mentre il network sta ancora accalappiando gli “incazzati di riflesso” lungo le strade e nel mezzo dei sobborghi.
Chissà come e se ci riuscirà. Il finale, si vorrebbe venisse riscritto.


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