martedì 5 maggio 2009

“Gerry” di Gus Van Sant: cercarsi, perdersi e ritrovarsi.


Mi è capitato alcune volte, forse troppe, di trovarmi in una situazione grazie alla quale comprendo un determinato argomento solo dopo essere involontariamente passato attraverso una fase di vita non tanto ricercata quanto destinata a fornirmi un incentivo per lo sviluppo della mia personalità.

Faccio un esempio. Anni fa, mi capitò di acquistare uno dei primi dischi, se non il primo, dei Sonic Youth, “Confusion is sex”: puro noise, rumore, perversione sonica, delirio psichico. Il disco rimase, in maniera assolutamente involontaria, nel cassetto per diversi mesi, ancora impacchettato. Nel corso di questi mesi, i miei ascolti variavano, sempre di più, dal grunge ad un tipo di rock alternativo che, al momento, risultava a me ancora sconosciuto. Soltanto nel preciso (incalcolato) momento in cui il mio orecchio aveva sviluppato la capacità di assimilare sonorità ben più ostiche e distorte (Unwound, primissimi Marlene Kuntz, Fugazi, Black flag, Husker du, Stiff little fingers, Dead boys, Blonde Redhead) di quelle che mi avevano formato in precedenza, il puro caso (perdite di tempo involontarie, cause di forza maggiore o impegni improvvisi) mi ha portato, solo in un preciso e particolare istante, a riprendere quel disco dei Sonic Youth e a qualificarlo come “monumentale”.

“Gerry”, di Gus Van Sant (2002), in merito, è stato l'ultimo e maggiormente imponente caso di una tale congiunzione artistica spazio-temporale (preceduto solo da “21 grammi” di Inarritu e “Mulholland drive” di Lynch, per non citare, in più, una vasta serie di dischi).

Di solito non parlo di film, dischi o libri che provocano, in me, un fortissimo ed irreversibile senso di immedesimazione personale nella loro anima più intima e privata. Non riesco a farlo perché, a mio modo di vedere e sentire le cose, appartengono ad una sfera sensoriale che va oltre quello che io archivio come “comunicabile”. Diventa estremamente difficile provare a descrivere a parole quello che percepisco tra le righe di ciò che vedo e di ciò che sento. Ma stavolta ci voglio provare. Voglio provare ad iniettarvi una milligrammica dose della mia riflessione interiore più profonda. Se, dopo aver letto queste righe, sarete incuriositi da ciò che avrò apertamente confessato in merito, vorrà dire che, un po', avrò raggiunto il mio obiettivo.

Dunque.

Il film narra di un bel niente. Apparentemente.

Due ragazzi all'incirca trentenni (Matt Damon e Casey Affleck) rispondono, entrambi, al nome di “Gerry”. Un'automobile li accompagna, silenziosi, lungo una superstrada che odora di surrealismo da Death Valley al sapor di irraggiungibile. Non si sa da dove vengono, non si sa dove vanno. Stanno semplicemente seguendo le curve del loro esistere, se di questo si può parlare. Poche e languide note di ectoplasmico pianoforte li accompagnano in quello che sarà il loro involontario, ultimo e decisivo cammino, per una graduale ed ineluttabile deriva della loro esistenza. Si fermano: non si sa perché. Li vediamo solo mentre compiono i primi passi nel deserto che li circonda. Per puro tempo libero. Per pura curiosità. Parlano poco, sorridono, corrono, si stancano, si stendono sul terreno, fanno commenti insensati su tutto tranne che su ciò che li riguarda direttamente. Qualsiasi cosa dicono, non significa niente, non ci interessa, interessa solo, forse, il loro vivere senza farsi troppi problemi sugli elementi più profondi e caratterizzanti dell'appartenere alla vita terrena. Poi, il buio.

Decidono di tornare alla loro automobile, quindi si voltano e ripercorrono la strada fin lì percorsa. Ma non trovano più nessun punto di riferimento. Niente di familiare. Si perdono.

Inizia, così, la loro odissea tra grumi di sabbia sospesi e sconvolti da un vento che poco ha di amichevole e di orientativo nei confronti del loro destino. Di qui in poi, fino alla fine (se c'è una fine), sarà tutto un insieme di passi pesanti come marmo, miraggi, deliri, ricerca continua di direzioni/dimensioni smarrite. Fino al decisivo e comprensibile dramma finale.

11 settembre 2001: giorno di lutto mondiale, di riflessione, di consapevolezza che niente più sarà spettacolare quanto il terrore reso mai tanto reale da quanto di più fittizio esistente nella società dei consumi (carta stampata, televisione, internet). Momento di presa di coscienza. Attimo eterno di riflessione per tutto ciò che è stato sottovalutato, per tutto ciò che non è ciò che appare, per tutto ciò che avrebbe potuto essere “se non”, per tutto ciò che c'è sempre stato da dire ma non è mai stato detto veramente. Van Sant sembra semplicemente voler dire “fermi tutti, aspettate un attimo, per favore: torniamo un secondo indietro e cerchiamo di capire”. Le immortali immagini dei maggiori network mondiali superano di gran lunga quanto di più spettacolarmente espresso in un secolo di cinema e in millenni di immagini. “Ripartiamo dal nulla e cerchiamo di riflettere. Abbiamo perso il senso dell'orientamento: cerchiamo di ritrovarlo nella riflessione più pura “, sembra suggerire l'artista. Ed ecco, allora, prevalere la lentezza delle coscienze che cercano una sicura quanto fragile dimora fatta di un tempo indecifrabile, indescrivibile ed incalcolabile, con il quale fare i conti proprio nel momento in cui sembra essenzialmente non esistere, dilatarsi all'infinito, disperdersi in dimensioni sconosciute (forse perché nascoste nell'intimo ed intoccabile senso dell'animo umano): il tutto per cercare di raggiungere quell'inconscio che racchiude, nasconde e conserva gelosamente le probabili risposte alle domande più improponibili nella dimensione sensoriale più comune. Un'opera di videoarte più che un'espressione cinematografica.

Plausibile spiegazione tecnica, si. Ma dove sta il vero senso di tutto?

Ho accennato ad un tempo cancellato, ad un inconscio, ad un concetto di dimensione sensoriale. Non è forse nella mente dell'individuo che, in alcuni momenti inevitabili quanto particolarmente tetri, bui, plumbei di certezze infrante, di ricerca di una propria personalità, presente, passato e futuro diventano un unico luogo da esplorare non senza il rischio di cadere, farsi male, perdersi nei deserti della propria anima nel tentativo di cercare un'identità, quella vera, successiva e definitiva, nel tentativo di capire chi si è stati e chi si è ora, passando in rassegna ogni modalità di fuoriuscita e di reazione alle situazioni personali più difficili ed irrimediabili.

Tutto questo sembra essere, a mio avviso, il propulsore che smuove ogni minima espressione di desiderio intrinseco, incentivata da immagini mai tanto costruite eppure apparentemente vuote e o prive di significato. Tutto questo sembra essere la forza surreale che muove i fili legati a due esseri viventi che altro non sono se non due facce della stessa persona in cerca di una propria unicità, di un nuovo “sè per se stesso”, di una definitiva ed unica identità nell'arido deserto della propria anima tormentata, spossata, frastornata da un “non so che” di delirante e proveniente da esperienze traumatiche, da rimuovere, da usare come guida ma da archiviare in cantina (una “stanza 237” al sapor di zolfo, la cui uscita è riassunta perfettamente dalla claustrofobia di quell'irripetibile piano-sequenza colto nei precisi 10-12 minuti di ascesa solare) al più presto possibile per fare strada a nuove possibilità, a nuove prospettive, a nuovi orizzonti. Solo uccidendo una parte di sé (quella “malata”, quella “tumefatta”, quella “resa impura” da un trauma) si può capire (o almeno provarci) chi si è e cosa si è disposti a concedere dopo aver perso tanto di prezioso. Solo cercando di capire se stessi si può ritrovare una strada.

E solo vivendo determinate situazioni si può arrivare a comprendere tutti questi elementi. Solo scalando colli irti e taglienti si riesce ad esplorare l'altro lato di queste immagini, di questi suoni, di questo nulla apparente. Altrimenti, non c'è partita, il gioco non vale.

Tenendo fede al proprio stile originario (tornandoci dopo l'alternanza artistico / commerciale di lavori precedenti come “Will Hunting”, “Da morire” o “Belli e dannati”), Van Sant riesce a racchiudere, meglio di molti altri artisti dell'immagine in movimento, in un unico fotogramma quanto di più inesprimibile tramite ogni linguaggio verbale esistente. Caute e lente carrellate, severi primi piani che poco concedono a scarse possibilità di profondità di campo oltre il volto dei soggetti, spaesato e gradualmente eroso dalla fatica e dalle ustioni. Panoramiche millimetriche sui deserti esistenziali di luoghi scelti con accurata devozione a favore di una traduzione filmica di ciò che si può solo percepire, supporre, immaginare, sfiorare con le palpebre dell'indefinito e dell'ignoto. Tutto concorre a creare una esperienza emotiva che ha davvero dell'unico e dell'irripetibile.

Non riesco più a togliere il dvd dal lettore. Non riesco più a chiudere occhio senza tornare, anche per un solo attimo, ad alcuni momenti che avrei voluto, francamente, accantonare per sempre e che, invece, ho scoperto essere i pilastri portanti di una continua e coraggiosa presa di coscienza nei confronti di me stesso. Mi rafforza, mi incita a fare sempre meglio. Mi dice che anche gli ostacoli più duri non sono così alti come sembrano. Mi parla di possibilità ancora inesplorate. Mi fa sentire vivo.