venerdì 29 maggio 2009

Mi girano i coglioni cap.2

Or...dic...un...poesie...

Titul: "Votacoglie"

Si sta come
in sempiterno
sulla ceramica
a smanettar.

Ossequi.

martedì 26 maggio 2009

La finestra sul nulla


Carissimi lettori,
è con modesto orgoglio e sincera felicità che credo di poter annunciare l'avvenuta produzione del cortometraggio "La finestra sul nulla", scritto da me con la collaborazione di Francesco Russo che ne è il visionario e fantasmagorico regista (http://www.myspace.com/uomosolitario).

Sulla pagina Facebook dell'ottimo socio, è apparso il seguente annuncio: "Cari amici di facebook e non solo...FINALMENTE CI SIAMO!!! SABATO 30 MAGGIO, ORE 23:00, PRESSO IL CIRCOLO CULTURALE “CARICHI SOSPESI”, Via Vendramini, 16 - Padova (dietro Piazza Mazzini), verrà proiettato il cortometraggio “La finestra sul nulla” + Backstage. Vi informo anche che per la serata verrà allestita una mini mostra fotografica, con le foto di scena realizzate da Stefano Crivellari. L'ingresso è rivolto a tutti ed è gratuito per i tesserati Arci. Per chi, invece, non ha la tessera l'ingresso è di soli 10.00 euro, tesseramento incluso! NON MANCATE...VI ASPETTO!!!"

Inutile descrivere il mio stato di euforia nel veder realizzarsi quanto di più desiderato fino a questo momento, vale a dire il consolidarsi della possibilità di crescita e maturazione (oso dire) artistica, dal momento che, oltre ad essere lo sceneggiatore dell'opera, ne sono anche il compositore della colonna sonora col nome del mio progetto di elettronica sperimentale collaterale, "Three years later". Conflitto di interessi? Mah, forse. Vedo con piacere che mostreranno anche il backstage. Beh...spero non ridano eccessivamente della mia intervista, dai. Più che altro, sono proprio curioso di sapere quanti e quali pareri emergeranno successivamente alla proiezione. Nel frattempo attendo una copia del DVD completo per poterne godere personalmente e, soprattutto, per cercare di trovare appoggi anche in quel di Roma (a Sè...che dici? Se pò?).

Di seguito, copio e incollo il soggetto dell'opera.
Vi aggiornerò su ogni novità in merito.


LA FINESTRA SUL NULLA

Soggetto di

Francesco Russo e Stefano Gallone


Un ragazzo, forse uno scrittore, preda del terrore, dell’insicurezza, della solitudine.Momenti paranoici e claustrofobici invadono la sua giornata, la sua esistenza.La casa in cui vive non è la sua casa, le fredde pareti della camera su cui si schiantano i suoi tormenti, lo schiacciano, la finestra dalla quale si apre alla città non esiste…i suoi passi e i suoi ricordi, impietosi raccoglitori di vacue speranze, lo esiliano a nuovi silenzi.Cosa succede quando si è soli dentro? E cosa si riesce a percepire con l'occhio di un'anima che sembra aver perso anche la minima e solida certezza? E' possibile, in stati di coscienza contrastanti, vedere al di fuori del proprio ipotetico nulla? Un trentenne, scrittore, vive ormai da giorni nella sua piccola camera studio, soggiogato dalla propria accidia…Tutto quello che gli sta intorno, improvvisamente non gli appartiene più; la casa in cui adesso si ritrova non l’ha mai vissuta e la camera in cui è segregato non è mai esistita.Momenti paranoici e claustrofobici invadono la sua psiche, la sua esistenza; le fredde pareti della camera, verso cui si schiantano tormenti, paure, impotenze lo schiacciano, esiliandolo a nuovi e profondi silenzi.Una finestra dalla quale sporgersi e aprirsi al mondo è forse l’unico modo per ritrovare se stesso, ma al di là…il buio assoluto.Una porta dalla quale fuggire, lo sottrae alla felicità.Solo la visione della sua parte complementare mancante gli rioffre spunti di memoria per capire, per sopravvivere, per sperare; una donna, voce e amante della sua anima, azzarda una fioca luce nel gelido oblio su cui riposano le sue tenere difese.Ma i suoi ricordi, impietosi raccoglitori di vacue speranze, lo scaraventano in un passato/presente senza ritorno, senza scampo, senza alternative se non la rassegnazione ad una condizione di apatia autoinflitta, seppur provocata dallo sgretolamento di quelle sembravano essere certezze rivelatesi, poi, plastiche ombre di beffardi sentimenti omologati: parole abbozzate si fanno schizzi di dolore, tentativi di comunicazione divengono pane per schizofreniche avversità.Cosa resta dopo la catarsi delle più semplici e pure emozioni? E cosa spinge un essere umano ad atrofizzare le cellule delle proprie pulsioni e della propria necessità di redenzione personale: si fa strada, con forza, la necessità di fuoriuscire dall'oscurità delle proprie perdite, pur se rifugiandosi in se stessi, contemplando ogni attimo di vuoti sguardi interiori. Solo l'immaginaria parte mancante di se stessi, quasi impossibile da incontrare ma perennemente presente nei meandri più contorti e ramificati dell'anima, può gestire ed incentivare la speranza di un ritorno alle origini della purezza di intenti, ad una nuova nascita di sé stessi, alla possibilità di conoscere di nuovo la luce, alla necessità di sviluppare un nuovo sé per se stessi, una propria individualità per provare ad esserci, per tentare una nuova disperata scalata al dissestato colle dell'esistenza.

venerdì 22 maggio 2009

Boia chi molla...o quasi


Leggo con simpatia i titoli dei giornali: in molti (tra cui il Corriere della Sera), anche se quasi in secondo piano, prendono per il deretano il magico Marco Pannella a cusa del suo "non mollare mai" tra scioperi della fame e della sete e ingestioni di urine retrodatate alla tenera età di quasi ottanta anni. Come se essere sempre convinti delle proprie idee da più di trent'anni fosse una presa per il culo nei confronti di se stessi. Ma dai, su.


Per carità, Pannella non è mai stato simpaticissimo nè al sottoscritto nè ai maggiori esponenti della sinistra più estrema, credo. Più che altro qualcuno lo ha spesso eletto a paladino degli spacciatori professionisti. Ma non è questo il punto.


Il punto è che, probabilmente, questo buon vecchietto sembra essere, credo, uno dei pochi esseri umani ad essere rimasto quasi sempre inchiodato sulle proprie convinzioni, sulle proprie idee, sui propri concetti, a rischio di passare per idiota puro, genuino, cristallino ed irreversibile. Non credo sia tutto merito dell'appartenenza ad uno o pochi partiti. Credo sia una questione di volontà, in un' epoca e in una società che, da molti (troppi!) anni a questa parte, del termine "volontà" ne ha dimenticato il senso ed il valore più semplice e sincero.


Costui non mi è simpatico ma, quando lo percepisco in giro, tra articoli di giornale, reti televisive e modulazioni di frequenza, sorrido. Sorrido per una spontaneità, a dire il vero, coraggiosa, in un' era di finto perbenismo e finti aiuti umanitari. Sorrido perché penso alla sincerità del mio mitico nonno quando, malinconicamente, scoreggia dicendo "quando c'era Mussolini si poteva dormire con le porte aperte". Seh. Figurati un po'. Sorrido perché penso che questi concetti non sono, poi, così lontani da quello che ho sempre sperato e di cui tanto ho scritto, suonato, vomitato, ruttato e bestemmiato. E vedere, in più, uno che ti sta quasi sui coglioni operare per idee ed opinioni che in pochi hanno ancora il coraggio di portare avanti, francamente, è alquanto paradossale. Fa uno strano effetto.


Volontà. E già. Volontà. Quante volte alcuni, vedendomi impegnato ad operare per sogni che vedevo (e forse continuo a vedere) soltanto io col mio terzo occhio, mi hanno detto "vabeh, tanto l'importante è crederci" con quell'aria tipica di chi è convinto di esserti superiore non si sa nemmeno in che cosa. Che nervi. Quante volte, così, mi sono sentito graffiare dentro da qualcosa di più appuntito e rovente di un ago infuocato infilato dritto su per il culo con tutto un vasto repertorio di gioia e serenità da parte di un carnefice che crede di aver già raggiunto finalmente i suoi obiettivi, qualunque essi siano. Tanto per il gusto di farti sentire come un lurido e merdoso perdente convinto di aspirare a chissà quale desiderio o ideale fresco sfornato dalla smorfia napoletana. Quante volte mi è capitato sotto gli occhi il Qoelet, dove si dice che tutto è vanità (che c'è...non posso leggere la Bibbia ogni tanto, io? Sarà che la interpreto in modo diverso...). Quante volte ho pensato cosa sarebbe successo l'indomani se non avessi voluto essere in quel posto a fare quella cosa in quel preciso momento, se non avessi voluto, con tutte le mie forze, puntare un obiettivo da raggiungere al più caro dei prezzi. Se ho, dentro di me, un lato positivo, forse, chissà, è quello di aver sempre cercato di lottare per ottenere quello che volevo. Il tutto con la sola forza di volontà. Il tutto con la consapevolezza di essere odiato per un'idea contraria, per una scelta azzardata, per la semplice necessità di camminare su una strada senza essere a perfetta conoscenza delle direzioni possibili. Il tutto per aver voluto prendermi qualche responsabilità. Il tutto non senza soffrire. Il tutto non senza farmi le domande più tragiche e impossibili. Il tutto non senza aver fissato il soffitto per molte notti.


Sono stupido io o esiste, ancora oggi, la possibilità di non vivere sempre alla vigilia di se stessi? Chi può dirlo?


Rileggo alcuni miei versi. A tratti mi sembrano appropriati.


"Ruota e stringe nella morsa
il peso di un sogno nella veglia,
quel cerchio di pensieri senza timore,
quel vicolo cieco per una nuova occasione.


E quel desiderio prende forma...
...e quella illusione appare invisibile realtà.


Stringo la mano all'aria ma
ciò che voglio è ciò che sento.
Sorrido, sereno, al buio,
ma ogni sguardo perso è per qualcuno:


perché il desiderio più grande si avvera
nel più ragionevole vuoto del momento.


Continuerò a cercarti
nei luoghi senza meta del mio tempo.
Ti troverò, sempre, tra le nebbie
delle strade di un impero di cera
liquefatta e dissociata,


perché ogni mio vuoto gesto
sia una preghiera di assoluzione,
un motivo in più di speranza
in una funerea ed efficace convinzione.


E ho bisogno di sognare passiflore
e di ricambiare sorrisi riconoscenti...


...e voglio sopravvivere
di pagine vuote e calchi di ingenua isteria."


mercoledì 13 maggio 2009

A me gli occhi, please...


È ormai consuetudine utilizzare il parchetto dell'università La Sapienza per eventi estivi di vario calibro, tra i quali concerti (spesso notevoli, devo confessare), proiezioni cinematografiche, teatrini improvvisati...ed esperimenti biologici in cambio di gadget poco più che inutili!

E già. Proprio ieri mattina, una giovane (e carina...quasi bona) rappresentante della Dailies, ditta di produzione di lenti a contatto, ha messo il piedino fuori dal furgoncino parcheggiato all'uscita della Biblioteca Alessandrina e mi ha fermato chiedendomi se volevo provare un paio di lenti a contatto in cambio di un braccialetto mutante in chiavetta usb e della partecipazione ad un'estrazione per un iPod gnomo. Simpatica come proposta, per carità. Solo che...ho rifiutato perché, in tutta sincerità, mi sentivo un po' come una cavie di laboratorio.

Capita già ogni anno di incontrare, stesso nel parchetto dell'università, diversi gazebo pubblicitari della Microsoft o della University box, i quali hanno ben pensato, ormai da diversi anni, di regalare zainetti, pacchi di pringles, rasoi per depilazione, schede telefoniche, cagne in calore e mamme neuropatiche a chiunque abbia la sacrosanta volontà di lasciare un nominativo ed un recapito per l'iscrizione a siti internet o minchiate simili. L'anno scorso capitò ad un mio amico (non lo capirò mai) di aprire appositamente, di sua spontanea volontà, un conto corrente o una poste pay per farsi fregare non so quanto (forse una trentina di euro) in cambio di un iPod nano (sempre sto cazzo di iPod...viva il giradischi, vaffanculo...).

Perciò, signore e signori...a me gli occhi, please! Mi propongo ufficialmente come testimonial per la campagna “Una fregna al giorno toglie il medico di torno”: in cambio della vostra disponibilità nel sottoporvi ad un test di iniezione per endovena di homobatrachotoxina, per la prevenzione al volo basso dei piccioni, vi offro la possibilità di partecipare all'estrazione nazionale per l'assegnazione di 365 ventenni svedesi purosangue. Se volete, vi trombo pure la nonna.

Piano eh...non vi accalcate troppo...

martedì 5 maggio 2009

“Gerry” di Gus Van Sant: cercarsi, perdersi e ritrovarsi.


Mi è capitato alcune volte, forse troppe, di trovarmi in una situazione grazie alla quale comprendo un determinato argomento solo dopo essere involontariamente passato attraverso una fase di vita non tanto ricercata quanto destinata a fornirmi un incentivo per lo sviluppo della mia personalità.

Faccio un esempio. Anni fa, mi capitò di acquistare uno dei primi dischi, se non il primo, dei Sonic Youth, “Confusion is sex”: puro noise, rumore, perversione sonica, delirio psichico. Il disco rimase, in maniera assolutamente involontaria, nel cassetto per diversi mesi, ancora impacchettato. Nel corso di questi mesi, i miei ascolti variavano, sempre di più, dal grunge ad un tipo di rock alternativo che, al momento, risultava a me ancora sconosciuto. Soltanto nel preciso (incalcolato) momento in cui il mio orecchio aveva sviluppato la capacità di assimilare sonorità ben più ostiche e distorte (Unwound, primissimi Marlene Kuntz, Fugazi, Black flag, Husker du, Stiff little fingers, Dead boys, Blonde Redhead) di quelle che mi avevano formato in precedenza, il puro caso (perdite di tempo involontarie, cause di forza maggiore o impegni improvvisi) mi ha portato, solo in un preciso e particolare istante, a riprendere quel disco dei Sonic Youth e a qualificarlo come “monumentale”.

“Gerry”, di Gus Van Sant (2002), in merito, è stato l'ultimo e maggiormente imponente caso di una tale congiunzione artistica spazio-temporale (preceduto solo da “21 grammi” di Inarritu e “Mulholland drive” di Lynch, per non citare, in più, una vasta serie di dischi).

Di solito non parlo di film, dischi o libri che provocano, in me, un fortissimo ed irreversibile senso di immedesimazione personale nella loro anima più intima e privata. Non riesco a farlo perché, a mio modo di vedere e sentire le cose, appartengono ad una sfera sensoriale che va oltre quello che io archivio come “comunicabile”. Diventa estremamente difficile provare a descrivere a parole quello che percepisco tra le righe di ciò che vedo e di ciò che sento. Ma stavolta ci voglio provare. Voglio provare ad iniettarvi una milligrammica dose della mia riflessione interiore più profonda. Se, dopo aver letto queste righe, sarete incuriositi da ciò che avrò apertamente confessato in merito, vorrà dire che, un po', avrò raggiunto il mio obiettivo.

Dunque.

Il film narra di un bel niente. Apparentemente.

Due ragazzi all'incirca trentenni (Matt Damon e Casey Affleck) rispondono, entrambi, al nome di “Gerry”. Un'automobile li accompagna, silenziosi, lungo una superstrada che odora di surrealismo da Death Valley al sapor di irraggiungibile. Non si sa da dove vengono, non si sa dove vanno. Stanno semplicemente seguendo le curve del loro esistere, se di questo si può parlare. Poche e languide note di ectoplasmico pianoforte li accompagnano in quello che sarà il loro involontario, ultimo e decisivo cammino, per una graduale ed ineluttabile deriva della loro esistenza. Si fermano: non si sa perché. Li vediamo solo mentre compiono i primi passi nel deserto che li circonda. Per puro tempo libero. Per pura curiosità. Parlano poco, sorridono, corrono, si stancano, si stendono sul terreno, fanno commenti insensati su tutto tranne che su ciò che li riguarda direttamente. Qualsiasi cosa dicono, non significa niente, non ci interessa, interessa solo, forse, il loro vivere senza farsi troppi problemi sugli elementi più profondi e caratterizzanti dell'appartenere alla vita terrena. Poi, il buio.

Decidono di tornare alla loro automobile, quindi si voltano e ripercorrono la strada fin lì percorsa. Ma non trovano più nessun punto di riferimento. Niente di familiare. Si perdono.

Inizia, così, la loro odissea tra grumi di sabbia sospesi e sconvolti da un vento che poco ha di amichevole e di orientativo nei confronti del loro destino. Di qui in poi, fino alla fine (se c'è una fine), sarà tutto un insieme di passi pesanti come marmo, miraggi, deliri, ricerca continua di direzioni/dimensioni smarrite. Fino al decisivo e comprensibile dramma finale.

11 settembre 2001: giorno di lutto mondiale, di riflessione, di consapevolezza che niente più sarà spettacolare quanto il terrore reso mai tanto reale da quanto di più fittizio esistente nella società dei consumi (carta stampata, televisione, internet). Momento di presa di coscienza. Attimo eterno di riflessione per tutto ciò che è stato sottovalutato, per tutto ciò che non è ciò che appare, per tutto ciò che avrebbe potuto essere “se non”, per tutto ciò che c'è sempre stato da dire ma non è mai stato detto veramente. Van Sant sembra semplicemente voler dire “fermi tutti, aspettate un attimo, per favore: torniamo un secondo indietro e cerchiamo di capire”. Le immortali immagini dei maggiori network mondiali superano di gran lunga quanto di più spettacolarmente espresso in un secolo di cinema e in millenni di immagini. “Ripartiamo dal nulla e cerchiamo di riflettere. Abbiamo perso il senso dell'orientamento: cerchiamo di ritrovarlo nella riflessione più pura “, sembra suggerire l'artista. Ed ecco, allora, prevalere la lentezza delle coscienze che cercano una sicura quanto fragile dimora fatta di un tempo indecifrabile, indescrivibile ed incalcolabile, con il quale fare i conti proprio nel momento in cui sembra essenzialmente non esistere, dilatarsi all'infinito, disperdersi in dimensioni sconosciute (forse perché nascoste nell'intimo ed intoccabile senso dell'animo umano): il tutto per cercare di raggiungere quell'inconscio che racchiude, nasconde e conserva gelosamente le probabili risposte alle domande più improponibili nella dimensione sensoriale più comune. Un'opera di videoarte più che un'espressione cinematografica.

Plausibile spiegazione tecnica, si. Ma dove sta il vero senso di tutto?

Ho accennato ad un tempo cancellato, ad un inconscio, ad un concetto di dimensione sensoriale. Non è forse nella mente dell'individuo che, in alcuni momenti inevitabili quanto particolarmente tetri, bui, plumbei di certezze infrante, di ricerca di una propria personalità, presente, passato e futuro diventano un unico luogo da esplorare non senza il rischio di cadere, farsi male, perdersi nei deserti della propria anima nel tentativo di cercare un'identità, quella vera, successiva e definitiva, nel tentativo di capire chi si è stati e chi si è ora, passando in rassegna ogni modalità di fuoriuscita e di reazione alle situazioni personali più difficili ed irrimediabili.

Tutto questo sembra essere, a mio avviso, il propulsore che smuove ogni minima espressione di desiderio intrinseco, incentivata da immagini mai tanto costruite eppure apparentemente vuote e o prive di significato. Tutto questo sembra essere la forza surreale che muove i fili legati a due esseri viventi che altro non sono se non due facce della stessa persona in cerca di una propria unicità, di un nuovo “sè per se stesso”, di una definitiva ed unica identità nell'arido deserto della propria anima tormentata, spossata, frastornata da un “non so che” di delirante e proveniente da esperienze traumatiche, da rimuovere, da usare come guida ma da archiviare in cantina (una “stanza 237” al sapor di zolfo, la cui uscita è riassunta perfettamente dalla claustrofobia di quell'irripetibile piano-sequenza colto nei precisi 10-12 minuti di ascesa solare) al più presto possibile per fare strada a nuove possibilità, a nuove prospettive, a nuovi orizzonti. Solo uccidendo una parte di sé (quella “malata”, quella “tumefatta”, quella “resa impura” da un trauma) si può capire (o almeno provarci) chi si è e cosa si è disposti a concedere dopo aver perso tanto di prezioso. Solo cercando di capire se stessi si può ritrovare una strada.

E solo vivendo determinate situazioni si può arrivare a comprendere tutti questi elementi. Solo scalando colli irti e taglienti si riesce ad esplorare l'altro lato di queste immagini, di questi suoni, di questo nulla apparente. Altrimenti, non c'è partita, il gioco non vale.

Tenendo fede al proprio stile originario (tornandoci dopo l'alternanza artistico / commerciale di lavori precedenti come “Will Hunting”, “Da morire” o “Belli e dannati”), Van Sant riesce a racchiudere, meglio di molti altri artisti dell'immagine in movimento, in un unico fotogramma quanto di più inesprimibile tramite ogni linguaggio verbale esistente. Caute e lente carrellate, severi primi piani che poco concedono a scarse possibilità di profondità di campo oltre il volto dei soggetti, spaesato e gradualmente eroso dalla fatica e dalle ustioni. Panoramiche millimetriche sui deserti esistenziali di luoghi scelti con accurata devozione a favore di una traduzione filmica di ciò che si può solo percepire, supporre, immaginare, sfiorare con le palpebre dell'indefinito e dell'ignoto. Tutto concorre a creare una esperienza emotiva che ha davvero dell'unico e dell'irripetibile.

Non riesco più a togliere il dvd dal lettore. Non riesco più a chiudere occhio senza tornare, anche per un solo attimo, ad alcuni momenti che avrei voluto, francamente, accantonare per sempre e che, invece, ho scoperto essere i pilastri portanti di una continua e coraggiosa presa di coscienza nei confronti di me stesso. Mi rafforza, mi incita a fare sempre meglio. Mi dice che anche gli ostacoli più duri non sono così alti come sembrano. Mi parla di possibilità ancora inesplorate. Mi fa sentire vivo.

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