giovedì 30 settembre 2010

Post noir: tra stile e necessità pt 2/3 [2]

2.2 Massive Attack: "Mezzanine"

Diametralmente opposto sia in termini di genere che nella sostanza delle tematiche affrontate rispetto al capolavoro di marchio Blue Nile,Mezzanine è forse il disco che, più di molti altri, estremizza il concetto di alienazione individuale e di interiorizzazione delle pulsioni umane più profonde e suggestive riguardo il più o meno coscienzioso distacco dai fattori materiali di valutazione soggettiva.

Ad ovvia differenza di “Hats”, il “masterpiece” dei britannici Massive Attack, anch'essi feticisticamente perfezionisti dei dettagli minimi nel contesto di una certa ingegneria sonora elettronica, parte da concetti non eccessivamente lontani dalle intenzioni espressive del complesso di Buchanan per renderli, però, estremi nella crudeltà del loro stesso rendersi artefici di un disagio post-umano che, ineluttabilmente, sfocia senza riserve in un mare di nevrosi e frustrazioni tutt'altro che gratuite e provocate da nette e drammatiche alterazioni mentali puntualmente tradotte in atmosfere ineditamente oscure e fangose nel complesso delle sensazioni provocate in chi vi si immedesima.

Mezzanine, non a caso, è il disco di svolta della band di Robert Del Naja (artista, tra l'altro, attivissimo anche nel campo delle installazioni elettroniche), agglomerato di menti e personalità poco consone ad un sostanziale equilibrio di genere e di stile, facilmente artefici di notevolissimi salti cromatici dal “trip-hop” alla “drum'n'bass” fino a toccare, come nel caso del lavoro in questione e, soprattutto, del successivo e meraviglioso 100th window, picchi di elettronica pura e perfetta nel suo modo e nel suo scopo d'essere (lunghi tempi d'attesa tra la produzione di un disco e l'altro, anche qui, la dicono lunga su profondi ed impegnativi studi tecnologici e strutturali volti a conferire ad ogni accenno di creazione sonora quel caratterizzante ed irreversibile senso di autenticità). Mezzanine, inoltre, fa possentemente uso di un inaspettato e massiccio uso di chitarre elettriche ed accordature in re, facendo di se stesso, così, il disco certamente più oscuro della band d'oltremanica. Si tratta, a tutti gli effetti, di un lavoro che, istantaneamente, ha sconvolto, sia in male che in bene, pubblico, critica e forse anche le aspettative della band stessa, trovatasi, di colpo ma non a caso, a fare i conti con l'esternazione più diligentemente violenta di pulsioni interiori frenate nella latenza di precedenti e più sofisticate composizioni come, una su tutte, la “Protection” di quel piccolo capolavoro che diventò il videoclip “escheriano” diretto dal genio ottico che risponde al nome di Michel Gondry.

Mezzanine è un disco duro e aggressivo anche dove la sostanza sembra adagiarsi su cuscini di elettroni placati da una apparente o comunque momentanea pace dei sensi, un perfetto matrimonio tra fobie e consapevole trapasso dei propri limiti intrapersonali nel rapporto con un sé sempre più discontinuo, irrequieto, irascibile e indomabile nelle sue più catartiche pulsioni autodistruttive. Se Buchanan e soci si cullavano sulle brezze notturne di una metropoli grigia ma, in definitiva, amica dei sogni e delle illusioni, gli elettroni britannici, qui, non conoscono pietà per chi, come i protagonisti delle dieci (undici con il "reprise" finale di Exchange) cardiopalmiche storie, riesce solo a vedere il fantasma mostruoso e dissezionato di un Io lacerato dalle sue stesse intenzioni. È l'oblio, il punto di non ritorno di anime perse nelle gelide nebbie di esistenze prive di una direzione e di un senso compiuto. Non è un caso se, in sede di concepimento, uno dei riferimenti compositivi è stato rappresentato dalla memorizzazione dei fondamentali elementi trascendenti inseriti da Paul Shrader nella creazione di quello che, probabilmente, è stato il primo puro esempio di pellicola post-noir: Taxi Driver di Martin Scorsese. Il frutto di una simile ispirazione si sente eccome: aleggia come un fantasma malefico nell'aria sulfurea tridimensionale generata dalle onde sonore.

Andiamo per ordine.

Angel” intona il canto rabbioso, degradato e irreversibilmente malato di un amore ossessivo, tagliente, tanto violento quanto sincero nell'espressione di sensazioni così surreali eppure, paradossalmente, mai tanto umane.

You are my angel

come from way above

to bring me love.

Tu sei il mio angelo

venuto dall'alto

a portarmi l'amore.

La gloria e l'ispirazione positiva che può scaturire dalla purezza e dalla luminosità del concetto stesso di amore, in sé, diviene tormento totalizzante. Un angelo di gioia si trasforma in oscuro messaggero di morte interiore ancora non avvistata negli orizzonti del subconscio, situazione dovuta, probabilmente, alla consapevolezza dell'essere indisposti o, in qualche modo, impossibilitati a raggiungere il vertice supremo dell'unione spirituale.

Le pulsazioni soniche si fanno sempre più fitte e vengono scandite, con un più elevato grado di intensità, da un ripresentarsi frenetico di arrangiamenti sintetizzati adibiti a trasformare le linee ritmiche delle parti di basso prima in pulsazioni in loop discordanti nel complesso melodico del brano, poi nel frastuono flagellante e distorto del concepimento chitarristico sia del brano in questione che dell'intera opera. I riff a sei corde intermedi sembrano aprire un varco denaturalizzante all'esigenza di condividere sensazioni di dispersione interiore, di invocante elegia per riferimenti onirici appartenenti a mondi altri senza obbligata soluzione di continuità logica, mentre la voce di Horace Andy indossa, in crescendo, il desiderio sovrumano di scissione metafisica.

Her eyes,

She's on the dark side.

Neutralize

Every man insight

I suoi occhi,

Lei è nel lato oscuro.

Neutralizza

tutti gli uomini che vede.

Traspare, in una palpabile evidenza, l'essenza femminea dell'irraggiungibile vista con l'occhio del protagonismo audodistruttivo di un'anima probabilmente maschile e consapevole di essere attratta da una immateriale orgia di convinzioni non verificabili (chi può confermare che questo angelo sia venuto davvero "a portare l'amore"? Si può insegnare ad amare? È davvero possibile inoculare il seme del concetto stesso di amore se non per mezzo delle proprie personali convinzioni, maturate solo al termine di processi autoconoscitivi tutt'altro che di facile assimilazione?). Sembra di vedere, a tratti, sullo schermo della memoria, un Travis Bickle, rinchiuso tra le sporche mura della propria dimora/coscienza, vestirsi bene e recarsi in un ufficio di propaganda elettorale per reclamare il proprio diritto di espressione affettiva, per quanto ignorante anzi ingenua nella sua traduzione materiale. Il tentativo di comprensione, sia di se stessi che dell'altro, risulta imprescindibile da questioni credute terrene fino ad assopire ogni forza di volontà di ricerca immediata di pari passo con il rendersi ovattato dell'emissione sempre più chiusa ed impercettibile degli elettroni proposti, per approdare alla presa di coscienza del fatto che il percorso di disillusione sarà doloroso, roccioso, glaciale e pieno di ostacoli paralizzanti. Tutt'altro che un momentaneo e riciclato esporsi a concetti sovrannaturali presi sottogamba: seppure in una non precisa consapevolezza, è in gioco il divenire del puro spirito rivelatore di personalità.

Risingson prosegue il discorso esistenzialista in maniera tanto intima quanto devota a criteri di espressione totalizzanti nella gestazione di una non ricercata ma ineluttabile e quanto mai tragica involuzione interpersonale. La ricerca di un senso, un qualunque traguardo vitale, si rende capostipite di un apprendistato itinerante in antri discontinui di trasformazione psicosomatica. L'implosione interiore ha i tratti di un pub a luci rosse allucinogene.

I sink myself in hair upon my lover.

It's how you go down to men's room sink.

Sad we talk how madmen think.

Affondo nei capelli del mio amore.

È come sprofondare nel lavabo del bagno

degli uomini.

Tristi, parliamo di come riflettono i pazzi.

La visione reale tramuta in introspezione dolorosa e gravemente lievitante verso cieli tetri di fuga da se stessi, come in continua e perenne lotta contro fantasmi e orrendi mostri di autolesionismo tanto consapevole quanto indesiderato sotto una pelle ormai decadente ed essiccata, squamosa.

I sink myself in hair upon my lover.

I don't know her from another miss,

I don't know you from another.

See me run now you're gone...dream on.

Affondo nei capelli del mio amore.

Non la distinguo da un'altra ragazza,

Non la distinguo da un'altra.

Guardami scappare ora che sei svanita...

continua a sognare.

Il fervore di un tutt'altro che timido e prolifico rapporto sessuale diviene metafora di un interminabile e claustrofobico autoinseguimento di un'anima dispersa, resa ruvida da condizioni umane prossime al parossismo latente scatenato da impulsi di insicurezza estrema e terrificante nei confronti di una considerazione esistenziale pari al vedere se stessi in gabbie roventi di disamore ultraterreno. Non c'è distinzione tra umano e divinamente terrorizzante. Non c'è via di scampo se non attraverso ceneri di anime e corpi in combustione concettuale.

Il ripetersi degli impulsi nevrotici di carenze neuroniche dovute ad allucinazioni autoinflitte è trasportato dal veicolo blindato di loop ritmici, si, delicati e avvolgenti nella loro considerevole sensualità sonica, ma al contempo cromosomi principali per la divulgazione di malattie invisibili seppur tangibili col tatto di un'esistenza lacerata da un qualsivoglia evento traumatizzante.

Ma è con Teardrop che l'effettiva condizione di disagio interiore appare espressa con maggior vigore e forza d'animo in quello che potrebbe essere traducibile come una sorta di vero e proprio discorso libero indiretto camuffato in versi autoreferenziali.

Love, love is a verb.

Love is a doing word.

Fearless on my breath,

gentle impulsion

Shakes me, makes me lighter.

Fearless on my breath.

Amare, amare è un verbo.

Amare è un verbo d' azione.

Senza paura per il mio respiro,

un impulso morbido

mi scuote, mi rende più leggera.

Senza paura per il mio respiro.

Può non essere un caso la prima delle diverse incursioni vocali femminili. Al di là dell'estetismo melodico ben orecchiabile, il timbro cantilenante (il brillante e raffinato talento di Elizabeth Fraser, protagonista della scena dark anni '80 con band del calibro di Cocteau Twins, per dirne una) sembra essere, a tutti gli effetti, quello di un approdo desiderato ma reso instabile da acuminati terreni di oscure indecisioni circa il senso stesso del venire al mondo. "Amare è un verbo d'azione", comunica il fantomatico feto parlante del curiosissimo videoclip promozionale, esprimendo, con una sincerità mai così dirompente, tutto il primordiale desiderio impenitente di purezza incontaminata, di estro vitale con obiettivi realizzativi insiti nel più semplice dei desideri: la cosciente consapevolezza del voler frammentare le catene metalliche di ogni forma di freddo disamore moderno. "Senza paura per il mio respiro" è il cinguettio urlante dell'embrione della necessità di espressione personale in quanto Io vivente, pensante, desiderante e, a tutti gli effetti, appartenente ad un contesto di reale predisposizione ad un processo di sostanziale evenemenzialità producente.

Teardrop on the fire.

Fearless on my breath.

Lacrima sul fuoco.

Senza paura per il mio respiro.

Come "lacrima sul fuoco" di un costante inferno non molto distante dall'imminente venuta al mondo di un pensiero, un'idea solitaria, un incipit per espressioni di personale sostanza sia umana che spirituale, la gemma del divenire soggetto concentrico alle proprie necessità vitali si mostra consapevole delle innumerevoli difficoltà di espansione. Nonostante il torpore circostante, però, l'esigenza di divulgare ad ogni modo quella "lacrima", densa di considerazioni magari effimere ma, in definitiva, lecite in quanto presenti sul terreno di gioco dell'esistenza terrena, vince sul pur atteso annientamento istantaneo ad opera del "fuoco" massificante nei confronti dell'evaporazione di ogni singolare tentativo producente.

A detta di Del Naja,

"Molti trovano quel video un po' inquietante.

A me piace il fatto che rappresenta l'inizio e la

fine al tempo stesso: la paura di nascere e quella

di morire sono la stessa cosa, perché in tutti e due

i casi ti trovi ad affrontare qualcosa di sconosciuto"

Inertia creeps, come di soprassalto, arriva a scaraventare ogni tentativo di progresso interiore nella disillusione pura, nell'autocommiserazione di anime in pena eterna, in quel groviglio di pensieri tumorati, macerie granitiche di fiori del male appassiti e cumuli insolubili di comunioni respinte rappresentato dal tormentato generarsi del nulla più vuoto ed inconsistente, dalla paralisi joyciana del terrore intrinseco di andare controcorrente in qua qualsivoglia direzione.

Out of body experience interferes.

My dreams are flying, I faint nearly.

Surrounds me though I get lonely.

Slowly.

L'esperienza extra corporea interferisce.

I miei sogni stanno volando, quasi svengo.

Mi circondano benchè io mi senta solo.

Lentamente.

Come esalazioni inspirate da narici corporee ma inavvertibilmente assenti, spunti di desideri, realizzativi o passionali, evaporano dal sentirsi parte di una realtà tangibile circostante. L'assenza prevale su ogni tentativo di reazione e, come la figura in penombra di Del Naja nel claustrofobico e lynchiano videoclip, si resta, arresi, inchiodati al suolo delle idee, riuescendo solo a rimirare, senza comprenderne, anche solo a tratti, l'essenza, immagini impercettibili di realtà ed esistenze altre.

Moving up slowly,

inertia creeps.

Salendo lentamente,

l'inerzia striscia.

Ci si smuove per inerzia, appunto, senza la minima capacità autonoma di sopravvivenza intellettuale. E, per di più, strisciando come il serpente di un peccato originale attecchito nella sola colpa di esser venuti al mondo, si offre la mela del proprio dissenso privo di forze, colmo di ingegno ma stanco e nevroticamente malato di convulsioni desolanti. Il contorno ritmico originario delle ispirazioni di viaggi mediorientali ad opera della band sancisce, oltre ad un accentuata capacità di versatilità compositiva, anche una definitiva colonna sonora del disintegrarsi di ogni tentativo di risoluzione relazionale,

Dalle riflessioni di Andrew "Mushroom" Vowles si evince che

"Per usare un'immagine, la canzone descrive il

punto in cui moto e stasi si scontrano.

Musicalmente volevamo dare l'impressione di

qualcosa che rotola via fuori controllo ma si

ritrae allo stesso tempo"

proprio come il desiderio di alzarsi e stringere tra le mani il peso di una responsabilità, di una qualunque presa di posizione, freddamente vinto e schiacciato, come unica e tristemente risolutiva soluzione, dalla mastodontica potenza distruttiva della paura delle conseguenze delle proprie stesse azioni.

There be no sound in my idle town:

wake a lie in a morning's blue.

Non c'è alcun suono nella mia città

immobile:

sveglia una bugia nella tristezza del

mattino.

Quando non ha più alcun senso aprire gli occhi per provare ad essere ancora vivi in un modo o nell'altro, quando la catarsi dei sentimenti affiora sulla pelle increspata del senso di inadeguatezza globale e quando ogni scala cromatica raggiunge la tetra completezza del buio più profondo, prende seriamente il sopravvento la compatta ed invincibile difficoltà di approccio ad una itinerante morale di predisposizione ad un domani (così come ad un "ora e qui") tanto imminente quanto inscrivibile nel codice criptato della comprensione autoconsacrante.

"Mezzanine è quel particolare punto del tempo in

cui la sensazione della notte prima si trasforma in

quella del mattino dopo".

La docile delicatezza strumentale di Exchange è soltanto apparente: i suoi effetti, semplici ma dirompenti, si riverseranno sul terzo occhio solo nell'omonimo reprise finale, dove l'aggiunta vocale testimonia

You see a man's face

but you don't see his heart.

You see a man's face

but you will never know his thoughts.

Vedi il volto di un uomo

ma non il suo cuore.

Vedi il volto di un uomo

ma non conoscerai mai i suoi pensieri.

Sembra di vederlo in tutta la sua ingenua ma apparente lucentezza, quel volto che risponde al nome Travis Bickle. Pettinato, pulito e (non tanto socievole quanto) appartentemente affidabile prima, paranoico, schizoide e follemente devastato da impulsi irrefrenabili di violenza purificatrice poi. Pura testimonianza di come sia impossibile ed assolutamente errato affidarsi alle apparenze. Come osservare e descrivere un frutto splendente fuori e marcio, maleodorante ed indigesto dentro: impossibile riuscire (o anche solo provare) a decifrarne una consistenza tangibile di cui, forse, è anche molto dubbia l'esistenza. È un unico gioco di esperienze interiori incondivisibili, inafferrabili. "Per capire un poeta ci vuole un altro poeta", urlava Carmelo Bene.

In Dissolved girl si compie, in maniera più netta rispetto ad altri punti comunque importanti e altrettanto preponderanti sparsi nel corso dell'opera, l'assimilazione del concetto di "loop", sia dal punto di vista tecnico che da quello espressivo, in quanto valida simbologia posta sulla superficie sonora al fine intrinseco di richiamare l'attenzione su di una sorta di ripetitività compositiva associabile, con molta probabilità, ad una essenza di continuo richiamo esistenziale padrone di quel dolore estremo identificabile come lo scorticare inamovibile della rude ed incessante ricerca di se stessi. Si parte da una abissale posizione sui fondali della propria coscienza per compiere il percorso di autoapprendimento, fino a chiudere il cerchio (sonico e concettuale) delle aspettative espresse ma inappagate.

Un'anima femminile in subbuglio (la conturbante e lolitica voce di Sara Jay) inarca il proprio personale stato di confusione trascendentale.

Shame, such a shame.

I think I kind of lost myself again.

Day, yesterday.

Really should be leaving but I stay.

Vergogna, che vergogna.

Credo di essermi persa di nuovo.

Giorno, ieri.

In realtà dovrei partire, ma rimango.

Di nuovo, si rifà avanti, con passo felpato ma contundente, il suddetto incontro tra moto e stasi sia interiore che traducibile in termini fisici. "Giorno, ieri", una sorta di inciso nel tempo presente dell'espressione: una sottospecie di impossibile coincidenza spaziotemporale, proprio come accade nell'inconscio umano, ovvero in quel luogo misterioso in cui presente, passato e futuro costituiscono parti del medesimo insieme, qui e ora come ieri e domani.

Say, say my name.

Need a little love to ease the pain.

Need a little love to ease the pain.

It's easy to remember when it came.

Dì il mio nome.

Ho bisogno di un po' di amore

per alleviare il dolore.

Ho bisogno di un po' di amore

per alleviare il dolore.

È facile ricordare quando è arrivato.

Il bisogno istantaneo e permanente di essere corrisposti, nel bene come, soprattutto, nel dolore più profondo, nell'inquietudine più nera e claustrofobica. "È facile ricordare quando è arrivato" questo gregge in transumanza di pulsioni iniettanti odio carnivoro per una condizione umana troppo spesso sottovalutata, è semplicissimo ritrovare, dentro di sè, quelle stesse sensazioni di disagio nel calpestare la superficie terrestre; è praticamente impossibile, invece, riuscire a liberare il proprio istinto di sopravvivenza dalle catene di demoni aventi il proprio stesso scarno e malcurato volto.

'Cause I feels like I've been

I've been here before.

You are not my savior

but I still don't go

Perchè mi sembra

di essere già stata qui.

Non sei il mio salvatore

ma non me ne vado ancora.

Un trauma inestirpabile, in eterno ritorno, divora esistenze considerate come prive di significato. Sensazioni di ripercussioni retroattive, in deja vu, disossano il fulcro della consapevolezza di esser soli, senza spunti luminosi e, soprattutto, privi di capacità di fuga verso orizzonti di prospettive realizzatrici. Ma il desiderio di restare a contemplare il proprio ego, debole seppur coerentemente deciso nel definire una direzione, uniforme nel provare a decifrare il codice del senso stesso di appartenere ad una forma di vita, sembra prevalere, con forza e decisione, sugli spasmi e le convulsioni del desiderio di evasione. Combattere, in definitiva, il proprio trauma interiore per provare anche solo ad immaginare una realtà differente, altra (vedi cap.1).

And I feel like something

that I've done before.

And I could fake it

But I still want more.

E sembra qualcosa

che ho fatto in passato.

Potrei fingerlo

ma ne voglio ancora.

Le linee concettuali di Man next door, in seguito, delineano uno scenario che, anche se in maniera più diretta e meno introspettiva, confessa apertamente l'ispirazione scorsesiana per mezzo della descrizione delle preoccupazioni del fantomatico protagonista circa la tipologia di persona attribuita ad un ipotetico vicino di casa. Riecheggia, anche qui, in alcuni frangenti più che in altri, sulla base ritmica di un loop che tanto ricorda quella When the levee breaks di Led Zeppelin IV, il fantasma del Travis Bickle nottambulo, insonne e tragicamente neuropatico seppur con le sue lucide e, a tratti, condivisibili giustificazioni.

There is a man that live next door

in my neighborhood,

in my neighborhood,

And he gets me down.


He gets in so late at night.

Always a fuss and fight,

always a fuss and fight.

all through the night.

C'è un uomo che vive alla porta accanto

nel mio quartiere,

nel mio quartiere,

e mi fa star male.

Rincasa così tardi la notte.

Sempre un problema e una litigata,

sempre un problema e una litigata.

Dura tutta la notte.

La descrizione sembra coincidere soltanto, però, se intendiamo "problemi" e "litigate" come colluttazioni nei confronti di se stesso, tormenti interiori espressi quasi come sotto profonda ipnosi. Balza alla mente la famosa e delirante, ma centrale, scena che vede lui allo specchio mentre minaccia nemici immaginari incarnati, non a caso, dalla sua immagine riflessa. C'è, dunque, in queesto brano, un doppio tormento interiore: quello di chi narra i propri timori e quello di chi i timori, invece, li incute per mezzo della necessità di assorbimento di un'autodifesa più dovuta al terrore verso se stesso (e le proprie pulsioni incontrollabilmente pericolose per la propria stessa persona) che utile a scopi di rivolta esterna (ugualmente fondamentali alla comprensione di quel particolare essere).

I've got to get away from here.

This is not a place for me to stay.

I've got to take my family.

We'll find a quiet place.

Devo andarmene da qui.

Non è un bel posto perchè io rimanga.

Devo portare via la mia famiglia.

Troveremo un posto tranquillo.

Chi parla o, meglio, pensa potrebbe essere un qualunque (e qualunquista) rappresentate del concetto di serenità coniugale, un audace sostenitore del fattore famiglia come comun denominatore per una rimirata felicità esistenziale, oltre che del più comune e sincero desiderio di pace interiore. Ma per pace interiore, forse, si dovrebbe intendere, più che la tranquillità sociale e suoi simili, una appagante pace dei sensi ricercabile in criteri di stabilità interiore e di sviluppo intrapersonale. Proprio ciò che al vicino, in questo caso (e a Travis Bickle) manca del tutto. Da notare, inoltre, come Del Naja e soci scelgano di descrivere un tormento estremo per mezzo non del diretto interessato ma di chi è costretto a subire, indirettamente ed involontariamente, le conseguenze sonore (proprio come noi che ascoltiamo il brano e le sue nevrosi ritmiche i cui battiti pulsano direttamente allo stomaco, prima ancora che all'udito) di impulsi invisibili e riconducibili ad atteggiamenti umani primordiali; quasi come se si intendesse un simile travaglio e trapasso interiore come impossibile da comprendere (ed in effetti lo è) per chi non ha le caratteristiche né le capacità per comprendere (concetto citato e sancito dal reprise finale e alternativo di (Exchange).

Black milk offre, si, una sorta di affievolimento dovuto ad una costruzione musicale composta da un costante uso di loop adibiti, stavolta, al dilatare melodie ripetitive (ma quasi appaganti per un udito messo seriamente alla prova dalla mistura di note e parole tanto profonde quanto graffianti), ma il risultato ottenuto dalla commistione musico-verbale sembra intonare un canto di volontaria sottomissione psicosomatica.

You're not my eater.

I'm not your food.

Love you for good.

Love you for the moment.

Non sei quello che mi mangia.

Non sono il tuo cibo.

Ti amo per sempre.

Ti amo in questo momento.

La consapevolezza di non essere vittime psicologiche di domini superiori è soltanto apparente: lo testimonia il continuo ed incessante avanzare ossessivo di groove dal sapore sensualmente feticista, forte delle sue pulsioni prostituenti celate sotto maschere di momentaneo romanticismo sia fisico che intellettuale.

What's there to want?

Only love.

Cosa c'è da desiderare?

Solo l'amore.

L'omonima Mezzanine è forse il brano più complesso dell'intera opera e, non ha caso, gode di una struttura sia verbale che, soprattutto, sonora non delle più semplici e comprensibili ma estremamente funzionale per il sostegno della tesi che portiamo avanti.

I'm a little curious of you

in crowded scenes,

And how serene your friends and fiends

we flew with and strolled

as two illuminated gently.

Why don't you close your eyes

and reinvent me.

Sono un po' incuriosito da te

nelle situazioni affollate.

E quanto sono sereni i tuoi amici

ed i tuoi nemici

con cui abbiamo volato e passeggiato

come due gentilmente illuminati.

Perchè non chiudi gli occhi

e mi reinventi?

"Perchè non chiudi gli occhi e mi reinventi?": puro, determinante e definitivo processo esclusivamente interiore di reinvenzione di un'immagine di se stessi. Chiedere di "reinventare" una altrui concezione della propria persona può voler dire rimuovere informazioni psichiche quasi come ricercare la cura per un trauma più o meno letale nella crescita individuale e nell'arduo e contorto processo di autocomprensione. Con bagaglio relativo al probabile tema trattato, la difficile e burrascosa fine di un solido ed importante rapporto di coppia, il trauma interiore cresce e si moltiplica in quoziente di difficoltà di purificazione per lasciare sfogo alla necessità di annientarlo non senza serie ed incalcolabili difficoltà remunerative (cap.1).

All these other flaws

will lead to mine.

Tutti questi altri difetti

porteranno al mio.

Ad essere "dimezzato" è uno stato d'animo di profonda sospensione nel limbo della conoscenza di se stessi in funzione della consistenza di quella dell'altro. Il crollo di (riscoperte come apparenti) certezze provoca l'olocausto del senso di appartenenza ad una realtà inizialmente stabilita. La pena inflitta è la condanna a morte di ogni forma di equilibrio interiore.

Group four chiude un vero e proprio ciclo di ferite e riabilitazioni più o meno legate da un ipotetico comune criterio di implosione e chiusura in una riflessione esistenziale che impone, come fulcro, la conoscenza di se stessi e l'analisi della percentuale di sopravvivenza interiore possibile. Qualora dovesse mancare, l'unica via di uscita sarebbe rappresentata da una porta semiaperta con un buio pesto come unica via di sbocco, strada incerta nella quale fare luce con la fioca fiamma della propria rintracciabile caparbietà di proseguimento. L'apparente semi-grazia di apertura brano inganna le attese proponendo, negli ultimi sprazzi degli otto lunghi ma viscerali minuti di follia psicotica, un ruggito sonico di fondo che tramuta in pura metafora del nascosto, ma onnipresente, impulso di ribellione ad una condizione umana tanto ostile quanto sadicamente immodificabile.

My ears know that my eyes are closed.

Perish thoughts like contraband.

I train myself in martial arts

as advertised.

I reinforce my softened parts

as advertised.

Le mie orecchie sanno che

i miei occhi sono chiusi.

Pensieri periscono come contrabbando.

Mi alleno alle arti marziali

come pubblicizzato.

Rinforzo le mie zone indebolite

come pubblicizzato.

Si tratta del Travis Bickle sull'orlo del precipizio. Nel capolavoro di Scorsese lo vediamo ripristinare ogni sua fonte (sia fisica che, principalmente, di dissenso interiore) di autonoma e giustizialista ribellione. Nelle metriche di questo brano leggiamo ed assorbiamo, in chiave sostanziale e nettamente accentuata in termini di puro impulso emotivo, ciò che semplicisticamente scrive nei suoi diari. "Le mie orecchie sanno che i miei occhi sono chiusi": il "terzo occhio", quello inteirore, prevale su ogni rappresentazione o definizione legata al concetto stesso di realtà. Cos'è reale? Ciò che è (o appare) tangibile, o ciò che ha radici, nasce, cresce e degrada negli inferi racchiusi in cumuli indistinti di carne ed ossa?

Seen through me little glased lane

a world in myself

ready to sing.

My sixth sense peacefully placed

on my breath.

Ho visto attraverso una

piccola passarella vetrata

un mondo in me

pronto a cantare.

Il mio sesto senso segue

tranquillamente il mio respiro.

Il tutto è intonato, paradossalmente, da una voce femminile, probabile simbolo dell'inconsistenza del voler stabilire un sesso come per identificare un essere vivente solo ed esclusivamente attraverso i tratti somatici: non conta l'aspetto esteriore, prevale la pura pulsione, il primordiale ed immortale istinto animale del prendere decisioni fuori da ogni logica archiviabilità morale. (Vedi il volto di un uomo ma non il suo cuore / Vedi il volto di un uomo ma non conoscerai mai i suoi pensieri)

Tutto ha una logica, seppur impercettibile. Tutto ha un senso, seppur inafferrabile. Di nuovo, "per capire un poeta ci vuole un altro poeta".


Post noir: tra stile e necessità pt 1/3:

http://stefanogallone.blogspot.com/2010/02/post-noir-tra-stile-e-necessita-pt-13.html

Post noir: tra stile e necessità pt 2/3 [1]:

http://stefanogallone.blogspot.com/2010/03/post-noir-tra-stile-e-necessita-pt-23-1.html


lunedì 27 settembre 2010

Il porno cerebrale

È stata una giornata davvero molto simpatica, quella di ieri. Incontro con l'ottimo amico Fabio, bestemmie creative all'unisono contro la mensa della facoltà di Economia che se ne sbatte e resta chiusa senza un minimo accenno di preavviso, decisione comune di mangiare porcate in uno dei tre McDonald che infestano la stazione Termini (una volta ogni tanto ci può anche stare. E poi, ormai, sono spacciato con sta panza, qua...) da noi raggiunta a piedi, consapevolezza di voler girovagare per la città solo ed esclusivamente con il piacere della forza degli arti inferiori. Record battuto: via De Lollis – San Pietro quasi senza sosta, tra una cazzata e l'altra. Ma la partenza ha del meraviglioso.

Via De Lollis, si diceva. Bene. Fermata del 492. Io e Fabio ci passiamo accanto per avviarci verso la stazione e sfamarci in qualche modo. Mentre io rispondo ad una sua simpatica cretinata in maniera altrettanto deficiente, il buon uomo mi fa notare, indicandolo, un manifesto pubblicitario affisso alla panchinetta della fermata: trattasi di una pubblicità Sisley, raffigurante, udite udite, una ragazza poco pudica (ma si, tanto ormai è prassi quotidiana il mostrarsi e mi sta pure bene) con in mano, manco fosse la statua della libertà, un cetriolo tanto bello e splendente da sembrare finto o quantomeno "ogm". Mentre Fabio compie qualche passo in avanti, io resto fermo per diversi secondi con la mano alzata e il palmo verso l'alto in posizione "anvedi questo!". Fabio si volta e non mi trova più al suo fianco, per poi accorgersi, nelle sue retrovie, della mia espressione mista tra divertimento e nervosismo nevrastenico. Il secondo elemento direi che, anche a freddo e dopo averci dormito su per una notte, ha prevalso nettamente.

Analizzo bene il siparietto immortalato, avvalendomi anche della preziosa consulenza del buon Fabio, diligentissimo studente di Storia dell'Arte alla facoltà di Lettere (mica quisquiglie). La ragazza siede su di una sorta di raggiera di cetrioli identici a quello che detiene fermamente, divinamente, nella mano destra. In volto, le si leggono i tratti somatici quasi prossimi a quelli di una ragazzina moderna (di quelle spigliate, mezze coatte e dallo scoscio facile, oltre che dal portafogli di papà sempre pronto a medicare le ferite della necessità immediata). Analizzando un particolare di un ipotetico primo piano della modella, notiamo entrambi, ridendo come pazzi, che la giovane gode di una di quelle che, dalle mie parti, si chiamano "finestrelle" (cioè il breve spazio) tra i denti anteriori. Non voglio dire puttanate, nè tantomeno fare il pirla che la spara lì a cazzo di cane, ma mi sembra di ricordare che lo spacco tra i denti è tipico di chi maneggia oggetti oralmente per farne un uso particolare a lungo termine, ad esempio i sassofonisti o, comunque i musicisti fiatisti in generale, costretti ad emettere aria nel beccuccio del proprio strumento per estrapolarne musica. E non diciamo nient'altro, dai. Mi sembra chiaro, no? Magari mi sbaglio, fa niente.

Non si tratta di una posizione moralista. Non lo sono, almeno non eccessivamente. Si tratta, credo, di un validissimo esempio che conferma, nella maniera più assoluta, la definitiva direzione intellettuale e comportamentale intrapresa dalla società moderna nel suo a dir poco chirurgico lavoro sulle nuove generazioni: tagli all'istruzione = ti stronco ogni possibilità di pensiero ed interpretazione personale della realtà in cui vivi; servizi pubblicitari con più o meno sottili riferimenti al sesso esplicito = cerca la sorca o sparati minigonne a raffica, non pensare a niente e vedrai come sarai felice (e intanto l'Hollywood o i locali di Diva Futura e Jessica Rizzo insaccano e nemmeno ringraziano, mentre tutta via Salaria impreca "cazzo, avrei potuto pensarci prima"). Non è il primo caso, non sarà assolutamente l'ultimo e non si tratta del solo marchio commerciale a seminare in giro fregna come fosse un idrante dei pompieri su una folla in delirio rivoluzionario. Mi torna subito in mente quando, diversi anni fa, ero ancora un ragazzino in passeggiata quotidiana per il corso di Avellino e vidi, con non poi così tanto stupore (già allora), un manifesto pubblicitario (era Sisley anche quello? No, la Benetton era qualunquista sul razzismo. Non so, non voglio sbagliarmi) in cui due ragazze vestite in maniera simile (vestite? Ma dai?! Ah si?) quasi si baciavano in bocca con sette metri e mezzo di lingua mentre una delle due toccava, con passione vera, la vagina dell'altra che, intanto, era appoggiata ad un muro e senza via di scampo.

Dunque, faccio uno più uno e lascio perdere, mi rassegno. Come sempre da quando Berlusconi ha sparato tette e culi in prima serata ed io, con biberon e biscottini Plasmon, non capivo che cazzo si accumulasse dentro ogni volta che sentivo una pulsione che ancora non sapevo e non avrei saputo spiegare per un po'. Mi rassegno, certo, e Fabio con me. Solo che lui ha il sacrosanto dono della capacità di passarci su. A questo come a tante altre cose nettamente più serie.

Penso soltanto ad un ragazzino buono e gentile che viene accusato, che so, magari di stregoneria per aver conservato un giornaletto porno comprato a fatica e a prova di timidezza/vergogna.

Penso soltanto (che vuoi che sia) alle perversioni interiori che inevitabilmente nascono, crescono e maturano nell'animo dell'essere umano dai suoi albori, sensazioni, pulsioni, istinti che hanno bisogno, si, di uno sfogo ma che si tratti di qualcosa di assimilabile come normale (lo so che non esiste la normalità, intendo solo un punto di riferimento del decente) e non additato in maniera così plateale da diventare follia sotterrata a livello inconscio.

Stupri di qua, molestie di là, stolking (che cazzata...) in su, palpate in autobus in giù, "hai visto quello che faccia da maniaco che c'ha?", "embè? Sto in minigonna e tacchi a spillo in una biblioteca. E allora? Che c'è di male?" (in una biblioteca, cazzo! Cond ei libri, non telecamere ci Canale Cinque!), "ma cretino, cos'hai capito?! Tu per me sei un fratello" (anche se ti avvolgo le cosce in vita e te la sbatto in faccia mentre guardiamo un film con Ben Stiller ndr). Tutte cazzate, a questo punto, scusate tanto. Non esiste più un minimo limite di riservatezza o rispetto per se stessi, più che per gli altri? È questo l'obiettivo della modernità? Essere più espliciti o, per dirla alla moda, "trasgressivi" perché vende? E perché vende? Forse perché attira. E perché attira? Perchè alcuni vanno a vedere film del cazzo solo perché c'è quella o quello che sfodera le zinne o i pettorali da macho? Perchè in molti andarono a vedere al cinema Irreversible (che tra le altre cose era pure un bell'esperimento cinematografico, montato a partire dall'ultima scena per chiudersi con la prima) solo per vedere Monica Bellucci in una scena di stupro estremo? Perché era un film, un film e basta. Però, soddisfaceva particolari voglie nel campo del "lecito": è una pellicola vietata ai minori, certo, ma non riferita alla cinematografia pornografica, nella maniera più assoluta. Quindi: niente vergogna nel cercare ed entrare in un cinema a luci rosse, ma transfert per un enorme sfogo interiore di qualcosa di represso, ovvero l'attrazione sessuale per Monica Bellucci.

Questo post o questo blog intero, come una volta mi ruttò in faccia qualcuno di mia conoscenza, può anche non avere senso di esistere. Il fatto è che certe cose mi fanno evaporare i nervi perché si potrebbero evitare nemmeno con troppe difficoltà di scadere nell'eccesso di stronzaggine incurabile. Eppure credevo che i pubblcitari fossero diventati anche piuttosto bravi a nascondere le depravazioni.

Poi finisce che uno (indovina chi!) scrive una scena di stupro consensiente per chiudere una sceneggiatura rimasta incompleta per due anni...chissà: magari vende...