lunedì 28 febbraio 2011

La libertà di stronziare

Stamattina, compiendo il mio consueto tragitto in direzione La Sapienza, ho notato più volte, su cartelloni pubblicitari più o meno abusivi, l'uso continuato di una parola: "Libertà". Tanto in favore della Libia quanto per altre occasioni. Ed è sopraggiunto un innocente pensiero alla mie pur stanche e minorate capacità intellettuali. Abbiamo almeno tre partiti che contengono, nel loro nome, la sacra parola "Libertà" e non fanno altro che usarla per i loro scopi. E allora:

  • Sinistra, ecologia e libertà: io gli voglio un bene dell'anima a Vendola, per amor di Dio, ma credo, francamente che la sua sia una libertà intesa quasi esclusivamente intesa in campo verbale: parlare, parlare e poi ancora parlare senza giungere a soluzioni concrete. È facile criticare (anche se saggiamente e in eccellente maniera assolutamente costruttiva) gli avversari, ma servono le azioni reali. Certo, l'uomo ha fatto tanto per la Puglia, ma ora occorre un serio e decisivo passo in avanti per il Paese, anche più lungo della gamba se necessario. Basta parole, largo ai fatti. Seh...è na parola...

  • Futuro e libertà: si, di arrivare a capire più di quindici anni dopo con chi si stava avendo a che fare, ottenendo come unico risultato il fattore più scontato: la compravendita di deputati la fa da padrona su tutto, i soldi vengono prima delle scelte personali in campo civile, etico e morale (che paroloni...). Povero Finuccio mio: genio incompreso.

  • Popolo delle libertà: di prendere per il culo la gente negando l'evidenza, di andare a puttane proibendolo alla gente comune negando l'evidenza, di corrompere i giudici negando l'evidenza, di offuscare le fonti primordiali di guadagno negando ciò che resta dell'evidenza, di andare a braccetto coi capi mafia organizzando massacri di giudici e affini negando l'evidenza. È la libertà di poter continuare a sparare cazzate a ruota libera senza rischiare minimamente di essere arrestato all'istante. Così come potrebbe essere, però, anche la libertà di tapparsi quella fogna di bocca pluridentata una volta ogni tanto: forse si risparmierebbero una miriade di figure di merda...negando l'evidenza, ovvio.

E si, perché l'ultima è veramente favolosa: Il premier: travisate le mie parole, è la solita sinistra. E certo. Ma perchè? Che hai detto? Fai vedere un po'. Ah ecco, ce l'hai addirittura con "i professori che cercano di inculcare principi contrari a quelli delle famiglie". Bene. Un discorso nuovo, a quanto pare. Ora è colpa di chi si vede anche dimezzato lo stipendio sperando in un posto di lavoro. "L'insegnamento libero ripudia l'indottrinamento. Ho solo denunciato l'influenza deleteria dell'ideologia. Il mio governo ha avviato una profonda e storica riforma della scuola e dell'Università, proprio per restituire valore alla scuola pubblica [privata, vorrai dire, ndr] e dignità a tutti gli insegnanti".

Allora...

L'influenza deleteria reale, effettiva e verificabile su scala nazionale ed internazinale è solo ed esclusivamente la sua. La scuola avrà pure come riferimento ancora "I promessi sposi", ma lui avrà per sempre, come linee guida, forse solo l'autobiografia di Rocco Siffredi (neanche quella di John Holmes con ben più dignità e schiettezza perché scritta sul letto di morte; ce l'ho, un capolavoro: Re del porno) e "Romanzo criminale", oltre gli spettacoli teatrali del Bagaglino fatti di tette, cosce, culi e battute che non hanno mai fatto ridere neanche una iena col parkinson. Per non dire che la parola "dignità", legata al suo santo concetto deliberatamente sconsacrato senza il minimo ritegno, è men che meno associabile alla sua figura sia di uomo (altro parolone) che di rappresentante politico (parolissima censurabile). Per non parlare, poi del luogo in cui sono state pronunciate simili blasfemie: il Congresso dei Cattolici Riformisti. Monsignori e militanti di parrocchia pensassero ad ammnistrare i loro beni miliardari e ad incularsi i bambini, attività che di certo competono loro molto di più rispetto a quella di ruttare di politica.

Stronziare con le parole, con la giustizia, col popolo italiano preso come un giocattolo mezzo rotto, con una cultura sfasciata e in fase di falsa ricostruzione calante nell'incessante tentativo di farne cibo per cani rabbiosi da parlamento e tossine anticostituzionali, con il sesso femminile inteso unicamente come un'accozzaglia di bambole gonfiabili malriuscite e rattoppate, non può essere il modello di vita della nostra generazione letteralmente sciolta nell'acido dell'insolenza da questo mucchio di invertebrati chiamati politici. "Una profonda e storica riforma". Certo: storica perché talmente ignobile da poter passare davvero alla Storia (non era il loro desiderio?) in qualità di innovazione dissacrante in un'epoca che si ciba di morale sotterrata e valori intesi unicamente come cifre da borsa. Neanche il Medioevo ha forse conosciuto, a momenti, una tale condanna a morte delle poche briciole che restano relativamente al concetto di coscienza collettiva. "Chi conclude gli incontri politici inneggiando alle sue indicibili abitudini notturne non è degno di pronunciare la parola famiglia ed è indifferente alla cultura", ha ribattuto Rosy Bindi. Forse è l'unica cosa sensata che ha detto in diecimila anni luce tra preti, papi e semi-attività di pseudo-politica. Ma non basta. E, come al solito, si parla e non si passa all'azione.

Si parla...e non si passa all'azione.

venerdì 25 febbraio 2011

Generazione 500

Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale. (L'Espresso)

E daccela questa strafottutissima "simulazione di pensione". Tira fuori le palle che non hai, lurido strozzino autorizzato del cazzo (presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua, per capirci). Sparaci davanti agli occhi già pieni di fango e merda quella che è e che sarà la realtà oggettiva, invece di circumnavigare giri di parole per giustificare il tutto dicendo che ormai si vive nella "Generazione 500 euro". A momenti aveva più speranze la "Generazione X" del grunge, fatta di eroinomani e aspiranti suicida. E invece no, non hai neanche il coraggio di fartele crescere a botta di ormoni, le palle. Non hai il coraggio di dire, una volta per tutte, come stanno le cose: se mai dovessimo arrivare ad una pensione prima che il termine sparisca anche da ogni forma di vocabolario o enciclopedia, questa faticherà ad arrivare si e no alla metà dello stipendio percepito (se mai ce ne sarà uno anche lì, e tante grazie per non aver tagliato la gola e fatto morire dissanguato a testa in giù come un maiale chi se ne è sempre altamente battuto il cazzo incrostato del mettere in regola e del pagare).

Ho lavorato per Zetema, la società di gestione del personale musei comunali di Roma, un covo di signoroni che per pagarti aveva bisogno del tuo continuo fracassargi i coglioni per telefono (spendendo l'ira di Dio in chiamate messe in attesa millenaria) prima di far passare quei due mesi di tempo e di fame come se i fondi gli mancassero. Ho lavorato per Zetema tre mesi. "A gestione separata" se la chiamano per non dire "a ti stai zitto sei ore in piedi a botta e quando ti arriva, se ti arriva, la cartuscella che ti dice di andarti a prendere quei quattro soldi sporchi maledetti e subito, neanche ti viene detto quanto ti è stato derubato come fondo pensioni". E chi se ne fotte se la cartuscella è intestata Inps. Devo pensare che mi è andata bene nel non essere più chiamato dopo quei luridi tre mesi (in cui mi sono dovuto anche comprare un vestito perché nemmeno una mezza divisa mi hanno voluto dare) e nell'avere, quindi, la possibilità di archiviare e guardare ad altro?. Magari no, se non fosse che un altro lavoro, molto più vicino al mio campo, l'ho forse quasi trovato e, anche se ancora non retribuito manco come rimborso spese, per forza di cose lo voglio e lo devo fare sperando in una prossima stabilità con qualche rientro anche economico. Ma bisogna arrivare per forza a questo? Bisogna continuare a pigliare con le unghie impieghi buoni ma non retribuiti? Bisogna campare di speranze future? Francamente comincio seriamente a percepire l'insopportabilità del peso.

Si lamentano se siti, blog e forum vari li sputtanano. Ma signori, per un simile comportamento è il minimo che vi possa accadere. Almeno lo sputtanamento c'è, visto che proprio non vogliamo salire ai piani alti delle amministrazioni per scannarli con le nostre mani dicendo "Cosa cazzo stai facendo?". Dicono che, per quel po' che si è riuscito a lavorare, è possibile accedere ad internet per controllare l'estratto contributivo di ogni singolo pseudolavoratore: il problema, dice l'Espresso, è che, però, si può avere l'ammontare dei contributi ma non il calcolo della pensione fino a quel momento maturata né la stima della potenziale pensione una volta raggiunto il 65esimo anno di età (se ci arrivi senza morire di fame e depressione, sia chiaro). È un bel passo in avanti se si considera che, per quanto mi riguarda, mi sono dovuto fare i calcoli da solo, forte del mio passato agrario di matematica finanziaria latifondista fatta male, per capire quanto mi aveva sottratto l'Inps (un quarto di quello che mi spettava, se non vado errato...e senza nemmeno sapere se un giorno me lo ritroverò...e se pure me lo ritrovassi, sarebbe una miseria, dicono i miei).

Qua si parla di prodotto interno lordo, di flessibilità, di cifre prossime a quelle degli assegni sociali per anziani poveri, del cazzo che ti fotte. Si parla di, si e no, 7000 euro l'anno. Ma stiamo scherzando?! A me non me ne fotte un cazzo di niente di numeri e terminologie da maghi della finanza! Voglio un lavoro e uno stipendio! E voglio la possibilità di potermi mettere a tavola un piatto caldo quando sarò vecchio e si spera non poi così tanto rincoglionito! Se non dovessi riuscire a lavorare, mettere su famiglia e avere una topaia di casa che almeno abbia un tetto (senza per forza riparare con i sacrifici della mia famiglia, alla quale ho già rubato anche troppo), sono morto! Porca puttana!

giovedì 24 febbraio 2011

Io, mammeta e tu

E bestemmiamo un po' su www.wakeupnews.eu .

“Io, mammeta e tu”, cantava Modugno. E “io, mammeta e tu” continua ad essere, purtroppo, il motto inconscio del cinema italiano attuale. Ennesimo esempio: Riccardo Scamarcio sarà il produttore dell’esordio alla regia della compagna Valeria Golino (dal titolo ancora non rivelato), la quale si presenterà, all’inizio dei lavori, anche in veste di sceneggiatrice seppur in collaborazione con Francesca Marciano, David di Donatello 1992 per il fu Maledetto il giorno che t’ho incontrato di Carlo Verdone e collaboratrice per altre pellicole di successo tra le quali spicca La bestia nel cuore di Cristina Comencini (altro “Io, mammeta e tu”?). La Golino, dunque, affronta la sua prima prova dietro la macchina da presa e propone, per patto produttivo, un ruolo importante al proprio compagno. Niente di più scontato ed ovvio, così come, però, niente di più ipocrita e assolutamente ingiusto si può riscontrare nell’ennesima scelta di mercato.

I rischi di mancante padronanza del mezzo, poi, ci sono tutti, ma non è improbabile che l’attrice sarà affiancata da uno o più aiuti regista sconosciuti eppure estremamente più capaci di lei nell’organizzare e gestire il mezzo sia tecnico che artistico (un esempio lo troviamo se guardiamo al primo film da regista di Stefania Sandrelli…e anche lì “Io, mammeta e tu” con la figlia Amanda). Sarebbe, forse, l’unica speranza di vedere al lavoro qualche faccia e qualche nome nuovo. Ma non era proprio il cercare facce e nomi nuovi l’etica e la scelta produttiva di certe case di produzione cinematografiche dichiaratamente indipendenti e votate al sondare il territorio per scoprire potenziali nuovi talenti (Fandango, Indigo, Cattleya, insomma, rispondete)?

Sia chiaro: non accusiamo esclusivamente i diretti interessati. Anzi non accusiamo proprio nessuno. Valutiamo solo l’essenza a lungo termine di un intero settore che prima sceglie di scendere in piazza per protestare contro i terroristici tagli alla cultura e poi, alla sera, rientra tranquillamente nelle sue case ben arredate per stipulare contratti, cifre e accordi di successione. Poco importa quale sarà l’etichetta di produzione e distribuzione del film, dal momento che di nostro interesse è il valutare cosa probabilmente toglie lavoro a giovani promettenti e speranzosi in un posto di lavoro secondo le loro capacità inventive. Per quanto ancora, quindi, occorrerà soccombere sotto le grinfie di stage non retribuiti?

La Golino è un’attrice alla quale è stato attribuito un talento forse un po’ eccessivo rispetto alle sue reali capacità artistiche: speriamo almeno che in scrittura e regia riesca davvero ad esprimere le sue caratteristiche, la sua personalità e le sue eventuali idee in merito. “Io avrò un ruolo. Sarà un altro passo della storia fra me e lei”. “E chi se ne frega?!”, viene da aggiungere sinceramente e col cuore in mano. Il cinema italiano non può certo continuare a permettersi di campare sugli intrighi sentimentali tra i suoi lavoratori, né può permettersi di basarsi sempre e solo sulle stesse personalità in avvicendamento. Qualora continuasse a vivere una simile situazione (e le aspettative di cambiamento sono davvero molto poche se neanche i festival di cinema indipendente riscono ad alzare un po’ la voce), anche il cinema, come la musica e molta letteratura, si fossilizzerebbe nel suo essere più casta di quanto non lo è già nei suoi continui favoritismi e nei suoi interminabili processi di finto rinnovamento (non dimentichiamo che registi bravissimi, considerati emergenti, del calibro di Andrea Molaioli e Alessandro Angelini sono stai aiuti regista di Nanni Moretti per diversi anni).

Intervistato al Torino Film Festival nel 2009, Francis Ford Coppola fece riflettere i giornalisti presenti riguardo la probabile convinzione, insita negli animi di produttori, registi e personalità varie dello spettacolo italiano, di essere eterni. Attenzione, gente. Attenzione, per favore.

(http://www.wakeupnews.eu/scamarcio-produrra-lesordio-alla-regia-di-valeria-golino/)

lunedì 21 febbraio 2011

Dove può portare una canzone

Su www.wakeupnews.eu , oggi, ho scritto così.


La sessantunesima edizione del Festival di Sanremo, come già scritto su tutti i giornali e come già diffuso sulla bocca di tutta Italia, si è chiusa con la vittoria della canzone Chiamami ancora amore, scritta ed interpretata da Roberto Vecchioni. Stavolta, però, potrebbe essere di fondamentale auspicio non fermarsi soltanto ai festeggiamenti del momento e alle considerazioni da prima pagina di carta stampata del giorno dopo, per poi veder dissolversi nel dimenticatoio, come ogni anno, canzoni, interpreti e relative uscite discografiche. Proprio in ambito di uscite discografiche, se anche quella dell’ottimo Vecchioni risulta tra le meno utili raccolte con inediti (tipiche sanremesi) riordinate all’ultimo momento in assenza di una nuova opera completa, la canzone che le dà il titolo, però, non va affatto sottovalutata se ci si sofferma per qualche minuto a riflettere, col cuore in mano e forti della consapevolezza circa la situazione attuale e sempre più in fermento morale, circa i motivi che avrebbero potuto indurre il cantautore brianzolo a scrivere certi versi e ad interpretarli con qualcosa in più rispetto al suo consueto piglio da sereno e orgoglioso portatore di valori e sentimenti popolari altrimenti sciolti negli acidi torpori da pessimismo quotidiano. Proprio in questo Vecchioni ha colpito, ancora, perfettamente a segno. Non dimentichiamo che il “professore” viene da quarantacinque anni di calvario espressivo ridotto all’osso da logiche di mercato e critiche snobiste che lo hanno spesso relegato in secondo piano rispetto a falsi ed effimeri portavoce di quella che molti osano ancora chiamare “canzone italiana”.

Prendiamo un attimo il testo del brano di Vecchioni, allora, e sviluppiamone alcuni aspetti per capire chi e cosa davvero abbiamo di fronte.

E per la barca che è volata in cielo / che i bimbi stavano ancora a giocare / che gli avrei regalato il mare intero / pur di vedermeli arrivare. Emerge immediatamente la personalità dominante: l’altruismo, non importa così tanto se inteso in termini di dedizione interiore verso persone care andate o quanto altro, il fatto di voler “regalare il mare intero” è quantomeno un atto tanto materialmente impossibile quanto da veri e puri signori del senso di condivisione del sé più impercettibile, personale ed intimamente inteso come arma per una scossa morale, una spinta verso la ricrescita interiore. Emerge, allora, anche il tema portante del brano: la forza e la volontà ferrea di esserci, di esistere, di far brillare una luce propria nel buio dominante delle coscienze assopite.

Per il poeta che non può cantare / per l’operaio che non ha più il suo lavoro / per chi ha vent’anni e se ne sta a morire in un deserto come in un porcile. È incredibile con quale immediata capacità di assimilazione concettuale il poeta Vecchioni riesca a cogliere, con versi dalla forza dei “quattro angoli della Terra” descritti nell’Apocalisse di Giovanni (qui la possibilità di espressione, il lavoro, la gioventù e la guerra intesi come elementi che muovono l’attualità della vita comune), il senso di inadeguatezza globale passando per pochi esempi che, però, racchiudono un intero mondo e un’intera classe (la razza umana): non poter esprimere le proprie idee, non poter avere la possibilità fisica di sfamarsi e di sfamare, non poter godere della propria giovane età ed essere costretti a disseminare venti di odio e repressione equivale a morire.

E per tutti i ragazzi e le ragazze / che difendono un libro, un libro vero / così belli a gridare nelle piazze / perché stanno uccidendo il pensiero. Dal generale allo specifico, ma con lo stato d’animo costruito da versi precedenti così forti e diretti. Difendere “un libro vero”: la Bibbia? No: la Costituzione, difesa con unghie e denti nelle piazze italiane come quasi mai in precedenza. Peccato solo che per scatenare la scintilla si sia dovuti arrivare all’ennesima diffamazione internazionale (sappiamo bene ad opera di chi e per cosa). Vecchioni canta a piena voce il diritto di tutti al lume della ragione. E se lo dice un validissimo professore di greco e latino, materie fondamentali per lo sviluppo del pensiero stesso, ci si può credere ciecamente.

Per il bastardo che sta sempre al sole / per il vigliacco che nasconde il cuore / per la nostra memoria gettata al vento / da questi signori del dolore. Perché la comodità è il cancro sociale che divora le coscienze relegandole alla mera superficialità dell’accontentarsi di ciò che si ha, con la paura di perdere il gruzzolo materiale mettendo in gioco se stessi o con il terrore (giusto ma da combattere) di lottare per una causa valida ma soli e non protetti dal pensiero circostante comunque presente.

Chiamami ancora amore / chiamami sempre amore / che questa maledetta notte / dovrà pur finire / perché la riempiremo noi da qui / di musica e di parole / Chiamami ancora amore / chiamami sempre amore / in questo disperato sogno / tra il silenzio e il tuono / difendi questa umanità / anche restasse un solo uomo. Anche (anzi, soprattutto) nell’odio più indignato nei confronti dei “signori del dolore”, verso gli artefici del male comune, tanto fisico quanto morale, culturale e civile, è sempre possibile (se lo si vuole davvero!) estrarre la vera causa di ogni movimento motivato: l’amore per se stessi e il conseguente amore per il prossimo, ovvero quella continua marcia verso la luce, l’indiscutibile necessità di riemergere dalla “notte” della ragione, dall’oscurità dell’assenza di ideali e dalla mancanza di facoltà di pensiero individuale rivolto alla collettività sofferente dei propri stessi malanni, una collettività con una dignità, una storia e un senso civico da difendere a denti dtretti con costruzioni di pensiero logico (“silenzio”) e azione diretta a scopi di resurrezione sociale (“tuono”).

Perché le idee sono come farfalle / che non puoi togliergli le ali / perché le idee sono come le stelle / che non le spengono i temporali / perché le idee sono voci di madre / che credevano di avere perso / e sono come il sorriso di Dio / in questo schifo di universo. Non si può privare l’uomo di essenza evolutiva fondamentale come il pensiero, la ragione, la possibilità di acculturazione: sarebbe come chiedere ad una farfalla di volare dopo averle spezzato le ali, o come ordinare ad una stella (la libertà di far “brillare” la propria persona) di svanire senza tener conto delle leggi astrofisiche universali (le indelebili dinamiche evlutive dell’essere umano, dinamiche che nemmeno la più drastica lobotomizzazione mediatica può davvero influenzare).

Capirete bene, allora, quanto sia importante donare ad una successione di note una vita ed un vigore che altrimenti non avrebbero nel loro unico presentarsi su un pezzo di carta pentagrammata. Capirete bene come, in un’epoca in cui non è quasi più richiesto dire qualcosa, presi come si è nella morsa velenosa della metodica assuefazione da logiche di mercato, una canzone, una sola e semplice canzone, possa andare oltre la sua generica classificazione, riuscendo ad essere qualcosa di diverso, qualcosa di prezioso, qualcosa che, forse, avremmo mantenuto se non avessimo dimenticato.


venerdì 18 febbraio 2011

L'unica maniera di realizzare i propri sogni è svegliarsi

E me lo immagino anche io quel ragazzo, raccolto in se stesso, dedito alla contemplazione di un presente ricercato nel desiderio un futuro immaginabile, eccitazione e paura contemporanee nella battaglia dell'affermazione definitiva, quella per i propri figli, quella per la propria terra. Lo riesco a vedere anche io, quel ventenne speranzoso ma dal tremolio interiore tipico dell'incertezza del domani, per quanto forte e vigoroso della certezza più invalicabile dell'essere importante per una causa epocale dalla quale dipenderà tutto o niente: la beatitudine più eccelsa della consapevolezza di non esser solo. Perchè quel ragazzo potrei essere io o tu che leggi, potrebbero essere loro che si aspettano e mi aspettano domattina a due passi da qui: tutti figli della Terra uniti dal bisogno dell'esistere l'uno per l'altro, dall'esigenza di vivere per la causa della propria realtà, impercorribile se solitaria.

Scegliere di poter morire oggi per lasciare che qualcuno abbracci mio figlio domani, però, è un sentimento che non riesco a concepire e a fare mio, perché mi appartiene in quanto uomo, certo, ma mi è estraneo nel momento in cui non posso realmente catturare il vento gelido della disperata lotta umana dell'esistere. Quali sono, adesso, le persone che restano, al lume della loro candela, raccolte nel proprio inevitabile ma necessario processo di autoconsiderazione morale? Dove sono, in questo momento, i ventenni che scelgono di annullarsi per il bene di un fratello di terra? E dove sono io, ventiseienne millantatore dei reali fattori predominanti in un'esistenza umana che ha perso la sua divina parte mancante in termini di dedizione al sacrificio altrui? Non mi muovo se tu non ti muovi: motto malsano, legge improrogabile, delega di responsabilità morali inestinguibile nella sua controtendenza ormai resa vigliaccamente giustificabile.

Scegliere di poter morire oggi per lasciare che qualcuno abbracci mio figlio domani non è più il primo pensiero di molti, figuriamoci di semplici ventenni. Figuriamoci il mio. Cos'è successo? Dove eravamo diretti? Perché non ho mai avvertito la divina esigenza di movimento fisico motorizzato da pulsione morale? Dove ho sbagliato? Dove abbiamo sbagliato tutti? Con quale faccia riflessa posso continuare a vivere la mia età sapendo che ogni respiro, ogni attimo perduto in ozio e fandonie intellettuali altro non è se non un enorme e inestimabile regalo di così giovane paternità?

Quante e quali ferite possiamo provare a ricucire?

L'unica maniera di realizzare i propri sogni è svegliarsi, ha detto il cinquantenne Roberto. L'impressione che si ha in momenti come questo è quella di aver sognato il sogno di un altro sogno. La sensazione che si prova in astrali attimi come questo è quella di non aver servito la causa della madre di tutte le madri, di non aver risposto al compito non imposto dell'essere venuto al mondo.


lunedì 14 febbraio 2011

Dimettiti (video)

In questo video non vedrete personaggi famosi ma solo persone comuni unite dal puro senso di indignazione.
Roma, piazza del popolo, 13/2/2011

sabato 12 febbraio 2011

Noi, tirchi e avari

In un articolo per www.wakeupnews.eu, oggi, la sparo così.

«Gli unici prezzi a non essere aumentati con l’introduzione dell’euro sono proprio i biglietti del cinema», disse Carlo Verdone ad un incontro a due con Toni Servillo un paio di anni fa al Festival del Film di Roma. Spiacente, Carlo carissimo. Neanche questo è vero, ormai.

Arriva, infatti, l’ennesima beffa per il cinema italiano e non solo. In puro stile italiota, infatti, a pagarne il prezzo, nel vero senso della parola, sono sempre e solo i cittadini contribuenti: ad essi, dunque, è rivolta la colpa della crisi economica che regna imperante anche nel mondo dell’audiovisivo; sono loro, per il governo, i veri carnefici della mancanza di idee e possibilità di realizzazione culturale.

La prima ed inevitabile conseguenza del Decreto scempio Milleprorogoghe, già presentato in Senato, sarà, dunque, proprio l’aumento di un euro sul prezzo dei biglietti per l’ingresso nelle sale cinematografiche, già di per sé aumentato (e grazie tante anche all’aiuto dei gestori di multisala e associazioni a delinquere varie) a cifre astronomihe come 8 euro (massimo storico assoluto!) per la visione di una pellicola di due ore, a partire dal prossimo 1 luglio. La salvifica e indiscutibile decisione dovrebbe fruttare, stando a quello che esprime la proposta, una cifra pari a circa 45 milioni di euro nel corso del 2011.

Un’ancora di salvezza (prevedibile), però, c’è: da questa truffa sono esentate (ma tu guarda un po’) le sale diocesane. E la Chiesa (maggior alleato azionista di sempre) ringrazia per l’ennesimo favore, ovvero per l’incremento di pubblico che ha già segnato in registro assieme all’aumentare imperterrito di nuove docili pecorelle da introdurre nel gregge del Signore, ammesso che del pubblico ancora ci sarà. Già, perché intanto la pirateria (ne abbiamo già parlato qui) assume un sempre maggior ruolo di salvezza per il portafogli di una popolazione volenterosa, si, di contenuti ma già stanca di aumenti fiscali a livello di istruzione e orario di lavoro da manodopera sottopagato o, ad andare bene, stabile nel suo rendersi poco utile ad un tenore di vita dignitoso, incastrato com’è tra affitti in nero la cui cifra è ormai prossima a quella di un mutuo, tanto per dirne una.

Non c’è niente da fare, può essere solo colpa nostra: siamo un popolo di spregiudicati, tirchi e avari. Proprio non vogliamo contribuire alla pur minima prospettiva di benessere economico per il nostro Paese (vale ancora quella maiuscola?); proprio non ce la facciamo a capire le difficoltà della nostra povera e affannata classe dirigente da ristorante quotidiano, presi come siamo dal lusso delle nostre provviggioni da mensa.

[Articolo originale: http://www.wakeupnews.eu/aumento-di-un-euro-sul-prezzo-dei-biglietti-del-cinema/ ]

venerdì 11 febbraio 2011

Come strumentalizzare un film

Qualche sera fa è andato in onda, su Raidue, il bellissimo film di Florian Henckel von Donnersmarck dal titolo Le vite degli altri. Davvero uno dei migliori film in assoluto usciti nel corso di questi ultimi dieci anni, non a caso premio Oscar come miglior film straniero.

Si tratta di una storia incentrata nel periodo della Ddr, precisamente ambientata nella Berlino Est controllata a tappeto dall'autorità della Stasi. La narrazione ha come protagonista proprio un capitano della Stasi che, nel corso della sua attività di rigoroso controllo nei confronti di uno scrittore ritenuto potenzialmente sovversivo, si convince sempre più della necessità umana di libero pensiero e libera espressione, fino a rendersi complice del salvataggio in estremis di colui che avrebbe dovuto, invece, essere vittima del controllo serrato senza troppe difficoltà. L'uomo si immedesima nei panni del'intercettato e depista le indagini essendo sempre più coinvolto in un processo di consapevole redenzione dall'assurdità del sistema, specie se operante in un territorio che di autoritarismi ne avrebbe volentieri potuto fare a meno a partire dal secondo dopoguerra. Finirà ovviamente declassato e solo, ma degno di un preponderante risveglio morale.


Tutto questo proprio nel bel mezzo della situazione prostituzionale che stiamo vivendo. E allora fermi tutti: non è un caso se stamattina Repubblica titola (riassumendo l'ultimo espatrio di fiato dalla bocca di Berlusconi) Un golpe, io spiato come nella Ddr.

Ovviamente si preferisce Le vite degli altri a Il caimano (scartato da ogni programmazione pubblica) per ovvie ragioni: meglio la possibilità di ribaltare a proprio favore un'opera cinematografica che per nulla c'entra con il diretto interesse della nostra situazione attuale (il film è, tra l'altro del 2006) e che di tutto parla tranne che di un presidente del consiglio massacrato da intercettazioni e giudici comunisti. Di comunismo si parla, si, ma solo in qualità di fattore storico per una nazione intera, la Germania per l'appunto, che or ora sta uscendo da un intero secolo di totalitarismi intolleranti e intollerabili.

Se qualcuno, per uno strano scherzo della vita tradotto in termini di rara volontà, gettasse un occhio al cosiddetto "Nuovo Cinema Tedesco" di Reiner Werner Fassbinder e dei primi Werner Herzog e Wim Wenders (meglio se soffermandosi sulla seconda metà degli anni '70), a cui von Donnersmarck evidentemente si rifà, scoprirà che il tema portante è proprio il senso di disagio e di smarrimento del soggetto nel marasma collettivo legato alle psicosi da manie di vittimismo. L'ossessione lacerante del Fassbinder di La terza generazione o del suo episodio per il terrificante (ma fondamentale a scopi di comprensione) Germania in autunno, potrà facilmente indurre l'occhio e l'animo attento dell'osservatore ad una facile comprensione dell'attuale inarrestabile produzione di film con simili argomenti portanti alla base. In quell'episodio, Fassbinder interpreta se stesso in una condizione di clausura interiore che inevitabilmente si riversa sulla condizione fisica: si barrica in casa, è sovrappensiero, non riesce a lavorare, litiga con il compagno (poiché omosessuale) e con la madre per motivi futili fino a maltrattare entrambi. Il tutto scaturito dal puro terrore per un plausibile ritorno di un certo ramo terroristico che si credeva estinto nella Germania post nazista.

Niente a che vedere, allora, con le mestruali ed inesistenti manie di persecuzione del nostro sgraditissimo premier, il quale (poiché vecchio stronzo rincoglionito si, ma fesso non è) pensa bene di incrementare la dose di fandonie francamente deprimenti e quantomeno ridicole più del dovuto puntando sulle solite bagattelle da bambino viziato, addirittura in senso subliminale (in questi termini, i vertici Rai gli hanno sempre dato una mano): comunismo come male assoluto, terrore per il fantasma della cospirazione annidata in cimici dietro le pareti, nemico rosso da neutralizzare. Peccato che l'unica cosa quasi rossa adiacente alla sua presenza sia stato l'interno dell'organo genitale femminile. Un film sulla negatività della Stasi, allora, meglio ancora se non precisamente in programma preventivo, capite bene che ci sta tutto. Non vi pare?

Occhio gente. Occhio anche a queste volpinate.

martedì 8 febbraio 2011

La lezione ignorata

Il "nuovo" governo egiziano sembra abbia almeno accennato a rimboccarsi le maniche per provare a prendere qualche serio provvedimento. Oltre ad aver mandato davanti ai giudici Habib Al Adly, l'ex ministro degli interni incriminato, tra le altre cose, di aver dato l'ordine ai poliziotti di sparare sulla folla in piazza con proiettili veri e non di gomma, e dopo aver mandato in giudizio anche il ministro dell'edilizia popolare con l'accusa di sperpero di denaro pubblico, l'amministrazione generale pare abbia aumentato del 15 % il salario dei dipendenti pubblici e delle pensioni. Ecco, dunque, a cosa porta la ribellione seria, violenta unicamente in senso di verbo e convinzione, repressa con la morte perché creduta preventivamente (e senza troppe prove oggettive: qualche alleato di Gasparri?) pericolosa alla serena tranquillità pubblica da mignotta praticante sodomita. Ecco, dunque, i primi risultati di una convinzione popolare forte, decisa, unita nella fondamentale necessità di far valere i propri più che indiscutibili diritti in quanto esseri umani. E non dimentichiamoci che l'Egitto è sempre stato uno dei paesi più economicamente sviluppati dell'intero continente africano.


E noi? Cosa abbiamo ottenuto scendendo in piazza (seppur saggiamente pacifici, anzi intellettualmente perfetti nell'esporre le nostre tesi portanti)? Ma soprattutto: cosa abbiamo imparato e cosa stiamo ancora imparando da tutto questo? Solo scontri deliberatamente inutili e provocati da teste calde anarchiche, magari anche pagate da portantini servi del governo?

"Si ma loro fanno davvero la fame, noi no", mi si dice. Un paio di palle, se permettete. In proporzione, relativamente (stando a quello che i nostri amati potenti ci propinano quotidianamente) ad un paese economicamente e civilmente sviluppato come il nostro (seh, vabeh), prima o poi a me verrà pure qualcosa a furia di mangiare ogni giorno, pranzo e cena, alla mensa universitaria per provare a conservare qualche soldino alla fine del mese in modo da poter infilare qualcosa in quello stramaledetto libretto di risparmio postale che ho aperto nella speranza di continuare a lavorare (dopo i soliti tre mesi garantiti) come sorvegliante senza contratto e sottopagato al museo d'arte contemporanea di Roma (Macro). Desiderio puntualmente infranto. Desiderio, ancora una volta, trasformato in sogno.


La verità è che, da noi, la crisi, quella vera, sta arrivando solo adesso. E, paradossalmente, te ne accorgi proprio nei centri in passato più rinomati, ad esempio, dell'alta casta culinaria: agriturismi, cantine, aziende enogastronomiche della toscana (non dimentichiamo che il turismo enogastronomico, da noi, è sempre stato uno dei pilastri portanti dell'economia), per dirne una, dove prima, se non prenotavi con largo anticipo, non trovavi neanche un posto per sederti, ora sono talmente vuote che puoi organizzarci una bisca clandestina di briscola e scopone scientifico. Significherà qualcosa? Sarà perché non ci sono più soldi da spendere in piccoli piaceri che, magari, puoi permetterti si e no una volta nell'arco di un anno? Non è già un segnale, questo? Non guardate la sostanza di un lusso come questo in paragone alla fame vera dei paesi africani. Guardate tutto in veste di proporzione. Un ragazzo di quasi trent'anni costretto, con una paga buona si e no per l'affitto in nero di una camera doppia (magari anche con coinquilino rompicazzo o dai piedi formaggiosi), a distruggere le palle per telefono a famiglie che stanno come o peggio di lui per proporre offerte scippo da parte dei vari Infostrada, Telecom, Fastweb o strozzini autorizzati vari, non è forse vittima di una moderna forma di schiavismo? Un mio amico, Giuseppe, ha fatto il centralinista in una di queste aziende. Doveva arrivare fino a San Basilio (uno dei quartieri più periferici, sperduti e malfamati di Roma) per poi tornare a casa sua a San Lorenzo (vicino La Sapienza) con un notturno, la cui attesa trascorreva in compagnia di fidi tossici e spacciatori della peggior specie. Tutto per 400 euro da raggiungere anche con una ventina di contratti da stipulare in un mese con un procedimento prossimo all'estorsione. Non è schiavismo moderno, questo? L'unicità di considerazione, da parte dei nostri cari datori di lavoro, dei lati negativi di una legge Biagi (che se fosse finita nella tomba con lui sarebbe stato un bene per tutti, lasciatemelo supporre), non ha forse portato alla disposizione, da parte della nostra generazione, a piegarsi ad ogni forma di sfruttamento esentasse con relativi rischi di incolumità sia fisica che mentale (voglio vedere te a sparare per ore sempre le solite minchiate in stile campanello attraverso un microfono telefonico)?


E allora cosa diamine stiamo aspettando? Me lo volete dire, per cortesia? Cosa deve succedere ancora affinchè a qualcuno di noi si associno altri ed altri ancora per alzare il culo e andare a parlare chiaro ai signori della corte riguardo una situazione non più sostenibile per una generazione costretta a regredire di trent'anni e invogliata (io so quanto) a ripensare, con rancore, al momento in cui ha scelto di iscriversi all'università (se la chiamano ancora "università") rifiutando un posto di lavoro post diploma? Dobbiamo aspettare davvero di finire di nuovo, dopo più di sessant'anni, a pane e acqua?

lunedì 7 febbraio 2011

Le palle girano

Le palle girano. Ah, se girano! Volteggiano giulive nell'aere dell'insopportabilità circostante, invidiate da pianeti, satelliti e astri celesti.

Ahi com'è cosa dura essere studenti di questi tempi. Non per uno ma per tantissimi motivi. Risaputi, tra l'altro. Se poi, però, a questi già di per sé fottutissimi motivi si aggiungono anche maltrattamenti non tanto verbali quanto morali da parte di uffici di orientamento di facoltà universitarie che non solo chiudono gli sportelli perché non hanno più ragazzotti tirocinanti da sfruttare ( e quindi ti lasciano accedere ai loro preziosissimi uffici) ma pensano bene anche di schifarti pensando che il sottoscritto si sia recato presso la loro sede al fine di prenderli per il culo quando, invece, necessita solo di un'informazione relativa ad un microscopico cambiamento del piano di studi. Certo, ormai fuori tempo massimo e questo lo si sa. Ma si potrebbe anche apprezzare un pochino l'accenno di volontà nel chiedere di fare adesso quel piccolo cambiamento in luce della speranza di laurearsi entro la fine dell'anno e, quindi, nella mistica visione di avere drammaturgicamente voglia di porre fine a studi già di per sé inutili e, soprattutto (intoccabile tabù), di non dover pagare le tasse per un ennesimo anno da fuori corso di merda. Quindi tutto regolare: tempo perso, soldi sprecati, incertezza sul divenire. Pura prassi verificabile.

Poi ci si mette anche la situazione generale a raschiarmi i coglioni. La tanto sospirata manifestazione ad Arcore, da parte del fatidico Popolo Viola, a detta dei giornali, è degenerata in tragedia. Beh, proprio tragedia non mi sembra sia stata, stando ai video che circolano sulla rete. Solite mazzate prese dalla polizia provocata da gruppi che, in sostanza, non c'entrano un rinomato cazzo con il vero senso della manifestazione. E siamo sempre alle solite: tutti diranno, ancora, che i giovani (tutti, ovviamente) sono dei teppisti e Santoro ci farà un'altra puntata e speriamo almeno che non ci sia La Russa a farmi smadonnare mezzo calendario alla faccia di chi non lo impala davanti Montecitorio domani mattina. Ma tirategli le bombe dall'alto dei cieli a quella merda di villa abusiva del cazzo, radete al suolo quel non luogo di scempio morale incivile, prendetelo e impiccatelo per i coglioni se proprio dovete fare casino. E invece no: mazzate tra stronzi col culo mezzo parato e poliziotti che non è che c'entrino poi qualche cazzo col resto se fanno solo il lavoro per cui vengono miseramente pagati (cioè menare). Vaffanculo. Il 1789 non ha significato un cazzo per voi. Prendete esempio da chi con la sola "violenza" di parole selezionate al minimo dettaglio rilevante e cucite su striscioni più sacri e autentici della sindone riesce a smuovere una buona fetta di popolazione.

Poker e casinò online. Lo stato spinge al gioco. E certo. Siamo troppo bravi. Aspetta, calati ancora un po' più in avanti che se no questa minchia non ti entra tutta e poi non godi, emorroidi permettendo. Luttazzi docet. È il progresso, è lo sviluppo della rete: fottere e fottersene. Internet a questo serve: a giocarsi pure la nonna su PokerStars o sui siti di Snai e affini, dove, per una partita di pallone magari anche del campionato pakistano, puoi scommettere (giuro che è vero) anche su chi batterà il prossimo calcio d'angolo. Basta avere una carta prepagata tipo PostePay e non c'è problema, vinci facile. E poi ci si lamenta per via del fatto che c'è la crisi: poker e scommesse online, macchinette nascoste nei bar e decine di euro di gratta e vinci, però, la crisi la fanno passare, certo. Andate a farvi fottere. Tutti quanti.

La crisi è quella di ragazze e, ora, anche donne cinquantenni italiane che sono costrette a tornare a farsi sodomizzare per quello che, almeno fino a una ventina di anni fa, era un lavoro a tutti gli effetti, con tanto di messa in regola in quasi tutti i suoi fattori: la badante. Speriamo che filippini e associati non scendano in rivolta per paura di perdere posti di lavoro. Avrebbero anche ragione, dal momento che l'Italia è sempre stato il paese delle grandi promesse e delle grandi opportunità, il paese che ti dice "ma perché devi andare a zappare la terra se puoi fare tante altre cose, a partire dall'impiegato per arrivare ad avvocato o notaio? A quello ci pensano gli altri". E allora tu rifiuti, che ne so, una mezza e lurida paga per potare la vigna e vendemmiarne il risultato nella scuola agraria che ti ha fatto letteralmente cacare un diploma col massimo dei voti per andare a studiare, da grande letterato, le eroiche gesta di grandi artisti e pensatori che, certo, dei tuoi problemi reali non ne avrebbero mai potuto scrutare neanche l'ombra o non ne avrebbero potuto annusare nemmeno lontanamente il puzzo malefico.

Ha ragione Coliandro: città di merda, vita di merda. E io? Dov'è che sbaglio, porca puttana di una vacca troia?


mercoledì 2 febbraio 2011

Non in mio nome

Oggi mi è arrivata una nuova mail da Gianluca, un amico regista con il quale di recente ho collaborato e il quale (ah, se non fosse per lui) mi informa puntualmente su avvenimenti e riunioni di gruppi di lavoratori dello spettacolo in vista dei provvedimenti di protesta da prendere in apposite assemblee nei confronti degli scempi culturali che lo Stato ci sta regalando di questi tempi. La mail contiene un allegato con questo messaggio.


Carissimi Amici, musicisti e non,

continua imperterrita, inesorabile e inossidabile la campagna di svuotamento ed avvilimento dei valori culturali universali con l'ennesimo coinvolgimento di Giovanni Allevi nell'ambito della Musica Classica. La Sinfonica della RAI, infatti, ha convocato il "Mozart del 2000" per rivisitare l'Inno di Mameli e farsi da lui dirigere in occasione del 150° anniversario dell'Unità d'Italia. Ciò, insieme all'invito del presidente Renato Schifani di qualche anno fa, per dirigere il Concerto di Natale in Senato, rappresenta una nuova ed inedita vergogna per la Musica Classica e la Cultura italiana.

Ricordo a tutti che nei festeggiamenti del 1961 la Rai lanciava un giovanissimo Claudio Abbado.

Oggi abbiamo Allevi.

Esiste già una petizione on line dove si può firmare allo scopo di testimoniare il disappunto di chi con l'Arte ci lavora tutti i giorni, con amore, passione e dedizione assoluta; di chi crede ancora che si possa contrastare il disegno dei mortificatori della cultura; di chi trascorre ore ed ore al giorno per perfezionarsi al proprio strumento pur sapendo di non poter contare su uno Stato che gratifichi, o almeno che rispetti, il talento e l'impegno; di chi crede ancora che l'Arte e la Cultura siano beni supremi irrinunciabili, come l'Aria che si respira.

Chi abbia voglia di far sentire la propria voce, quindi, vada all'indirizzo che segue e firmi: http://www.petizionionline.it/petizione/allevi-che-rivisita-linno-di-mameli-e-una-vergogna/3258 .

Immagino che anche questa campagna non servirà ad invertire la rotta dell'inarrestabile decadimento a cui, a tutti i livelli, stiamo assistendo;

Immagino che, come al solito, tutti (o quasi) i musicisti di chiara fama, i responsabili e direttori di istituti d'arte e musicali continuino ad ignorare la realtà dei fatti, a far finta di nulla, pur sapendo benissimo che il terreno intorno a loro e alle istituzioni che dirigono diventa ogni giorno più inconsistente, ed ignorando quale messaggio indiretto questa mancata presa di coscienza possa significare per tutti.

Immagino che, anche in questo caso, l'inquinamento culturale continui senza sosta, facendo da sponda al decadimento etico, morale, ed ambientale di cui l'Italia è fiera portatrice.

Resta solo l'orgoglio e la soddisfazione, per chi ci crede, di poter dire: non in mio nome!

Con la speranza di una piena adesione e di una divulgazione capillare.

Grazie.

Roberto Russo

info@robertorussoweb.it


Avrei potuto subito aderire ad una protesta comunque finalizzata all'otenimento di un obiettivo nobile e necessario. Ho preferito, però, salutare il mio amico e rispondere così.


Ciao Gianluca! Come stai? Spero vada tutto bene.

Grazie mille per le mail che mi giri, anzi continua a girarmele senza indugio: sei una fonte di informazione indispensabile. L'altra volta andai all'assemblea per lo spettacolo di "Tutti a casa" e mi sa che continuerò ad andarci: voglio proprio vedere se siamo capaci di fare veramente il culo all'ipocrisia dominante. E grazie anche per questa mail, anche se ti confesso che non so se firmerò. Motivo: ho studiato pianoforte per tanti anni e conosco le personalità di conservatorio, ahimè anche (e talvolta soprattutto) giovani; non fanno così tanto per preservarsi dai maestri conservatori (per l'appunto), superomisti e viscidi nel loro perenne imporsi come detentori del sapere musicale supremo. Ovviamente hai presente "La pianista" di Haneke. Beh, in molti casi corrisponde esattamente alla perfetta realtà. Ovviamente c'è chi si salva e sono tanti. Ovviamente c'è chi del suo sapere e del suo talento ne fa seriamente una filosofia da condividere con spirito eticamente evolutivo. Quello è il ramo da salvare, anche se secco in diversi punti e non per colpa sua: ahimè, attecchisce ad una pianta quasi morta.

Allevi non è per niente simpatico neanche a me, lo trovo sciatto e qualunquista con quell'aria da finto maestro che si dà (dice che è la musica a venire da lui, figuriamoci). Però voglio proprio vedere se i grandi signori da sacro spartito (mezzo di scrittura, tra l'altro, ormai superato e completamente in disuso), con tanto di portabacchette al guinzaglio, saranno mai capaci davvero di lasciare spazio ad un loro allievo di qualità senza continuare a fargli venire le crisi di inferiorità con le continue opere di estrema competizione che instaurano in un'arte che, per un secolo intero, ha avuto più le sembianze di una dittatura che di una forma di libera espressione del fondamentale estro artistico. Per gente di cera che inumidisce gli indumenti intimi sotto i vestiti milionari al Teatro Argentina con i soliti Rossini, Verdi e salme varie (passi Mozart in qualità di genio ribelle ed innovatore), uno come Stravinskij ha quasi sempre rappresentato l'incarnazione di Satana in Terra e uno come Alvin Curran (ho partecipato a suoi laboratori, quindi so di cosa parlo) dovrebbe essere impiccato in pubblica piazza domani mattina...e stiamo parlando di maestri, a modo loro. Quindi non so se prendere parte ad un insieme culturale dal quale ho sempre preso le distanze in qualità di fanatico denigratore delle dinamiche "io sono meglio di te e vedrai se non ti affosserò", movimenti di causa-effetto che non mi hanno mai permesso anche solo di provare a fare di me stesso un musicista nel vero senso della parola.

È giusto farsi sentire, per carità, ma, conoscendo l'ambiente, non credo servirà a qualcosa.

Personalmente preferirei che, se proprio si deve fare qualcosa con l'inno nazionale, venga fatta con modalità, tecnologie e, soprattutto, idee moderne. Curran riesce a suonare per ore con una sedia...

Ma tornando a cose serie: fammi sapere quando ci sei per un caffè, se vuoi.

Grazie infinite.

Un abbraccio

Stefano


Se volete dite pure la vostra.