venerdì 19 settembre 2014

Giornalismo: il problema, spesso, riguarda le persone (Capitolo II)



Oggi arriva nella mia casella di posta elettronica l’ennesima risposta all’ennesimo annuncio dell’ennesimo giornale online che, per l’ennesima volta, gradirebbe molto i miei servigi dattilografici ma senza versarmi l’ombra di un centesimo in tasca. Molto cordiale, gentile e verbalmente corretto, il tizio (per carità, va detto), ma da bestemmie a reti unificate le solite predisposizioni.
Dunque.

Gentile Dott. Stefano Gallone,
la ringrazio per aver letto il nostro annuncio e mi scuso per il ritardo con cui le rispondo, ma la mail di [nome precedente del sito] non la controllavo da molto. [nome precedente del sito] si è trasformato infatti nel mese di Aprile in un nuovo webzine: [nome attuale del sito], fondato da un gruppo di giovani con l'obiettivo di valorizzare l'arte contemporanea prevalentemente nella zona romana. Le invio il link alle nostre linee editoriali che sicuramente sono più esaustive: [link].
Come avrà visto abbiamo numerose sezioni. Il nostro webzine, ci tengo a precisarlo, è low budget, anzi, lo definirei come un no budget, poiché privo di retribuzione. Instauriamo infatti soltanto delle collaborazioni. Per far parte della redazione Le chiederei di inviarci un articolo di massimo 2500 caratteri su un film recente.
La ringrazio per l'attenzione e Le auguro un buon fine settimana.
Cordialmente
[nome del tizio]

“ […] lo definirei come un no budget, poiché privo di retribuzione. Instauriamo infatti soltanto delle collaborazioni “. Non sapevo che ormai per “collaborazione” si intende direttamente qualcosa di non retribuito. Un po’ come “stage”, insomma. Grandissimo Eduardo, è proprio vero che gli esami non finiscono mai. E non si finisce mai di imparare, eccetera eccetera eccetera. Molto bene. Comunque, siccome a sto giro proprio non riesco semplicemente a cestinare (non per la risposta ma per un po’ di accumulo di stanchezza), rispondo.

Gentile [nome del tizio],
grazie per la risposta ma si tratta di un low budget o no budget, in definitiva? Perché se la collaborazione non è retribuita la ringrazio ma non intendo mandare alcun articolo di prova, anzi comincio a essere molto ma molto stanco e violentemente irritato da una simile condizione, ancor di più dalle solite e inutili giustificazioni che ricevo da un paio di anni a questa parte.
Mi conceda una sola domanda, per mia ricerca personale: se c'è crisi e non ci sono soldi, perché continuare ad aprire giornali online (ma a volta anche cartacei; tutto sommato, più c'è crisi e più ne nascono, chissà come mai) richiedendo collaborazioni gratuite (che poi si trovano sempre, vista l'ingenuità di molti di noi o la semplice necessità di "fare esperienza") e non unirsi in tre o quattro per crescere per conto proprio e poi, soltanto poi, dopo aver instaurato qualche entrata con sponsor e Adsense, cercare qualcuno a cui, però, fornire qualche soldo (non ritenute d'acconto, soldi) in modo da avvalersi dei suoi servizi?
Grazie a lei.
Saluti

Mentre attendo una risposta guardo altri annunci e trovo sempre e solo le solite parole chiave, sintomo di contrattacco a qualsivoglia richiesta di retribuzione a suon di gesto d’ombrello: “Siamo alla ricerca di giovani motivati da una grande voglia di cimentarsi con il giornalismo”; “i requisiti per collaborare con noi sono essenzialmente due: impegno e spirito di iniziativa”; “cerchiamo aspiranti giornalisti”…e comincio pure a sospettare che trovare il semplicissimo link “lavora con noi” su una testata online sia sintomo di richiesta in ginocchio come a dire “ti supplico vieni da noi pure si nun c’avemo gnente da datte”. Nel frattempo mi risponde anche un altro: “Buongiorno, per quel che riguarda le modalità di collaborazione si tratta della redazione di 4-5 news giornaliere in ambito principalmente calcistico, a riguardo riceverà ulteriori dettagli nel caso in cui la collaborazione andasse in porto. Dal punto di vista economico al momento non è prevista retribuzione diretta da [nome sito] ma diamo la possibilità di utilizzare i propri banner pubblicitari (es.: Google Adsense, JuiceAdv etc) e dunque monetizzare a seconda delle performance degli articoli”. Ma metti per iscritto “cerco pr”, fai prima. Si parla anche di “performance” degli articoli, ormai. Delete.
Poi arriva la risposta del tizio di cui in principio.

Gentile Stefano,
è nella speranza di tutti noi che [nome sito] si possa trasformare in una realtà retribuita. E oltre a esser una speranza ciò è soprattutto un obiettivo condiviso da tutti. Il nostro webzine punta prevalentemente su una realtà ben precisa, quella del contemporaneo, che viene poco indagata ed è poco pubblicizzata. Trovare sponsor non è semplice e "imbrattare" il giornale con pubblicità poco interessanti non è nella nostra politica. L'idea di aprire un giornale online ci è venuta proprio per plasmare questa nostra progettualità che, si fidi, ha bisogno di lavoro, tempo e abnegazione, cose difficilmente riscontrabili nella maggior parte delle persone. Capisco il suo stato d'animo e la sua stanchezza, capisca però anche il nostro punto di vista: non è un mero tentativo di cambiare il mondo, ma semplicemente il bisogno di dar voce, attraverso la nostra passione, a ciò che voce, nella maggior parte dei casi, non ha. Siamo nati con questa passione e ci auguriamo che ciò possa avere anche una retribuzione. Ci tengo a sottolinearLe che anche i cosiddetti "quadri dirigenziali" di [nome sito] non hanno una retribuzione (me compreso); questo forse le farà capire, oltre la bontà del progetto, la nostra volontà di non lucrare sul tempo e lo spirito del singolo redattore poiché i primi a faticare siamo noi stessi. Dimenticavo, le spese di gestione del sito sono a spese del "quadro dirigenziale"… sperando di esser stato esaustivo la ringrazio per la sua attenzione.
Cordialmente
[nome]

Risposta più che soddisfacente, cordiale e gentilissima. Peccato solo (e glielo dico in risposta ringraziandolo per la disponibilità e salutandolo) che la danno veramente in tanti (direi anche troppi). Allora le cose sono due, gli dico e chiedo anche a te che leggi: o c’è veramente una prospettiva di monetizzazione concreta per quanto piccola e a lungo termine, o è una specie di frontiera diventata il sogno di tutti nella speranza che si renda visibile e oltrepassabile senza indugio ma, ahimè, senza nemmeno una particolare visione tangibile.

P.s: ieri un mio collega / amico ha ricevuto per posta (non per mail, per posta; anche se in netto ritardo ma, sai, le Poste italiane, ultimamente, non sono proprio sinonimo di magia del savoir faire logistico) una risposta da parte di un ben noto quotidiano cartaceo nazionale al quale aveva lasciato un curriculum. Malgrado una considerevole scarsezza di simpatia per il suo capoccia, a onor di cronaca va detto che hanno risposto così (ripeto: per lettera postale, non per e-mail):

Egr. Sig. [nome del collega / amico con indirizzo], con riferimento al Suo curriculum vitae, La informiamo che al momento la nostra azienda non ha in previsione l'ampliamento del suo organico. Terremo comunque presente la Sua candidatura e sarà nostro scrupolo informarLa delle eventuali relative opportunità. Distinti saluti [dati e firma dell'ufficio personale].

(Nell'immagine iniziale, il genio di Zerocalcare: www.zerocalcare.it)





martedì 16 settembre 2014

Giornalismo: il problema, spesso, riguarda le persone



A Luglio mi sono laureato. E sì, eh, certe cose succedono anche a me, mica sempre e solo ai soliti “sparamambitto” che fanno otto esami a sessione e si laureano un anno e mezzo prima senza averci capito un benemerito cazzo. 109 su 110, se lo vuoi sapere. Arti e Scienze dello Spettacolo. La Sapienza di Roma. Cinema. Sì, rosico un po’ ma alla discussione mi hanno dato il massimo e parevano interessati. Forse. Cinema e Apocalisse, l’argomento. Bello e intenso, il processo di elaborazione e produzione della tesi, sì. Bravissimo il mio relatore. Una chiavica l’università in sé, che spero fallisca e crolli al più presto.
Dicevo, a luglio mi sono laureato e, a cominciare dalla fine del mese fino a questo preciso istante inoltrato, mi sono messo (e continuo) a cercare lavoro. Tecnicamente sarei giornalista pubblicista con tanto di tesserino e iscrizione all’Ordine (va bene, fattela pure tu sta cazzo di risata…ecco…contento? Bravo coglione), quindi, sai com’è, si cerca un po’ nel proprio settore prima di andare a bussare ai call center (e fatti pure st’altra risata…imbecille). E allora (sempre e comunque dopo aver girato praticamente tutte le redazioni maggiori, tra Roma e Milano, per rilascio curriculum e documenti vari: alcuni gentilissimi, altri da fucilare all’istante), giù con risposte ad annunci italiani di vario stampo provenienti dall’oceano putrefatto della rete. Un paio di volte mi è capitato di vedere qualcosa dalla Svizzera. Oltre ad aver caricato a ufo il curriculum sul sito della Rts (così, tanto per), avevo risposto a non mi ricordo nemmeno più io quale annuncio, consapevole di non avere almeno uno o due requisiti richiesti ma vabeh, intanto ci si prova. Sarà stato poco dopo ferragosto, se non ricordo male. Fatto sta che oggi, signore e signori, da questi svizzeri qua mi arriva questa splendida mail di risposta (non scherzo e non sono ironico, è veramente splendida):

Gentile signora, egregio signor [vabeh, concediglielo pure un copia/incolla per fare prima dimenticando di cancellare il sesso non corrispondente, fa niente],
la ringrazio sentitamente per la sua candidatura e per l’interesse dimostrato verso l'attività svolta dal [nome società che non è corretto fare in pubblico].
Tra le 350 candidature ricevute in risposta al nostro annuncio abbiamo scelto 5 candidati da invitare ad un colloquio. Purtroppo la sua candidatura non soddisfa pienamente uno dei requisiti da noi richiesti (ottima padronanza della lingua tedesca, esperienza nella produzione di film e video
[che non è vero, in passato ne ho fatti un po' ma vabeh, stiamo mica qui a contare i peli dell’orifizio anale dell’orso Yoghi], comprovata esperienza giornalistica con una buona rete di contatti nella Svizzera italiana).
La sua eventuale delusione è senz’altro comprensibile, soprattutto in ragione del fatto che non le viene data nemmeno l’opportunità di un colloquio. Anche se la nostra politica, in genere, si discosta da quella di altre imprese, ci accomuna sfortunatamente l’oggettiva difficoltà, per mancanza di tempo, di invitare tutte le candidate e tutti i candidati a un colloquio personale. La sua esclusione a tale fase non intende essere un giudizio di valore sulla sua qualifica. La preghiamo di comprendere che spesso sono solo piccole sfumature a fare la differenza.
Non esiti a ripresentarci la sua candidatura qualora veda pubblicata sulla nostra homepage
[sito] un’altra posizione di suo interesse.
Cordiali saluti
[Nome del tizio che ha scritto. Nome sostanzialmente tedesco. Che mi scrive in questo italiano così corretto].

Ecco…
…mi viene da pensare di primo getto: svizzeri, quindi persone serie anche (se non soprattutto) nel mio settore (mentre tutti noi stronzi, qui, stiamo ancora a spalare la merda con la storia trita coglioni dell’internet-non-internet-manellacartastampataèdiverso-ilgiornalismoèmortoepureigiornalistisonomorti-cisonosoloblogschifosienongiornali), encomiabili anche quando ti rifiutano perché ci tengono a specificare che non sei tu ad essere una merda inutile, sono loro che cercano altro e ti incoraggiano a tenere comunque vivo un mezzo contatto. Poi rileggo la mail una seconda volta e mi viene soltanto da riflettere sul fatto che mi ritrovi stupito di una risposta così cordiale, gentile e comprensiva, cosa che, in fin dei conti, dovrebbe essere la normalità più assoluta qui attorno a me e che, a quanto pare, in questo cesso di posto dove stiamo noi, non è mai stata proprio una specie di usanza, perché se no pare brutto.
E allora mi tornano alla mente tutti gli incontri e le risposte del cazzo più recenti avuti (i primi) di persona (pochissimi, la verità) e (le seconde) sulla mia fottuta mail bypassata da siti di pubblicità, truffe a nome di Poste Italiane (che, ovviamente, di Poste Italiane non sono), annunci porno e richieste di aiuto economico farlocche con nomi supercazzola e in linguaggi prossimi a un Google Translate affetto da Encefalopatia Spongiforme Cibernetica. Avessero mai avuto almeno un briciolo di una simile predisposizione, tutte quelle merde con cui sto avendo a che fare nella ricerca di un semplice lavoro ormai diventato un fottuto hobby del cazzo nell’unico neurone di alcuni (parenti e qualche amico, in particolare. “Ah…ok…e che lavoro fai?”. Faccio rapine in banca con tua nonna che mi paga a colpo di pistola esploso, stronzo). Me ne sovviene qualcuno in particolare.

Ho anche esperienze radiofoniche, sia come autore che come speaker e producer, quindi noto in rete un annuncio di due righe, due di numero, che pare faccia capo a una radio fm di Roma. Niente nomi né indirizzi mail ai quali poter mandare un curriculum. Solo un numero di telefono cellulare. Vabeh. Finito di guardare e rispondere agli altri tre o quattro annunci che ho aperto in apposite finestre sullo schermo, prendo il telefono, compongo il numero e parte la chiamata.
“Prooontooo…” (con inflessione a mo’ di scimmione della pubblicità del Crodino. Hai presente?).
“Ehm…sì, buonasera. Ho visto proprio adesso il vostro annuncio e volevo sapere, un po’ più nel dettaglio, di cosa si tratta, in cosa consiste il lavoro.”
“Eh. Embè? Perché? Nun sai legge? Che ssei cecato?” (stessa e identica inflessione che manterrà per tutta la conversazione, con picchi di aumento fonico alla Pasquale Casillo).
“…sssssì…beh, c’è scritto speaker o dj.”
“Eh.”
“Sì, beh, io sono giornalista pubblicista, critico musicale e cinematografico, laureato, iscritto all’albo…[eccetera eccetera eccetera]. Avendo anche esperienze radiofoniche sia come autore e producer che come speaker radiofonico, nonché approfondite conoscenze musicali senza limiti di genere, volevo sapere se c’era possibilità di collaborazione, stage o qualunque altra cosa anche solo a livello giornalistico presso la vostra redazione, ecco.”
“Co’ cche rradio ‘a lavurato, te?”
“Ho lavorato e lavoro ancora per una webradio [nome] fondata da me prodotta dal giornale per il quale collaboro da 5 anni. Prima ancora la nostra direttrice conduceva una trasmissione presso una radio italiana di New York [nome] che ha anche ritrasmesso la prima stagione della trasmissione che invece ho fatto io. Abbiamo una specie di partnership e collaboriamo spesso per…”
“Nun ‘a conosco.”
“Vabeh, è legittimo”
“E comunque  ‘e uebberadio nun so rradio.”
“Come, scusi?”
“Nun conta gnente, nun ‘e na radio.”
“Guardi che tutte le ritrasmissioni ad opera della radio italiana newyorkese erano anche in Fm. Negli Usa, per giunta.”
“Nun significa gnente, nun è na radio”
“Vabeh. Senta, scusi, non mi vuole dare nemmeno un indirizzo postale o mail al quale poter mandare un curriculum in modo da poter…”
“Ma nno, perché nun è  na radio, nun è n’esperienza, ‘e uebberadio nun so rradio [e attacca una filippica di almeno tre o quattro minuti sul senso del concetto di radio per un coglione, che io ascolto col sangue agli occhi solo per lasciarlo finire perché poi quella merda dice] “Comunque, sì pproprio ce tieni, poi pure venì qua, te mettemo a sede ar tavolino e vvedemo che ssai fa.”
Al che rispondo:
“No. Non mi meritate.”
E gli attacco il telefono in faccia. Perché in questa fase della mia vita sto mandando a fare in culo veramente tante persone senza pensarci mezza volta in più. Una terapia che consiglio vivamente a tutti voi quando necessario, vale a dire in casi come questo.

Altra esperienza interessante.
Rispondo a un annuncio online che ancora oggi circola con pressante insistenza su qualunque sito di ricerca lavoro. Si tratta di un sito internet che pare faccia sia un pizzico di giornalismo che, in maniera più corposa, web tv. Dopo un po’ mi ricontattano per invitarmi a un colloquio conoscitivo, sempre qui a Roma. Dico grazie e il giorno dell’appuntamento mi presento in tranquillità ma consapevole della facile eventualità di non ricavarne niente di buono, quindi self control ben collaudato.
Entro in questo bel portone di un certo punto di viale Marconi e la portiera, gentilissima, mi indica la porta della società. Busso, entro, saluto, ricambiano e mi mettono a sedere su un piccolo divanetto per attendere che il capoccia finisca un altro colloquio fissato prima del mio. Mi trovo in un vero e proprio appartamentino, comodo, confortevole, con due persone vicino a me (una giovanissima segretaria e un ragazzo forse mio coetaneo che si occupa dell’area giornalistica da direttore, dice. O caporedattore, non ricordo bene). Il capoccia generale, nel suo studio alle mie spalle, finisce il colloquio con una ragazza che se ne esce sorridente. Entro io, saluto, mi accomodo. Mi accomodo, sì, ma ad una scrivania alquanto distante a una seconda dietro la quale sta seduto lui. Mi annuso distrattamente le ascelle per vedere se il motivo per cui mi tiene distante è perché potrei puzzare ma vabeh.
Mi comincia a parlare forte del suo baffone e di una maggiore tranquillità conferitagli dal fatto che siamo quasi conterranei. Mi comincia a parlare forte del suo baffone ma partendo da un discorso di massima legato all’impossibilità di portare avanti carriere giornalistiche al giorno d’oggi, della necessità di mettersi in rete ma del contrattacco lanciato dall’impossibilità di pagare i collaboratori pur necessitando della loro fervida collaborazione “acca ventiquattro” per crescere e sperare in remunerazioni che mettano qualcosa in tasca a tutti. Allora lo fermo e chiedo se, quindi, non è prevista alcuna retribuzione. Il buon uomo riparte con altre supercazzole sulla crisi di sto cazzo e bla bla bla.
Mentre quello parla e io manco lo ascolto più, mi guardo un po’ intorno con la coda dell’occhio: ho di fronte una sorta di sosia del “cumenda” Guido Nicheli, solo in versione napoletana; mi trovo in una redazione fisica, ancora semi vuota ma fisica, arredata anche bene, per la quale questo qui paga un certo affitto (lo ha detto lui). Quindi qualche soldo circola sicuramente. Sono tre mesi che vedo questo annuncio imperare sulle bacheche dei siti di ricerca lavoro, quindi staranno ancora lì, avranno pur trovato qualche fesso di turno che deve solo fare esperienza. E se stanno ancora lì, ma non pagano, verseranno comunque certi soldoni (che quindi hanno, o lui personalmente ha) per mantenere l’affitto dell’appartamento adibito a redazione (che piccolo piccolo proprio non era) e pagare le rispettive bollette (per non parlare poi della manutenzione dell’attrezzatura buona che hanno ma che chiedono a te di avere per conto tuo). E a Roma sai bene che gli affitti sono qualcosa di improponibile per una miriade di comuni mortali.
Per farla breve, quando questo finisce di sparare supercazzole io comincio a dire cose del tipo “ma allora, se è crisi, perché buttarsi a elemosinare compassione e lavoro gratuito? Non è meglio trovarsi un lavoro qualunque per conto proprio senza farla campare di rendita, sta crisi?”, oppure “ma lei lo sa che (certo non è il massimo) ma è anche possibile mantenere una mezza redazione anche senza un appartamento in affitto? Quindi se può pagare un affitto con relative bollette e condominio, perché non può pagare due soldi a chi accetta di lavorare con lei?” (l’uomo dice che almeno qualche ritenuta d’acconto per il tesserino si sarebbe spremuto per pagarla). O ancora “se proprio non si può o non si vuole pagare chi lavora per te, allora perché non cominciare a fare la tanto sospirata ‘crescita’ da soli in quattro o cinque per conto proprio per poi raggiungere un certo status di entrate sponsor e Adsense e offrire, solo dopo tutto questo, uno sputo di lavoro con qualche spicciolo a disposizione? Noi con il nostro giornale, ad esempio…”. Non l’avessi mai detto. Non avessi mai accennato a come tiriamo avanti (con pochissimi soldi, praticamente niente, ma almeno dignitosamente) noi al giornale online dove sto io. Morale della favola, il colloquio è finito con lui che elemosinava a me una partnership col mio giornale. Patetico.

Per finire, quanto alle risposte mail di annunci nei quali non si parla di retribuzione manco se viene la missione, c’è una certa forma standard (che molti di voi conoscono anche bene) che ti arriva nella casella di posta quando il cosiddetto datore di lavoro (parolone, sia “datore” che “lavoro”) si degna di risponderti, cioè solo nel caso in cui, consapevole di non volerti dare un cazzo (potrebbe anche, qualche spicciolo, ma preferisce molto spesso non volere e papparsi lui la poca brodaglia che riceve), gli serve come il pane azzimo qualcuno che si faccia il culo per far crescere lui e il suo sito schifoso. Fa pressappoco così:
“Gentile Stefano [o chiuque altro],
la ringraziamo per la sua candidatura e saremmo lieti qualora lei volesse collaborare con [nome sito]. Quanto alla sua richiesta di retribuzione, sa bene che le attuali premesse storiche non ci consentono di offrirle una regolare retribuzione ma ci permettono, altresì, di optare per la formula attuale più risolutiva, vale a dire quella del giornalismo partecipativo…” e continua con una sfilza di altre intramontabili supercazzole utili a proporre, in linea di massima, a colui che dovrebbe semplicemente scrivere, studiare, valutare, approfondire (o quanto altro di simile), di diventare una sorta di fottuto pr facendo stalking in giro per la rete a sputtanare i suoi articoli di merda per fare migliaia di viscidi clic da sprucido social network che finiranno per valere si e no un paio di euro (ad andare bene) dopo varie ore di sottomissione da schermo elettronico grazie a una moltitudine di banner pubblicitari che lui stesso dovrà gestire. E si pavoneggiano anche di una certa meritocrazia (nominano proprio questo termine) che solo loro vedono nella cosa.

Morale della favola: sarò drastico, disinformato o quel cazzo che volete, ma per quanto mi riguarda la nostra vera crisi è quella interiore. Il problema sono e resteranno sempre quelle persone che invece di risolvere il problema ne creano consapevolmente e deliberatamente altri (perché tanto basta solo un’iscrizione a un tribunale per essere “in regola”), talvolta più grandi ancora, e si crogiolano sulle inadempienze psichiche altrui, vale a dire quelle di chi accetta un simile scempio pur di sperare in qualcosa finendo per essere spesso anche sopravvalutato quando i suoi temini di terza elementare vengono fatti passare per articoli pur di buttare qualcosa sul sito, con la paura fottuta (esattamente come a scuola o all’università) di inimicarsi chissà chi mandandolo semplicemente a fare in culo. Il tutto coadiuvato da un mezzo fenomenale (internet) usato per il 75% nella maniera più schiavista e retrograda possibile (sia come non-lavoro che come “contenuti”). Basta oltrepassare un qualunque confine fisico per vedere che le cose, nel resto di una buona fetta di mondo, non stanno così e tutto è ben più possibile, legittimo e rispettoso delle circostanze? Sì e no, perché anche in questo posto maledetto ci sono moltissime persone di esimio calibro educativo che devono essere necessariamente preservate, costi quel che costi.
Ad ogni modo spero che tutto il peggio espresso fin qui (ma anche tanto altro) finisca. E nel peggiore dei modi, se necessario. La colpa, tutto sommato, sarebbe solo di qualche centinaio di vaffanculi finalmente espressi.

giovedì 11 settembre 2014

Gli U2 e Apple non hanno inventato proprio niente. Ecco perché

Fai vedere. Gira un po' sta faccia. Ah, ma anche tu sei costernato dalla incredibile scelta innovativa di Bono Vox e soci in associazione con iPhone, Apple, cazzi e mazzi, di far uscire il disco nuovo in digitale e sbatterlo per il mondo a costo zero! Orsù, ripigliati perché qua non c'è da scandalizzarsi o meravigliarsi proprio di un bel niente: centiniaia di migliaia di band lo fanno da anni su Soundcloud, Bandcamp e affiliati (tra cui pure io con gli Agate Rollings, vah). C'è di mezzo solo una oceanica dose di popolarità in più. Embè? La novità vera e propria dove sta?

Di certo ha ragione Michele Monina de Il Fatto Quotidiano quando reputa geniale una simile trovata (comunque di impatto storico), laddove il fattore "geniale" va inteso in rapporto a una quantità non indifferente di trogloditi che preferisce spendere (spesso per un disco che ha già e che vuole risentire immediatamente mentre si sta facendo fare un massaggio cinese completo con gran finale) dieci o più euro in mp3 da telefono cellulare dirrettamente connesso ai vari store digitali pur di non intasare la lussuosa casa (percaritadiddio!) di inutili oggetti circolari, grandi o piccoli che siano. 
Monina, giustamente, dice: "Nell’epoca in cui il prodotto vince sul marketing, loro hanno deciso di finire direttamente dentro il prodotto". Sta bene, è proprio così se intendiamo l'evento esclusivamente dal punto di vista del merchandising tecnologico. Ma...

...ma la Musica? Quella dove la mettiamo? Siamo sempre alle solite, insomma.

Monina ragiona saggiamente anche quando dice: "Da che quasi una quindicina d’anni fa, il classico ragazzetto in un garage americano ha pensato che i file musicali si potessero, in quanto file, condividere in rete, dando vita al file sharing, con Napster e con tutto quel che è seguito, la musica ha subito una rivoluzione che, a parere di chi scrive e non solo, ha precedenti solo nell’opera di Guido d’Arezzo e poi nell’attimo in cui qualcuno ha pensato che la musica poteva essere incisa e riprodotta meccanicamente. Da quel momento, infatti, il cambio di fruizione della musica, MP3 assurto a eroe di questa storia, ha sconvolto tutto. Non ho spazio a sufficienza per raccontarvi quel che è successo negli anni zero e in questa decade, ma voi ci siete e lo vedete coi vostri occhi. Oggi la musica si ascolta prevalentemente con gli smartphone, dopo un passaggio veloce dentro gli iPod (ricordiamo che dieci anni fa furono proprio gli U2 a pubblicizzarli) e simili, e se ne ascolta talmente tanta e confusamente da aver ridotto l’oggetto del contendere, la musica, poco più che uno sfondo insignificante, dettaglio minimo nel panorama d’insieme. Non è un caso che dopo decenni in cui si susseguivano rivoluzioni musicali, dal rock’n roll, al rock, al punk, all’hip-hop, al grunge, e sicuramente salto qualcosa, oggi si parli più di supporti che di contenuti".

"Il disco è morto", ci ripete sempre Cristiano Godano dei Marlene Kuntz ad ogni sacrosanta intervista. E come dargli torto? Sì, è esattamente così, ma sempre calcolando la questione in rapporto alla percentuale di imbecilli che si sparano le pose col macchinone e lo stereo col subwoofer alla cazzo di cane che ti ammazza i bassi rendendoli nient'altro che incomprensibili percussioni stomacali che solo il coglione di turno può sopportare, giammai comprendere, decifrare e trasformare in percezioni di note musicali. 

Gli U2, la Apple e qualunque altro gesucristo ci sia appresso, caro mio, non hanno fatto altro che seguire l'onda arrivandoci prima di qualcun altro (dirai "e hai detto niente" e va bene). Hai una vaga idea di quanto possano aver comunque preso da Apple o chicchessia per la diffusione gratuita del disco? Non ne parliamo che se no ci stramazziamo di crisi esistenziali.
Gli U2 sono solo riusciti a stipulare un accordo comunque redditizio per fare quello che molti meravigliosi siti internet fanno da tempo incalcolabile, guadagnando qualcosa illegalmente, forse, solo attraverso banner rompicoglioni e Google Adsense. Solo che quello è illegale e va condannato a morte per direttissima e senza processo anche se diffonde roba buona per il bene del sapere altrui (sul cinema, poi, c'è un altro paio di maniche molto divertente), mentre questo rientra nella norma perché frutta al signor ambasciatore della beneficenza di sto cazzo (che l'ultimo disco bello l'ha fatto nel 1997 e sono stato buono) un mucchio di soldi che, a confronto, Bill Gates pare un clochard, ma (percaritadiddio!) stimola i comuni mortali ad apprezzare musica differente e di qualità a costo zero (sai che risate se poi il disco è una cagata immonda? Naturalmente spero che almeno questo non lo sia, anche se già alcuni amici, puristi della band irlandese, mi avvisano dell'esatto opposto). 
Gli U2, amico caro, non hanno inventato proprio niente, hanno soltanto aggirato le reali colpe del settore. Quali colpe? Queste sulle quali riflettevo il 21 genaio 2011 attraverso le pagine di www.wakeupnews.eu: 

"Roma – Dati Ipsos derivanti da un’indagine svolta nella capitale, relativamente al download di materiale cinematografico, sentenziano un dato di fatto inequivocabile: nel corso dell’anno 2010, il 37% della popolazione italiana ha preferito usufruire di pirateria online, incentivando, di questo passo, la decrescente produzione e distribuzione di pellicole in sale cinematografiche in potenziale via di scomparsa per mancata disponibilità a sostenere i costi di manutenzione e rinnovamento. In aumento del 5% rispetto al 2009, il “file sharing” selvaggio ha portato la Federazione Anti-Pirateria Audiovisiva, in conferenza alla Casa del Cinema di Roma, a contare 384 milioni di atti mediaticamente spesso giudicati come vandalici (30 milioni in più rispetto ai precedenti rilevamenti). A subire i maggiori danni sono stati la vendita (150 milioni) e il noleggio (130 milioni). Le sale cinematografiche, in più, contano circa 100 milioni di negativo in bilancio. L’età media degli utenti in download varia tra i 15 e i 34 anni. I tre quarti di queste persone è, tra l’altro, perfettamente a conoscenza di aver compiuto quello che viene giudicato un reato (applicando la legge materiale ad un concetto immateriale di linguaggio binario; ci sarebbe anche qualcosa da dire su questo, volendo).
C’è da considerare, però, che non rimane affatto da escludere il versante musicale, dove, anzi, le cifre risulterebbero probabilmente astronomiche. Il dramma principale, per contro, rimane un altro (forse ancora più importante): nessuno si chiede mai il motivo delle preferenze di download rispetto alle decrescenti vendite legali, preferendo puntare il dito contro l’utente di turno facendogli anche il gesto delle manette. Ipotizzare qualcuno di questi motivi non è un reato nè una bestemmia.
In primo luogo, ovviamente, il risaputo ed inaccettabile prezzo standard (a volte incrementato per motivi futili di grafica o edizione limitata di poco conto) ai limiti del digeribile per un portafogli nazionale sempre più vuoto. In questo ambito, infatti, giudicando musica, cinema e, perché no, anche letteratura come un lusso e non come fonte dissetante di cultura, nessuno si è preso la briga di guidare l’attenzione degli utenti del web sui negozi online come Play o Amazon, dai quali (specialmente per quanto riguarda il primo dei due, e non è affatto pubblicità) è possibile ordinare i dischi di nuova uscita ad un prezzo da grossista completamente dimezzato (in genere sui 12 euro, contro i 20 in media di un cd fresco di stampa) e, talvolta, senza alcuna spesa di spedizione (in questo play è paladino, pur avendo come fulcro di distribuzione il Regno Unito: consegna entro una settimana). Lo stesso, ovviamente vale anche per i dvd, anche se un sonoro monito va rivolto anche alle sale cinematografiche che si fanno pagare 7 o 8 euro lo stesso film passato il pomeriggio a 5 solo perché si tratta della visione serale.
I motivi per cui comunque un’ampia fetta di popolazione appassionata predilige il download a caimano restano comunque legati a relative difficoltà di reperimento online per purissima pigrizia ed inettitudine tutta italiana (anche se basterebbe una Postepay ricaricabile e un paio di istruzioni elementari; ah, dimenticavamo: a volte sono in inglese, è un trauma). Ma non è da sottovalutare anche (o forse soprattutto) un continuo e consapevole movimento di boicottaggio delle multinazionali sia di distribuzione che, soprattutto, di vendita (i megastore, in aumento come funghi anche nei piccoli centri urbani). Un eventuale senso di colpa da parte di questi ultimi, evidentemente, esiste e si manifesta nella scelta (non è un’accusa, è una constatazione) di Feltrinelli, Fnac e Ricordi Media Store, ad esempio, di svalutare soprattutto cd e dvd portandoli a prezzi mai visti nè immaginabili prima: dischi di artisti di fondamentale importanza come John Mayall, Nick Drake, Rober Wyatt, Animals, Ramones, Roger Water, Caravan, Camel, Paul Weller, Marvin Gaye oltre a tanti altri, incluse intere ordinazioni di cataloghi jazz (Ornette Coleman, Herbie Hancock, Thelonious Monk, Bill Evans, Sonny Rollins, Michel Petrucciani, Coleman Hawkins, Lester Young) spesso e ben volentieri non superano i 5,90 euro a pezzo (in alcuni cofanetti onnicomprensivi è possibile pagarli anche meno).
L’impressione che, per i venditori, la responsabilità dell’aver aperto il campo al download selvaggio sia giustificabile con la scelta fondamentale (il taglio netto di alcuni prezzi) ma estremamente ritardata nel contrastare l’ondata di pirateria, ormai in così ampia diffusione da non poter essere arginata nella sua totalità, sembra non essere affatto infondata. Ad ogni modo, nessuno, ai vertici delle istituzioni, si è mai e poi mai preso la briga di considerare la potenziale utilità (fatta eccezione dell’onnipresente malafede umana) della rete come strumento di conoscenza: migliaia di appassionati di buona volontà, infatti, chissà per quale motivo riescono spesso ad effettuare comunque in anteprima il download delle nuove opere dei propri beniamini (chissà chi le carica sul web: sospetti bazzicano attorno alle stesse etichette soprattutto discografiche per una sorta di controboicottaggio da incastro; ma sono solo sospetti, è chiaro) scegliendo comunque, poi, di acquistare l’oggetto, anche nelle edizioni limitatissime (con oggetti, fanzine o materiali inediti vari) che le case di produzione si sentono in dovere di produrre, a prezzi quasi stellari, pur di vendere qualcosa. Si considerino, inoltre, le altrettante migliaia di utenti (sempre appassionati) che solo ed esclusivamente attraverso il download gratuito riescono a conoscere e ad apprezzare nuovi artisti (audio o video) che altrimenti non avrebbero avuto l’opportunità di testare non avendo a disposizione patrimoni monetari sufficienti per ascoltare o vedere tutto ciò da cui si viene attratti. Se si lasciassero passare almeno questi due ultimi e preponderanti punti, probabilmente si arriverebbe ad un buon accordo tra le parti. Ciò non potrà mai avere luogo laddove le major di produzione e distibuzione scelgono di continuare, imperterrite, a fingere un simile accordo imponendo i download a pagamento, pura forma di pirateria autorizzata: pagare per avere comunque un cd masterizzato. Il colmo. O no?"

sabato 21 giugno 2014

A me non piace il calcio ma il "pallone". E non ti sopporto se...



Io non sono nessuno, ma mi stanno coerentemente sul cazzo:
- coloro che perennemente, costantemente, eminentemente, beffardamente e puntualmente sparano a zero contro gli azzurri tra mondiali ed europei. Durante le qualificazioni dove eravate? Sentivo la vostra mancanza e ci sarà pure un motivo se scegliete di parlare proprio adesso;
- coloro che se la nazionale fa cagare dovete abbozzare tutti quanti perché non è altro che lo specchio e l’emblema del vostro fottuto vizio fascista italiota beota di cantar vittoria o piagnucolar sconfitta immeritata, quando un certo vero fascismo sarebbe, forse, anche un po’ quello di una visione oltranzista secondo la quale chi guarda la nazionale (o la Roma, o l’Avellino o il Pizzighettone), e gli farebbe anche un po’ piacere qualora questa cercasse di segnare un mezzo gol, è un pezzo di merda imbecille e ignorante che non pensa mai ai problemi seri del paese che poi, per carità, devono per forza essere anche i suoi e soprattutto adesso, ora, mò, proprio mò, se no non va bene, errore blu, anatema;
- coloro che, in tutto questo, offendendo in maniera totalmente gratuita chiunque sempre e solo dal pulpito di uno schermo di computer in direttissima sulle pagine di un social network di massa e senza nemmeno tutto questo grande costrutto filologico (fatta eccezione per alcune battute veramente stupende che, da questo punto di vista, sì che si avvicinano moltissimo al vero scopo del mio discorso), dimenticano, ma forse nemmeno ne sanno un punteruolo di cazzo del fatto che qualcuno, dopo essere passato inosservato o incompreso proprio alla loro generazione di facce di merda accannate che altro non han saputo fare se non spararsi seghe mentali (e non) finendo per rovinare definitivamente me e la mia fottuta generazione anche sulla scia stuprata delle sue divine parole (chepoitantoicazzisonoimieiinunduemilachenonesisteenoncertosoltantopercolpamia), il gioco del calcio, malgrado fosse tutto un altro mondo a quell’epoca, lo aveva visto come lo vedo io e non soltanto io ancora oggi, cioè così: http://www.storiedicalcio.altervista.org/pasolini_calcio.html.
A me (e a tanti come me, credetemi) non piace il calcio, piace il “pallone”. Siamo d’accordissimo su tutti i discorsi giustissimi di soldi, crisi e primedonne, nella maniera più assoluta (anche se, in verità, molti di voi li ho visti a cene, aperitivi un po’ così e pianger miseria economica, sociale e intellettuale quando invece, in fin dei conti…ma poco importa, peccato solo per quelle persone che, invece, reputavo luminari e poi, su certe cose, mi continuano a cascare come bambini capricciosi). Di quei discorsi possiamo farne quanti ne volete, anzi ne abbiamo fatti talmente tanti da sfiorare un’enciclopedia di luoghi comuni anche alquanto fastidiosa. Ma se proprio non arrivate a capire quella differenza fondamentale tanto nel gioco quanto nel suo senso nel corso di un’esistenza individuale (in questo caso la mia, che comunque non fa così tanto testo, ovviamente), beh, mi dispiace ma non posso fare proprio niente per voi. Oserei dire, anzi, che una certa ristrettezza mentale è proprio la vostra, signori cari. Certe volte, i fascisti beoti che tanto vi osannate ad additare siete proprio voi. E io vi disprezzo alquanto, almeno in quei frangenti.
Sì, proprio così. Perché a me non fotte un cazzo se la nazionale vince o perde. Se è per questo io, a sto giro, tengo Honduras come nel 1998 tenevo Marocco. A me interessa vedere belle o (sublime del sublime) ignorantissime partite nell’ambito dei miei due sport preferiti in assoluto (“pallone”, non calcio, e “pallacanestro”, non basket). Ma soprattutto, a me non fotte un cazzo di voi e delle vostre turbe filo-psicotrope. Siete soporiferi, noiosi e irritanti ma soprattutto prevedibili, privi di quel pur minimo barlume di fantasia o estro poetico che tanto vi affannate ad aggiudicare. Fate e dite quello che volete da qui all’eternità, tanto siete sempre davanti ad uno schermo, qua intorno non vi sento e non vi vedo mai.

giovedì 17 aprile 2014

Storie d'amor condominiale

Storie d'amor condominiale.
Ovvero quando nello Stivale - o, meglio, Vecchio Scarpone strazzato - non si ha più nemmeno un accenno di grammatica in corpo così come la cortesia - per non dire le palle - di dirsi le cose in faccia, papale papale. In questo come in tutto. Tutto.Via Contessa di Bertinoro 13.
Giovedì 17 aprile 2014.
Picture by Pasquale Brancaccio.



mercoledì 5 marzo 2014

La grande demenza: vedi film su internet? Non ragiono manco a pregarmi e ti sego le mani

Proprio mentre Paolo Sorrentino vince un (dite quello che volete, nemmeno a me sta simpaticisismo, ma) meritatissimo premio Oscar con "La grande bellezza", esce questa magnifica notizia: "La fine dei film in streaming. Sequestrati 46 siti pirata": http://www.wakeupnews.eu/la-fine-dei-film-streaming-sequestrati-46-siti-pirata/

E parliamone, dai.

Come se non lo avessimo mai fatto. Inascoltati. Buttati lì nel cesso. Sì, sì, parla, parla. Vai, vai, parla parla. Sì, sì, come no. Sì, sì.

L'ho già detto tante volte e vabeh, ripetiamolo l'ennesima. Al bando discorsi inutili e completamente fuori tema del tipo "vabeh ma se a te ti fanno lavorare gratis tu che fai?".  Belli miei, io vivo per la maggior parte di lavori non pagati, quindi so anche troppo. Il punto è un altro. Il punto è che uno come me (e come me ce ne sono veramente tanti tanti tanti) non può permettersi più di uno o, quando va bene, due biglietti di cinema e due dischi al mese (tra uno in economica e uno no). Tristemente, sapete che faccio il critico cinematografico (se si può ancora nominare così questo lavoro che qualcuno non considera più un lavoro): al di là di anteprime stampa e retrospettive al cinema Trevi, al Palazzo delle Esposizioni o simili, per me è difficile formare adeguatamente il retroterra culturale necessario a fare bene il mio "lavoro" e aggiornarmi sull'evoluzione del linguaggio (quando c'è). Quindi, la rete mi viene sempre incontro ANCHE (bada bene: ANCHE) in questo senso. Qualche volta soprattutto. Le biblioteche non sempre dispongono di quello che mi serve.
Quanto all'andare a cinema, è ovvio che non me lo nego come non mi nego un paio di bei vinili ogni tanto (parlate pure con chi mi conosce bene e vi dirà che spendo anche troppo, in questo) perché non è il costo del biglietto il problema. C'è gente che butta a cesso letteralmente molti più soldi e poi lagna la birra che aumenta di cinquanta centesimi. Il problema, in verità, in verità vi dico, è a monte.
 
Restiamo nell'ambito del cinema.
 
1) In Italia è dal 1965 che non esiste una legge vera e influente in materia di spettacolo. Solo un affrettatissimo decreto legislativo del 2004 che viene ripetutamente modificato a dismisura senza molta cognizione di causa. In questo decreto prossimo all'inutile, di incentivi agli esercenti (quindi le sale) non si parla se non in termini di ampliamento a multisala, facoltà economica che, in mancanza di fondi preventivi, innumerevoli gestori di sale cinematografiche non hanno. Quindi finiscono per proporre poca offerta. Quindi mantengono prezzi discutibili. Quindi la gente non se li fila. Quindi chiudono. Quindi col cazzo che ti vai a vedere più un qualunque film se il tuo paesino aveva a disposizione solo quello.

2) Se un nucleo (anche molto ma molto vasto) di persone ti dice che guardare film in streaming o scaricare divx e mp3 lo soddisfa (in verità, poi, i numeri degli ingressi in sala non è così disperatamente scarso a livello di "oddioddioddioddio e mmò ccome famo?!"; gente che va a cinema e compra i dischi c'è e ci sarà sempre, di meno ma sempre: guardacaso, non sempre ma il più delle volte chi più scarica più compra perchè si tratta di tipi umani che hanno sete e passione conoscitiva, quindi cognizione del valore dell'oggetto artistico), tu non puoi segargli le mani a bestia togliendoli quella che a tutti gli effetti è una LIBERTA' gratuita perché non è lui il diretto colpevole, non usufruendo a scopo di lucro di un bene immateriale. Toglietevi dalla coccia download = furto. Non è assolutamente così. Tu non rubi niente; è chi fornisce, semmai, a "rubare". E allora che si fa? Ovviamente si segano le mani a chi scarica o apre streaming in termini di utilità esclusivamente personale (perché della gente comune e normale, beh, chi cazzo se ne strafotte) rendendo inaccessibili i siti a decine e decine alla volta e facendo anche qualcosa a chi li gestisce, salvo poi ricominciare tutto daccapo perché altri ne nascono e ne nasceranno sempre. Una cosa intelligente (nonché dimostrazione di coraggio e consapevolezza...un minimo, almeno) sarebbe mantenere attivi i siti, consentire lo streaming o il download gratuito ma imbottire di tasse i gestori e, attenzione, tutti i titolari delle marche (anche rinomate) che acconsentono all'applicazione di banner e pop-up su quei siti in cambio di denaro a clic (quello, semmai, è un mezzo scopo di lucro). Non solo: convogliare i soldi ricevuti (suppongo anche un bel po') o estorti tramite Equitalia o chi per essa (se non pagano, visto che proprio la vogliono mantenere attiva) al reintegro del Fondo Unico Per lo Spettacolo (un puro miraggio ma sarebbe ossigeno cristallino per nuove produzioni tra opere prime e seconde, una possibilità per togliere di mezzo quella puttanata delle percentuali di premi produttivi rivolti ai soli incassi).
Il problema è sempre a monte, non puoi riversarti su chi usufruisce ma dovresti (e puoi) ottenere il massimo (eccome se puoi) dalla fonte (i siti).

3) (Mi riferisco sempre al cinema, anche se il discorso non cambia così tanto per la musica; un pochino diverso l'ambito dei libri perché lì è proprio l'individuo medio ad essere una capra). Vi siete mai chiesti perché un sacco di film stranieri, soprattutto americani, si trovano su internet prima ancora che escano in sala in Italia? Molto semplce: esistono anche siti / forum su cui la gente si mette sotto di propria spontanea volontà e scambia file di traduzione sottotitoli (elementi .srt prodotti con un semplicissimo blocco note), i quali poi, inseriti nel file del film con un semplice copia/incolla del nome del file o richiamati con VLC player durante la visione, ti fanno vedere il film coi sottotitoli. Il film, però, è sempre di qualità buona, prossima al dvd. Perché? Semplice: si tratta di prodotti audiovisivi che escono prima altrove e poi arrivano in Italia, quindi il dvd è disponibile prima. Ma attenzione: molti di questi film hanno i marchi antipirateria all'inizio della proiezione e, come se non bastasse, anche i messaggi tispaccoilculosediffondiquestofilmovunquetusiainognispazioeinognitempoditutteleepochediquestopianeta sulla schermata in vari punti del film. Quindi, sono file che provengono da persone del settore, principalmente giornalisti che ricevono a casa la copia riservata. Ergo, andassero a pigliare quelli là fino in America o dovunque sia, se hanno un briciolo di palle. E poi ne parliamo.

Punto.

Tutto qui.

E niente, fanno sempre finta di non capirlo.

Frank Zappa, in quel famoso processo, propose alla giuria e ad ogni membro del governo di "eliminare, a questo punto, il problema della forfora tramite decapitazione".

p.s. ma non troppo post:  spiegatemi perché Youtube, che pure ha (tanti) film interi, non chiude mai. Quello non lo tocca mai nessuno. Ah: su Youtube ci sono pure miliardi di dischi interi. Che vogliamo fare?

domenica 19 gennaio 2014

Manifesto della Nuova Critica Cinematografica, Musicale e Letteraria Italiana



Nelle seguenti righe cercherò di ipotizzare l’avvento di una (fin dove possibile) nuova concezione critica (in verità umana) da applicare nei confronti di arti come il Cinema, la Musica o la Letteratura, nella soave speranza che, un giorno, tali arti possano tornare ad essere considerate anche in luce di un rinnovato sistema economico che, per tramite di adeguate legislazioni, ne garantisca il sostentamento e, soprattutto, la diffusione principalmente nazionale in termini urgentemente qualitativi.

La critica artistica, in particolare quella cinematografica, musicale e letteraria, non può esimersi dal ruolo pedagogico che per forza di cose svolge sull’individuo anche e spesso in maniera involontaria. Sua è la colpa se troppi prodotti detentori di una bassezza contenutistica più che imbarazzante intasano la mente della stragrande maggioranza degli italiani medi. Sua è la colpa se queste tre forme d’arte sono state portate al livello (anch’esso imbarazzante) di un pubblico che non ricerca più, ormai, la reale consistenza esplicativa e vitale delle opere che non sceglie più di percepire realmente. Sua è la colpa se festival musicali, letterari e soprattutto cinematografici offrono ma non innalzano prodotti di vera fattura artistica. Sua è la colpa se almeno queste tre arti, in Italia, sono ferme al proprio onanistico passato sempre utilissimo ma ormai sepolto: un passato che chiede esso stesso, a gran voce, di essere assorbito e, in qualche modo, superato come dimostrazione di lezione appresa e sviluppata secondo il proprio personale punto di osservazione.
In un recente articolo, scrivevo così:

«Finché ci si scanna tra plebei si può anche lasciar passare, volendo. Quando, però, a comportarsi in maniera ben più che grossolana (e francamente irritante) è una buona parte della critica italiana professionista e retribuita dai maggiori quotidiani nazionali, vale a dire coloro che il concetto di Cultura […] dovrebbero difenderlo a morsi e divulgarlo a più non posso nella maniera più consona possibile, la mente e l’animo nazionale dei meno monetariamente schierati percepisce quella scintilla che fa scattare un certo imbarazzo e, in verità, un non facilmente estirpabile velo di amarezza».

È dunque questa serie di motivi a spingermi ad elencare alcune operazioni da innestare urgentemente a pilastro portante di una nuova concezione di critica cinematografica, musicale e letteraria italiana, affinché si possa realmente tornare a vivere di interesse puro verso arti vere, genuine e, soprattutto, necessarie a uno sviluppo umano sempre meno legittimato da comportamenti politici sadici e predisposizioni popolari annoiate.

1. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo rispetto per le nostre conoscenze e spazio per esprimerle in maniera tale da farle giungere, più o meno umanisticamente, a chiunque voglia assorbirle con curiosità, pazienza, desiderio, intelletto e spirito critico aperto al dibattito pacifico, coscienzioso e genuinamente incline al confronto di punti di vista, condizione necessaria affinché si possa giungere a stipulare accordi o disaccordi ideologici che, più di qualunque altra cosa, mantengano vivo il dibattito stesso nonché la voglia di esprimere i propri pensieri, ovvero la capacità stessa di avere ancora delle idee in un’epoca in cui prevale l’aridità.

2. La sola capacità di confessare se un disco, un film o un libro è bello o brutto, bianco o nero, chiaro o scuro, X o Y, non basta, non è minimamente sufficiente a spiegare ciò che davvero si annida in qualunque opera sempre e comunque, per quanto semplice e diretta essa possa presentarsi agli occhi del pubblico. Occorre seriamente dire, a chiare lettere e in maniera concettualmente ben strutturata (non solo sulle riviste di settore), perché un’opera è X o Y, perché e in che modo quel prodotto è bello o brutto: il tutto, non solo ed esclusivamente derivando il giudizio dal semplice gusto o non-gusto personale, bensì dalla fondamentale strutturazione di considerazioni tecniche, argomentative, logiche o anche illogiche che generano l’opera passata in rassegna. Pertanto, pretendiamo che vengano eliminati da ogni quotidiano e da ogni rivista i tantissimi trafiletti di poche battute dediti a dire (non spiegare) qualcosa su un disco, un libro o un film relegando l’ipotetica (e mai effettiva) comprensione qualitativa del prodotto a un semplice voto o a una sciocca sequenza di “stellette”. Voti o stellette sono utilissimi, certo, ma solo se situati alla fine di un discorso logico e adeguatamente sviluppato.

3. Siamo più che consapevoli del fatto che la rete, internet e le tecnologie attuali, se adeguatamente utilizzate, sono enormemente indispensabili per far fronte a quel tumore malefico che coincide col vizio di casta riguardante il comune accordo di pennaioli stipendiati e scritturati da quotidiani e riviste “istituzionali”, riuniti in insiemi di conoscenze interpersonali anche molto discutibili e, perciò, dediti periodicamente a scrivere frivolezze e sciatterie prive, molto spesso, di qualunque fondamento analitico filmologico, musicologico o linguistico-concettuale che detenga un minimo di coraggio nello stroncare qualcosa di “popolare” se qualitativamente affossabile, così come sottolineare l’importanza di ignoti meritevoli.

4. Troppo spesso le sale dei festival o adibite ad anteprime stampa cinematografiche sono frequentate anche da insopportabili personaggi (spesso identificati come firme di quotidiani nazionali) che, se non gradiscono il film, pur di non andare via, non fanno altro che disturbare il prossimo tossendo volontariamente, commentando cinicamente a voce alta e di fatto impedendo la corretta visione del film stesso (pregiudicando anche la credibilità del brano critico che andranno a scrivere, vista la mancanza di attitudine al solo lasciar finire un film) e, soprattutto mancando di rispetto nei confronti di chiunque altro voglia arrivare indisturbato al termine della proiezione. Chiediamo, dunque, a grandissima voce, che gli “operatori di sala” non si limitino, nei casi delle anteprime o dei festival, soltanto a disturbare i critici con fastidiose supposizioni anti-pirateria, ma che si adoperino adeguatamente per cacciare letteralmente a calci nel sedere queste persone (ben più nocive) fuori dalla sala.

5. Troppo spesso vengono spesi giudizi fin troppo luminosi nei confronti di dischi e libri provenienti da autori nazionali di discutibilissima caratura, mentre (non per forza) giovani talenti (non sempre) emergenti vengono continuamente ignorati preferendo elogiare (spesso a torto) sempre i soliti noti, considerandoli come unici esportatori di “italianità” all’estero. Tutto questo nuoce gravemente alla salute dello stato dell’arte nel nostro paese, condizione ormai statica, retrograda e assolutamente inaccettabile. Ci chiediamo il motivo di centinaia di scelte simili. Rispondiamo a noi stessi con la supposizione del termine “mecenatismo”, dal quale ci discostiamo apertamente e dal quale vorremmo che si discostassero anche molte testate giornalistiche note.

6. La storia dell’evoluzione di ogni forma d’arte, in particolar modo contemporanea, insegna che esposizioni e analisi (non soltanto mere spiegazioni) critiche hanno incentivato l’interesse nei confronti di movimenti, più o meno avanguardistici, volti all’individuazione delle più disparate ed eterogenee intuizioni creative. Ciò che la maggior parte della critica cinematografica, musicale e letteraria di oggi sa (e vuole…o deve!) fare non consiste in nient’altro se non nella continua, insensata, banale, stupida e ignorante smania di eterno recupero di un passato che ha già espresso le sue potenzialità diversi decenni orsono. Il che, al di là di citazionismi naturalmente utilissimi se ricontestualizzati a dovere, non offre alcun senso nel continuo recupero totale di opere d’arte già confezionate e conosciute alla perfezione nelle epoche precedenti. Per continuare a vivere di idee occorre che queste idee, in qualche modo, adesso, qui e ora, nascano. Conoscere il passato (nel nostro caso in ambito artistico ma non sarebbe il solo) è più che necessario, anzi vitale, ma il riferirvisi in maniera perenne e totale può solo essere sinonimo di masturbazione. Il ruolo della critica, dunque, è fondamentale in luce del suo potere universale di guidare gli utenti di ogni forma d’arte verso la maturazione, l’abitudine e la successiva comprensione di linguaggi nuovi, possibili, derivanti da forme passate ma direzionati a rinnovarle con sempre nuove modalità espressive, tanto per incremento quanto per sottrazione ermetica di forma e/o contenuto. Se la critica italiana continua a desiderare solo ed esclusivamente questo o quel Fellini, questo o quel Rossellini e via dicendo, paragonandovi il mondo intero e implicando anche in scelte ministeriali la mancanza di finanziamenti a film di fattura linguisticamente ben più modernista, una via potenzialmente nuova è impossibile da tracciare.

7. La critica relativa a qualunque forma d’arte, allora, a partire da questo preciso istante, non deve più essere assolutamente al mero e imbarazzante servizio del pubblico medio (destinatario principale del messaggio o del senso che una qualunque opera di qualunque arte non dovrà mai più esimersi dal contenere) abbassandosi al suo livello di predominante intelletto infantile laddove una certa sottocultura vuole passare, per forza di cose, per conoscenza e predisposizione allo sviluppo ideologico. La critica, e con essa tutto il fattore produttivo dell’arte a cui fa riferimento (case discografiche, produzioni cinematografiche e case editrici, con annesse società di distribuzione), deve necessariamente, invece, prendere per mano l’individuo medio e condurlo verso la paziente, duratura ma necessaria comprensione di nuovi linguaggi, affinché entrambi possano crescere insieme e maturare una nuova concezione sia pratica (nel senso legislativo e produttivamente economista) che spirituale della materia in questione.

8. Per farlo, però, naturalmente, la critica deve essere consapevole di tali linguaggi e, pertanto, capace di tramandarli, seppur in maniera autodidatta fin dove possibile. Anche a tale scopo, pretendiamo l’immediata introduzione settimanale di almeno due ore di insegnamento scolastico (in particolar modo liceale) in qualunque istituto, sia esso tecnico, scientifico o classicamente formativo, di materie attinenti alla storia e al linguaggio musicale e cinematografico, con parallelo potenziamento concettuale delle ormai insufficienti lezioni relative a Letteratura (italiana e internazionale), Storia e Geografia. Non è pensabile maturare una nuova e duratura consapevolezza artistica se non se ne recepisce un minimo linguaggio basilare fin dalla giovane età, linguaggio ampliabile e affinabile, poi, a livello accademico ma, proprio sulla base pedagogica, anche da un punto di vista autodidatta.

9. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo di non essere disturbati quando ci riforniamo di materiale tramite download gratuito. Spesso, principalmente in ambito musicale, ne facciamo uso per approfondire, conoscere e studiare l’essenza di quello che dovrebbe essere il nostro lavoro (sempre più difficilmente retribuito e riconosciuto come lavoro) non avendo disponibilità economiche sufficienti in tasca (non sempre e per forza per colpa nostra, dunque) ma mantenendo tanta e tanta fame di conoscenza e ampliamento cognitivo personale da mettere al servizio del prossimo. Soprattutto nell’ambito musicale (ma anche cinematografico, per certi versi), davvero nessuno di noi riceve più il disco materialmente. Siamo continuamente bombardati da messaggi di posta elettronica che ci chiedono di prendere in considerazione e valutare prodotti di artisti, anche (e spesso) non emergenti, attraverso il download delle loro opere, intimandoci, poi, di non divulgare il link con password per non diffondere il prodotto in maniera “inappropriata”. In questo modo, però, abbiamo effettivamente compreso la reale provenienza di moltissime delle produzioni soprattutto musicali rintracciabili in maniera gratuita su una miriade di siti internet. Morale della favola: che non si distrugga mai più la nostra anima di divoratori e diffusori d’arte. Che ci si lasci in pace o, altrimenti, che si riprenda o si cominci a spedire il prodotto finito per una adeguata valutazione analitica (pratica ormai relegata ai soli artisti “manager di se stessi” che sono costretti ad inviare le loro opere di tasca propria).

10. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo l’immediato e giusto processo per qualunque testata giornalistica, cartacea o web, piccola o grande, più o meno specializzata, che osi non retribuire neanche di mezzo centesimo i propri articolisti. La divulgazione culturale, solo ed esclusivamente se intesa secondo quanto espresso fin qui, è un lavoro a tutti gli effetti. Un lavoro spesso molto più importante di alcuni altri. Non una perdita di tempo. Non sinonimo di ozio e nullafacenza. Bensì una vera e propria ragione di vita in funzione del comune bene per l’intelletto umano, per il suo gusto e la sua capacità (ancora, ora e per sempre) di comprendere e maturare idee.

Stefano Gallone
Domenica 19 gennaio 2014
Ore 17:40

domenica 12 gennaio 2014

Indagine del Mibact sul diritto d'autore? Te la faccio io aggratis

Leggo sul Fatto Quotidiano questo articolo:

Famme parlà un secondo.

Dunque.

La risposta, se proprio non ci arrivi e se proprio vuoi fare questi cazzo di studi e indagini di mercato, te la diamo noi (io in qualità di semplice ma consapevole consumatore) e (pensa un po') aggratis (nun sprecà soldi inutili):  

SI.

Sì, scarichiamo come caimani certi dischi e certi film per approfondire, conoscere e studiare (in un paese completamente rimbambito dai grandi fratelli e dal Marco Mengoni di turno, che dello studio e della conoscenza se ne fa un dildo) la storia e l'essenza totale di Musica e Cinema non avendo un centesimo in tasca (non sempre e per forza per colpa nostra!) ma tanta e tanta fame (oltre che biologicamente nutrizionale) di conoscenza e ampliamento cognitivo personale (dovreste solo ringraziarci, per questo, e puntare su di noi per uno straccio di servizio culturale pubblico). Sì, personale, per cazzi nostri. Non vendiamo niente, non lucriamo su niente, non rubiamo niente. Non lo abbiamo mai fatto, non lo facciamo e mai lo faremo. Fatti un giro tra i veri pirati, se hai il coraggio. Là devi andare, vai. Tassa (non chiudere: tassa!) seriamente i siti che il download o lo streaming gratuito (tranne per i programmi open source) lo offrono a iosa. Che mi dici di Youtube, prima piattaforma al mondo in diffusione di cinema e musica a contenere interi dischi e film? Eh?! Quelli sì che pigliano qualcosa con tutti gli sponsor/spam a cui si appoggiano (vedi la dittatura pubblicitaria proprio di Youtube ad ogni singolo cazzo di video).

Ma ti dirò di più. Per esperienza personale, almeno. Quelli che scaricano di più, per larghissima parte, sono sempre e comunque quelli che poi trovi nei negozi a farsi il carico di dischi che gestori vari hanno messo in economica a prezzi stracciati. Perché fate sempre finta di non capirlo ma il problema è e resterà sempre quello: il fottuto prezzo, presa per il culo colossale nei numerosissimi casi (guardacaso maggiormente attinenti ai contesti "major") in cui la stessa edizione dello stesso disco vede dimezzare il suo prezzo dopo nemmeno un mese di vita sugli scaffali. Poi vieni a piangere sulla spalla dei contribuenti per entrambi i settori perché sono in crisi. Prova un po' a non costringere i riveditori e gli esercenti, soprattutto privati (dei megastore e dei multisala ce ne fottiamo altamente), a dover tenere certi prezzi o i soliti film del cazzo per sperare in qualche biglietto. Provaci e poi ne parliamo seriamente. Se vuoi imparare qualcosa in merito, fatti un giro in Inghilterra attraverso www.play.com e poi vieni a casa che ti offro un grappino, ti faccio vedere le mie diverse centinaia di dischi (anche in vinile, con alcune prime stampe; compro soprattutto dischi dall'età di 13 anni), ne scegli uno o due e ce li godiamo in santa pace.

Dilemma, in fin dei conti: qual è (e dove sta) il vero valore di un disco o un dvd?

Chiediti questo e arriverai anche tu a capire (per quanto ti voglio bene perché ce ne fossero di persone come te, sia chiaro) che non sarebbe mai stato così difficile venire incontro alle esigenze della gente seria, se solo qualcuno ci avesse pensato subito invece di masturbarsi facendo anatema perchè "comandiamo noi" e "l'evoluzione tecno-economica la decidiamo e direzionamo solo e soltanto noi".

Non è vero che la gente (sempre quella seria) non ascolta musica, non legge o non vede film (lasciamo da parte la letteratura che se no sono falli agrodolci). I dati delle vendite e degli ingressi in sala servono a ben poco perchè presi in maniera sbagliata su campioni sbagliati.

Se poi vuoi tassare noi per quel poco che basta, fai pure. Forse, se non altro, cominci a capire qualcosa. Spero.

E togli di mezzo quella stramaledetta Siae o riformala veramente, perché così com'è paga sempre e solo i soliti noti. Parola di un iscritto, almeno per la tutela di un'opera.

Stammi bene.