domenica 13 novembre 2011

Nato sotto il segno di B.

Guardo le immagini della dipartita. Osservo tutti i miei fratelli di spirito costruire vere e proprie ondate di festeggiamenti, gioia, folklore civile carico di entusiasmo proprio lì, davanti casa sua, davanti uno dei palazzi del potere di questa città e di questa nazione sempre più incomprensibile e frastagliata nel suo essere. Anche se non tiravano monetine, come sarebbe stato assolutamente il caso di ripetere, li ho ammirati pure davanti al Quirinale, un posto che sembra quasi aver ripreso un minimo di senso in quanto luogo fondamentale della vita comune intesa in termini moderatamente e legittimamente fraterni. Il mio Presidente della mia Repubblica ha voluto ancora una volta parlare a lungo con lui. Non ci vorrebbe moltissimo ad accusarlo di dodici mesi di puro calvario e rifilargli un calcio in culo con sputo a seguito. Ma non è questo il punto, almeno per ora. Il punto è che qualcuno spera nella fine di qualcosa di talmente grosso da non sembrare vero, proprio come non sembra vero un vero e proprio sconvolgimento di quello che, ormai, anesteticamente, non sembrava più realtà ben enunciato da Floris a Fabio Fazio nella sua puntata di stasera.

Quattro cani lo salutano, contraccambiati, sul retro. Come schifosi sorci fuggiti dalla nave che affonda. Lui saluta, come un capitano rassicura i pochi passeggeri rimasti di un pronto salvataggio che mai avverrà, mentre dall'altra parte, quella chiamata “realtà” o “verità”, l'orchestra intona la sua più letale danza di morte: l'inno italiano assieme ad un caldo “Hallelujah”. Sono veramente quattro cani persi per strada, quelli lì dietro. Non sanno neanche di trovarsi lì. Non sanno chi sono stati o cosa dovranno essere domani mattina. Mi fanno pena.


Silvio Berlusconi si è dimesso. Lo ha fatto dopo un anno di vera e propria catastrofe sociale, civile, politica, economica. Se c'è altro da distruggere, prego, che si faccia pure avanti il suo portavoce. Lo ha fatto 17 anni dopo aver innalzato a quello che resta di un cielo plumbeo e vuoto quel maledetto scettro da televendita ingannevole. Lo ha fatto 30 anni (e più) dopo aver dato avvio a ciò che ha letteralmente cambiato il senso stesso del poter pronunciare il termine “italiano”.

Sono nato il 18 novembre del 1984, e questa, qui nella stanza 308, è anche la mia storia.


Non ricordo precisamente l'età che avevo, ma giuro di ricordare, invece, che una delle prime erezioni della mia vita l'ho avuta con la banda del Bagaglino durante una di quelle trasmissioni assurde che non facevno ridere nemmeno il più imbecille tra gli imbecilli. Imitazioni fatte male per sketch scritti male e interpretati ancora peggio (proprio come le pantomime che quella cagna rabbiosa di Maria De Filippi sta sputando nell'ex tubo catodico in contemporanea a Sky Tg, forse l'unico notiziario in edizione straordinaria a seguire in diretta l'intera vicenda, e anche dalla parte giusta). Lo sfracello morale di un attore di livello come Oreste Lionello, tra l'altro. Ma soprattutto, un concetto di erotismo spiattellato come se fosse un bel set di pentole in vendita al grido di “parola di baffo!”. Si, credo di ricordarmelo: ci fu un attimo in cui (pescando nella melma della mia memoria infantile) quello scempio di Pamela Prati sparò fuori un paio di tette senza sostanziale motivo nel bel mezzo di uno di quei soliti balletti pallosi e buoni solo ad arrapare i “rattusi” di turno in prima fila, posti ovviamente riservati, come di consueto, sempre e solo a personaggi politici (per modo di dire). E chi se lo scorda quel biscotto ancora attaccato alla mano, da un lato, ma completamente polverizzato dal latte della tazza dall'altro, assieme al sopracciglio inarcato (sarà stata, forse, la prima volta in cui sono riuscito anche a compiere un gesto facciale simile) e all'occhio a palla desideroso di capire qualcosa di quello che aveva appena visto. Sarebbe successo ancora, ancora e ancora (Milena Miconi, Angela Melillo, ecetera eccetera eccetera). Inutile stare a spiegare convulsioni interiori e formicolii di ogni sorta: ci siamo passati tutti e, comunque, sta scritto in ogni buon (quanto inutile) manuale di sopravvivenza adolescenziale.


Alzi la mano chi tra di voi non ha mai passato (o visto passare) un pomeriggio a rincoglionirsi con un giovane Paolo Bonolis e il suo fottutissimo Bim Bum Bam. Ancora sento il lezzo di Uan (che sottospecie di bestia era?) e di quel fottuto cremino del cazzo che nessuno si decideva mai ad infilargli su per il culo sintetico. Magari non tutti, ma di sicuro coloro che, come me, non avevano molta compagnia su cui basarsi.

Ho perso il mio papà all'età di soli tre anni. Quando mi guardo allo specchio, prima di cominciare ad odiarmi, ripenso sempre ad una foto in cui, poco più giovane di me, Ciro era ritratto sorridente con un paio di amici: uguale, preciso (alla prima visione ebbi uno shock). Per altri dieci lunghi anni avrei dovuto convivere in casa dei miei nonni con (per fortuna) mio zio (che mi ha praticamente fatto da padre e continua tuttora a consigliarmi, fin dove gli è possibile visto che ormai sono un caso disperato: ho fatto sempre tutto il contrario di tutto fissando un punto grosso come una casa e ricominciando senza sostanziale motivo, sempre) ma una mamma (la mia bella mamma) sofferente di depressione profonda e devastanti attacchi di panico per dieci interminabili anni (forse anche più). Voglio vedere te che leggi se sei capace di restare improvvisamente vedova a soli 27 anni (l'età che avrò io fra pochi giorni) dopo che ti si era aperta un'intera vita davanti. Ma questo non conta per nessuno. Qui bisogna avere sempre il sorriso su quella cazzo di faccia, se no non vieni bene nelle foto di gruppo sociali.

I miei nonni mi hanno cresciuto, assieme a mio zio e alla mamma, fin dove è riuscita. Tutto il resto l'ho fatto da solo (ovviamente non senza i fondamentali supporti familiari, è inutile sottolinearlo) e, come ogni essere umano nato in Italia negli anni '80, ho subito sulla mia stessa pelle il frantumarsi di ciò che avrebbe dovuto spingere in alto il fattore culturale di questo fottuto paese e che, invece, ha finito i suoi giorni diventando uno sporco elettrodomestico da soma cerebrale con supporto di videogame come optional. Tette e culi in prima serata, cartoni animati e telefilm importati da oltreoceano col solo scopo di farti disilludere di essere te stesso, valette di trasmissioni televisive la cui unica prerogativa era (ed è!) il solo stacco di cosce, un giornalismo trasformato in puro gossip da Novella 2000: tutto un insieme (al quale si aggiungono mille altre cose) che ha fatto di questo paese, ogi più di allora, un branco di perfetti rincoglioniti.


Anche se in pochi, ci siamo salvati grazie a noi stessi e grazie a famiglie che ci hanno insegnato innanzitutto il rispetto per la nostra persona, per la nostra stessa dignità di essere umano in relazione alla coesione col prossimo, al fine minimo di formare e vivere in un futuro contesto sociale quanto più possibile equo e giusto. Già. Perché era davvero loro intenzione fare in modo da provare a costruire qualcosa per noi, qualcosa a cui, un giorno non molto lontano, avremmo potuto confidare almeno un po'. Qualcosa di leale. Qualcosa di “normale” e ovvio. Noi, invece, cosa possiamo fare, ora, per noi stessi e per i nostri figli (se mai riuscirem ad averne)? Quale traguardo ci è concesso di raggiungere in queste condizioni?

Ricordo ancora uno dei momenti migliori di mia mamma in un anno di scuole elementari. Nella classe accanto era iscritta la figlia di Barbadillo, un ex calciatore dell'Avellino, poi passato all'Inter, mi pare. No, all'Udinese (l'auto era targata Udine). Era di colore, ovviamente, e io mi trovai per la prima volta un po' spiazzato durante le ricreazioni. Fu mia madre a passare il pomeriggio giocando con me pur di parlarmi delle diversità umane, sottolineando come, in sostanza, il termine “diversità” non è che fosse poi così appropriato.


Cos'ha fatto la televisione, invece? La sua televisione, intendo. Vendeva pentole e biciclette, ovvio. L'unico esempio di “diversità” era “Arnold”. Non gliene fregava un benemerito cazzo di trasmettere programmi culturali (se non “Sgarbi quotidiani”...figurati...) se poteva avere l'attenzione di noi bambini con cartoni fasulli mentre per i grandi (e una scena fantozziana lo testimonia in maniera perfetta) si inventavano mal di pancia e insonnie impossibili pur di vedere le tettine della casalinga che si spogliava e pur di prendere in mano il telefono (l'altra era occupata) per comporre un bel 144 (ancora non conoscevano né le tariffe né l'importanza di imparare a memoria le clausole a caratteri minuscoli), dove una ridicola voce preregistrata faceva di te il suo eroe erotico personale. Nacque l'abominio autoreferenziale dell'essere umano di nazionalità italiana, una bruttissima specie che, con molta probabilità, non si estinguerà mai più. Una brutta bestia che pensa a prendersi la macchina buona a rate anche abitando in una città che in poco tempo è possibile attraversare a piedi da un capo all'altro invece di investire qualcosa in una qualunque altra direzione purché sia pià consona ad un pur scialbo concetto di divenire umano razionale.

Ormai viene prima l'ultimo modello di iPhone che un piatto caldo a tavola in pieno inverno. Siamo partiti dalla batteria di pentole in acciaio inossidabile e siamo arrivati a Mediashopping, Dimapant e i prodotti dimagranti col nome di una supercazzola.

Anche il vinile è tornato di moda perché si devono vendere giradischi rattoppati e (udite udite) capaci di trasformare i dischi in mp3, quando invece suonano male e rovinano il supporto.

Non sei nessuno se non segui il branco. Non sei nessuno se non hai quello che ha il branco. Se non hai quello che ha il branco, vuol dire che non desideri quello che desidera il branco. Non sei nessuno se non ti atteggi da signore anche se hai da pagare un mutuo più grosso della tua stessa casa. Si chiama “edonismo”, ed è più letale dell'Aids.


A volte mi ritrovo a farmi domande che, il più delle volte, non prevedono risposta. Una tra queste è: se fosse ancora vivo Pier Paolo Pasolini, oltre a mandare a fare il culo gli aristocratici che invadevano l'altrettanto aristocratica mostra su di lui organizzata da un altrettanto aristocratico Festival del Film capitolino, cosa penserebbe di tutto questo schifo? Di sicuro quello che aveva già ampiamente profetizzato almeno venti anni prima. Un po' (un bel po'), certo, ci ha risposto Montanelli al suo posto, a tempo debito e prima di tirare le cuoia con onore. Qualcosa, spero senza secondi fini, sta facendo certa stampa dichiarata “sovversiva” ma nella sostanza reale e veritiera. Moltissimo stiamo facendo noi che stiamo a parlare virtualmente qui, proprio adesso, in questo momento. Chissà come Pa' avrebbe distrutto in un solo istante il tentativo di appropriazione indebita dei cervelli italioti da parte di un palazzinaro autoelevatosi a paladino della democrazia e della libertà. L'unica libertà appurata è stato il furto di una legittima e doverosa condizione generazionale che io, povero stronzo, assieme a tutti i miei coetanei, sto pagando adesso, ridotto qui a scrivere su un blog invece che provare a riposare per svegliarmi domattina presto, pronto per una buona colazione, una veloce doccia e un posto di lavoro che mi aspetta lì, consapevole del fatto che sia io a doverlo fare in quanto idoneo e alla portata di quanto richiesto.

Qui l'unica libertà concessa è quella di sognare un qualsiasi domani, ma l'unica certezza gratuita è la paura del solito incubo che spinge a non addormentarsi la notte, prima di cadere inevitabilmente schiavo delle tenebre più profonde (sia circostanti che, soprattutto, interiori): sto facendo la cosa giusta? Se tutto questo non avesse senso, cosa farei? Avrei la forza di ricominciare? E se si, da dove potrei ricominciare? Intanto, di tempo ne è passato e altro continua inesorabilmente a trascorrere velocissimo. E io sono ancora qui, a scrivere il mio dolore.

L'unica libertà concessa è uno sfogo su un blog o sulla pagina personale di Facebook (nel frattempo Maria De Filippi fa parlare due coglioni del problema di fare “sesso virtuale” tramite la rete, altro esempio di come le cose buone sono state rivoltate per sempre in pura inutilità blasfema ed ignorante), purché riesca ad esorcizzare qualche demone comunque sempre presente.


Mi chiedo cosa succederà domani e, onestamente, anche questa è una domanda che rischia di non prevedere alcuna risposta. Quella testa di cazzo (anche certe intercettazioni, vere o no, dicono che è legittimo chiamarlo così, a quanto pare) continuerà a pararsi il culo tentando in ogni modo di infilare qualche suo leccapiedi in parlamento e nelle alte sfere del governo mentre è troppo occupato a non finire in galera, luogo che comunque non vedrà mai perché al massimo si beccherà qualche anno di arresti domiciliari (reali volontà dei fino ad ora oppositori permettendo), il che vorrebbe dire comunque vita da pascià brianzolo.

Mi sveglierò domani mattina contento di non doverlo più sopportare (almeno spero, anche se ci saranno sempre molti suoi burattini infiltrati) ma preoccupato di un nuovo incaricato che poco impiegherebbe a mettere l'intera nazione nelle mani delle banche più di quanto non ci sia già stata fino a questo preciso istante. Ma mi sveglierò anche con la rabbia di non aver sentito praticamente nessuno (se non Fini da Santoro...figuriamoci...) accennare alla possibilità di pulirsi coerentemente la merda dal culo con quei fottuti contratti a tempo determinato, in modo da provare a riavviare ciò che realmente deve, per forza di cose, tenere in piedi questo fottuto paese: io, tu, tutti noi. Un lavoro normale con uno stipendio normale farebbe di tutti noi soggetti capaci di spendere magari anche qualche soldino in più al di là del misero tozzo di pane, in modo da rimettere in circolo (per quanto insignificante) un minimo di economia.

E di certo mi sveglierò ancora stanco di dover sopportare una carriera studentesca che non finirà mai, un po' per colpa mia, un po' (tanto o forse troppo) per colpa di un sistema che non mi ha mai rappresentato e che non rispecchia il mio senso della misura (dieci esami a sessione e non capire un cazzo o due facendone tesoro in eterno? Ma servirà a qualcosa, tutto questo casino? Questo è il problema).

Quel transessuale di Maria De Filippi fa un inutile e incomprensibile show del cazzo con il suo cane di merda pur di finire un programma altrettanto di merda. Noi, nati sotto il segno di B, e sotto le grinfie di tutto quello che ha significato in dosi di dolore per la mia generazione, abbiamo smesso troppo tardi (anche se non per forza per colpa nostra) di obbedire per avere lo zuccherino. In questa lurida immagine c'è la storia di una vita intera fino ad ora assolutamente ignobile e assurda. Ne usciremo mai vivi? Saremo in grado di cambiare? Abbiamo realmete capito quello che ci è successo e le ingiuste colpe che portiamo come fardello dal momento in cui siamo stati tirati fuori dalla pancia di nostra madre? Ancora una volta, domande che (almeno per il momento) non prevedono risposta.

venerdì 29 luglio 2011

Il teste Roger

Venerdì 29 luglio 2011.


Il senato approva la fiducia in merito alla legge sul “processo lungo” (come cazzo lo vuoi...corto...lungo...non lo sai più nemmeno tu), il cui testo modifica gli articoli 190, 238 bis, 438, 442 e 495, provocando di fatto evidenti cambiamenti in materia di giudizio abbreviato: si prevede, in sostanza, la possibilità effettiva, per la difesa, di presentare liste di testimoni lunghe un chilometro, praticamente infinite, oltre al non poter più considerare come prova definitiva in un processo la sentenza passata in giudicato di un altro procedimento. Il giudizio abbreviato è di fatto inapplicabile. In parole molto povere: Berlusconi e soci verranno tranquillamente assolti per sopraggiunta prescrizione (hai voglia di sentire 874728,43 testimoni, tu? Nemmeno io), mandando effettivamente nella merda i suoi amici assassini che dovranno ingozzarsi un bell'ergastolo zitti e mosca.


Dissolvenza.

Giorno indefinito, anno indefinito.


«Il testimone può entrare. (A quanto siamo, con questo qua? ...quanto?! Mamma mia...qua non finisce più...che palle, però...). Ehm...si, prego, avvocato. Il teste può entrare»

«Si. Grazie, vostro onore. Roger?»

«...Roger? Dai, entra, forza!»

«Huuuuuu hu hu!»

«(Oh Cristo...)»

«Mannaggia ai pescetti! Ma quanta bella gente! Ma ciao! Huuuuuuuu hu hu!»

«Roger...»

«Siiiii chiama Silvio e pooooooi / fa il culo a tutti noi! / ma poi con me / non ce la fa / ricchione diverràaaaa...»

«Roger!!!»

«...»

«Siediti, per cortesia...e tieni a bada quelle orecchie»

«...va bene, va bene»

«Dunque...»

«Huu hu hu...»

«Legga qui»

«Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione...blblblblbl...mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza...huuuuuu huuuuu!»

«Prego, avvocato»

«Grazie, vostro onore. Dunque. Roger...»

«Jessica non c'entra nienteeeeeeee! In quante vite l'amo?! Lasciate che io le numeri!»

«No! Non numerare niente, Roger. Per favore. Lascia che sia io a fare le domande. Va bene? Grazie...no, è inutile che abbassi le orecchie. Ora basta. Siamo seri»

«Va bene, va bene. Non scaldarti così tanto. Cercavo solo di far ridere la gente»

«C'è solo un piccolo problema: siamo in tribunale. Non si ride»

«Ok, ok...»

«Bene. Allora. Cominciamo subito, abbiamo perso fin troppo tempo, qui...(scusa, passami un attimo quella busta...si, quella...grazie). Ecco. Roger, ti consiglio ti tenerti ben incollato alla sedia, conoscendo le tue effusioni...»

«Sono pronto per girare, Raul!»

«Seh...vabeh...dunque...ti prego di stare tranquillo e di dare un'occhiata a questa foto. Eccola»

«...»

«Roger...»

«...»

«Roger...qualche segnale di vita è gradito, grazie»

«Farfallina...»

«Che cosa?»

«...»

«Cosa hai detto? Non abbiamo capito»

«F...f...farfallina...farfallinafarfallinafarfallinaaaaaaa!!!»

«Piano, piano, piano Roger. Calmati. Si, lo blocchi, per favore. No, la corda non...meglio la catena...ecco»

«...farfallina...»

«La domanda che volevo farti (se me lo concedi) è questa: riconosci la donna che è accanto all'imputato in questa fotografia?»

«...farfallina...»

«Aridaglie! Non ce ne frega un beneamato di sta stramaledetta farfallina, Roger! Rispondi! Chi è questa donna, per dio!»

«(snif) (sbum)»

«Ah, non parli, eh? Non parli?! (Oh Cristo...dategli un fazzoletto, per pietà...si, ecco...grazie)»

«Prrrrrrrrrrrrr! … Prrrrrrrrrrrrrrrrr!»

«(Mamma mia...) Allora! Su, forza! Parla o ti faccio sbattere dentro per...»

«Obiezione, vostro onore»

«Accolta»

«Mh. Roger...ehi, Roger...guardami, guardami. Sai dirmi chi è la donna che, in questa foto, è seduta sul materasso accanto all'imputato?»

«No...(snif)»

«Ma come no!»

«Non può essere...»

«Roger! È tua moglie Jessica! Lo è eccome!»

«(prrrrrrrrrrrrrrrr!!!!) Io non ci credo...non ci voglio credere...non ci posso credere! Io non lo crederò mai!»

«E invece io ci crederei eccome, cocco. È una foto, questa. Niente ritocchi, niente trucchi. Dritta dritta dalla pellicola»

«Ma è impossibile...io non ci credo...non può essere...non può essere! È assolutamente impossibileeeeeeee!»

«Oh Signore, Roger! Non puoi negare l'evidenza!!! Forza!!!»

«Obiezione, vostro onore»

«Accolta (...che palle...questo sa dire solo “obiezione”...)»

«Non può essere...lei è la pupilla dei miei occhi, la crema del mio caffé...qui non...»

«Il caffè lo dovrai prendere nero. La crema se la ciucciano ad Arcore, adesso»

«Obiezione vostro onore»

«Sospendo la seduta per dieci secondi. Avvocato: lei mi la letteralmente sfasciato i coglioni! Va bene?! Ecco! Ahhh! Sono quindici anni che glielo voglio dire! Ahhhh...m so sfogat'...ahhhh...riapro la seduta...proceda pure, avvocato (e che cazz...)»

«Grazie, vostro onore. Roger, ci sarà pure stato qualcuno che l'avrà costretta a farlo, no? Io lo so che tu non ne sapevi niente e mi dispiace, credimi. Però ora devi collaborare, in nome della giustizia...per favore...»

«Ho detto che è impossibile!»

«Ma non può essere impossibile! È Jessica, tua moglie!»

«Ma no...dico che è impossibile perché non è lei...»

«Ma come fa a non essere lei, andiamo...uff...vostro onore, io...insomma...qui il teste tende a negare l'evidenza...non lo so...mi dica lei...»

«Il teste vada avanti»

«La mia amata Jessica non è mai uscita fuori da Cartoonia...te lo giuro!»

«Veramente dalla valanga di carte sotto le quali è nascosta la mia scrivania risulta un appartamento a suo nome in via Olgettina, a Milano due...»

«Assolutamente impossibile! Jessica non è così piatta, e poi...»

«Ma se non riuscivi più nemmeno a fare gli uccellini per il tuo cartone! Ci sarà stato pure un motivo se non riuscivi a concentrarti, no?!»

«..e poi...»

«Cosa?!»

«Non mi pare che Jessica avesse problemi di peluria sotto le ascelle...»

«Cosa...ma che stai dicendo?!»

«Guardi bene, dottore...huuu hu hu...»

«...»

«Visto?»

«Ma no, deve essere...»

«(Bene: domani questo stronzo me lo giustiziate a Parco Lambro. Una cosa silenziosa e pulita. Se non é capace nemmeno di testimoniarmi con l'estratto conto alla mano...no? Sbaglio?! Eh?! Sbaglio?!)»

«(No. Non sbaglia, presidente. Non sbaglia)»

«(E comunque basta con sto cazzo di jazz, swing o come cazzo si chiama durante le mie serate. Chiaro?! Quella grandissima zoccola saprà fare pure qualcos'altro, no? A parte i bocc...)»

«(Ci penso io, presidente. Ci penso io. Non si preoccupi)»

«(Ecco)»

«Roger, perché continui a negare l'evidenza inventandoti di sana pianta cose che non esistono?!»

«È una foto, questa. Niente ritocchi, niente trucchi. Blblblblblblblblblbl!!! Dritta dritta dalla pellicola! Blblblblblblbl! Esistono eccome. Ma no, certo. Voi non potete saperlo»

«Cosa non possiamo sapere?! Diccelo, per pietà...»

«Quello è Eddie Valiant della Valiant & Valiant!»

«Che cosa?!»

«Proprio così! Gli investigatori non vanno più da una vita! Da che era rimasto senza uno spicciolo, ora se vai al club Inchostro e Tempera e chiedi di Edwige esce fuori una drag queen da schianto! Huuuuuuuuuuuu hu hu!»

«Vostro onore, io non...»

«(Anzi, fate una cosa: scioglietemelo vivo nella salamoia. Insomma, che soffra il più possibile quel sorcio di merda. Intesi?)»

«(Sarà fatto, presidente. Sarà fatto)»

«Avvocato. Avvocato, aspetti»

«Si, vostro onore»

«Si sieda pure, se vuole, perché...»

«Sto bene in piedi. La ringrazio vostro onore. Mi dica (anzi...non mi dica..no...no, non me lo dire...no, ti imploro in ginocchio...no...)»

«...»

«Vostro onore...»

«La seduta è sospesa»

«Cosa?! Nooooo...ancora....no...»

«(Beh...almeno una parte delle spese è andata a buon fine. No?)»

«(Direi proprio di si, presidente)»

«Vostro onore...la supplico...lei sa bene che non possiamo di nuovo...»

«Si, avvocato. Lo so bene. Ma così sta scritto. Occorre convocare il teste...come ha detto che si chiama? Ah...Edwige. Così è deciso: la seduta è sospesa»

«Huuuuuuuuuuuu hu hu!!! Blblblblblblblblblblblblblbl!!!»


Continua...eccome se continua...


giovedì 12 maggio 2011

Bruno Ballardini: se la Chiesa ‘non vende più’…

Su www.wakeupnews.eu, il quotidiano online che ho visto nascere e crescere con estremo affetto ed amore, nella serata (dieri nottata) di ieri, ho pubblicato un articolo e un'intervista relativamente al nuovo libro di Bruno Ballardini Gesù e i saldi di fine stagione. La scelta di fuoriuscire dalle righe musicali e cinematografiche che ricopro per il sito (decisione che, nel tempo, avrò preso si e no altre tre o quattro volte) è stata dettata (oltre che dal profondo affetto), come sempre, dal maturo interesse per le tematiche affrontate dall'autore, mio professore di scrittura giornalistica ma, soprattutto, mio grande esempio di libertà di pensiero e di espressione. Come accenno nell'articolo, un grande uomo prima ancora che un ottimo docente. Copio e incollo il mio scritto (http://www.wakeupnews.eu/bruno-ballardini-se-la-chiesa-non-vende-piu/).

Poniamo il caso che voi siate dei cardinali australiani in Vaticano e che, per ingannare il tempo che lo psicologo Moretti sta cercando di dedicare, anche se non più ufficialmente, alla comprensione di cosa abbia mai potuto bloccare il vostro neoeletto Santo Padre proprio nel preciso istante della sua presentazione ai fedeli, la decisione di quest’ultimo sia quella di costituire un torneo di pallavolo e non palla prigioniera (sport che “non esiste più da cinquant’anni”) come da vostra richiesta. Poniamo il caso che, voi, sempre cardinali australiani in Vaticano, siate solo tre di numero, insufficienti, quindi, a formare una squadra intera. Ve ne lamenterete, giustamente. Ma quando la risposta arriva, diretta, fulminea e irrevocabile, non potrete fare altro che prenderne atto: dovrete “comportarvi bene” con i vostri fedeli per poter sperare che qualche vostro conterraneo si avvicini a Dio e venga, così, a rinforzare la vostra debole e fragile squadra. Peggio per voi se non afferrerete il concetto con le dovute analisi interiori. Anzi, peggio per il mondo intero, costretto a fare di nuovo i conti con (ben più di) qualcosa perennemente fermo in tempi ormai indecifrabili. E peggio per il vostro stesso appartenere al genere umano se non comprenderete che il vostro stesso vicario in Terra, con le sue fughe meditative, invoca l’immediato e salvifico “cambiamento“. Vi lascerà lì, a bocca aperta e cuore serrato, perché non saprete coglierne, invece, la supplica da puro spirito innovativo. Cosa cogliere? E come? Queste saranno, ad andare bene, le vostre uniche domande.

Domande alle quali, forse, l’unica risposta scientifica e metodica (fuori dai ripetitivi discorsi da comuni mortali miscredenti, dunque) sembra averla data, finalmente e in maniera decisamente solenne quanto cordialmente distaccata, il professor Bruno Ballardini in questo suo nuovo Gesù e i saldi di fine stagione.Perché la Chiesa non “vende” più (edizioni Piemme). Veneziano di nascita ma romano di adozione, Ballardini è da sempre considerato, su scala nazionale, come uno dei maggiori pubblicitari esperti di marketing (“copywriter”) viventi. Laureato in filosofia del linguaggio con Tullio De Mauro ed esperto di comunicazione strategica e di nuovi media, è anche docente di Scrittura Giornalistica presso la facoltà di Scienze Umanistiche dell’Università La Sapienza di Roma. Detiene inoltre un blog sul sito del Fatto quotidianoe la sua penna è spesso all’opera su Il sole 24 ore e Linus.

Basta questo per poter prestare “fede” ciecamente al fatto che quella che viene saggiamente definita, in effetti, come “l’ultima battaglia che la più grande multinazionale del mondo, la Chiesa cattolica, dovrà presto affrontare”, altro non è che una vera e propria crisi economico-sociale dell’ “azienda” evangelica, identificata da Ballardini stesso, nel precedente ed importante Gesù lava più bianco, come il principale artefice della nascita del marketing. Una crisi che ha come fulcro miliardi di fedeli (i “clienti“) che nella comunità ecclesiastica non trovano più alcun appiglio di risposta ai reali problemi dell’attualità. Una crisi, sostanzialmente, di contenuti, dal momento che le più alte gerarchie non sanno (o non vogliono!) reinterpretare i loro principi secolari alla luce dell’effettiva realtà attuale. Ne scaturisce una irrevocabile perdita di credibilità e di potenza anche economica sul territorio mondiale, con relative crisi di vocazione, scismi tra gli svariati settarismi derivanti, abdicazioni interpersonali, azioni definibili come punibili in termini di legge e sempre maggiori autonomie interne non utili se non alla costruzione di eccessive linee di marketing leggermente diverse ma sempre e comunque riferite allo stesso pilastro di riferimento globale.

Gli elementi di un’analisi raramente così attenta e rigorosa in un simile ambito, vengono chiamati in causa ed esaminati con estrema precisione. Come non citare, allora, Hans Kung nel ricordare che una religione può anche (ed ha il diritto) di morire? Proprio come un’azienda rischia di fallire ed è costretta a prendere le relative precauzioni di strategia commerciale, dunque, anche la Chiesa cattolica, detentrice dello scettro del marketing (“compro perché mi serve, scelgo perché mi piace”, anche se non si parla di soldi ma di spirito o, meglio, di “capitale umano“), è praticamente obbligata a far fronte ad un’arretratezza che non può più far finta di giustificare. Attraverso studi realmente incaricati ed effettuati in ambito vaticanista, allora, Ballardini rende pubblica con estrema sincerità la maggior parte dei risultati ottenuti da notti insonni passate tra studio e riflessioni personali, scegliendo di condire il tutto, si, in veste di saggio ma anche e soprattutto sviluppando un lato narrativo assolutamente gradevole e quanto mai necessario al fine di un approccio delicato e fragile proprio come non può non esserlo l’argomento affrontato.

Come far fronte a nuove teorie di culto e nuove concatenazioni spirituali ben più adatte ad un’interpretazione sostanzialmente di rapporto terreno con la realtà circostante? Come contrastare, in poche parole, la “concorrenza“? La soluzione sta esattamente nelle reali operazioni di recupero strategico di una qualunque multinazionale, elementi che Ballardini introduce, accenna, elenca, giustifica ed inserisce, fornendone un’interpretazione minuziosamente dettagliata, nel contesto reale di un’istituzione materiale prima ancora che (non si sa, davvero, fino a che punto) spirituale.

L’attenzione principale (in molti dicono “Si, va bene, lo sappiamo già” ma nessuno, fino ad ora, probabilmente, ne ha mai parlato realmente con carte alla mano e in pubblica piazza, men che meno coi diretti interessati) è rivolta alle nuove generazioni, preoccupazione principale in quanto sempre più distaccate e difficili da coinvolgere in una dottrina vecchia ed ammuffita perché non più disposte a “credere senza vedere”, ad ascoltare parole senza verificabilità. Con l’obiettivo di trovare, dunque, un giusto linguaggio col quale comunicare e condividere interessi o (perché no) attività, Ballardini azzarla l’ipotesi (con relative prove) di una “ridiscussione del prodotto” in termini moderni per tramite sia di rivalutazioni, per così dire, filosofiche (“Per competere occorre una strategia che oltre alla novità della rivelazione consenta di essere liberi di scegliere”), sia, soprattutto, tanto tecnico-pratiche (“Può la Chiesa, così arcaica, essere interprete ancora di vecchi dogmi fuori dal tempo in un mondo completamente trasformato dalle tecnologie?”) da portare l’evangelizzazione inevitabilmente sul piano del confronto di abitudini primordiali con nuove modalità di approccio alla realtà più oggettiva. Quale etica, allora, innalzare a portamento morale ufficiale? Cosa resta o diventa moralmente lecito?

Attraverso una sorta di vero e proprio diario di uno studioso ateo ma concretamente volenteroso nella possibilità di offrire un valido contributo, in sostanza, quello che traspare fra le righe redatte da Ballardini è, però, anche una sorta di riflessione che il lettore stesso può maturare nel suo essere automaticamente portato a ripensare la propria intera vita in luce di una specie di “senno di poi” che le pagine innescano nello scatto del pensiero verso gli insegnamenti adolescenziali, i continui dilemmi esistenziali relativi alla presenza o meno di “altro” dopo il “qui” e l’ “ora”, le fatiche “burocratiche” legate al desiderio tanto di unirsi in amore quanto di lasciare il pianeta a fine ciclo. Tutto appare, inizialmente, come un proverbiale inganno, tutto si dischiude come un inesorabile e pietrificante terrore del nulla assoluto alla chiusura di palpebre fino ad ora curiose e, magari, desiderose di un qualunque proseguimento. Ma, al contempo, l’audace Ballardini, grande uomo prima ancora che eccellente docente, (forse) inconsapevolmente aumenta a dismisura la necessità incombente di vivere una vita densa di avvenimenti memorabili, tanto nello splendore quanto nel grigiore della modernità dominante. Quello che quest’uomo riesce a trasmettere, paradossalmente, è proprio la necessità di commettere naturali errori con il più totale diritto del sorriso sulle labbra.

Siamo di fronte ad un testo che, senza nulla togliere ad alcuni di quelli già in vigore, non starebbe poi così male in determinati programmi di studio di facoltà umanistiche e non solo. Prendiamone alcuni aspetti e discutiamone con il diretto interessato.


D: Professore, quando si dice le coincidenze…è incredibile come il film di Moretti finisca proprio dove comincia il suo libro. Dica la verità: ha fatto da consulente occulto non accreditato…

R: Quando una cosa è nell’aria, prima o poi diverse persone finiscono per occuparsene. In questo momento la crisi in cui versa la Chiesa è ormai evidente a tutti (meno che alle gerarchie) ed è per questo che stanno uscendo diversi libri sul tema. Poi il film di Moretti in realtà non affronta questo argomento ma parla del senso di inadeguatezza che i ruoli imposti dalla vita spesso ci causano. E indica “terapeuticamente” anche il rimedio: essere semplicemente se stessi, seguire la propria natura.

D: Nel suo fortunato precedente (direi quasi “prequel”) “Gesù lava più bianco”, lei sosteneva che il marketing sia stato inventato dalla Chiesa. Qui, di fronte ai problemi in cui si dibatte, propone una soluzione tecnica molto più che necessaria ma, forse, poco fattibile visto il carattere globale dei tasselli umani che compongono l’ “azienda”. Il rinnovamento che lei invoca è davvero proponibile? La chiesa può contare ancora realmente, rinnovandole, sulle basi che hanno caratterizzato la sua potenza mondiale da duemila anni a questa parte?

R: Ovviamente si tratta di una dimostrazione per assurdo. La provocazione consiste nell’indicare tutti i passi che la Chiesa dovrebbe compiere per uscire dalla crisi e, probabilmente, scongiurare il suo definitivo tramonto, ovvero i “saldi di fine stagione”. Ma sono soluzioni talmente radicali e “progressiste” che è praticamente impossibile che la Chiesa le adotti. E dunque ne consegue che è destinata ad un lento declino. Nonostante i suoi duemila anni di storia, proprio per l’accelerazione che il mondo moderno sta prendendo soprattutto sul piano tecnologico, la Chiesa cattolica (e in generale la religione) sta diventando sempre più irreparabilmente e definitivamente anacronistica e obsoleta.

D: A volte vien da pensare che, ad esempio, per distruggere la tragica situazione del precariato nazionale, basterebbe che tutti i precari, dalla sera alla mattina, non andassero più a lavorare. Probabilmente, così, molte aziende potrebbero rischiare un crollo, visto il quantitativo di precari impiegati. Succederebbe la stessa cosa se, dalla sera alla mattina, miliardi di persone smettessero improvvisamente di credere in un dio?

R: Credo che sia impossibile in entrambi i casi. Esiste un’esigenza vitale di lavorare per poter sopravvivere. Ed esiste anche una domanda di sacro che non accenna ad estinguersi, ed è altrettanto vitale. Tutto sta a capire quale sia il rapporto costo/beneficio più ragionevole. In fin dei conti, si tratta sempre di uno scambio: nel lavoro c’è una remunerazione in cambio di una prestazione, nella religione ci sono una serie di benefici che soddisfano il “consumatore” di sacro e in cambio la “marca” ottiene la sua fedeltà. I sociologi della religione ammettono oggi che questo particolare tipo di consumatore, quando non è più soddisfatto, si guardi intorno e compia quella che viene definita una “rational choice” cioè una scelta razionale, valutando il rapporto costi/benefici esattamente come si farebbe con qualsiasi altro bene di largo consumo. E non sempre il cattolicesimo esce vincente dal confronto…

D: Lei parla della necessità assoluta di un Concilio Vaticano III. Anzi (per restare in tema di rinnovamento): “3.0”. Ma è davvero possibile riunire sotto lo stesso tetto un numero così elevato di cellule dottrinali senza che si scannino “in nome di Dio” (chissà quale Dio, poi…)?

R: Non ne parlo solo io. Prima di me viene il Cardinale Martini che recentemente ha detto “Un concilio? Qui ce ne vorrebbe uno al mese di concilii…” per dire quanto la Chiesa stia in difficoltà. E mi sembra una risposta doverosa ad un Ratzinger che nel suo penultimo libro “Luce del mondo” ha appena affermato che non occorre nessunissimo concilio… Nel mio libro sostengo che la Chiesa di Roma con la sua crisi di credibilità rischia di trascinare nel baratro tutto il cristianesimo. Per questo occorre che facciano un passo indietro e si rimettano in discussione unificando veramente tutto il cristianesimo e possibilmente smontando l’apparato dogmatico per riportare il prodotto alle origini. Ma è impossibile: il cristianesimo di San Francesco è quanto di più lontano ci sia dalla teologia di Ratzinger. Per ritrovare delle ragioni di esistere, dovrebbero tornare ai valori originari, ad ascoltare la gente, adattare la dottrina alle istanze della vita di oggi, ecc. Per fare questo occorre prendere delle decisioni “pesanti”, quindi occorre un concilio. E questo concilio deve essere aperto a tutti, non un luogo sigillato dove solo le gerarchie parlano e fanno i loro giochi. Con i mezzi di comunicazione che di cui disponiamo oggi sarebbe possibile e per questo potrebbe essere chiamato 3.0…

D: Incursioni di evangelizzazione su Second Life, gruppi su Facebook dedicati a Dio, a Gesù, la Madonna o a chi per loro, comunità virtuali, confessioni in rete e quanto altro. L’utilizzo del “metaverso” virtuale è una scelta comunicativa giusta o rischia di essere solo una ridicola minimizzazione di qualcosa di più alto, di più importante ed imponente?

R: Second Life ormai è morta, o perlomeno non cresce più e non costituisce una piattaforma comunicazionale di cui tener conto. Da quando esiste non ci sono state innovazioni al suo interno in termini di software né in termini di grafica e di usabilità. La Chiesa è entrata in Second Life come in Facebook sempre e soltanto perché sa che non può non esserci anche lei. Semplicemente si adegua al quadro corrente. Non è niente di speciale nemmeno quando un prete sviluppa un’app per iPad e iPhone con dentro tutto il messale: i media possono cambiare ma quello che non cambia è il “prodotto” che è sempre lo stesso.

D: Un futuro senza religioni più o meno dogmatiche (qualunque esse siano) e votato alla centralità dell’espressione dell’individuo come nucleo portante dell’evoluzione di un intero pianeta: fattibile, una bestemmia o impossibile per paura di esser soli in un nulla sia prima che dopo la morte?

R: Io mi sono limitato a contrapporre due diametralmente opposti di intendere il consumo del sacro. Da una parte le religioni di massa, che offrono un prodotto industriale uguale per tutti (quindi mediocre), a bassa performance e scarso di valori, e cercando di imporlo dall’alto. Dall’altra il misticismo, cioè il “consumo sostenibile” di valori originari, individuale, consapevole, libero e soprattutto scelto dal basso. Io sono per il libero pensiero, e la libertà delle scelte individuali. Questa libertà è in conflitto con le religioni, ma non con il misticismo che è cosa ben diversa. Il modello invasivo delle religioni va combattuto e va difesa contemporaneamente la libertà di credere intimamente in ciò che si vuole. La propria eventuale ricerca spirituale è un fatto personale che non può e non deve essere condiviso con altri e nemmeno può essere oggetto di rituali di massa. Quando le religioni si saranno estinte e/o saranno state sostituite da questo modo di intendere il rapporto col sacro, l’umanità avrà fatto un gran passo avanti.



lunedì 21 febbraio 2011

Dove può portare una canzone

Su www.wakeupnews.eu , oggi, ho scritto così.


La sessantunesima edizione del Festival di Sanremo, come già scritto su tutti i giornali e come già diffuso sulla bocca di tutta Italia, si è chiusa con la vittoria della canzone Chiamami ancora amore, scritta ed interpretata da Roberto Vecchioni. Stavolta, però, potrebbe essere di fondamentale auspicio non fermarsi soltanto ai festeggiamenti del momento e alle considerazioni da prima pagina di carta stampata del giorno dopo, per poi veder dissolversi nel dimenticatoio, come ogni anno, canzoni, interpreti e relative uscite discografiche. Proprio in ambito di uscite discografiche, se anche quella dell’ottimo Vecchioni risulta tra le meno utili raccolte con inediti (tipiche sanremesi) riordinate all’ultimo momento in assenza di una nuova opera completa, la canzone che le dà il titolo, però, non va affatto sottovalutata se ci si sofferma per qualche minuto a riflettere, col cuore in mano e forti della consapevolezza circa la situazione attuale e sempre più in fermento morale, circa i motivi che avrebbero potuto indurre il cantautore brianzolo a scrivere certi versi e ad interpretarli con qualcosa in più rispetto al suo consueto piglio da sereno e orgoglioso portatore di valori e sentimenti popolari altrimenti sciolti negli acidi torpori da pessimismo quotidiano. Proprio in questo Vecchioni ha colpito, ancora, perfettamente a segno. Non dimentichiamo che il “professore” viene da quarantacinque anni di calvario espressivo ridotto all’osso da logiche di mercato e critiche snobiste che lo hanno spesso relegato in secondo piano rispetto a falsi ed effimeri portavoce di quella che molti osano ancora chiamare “canzone italiana”.

Prendiamo un attimo il testo del brano di Vecchioni, allora, e sviluppiamone alcuni aspetti per capire chi e cosa davvero abbiamo di fronte.

E per la barca che è volata in cielo / che i bimbi stavano ancora a giocare / che gli avrei regalato il mare intero / pur di vedermeli arrivare. Emerge immediatamente la personalità dominante: l’altruismo, non importa così tanto se inteso in termini di dedizione interiore verso persone care andate o quanto altro, il fatto di voler “regalare il mare intero” è quantomeno un atto tanto materialmente impossibile quanto da veri e puri signori del senso di condivisione del sé più impercettibile, personale ed intimamente inteso come arma per una scossa morale, una spinta verso la ricrescita interiore. Emerge, allora, anche il tema portante del brano: la forza e la volontà ferrea di esserci, di esistere, di far brillare una luce propria nel buio dominante delle coscienze assopite.

Per il poeta che non può cantare / per l’operaio che non ha più il suo lavoro / per chi ha vent’anni e se ne sta a morire in un deserto come in un porcile. È incredibile con quale immediata capacità di assimilazione concettuale il poeta Vecchioni riesca a cogliere, con versi dalla forza dei “quattro angoli della Terra” descritti nell’Apocalisse di Giovanni (qui la possibilità di espressione, il lavoro, la gioventù e la guerra intesi come elementi che muovono l’attualità della vita comune), il senso di inadeguatezza globale passando per pochi esempi che, però, racchiudono un intero mondo e un’intera classe (la razza umana): non poter esprimere le proprie idee, non poter avere la possibilità fisica di sfamarsi e di sfamare, non poter godere della propria giovane età ed essere costretti a disseminare venti di odio e repressione equivale a morire.

E per tutti i ragazzi e le ragazze / che difendono un libro, un libro vero / così belli a gridare nelle piazze / perché stanno uccidendo il pensiero. Dal generale allo specifico, ma con lo stato d’animo costruito da versi precedenti così forti e diretti. Difendere “un libro vero”: la Bibbia? No: la Costituzione, difesa con unghie e denti nelle piazze italiane come quasi mai in precedenza. Peccato solo che per scatenare la scintilla si sia dovuti arrivare all’ennesima diffamazione internazionale (sappiamo bene ad opera di chi e per cosa). Vecchioni canta a piena voce il diritto di tutti al lume della ragione. E se lo dice un validissimo professore di greco e latino, materie fondamentali per lo sviluppo del pensiero stesso, ci si può credere ciecamente.

Per il bastardo che sta sempre al sole / per il vigliacco che nasconde il cuore / per la nostra memoria gettata al vento / da questi signori del dolore. Perché la comodità è il cancro sociale che divora le coscienze relegandole alla mera superficialità dell’accontentarsi di ciò che si ha, con la paura di perdere il gruzzolo materiale mettendo in gioco se stessi o con il terrore (giusto ma da combattere) di lottare per una causa valida ma soli e non protetti dal pensiero circostante comunque presente.

Chiamami ancora amore / chiamami sempre amore / che questa maledetta notte / dovrà pur finire / perché la riempiremo noi da qui / di musica e di parole / Chiamami ancora amore / chiamami sempre amore / in questo disperato sogno / tra il silenzio e il tuono / difendi questa umanità / anche restasse un solo uomo. Anche (anzi, soprattutto) nell’odio più indignato nei confronti dei “signori del dolore”, verso gli artefici del male comune, tanto fisico quanto morale, culturale e civile, è sempre possibile (se lo si vuole davvero!) estrarre la vera causa di ogni movimento motivato: l’amore per se stessi e il conseguente amore per il prossimo, ovvero quella continua marcia verso la luce, l’indiscutibile necessità di riemergere dalla “notte” della ragione, dall’oscurità dell’assenza di ideali e dalla mancanza di facoltà di pensiero individuale rivolto alla collettività sofferente dei propri stessi malanni, una collettività con una dignità, una storia e un senso civico da difendere a denti dtretti con costruzioni di pensiero logico (“silenzio”) e azione diretta a scopi di resurrezione sociale (“tuono”).

Perché le idee sono come farfalle / che non puoi togliergli le ali / perché le idee sono come le stelle / che non le spengono i temporali / perché le idee sono voci di madre / che credevano di avere perso / e sono come il sorriso di Dio / in questo schifo di universo. Non si può privare l’uomo di essenza evolutiva fondamentale come il pensiero, la ragione, la possibilità di acculturazione: sarebbe come chiedere ad una farfalla di volare dopo averle spezzato le ali, o come ordinare ad una stella (la libertà di far “brillare” la propria persona) di svanire senza tener conto delle leggi astrofisiche universali (le indelebili dinamiche evlutive dell’essere umano, dinamiche che nemmeno la più drastica lobotomizzazione mediatica può davvero influenzare).

Capirete bene, allora, quanto sia importante donare ad una successione di note una vita ed un vigore che altrimenti non avrebbero nel loro unico presentarsi su un pezzo di carta pentagrammata. Capirete bene come, in un’epoca in cui non è quasi più richiesto dire qualcosa, presi come si è nella morsa velenosa della metodica assuefazione da logiche di mercato, una canzone, una sola e semplice canzone, possa andare oltre la sua generica classificazione, riuscendo ad essere qualcosa di diverso, qualcosa di prezioso, qualcosa che, forse, avremmo mantenuto se non avessimo dimenticato.


venerdì 11 febbraio 2011

Come strumentalizzare un film

Qualche sera fa è andato in onda, su Raidue, il bellissimo film di Florian Henckel von Donnersmarck dal titolo Le vite degli altri. Davvero uno dei migliori film in assoluto usciti nel corso di questi ultimi dieci anni, non a caso premio Oscar come miglior film straniero.

Si tratta di una storia incentrata nel periodo della Ddr, precisamente ambientata nella Berlino Est controllata a tappeto dall'autorità della Stasi. La narrazione ha come protagonista proprio un capitano della Stasi che, nel corso della sua attività di rigoroso controllo nei confronti di uno scrittore ritenuto potenzialmente sovversivo, si convince sempre più della necessità umana di libero pensiero e libera espressione, fino a rendersi complice del salvataggio in estremis di colui che avrebbe dovuto, invece, essere vittima del controllo serrato senza troppe difficoltà. L'uomo si immedesima nei panni del'intercettato e depista le indagini essendo sempre più coinvolto in un processo di consapevole redenzione dall'assurdità del sistema, specie se operante in un territorio che di autoritarismi ne avrebbe volentieri potuto fare a meno a partire dal secondo dopoguerra. Finirà ovviamente declassato e solo, ma degno di un preponderante risveglio morale.


Tutto questo proprio nel bel mezzo della situazione prostituzionale che stiamo vivendo. E allora fermi tutti: non è un caso se stamattina Repubblica titola (riassumendo l'ultimo espatrio di fiato dalla bocca di Berlusconi) Un golpe, io spiato come nella Ddr.

Ovviamente si preferisce Le vite degli altri a Il caimano (scartato da ogni programmazione pubblica) per ovvie ragioni: meglio la possibilità di ribaltare a proprio favore un'opera cinematografica che per nulla c'entra con il diretto interesse della nostra situazione attuale (il film è, tra l'altro del 2006) e che di tutto parla tranne che di un presidente del consiglio massacrato da intercettazioni e giudici comunisti. Di comunismo si parla, si, ma solo in qualità di fattore storico per una nazione intera, la Germania per l'appunto, che or ora sta uscendo da un intero secolo di totalitarismi intolleranti e intollerabili.

Se qualcuno, per uno strano scherzo della vita tradotto in termini di rara volontà, gettasse un occhio al cosiddetto "Nuovo Cinema Tedesco" di Reiner Werner Fassbinder e dei primi Werner Herzog e Wim Wenders (meglio se soffermandosi sulla seconda metà degli anni '70), a cui von Donnersmarck evidentemente si rifà, scoprirà che il tema portante è proprio il senso di disagio e di smarrimento del soggetto nel marasma collettivo legato alle psicosi da manie di vittimismo. L'ossessione lacerante del Fassbinder di La terza generazione o del suo episodio per il terrificante (ma fondamentale a scopi di comprensione) Germania in autunno, potrà facilmente indurre l'occhio e l'animo attento dell'osservatore ad una facile comprensione dell'attuale inarrestabile produzione di film con simili argomenti portanti alla base. In quell'episodio, Fassbinder interpreta se stesso in una condizione di clausura interiore che inevitabilmente si riversa sulla condizione fisica: si barrica in casa, è sovrappensiero, non riesce a lavorare, litiga con il compagno (poiché omosessuale) e con la madre per motivi futili fino a maltrattare entrambi. Il tutto scaturito dal puro terrore per un plausibile ritorno di un certo ramo terroristico che si credeva estinto nella Germania post nazista.

Niente a che vedere, allora, con le mestruali ed inesistenti manie di persecuzione del nostro sgraditissimo premier, il quale (poiché vecchio stronzo rincoglionito si, ma fesso non è) pensa bene di incrementare la dose di fandonie francamente deprimenti e quantomeno ridicole più del dovuto puntando sulle solite bagattelle da bambino viziato, addirittura in senso subliminale (in questi termini, i vertici Rai gli hanno sempre dato una mano): comunismo come male assoluto, terrore per il fantasma della cospirazione annidata in cimici dietro le pareti, nemico rosso da neutralizzare. Peccato che l'unica cosa quasi rossa adiacente alla sua presenza sia stato l'interno dell'organo genitale femminile. Un film sulla negatività della Stasi, allora, meglio ancora se non precisamente in programma preventivo, capite bene che ci sta tutto. Non vi pare?

Occhio gente. Occhio anche a queste volpinate.

lunedì 31 gennaio 2011

Vieni gratis a pagamento

Milano Expo 2015, l'esposizione universale, porterà nelle casse del comune di Milano uno strabiliante bilancio positivo buono per rifare la parrucca ed innovare la salma della Moratti con certi lifting che Patty Pravo se li sogna: un miliardo e mezzo in investimenti pubblici. Ci sarebbero, insomma, fondi per lasciare che la fantasiosa espressione culturale nazionale emergente goda di quello sfogo represso per decenni e tenuto in un cassetto ad accumulare polvere e muffa. E infatti: l'opportunità c'è e tante grazie all'iniziativa Palcoscenici Expo, ma si tratta di un'apertura al prossimo che prevede empre la solita sodomizzazione non lubrificata inclusa manco fosse un comfort da ultimo modello. Agli artisti, alle compagnie teatrali o a chiunque altro, infatti, viene offerta la possibilità di potersi iscrivere tramite bando di concorso ma viene loro intimato, ovviamente, di lavorare gratis e di pagarsi pure i contributi Enpals da soli. Insomma, appuntamento veramente per tutti il 5 febbraio dalle 13:00 alle 19:00. Ci saremo, come no. Tu aspetta che arriviamo e portiamo anche altra gente, fidati. Certo, come no.

La stessa paragonabile mascalzonata la fanno anche quelle fecce che per fare lo spazzino ti chiedono due anni di esperienza. Ma fammi lavorare e dammi uno stipendio, epocale rotto in culo! Quale cazzo di esperienza ci vuole?

Anyway, la denuncia sta facendo il giro del web e vorrei davvero che si scatenasse un pandemonio senza fine, se questo può riuscire almeno a creare un mezzo fastidio agli ipocriti mangiapane a tradimento che continuano, senza sosta nemmeno per pisciare, a farci spalare merda in cambio di una pedata sulle natiche già piene di lividi. Che gran bel biglietto da visita per il mondo intero, non credete? Come motore di spinta per il rinnovamento dell'economia sia di Milano che di un paese intero credo sia un vero e proprio splendore. La convinzione sembra essere quella di vedersi piombare addosso vere e proprie ondate di artisti che perderebbero pure i peli del culo pur di esibirsi al cospetto dell'ammirazione interplanetaria.

Inutile dire che si è scatenato, in senso positivamente etico e morale, un polverone di insiemi sociali e artistici consensienti ad un boicottaggio (quello si) interplanetario. Personalmente credo che i risultati di una simile azione (fino a che punto realmente portata avanti, però?) non avranno risultati se non il solito docile adagiarsi ad angolo retto per meglio lasciarsi inocular dardi carnali pur di operare creativa arte. Proprio come succede per tutti coloro che accettano di studiare sei libri per quattro inutili crediti formativi universitari, o come accade a coloro che si reputano scrittori e continuano ad accettare (sono tra quelli, purtroppo, e vorrei non averlo mai fatto) le pubblicazioni dei loro libri a pagamento da case editrici minori che continuano a nascere come funghi velenosi con la scusa che "c'è la crisi", quindi non possiamo investire su di te (e allora giù con nuove uscite di pessima qualità ma redditizie per i capoccia, almeno 2000 euro ad autore). Segnatevi almeno queste per evitarle, eventualmente: Il Filo (gruppo Albatros, hanno comprato anche spazi pubblicitari da Mediaset...quindi qualche soldo c'è) e Giulio Perrone (questa è fantastica: ti chiede 25 euro per iscriverti ad un concorso e solo allora puoi sperare almeno di essere letto prima di ricevere rifiuto). Ah, dimenticavo: ovviamente, distribuzione nelle librerie meno di zero; sei tu che devi anadare in giro ad elemosinare spazio sugli scaffali.

Spero di essere contraddetto, ovviamente.

Intanto i "veri" artisti hanno sempre, comunque e indiscutibilmente spazio planetario, anche se cocainomani, terroristi morali e galeotti da cauzione come Kate Moss: la nobil damigella, fresca fresca di finta disintossicazione pro-mediatica, subito è stata imbottita di contratti milionari per sparare la sua faccia da troia su due marchi italiani.

Complimenti.