sabato 31 dicembre 2011

Questa è Avellino

Su Irpiniaoggi.it leggo così.


"Fra le tante vicissitudini che hanno interessato la Scandone Basket di Avellino, quella determinata dal sig. Sergio Nappi, consigliere regionale della Campania, è veramente esilarante". Lo si legge in una nota a firma del Direttivo Original Fans '99. "Nappi - c'è ancora scritto - ha presentato un emendamento alla legge di Bilancio della regione Campania che impedisce sponsorizzazioni da parte di società pubbliche. Sparare nel mucchio per colpirne una in particolare: l’A.ir, servizi automobilistici irpini, che da anni sta consentendo la sopravvivenza della nostra squadra di Basket Felice Scandone. Un bel modo, il suo, di salvaguardare una delle poche eccellenze sportive della nostra provincia e regione. Strani uomini circolano nel panorama politico irpino, verrebbe da dire ma chi li ha votati? Da qualche sta cercando cavilli per danneggiare l’A.ir, sembra quasi una sua battaglia personale contro il management di questa società irpina a prevalente capitale regionale. Chissà perché? Forse perché questa azienda non serve il suo feudo montefortese? Se fosse questo il motivo sarebbe una nobile battaglia che avrebbe dovuto fare, però, in tempi non sospetti da quando era sindaco di Monteforte irpino. Invece per attaccare il direttore generale dell’A.ir usa questa argomentazione che penalizza solo e solamente lo sport avellinese e non solo la Scandone basket. In questi anni il basket avellinese è diventata una realtà nazionale, una piccola città di provincia che compete alla pari con città che hanno imperi economici alle spalle. Noi abbiamo alle spalle l’orgoglio e la passione per questa squadra e non permetteremo a nessuno ed in particolare a Nappi di attentare alla sopravvivenza della nostra squadra di basket e delle tante altre che guardano al loro futuro sportivo con apprensione. Noi ricordiamo quelli che ci sono stati vicini e ricorderemo ancora meglio quelli che ci vogliono vedere finiti nel dimenticatoio dello sport".


Nel dimenticatoio non solo dello sport. Il discorso è molto più ampio e sottile.

Ecco, vedi...questa è proprio Avellino. Il concetto di Avellino e, più di tutto, di avellinese. Duole stare ancora qui a dirlo di nuovo, per l'ennesima volta.

Avellino è una città dove appena succede qualcosa di buono, qualcosa di decente, di bello, qualcosa che riesca (miracolo dei miracoli!) minimamente a resuscitare 60.000 morti che camminano...bum! Scoppia una bomba che riporta tutti sottoterra e buonanotte ai suonatori.

La S.S. Felice Scandone è viva da oltre 60 anni. Ha una storia. Una storia che corrisponde a quella di tre generazioni e forse più. Da oltre 60 anni fa la storia degli avellinesi, di coloro che la domenica, morto il calcio (vissuto, più che altro, solo per dieci anni di serie A, poi sparito come tutto il suo settore in mano ad azzardo e capitalisti), si sono sempre ritrovati prima tra le mura di una palestra comunale (quarant'anni fa e passa), poi (ora) in un palazzetto che ha visto le migliori glorie fino a quasi 15 anni di serie A (gli ultimi quattro dei quali ai vertici della classifica fino ad una semifinale scudetto e un'Eurolega, la Coppa dei Campioni del basket europeo), avendo anche ospitato una Final Eight di Coppa Italia, trofeo che la squadra ha anche vinto nel 2008, entrando di fatto ai vertici di importanza occupati dalle cosiddette grandi (Siena, Milano, Cantù, Bologna).

Mio zio, mia mamma, mio nonno, amici, amici di amici con amici. Vivevano e vivono ancora, proprio come me e migliaia di altri appassionati, sull'onda dell'entusiasmo di una squadra e un ambiente circostante (almeno quello che circonda tutti i suoi elementi) che è riuscito nel complicatissimo intento di far star bene e far sorridere intere famiglie ma anche giocatori americani ed europei (non importa con quale passaporto, ormai) molto spesso completamente soli in un'avventura iniziata (per loro) come una necessità (giocare con impegno e maturare o fare quasi la fame altrove) e trasformata in un piacere equivalente alla condivisione comune di una fase della propria vita. E ne abbiamo visti di giocatori incredibili. Cazzo, se ne abbiamo visti.

Se chiedi ad un giornalista sportivo della Rai o di qualunque altro servizio nazionale, in questo preciso istante (dico proprio ora), cosa ne pensa della Sidigas Avellino (ex Air, ora secondo sponsor, chissà per quanto ancora), qualunque scribacchino con un minimo di competenza cestistica ti dirà che, ai massimi livelli, si tratta della squadra che gioca la miglior pallacanestro degli ultimi quattro o cinque anni. Oppure guardati una sola partita per capire di cosa si sta parlando, anche se non ci capisci una mazza. Anzi: meglio. Ce ne sono un paio intere su Youtube.

“Kazzimma” personale o no, questa situazione è fatta da uno stronzo per altri stronzi. Punto e basta. Ebbene, questa, da troppi anni, è Avellino. La mia Avellino. Quella in cui sono nato nel momento sbagliato, quando già stava per finire tutto. Una città il cui marciume umano abortito ha sempre mangiato su qualunque volenteroso di fare del suo luogo di origine qualcosa di vivibile. Macché: niente più locali dove migliaia di appassionati di musica si rifugiavano perché arrivava sempre la brava band di turno, niente cinema (il Partenio è meglio se torna a proiettare del porno, come una volta; il Cineplex? Hanno più discepoli il McDonald e la sala da gioco con bowling al piano di sotto, ovviamente). L'orrore.

Tutto ciò da anni, anni e anni. Cosa restava, oltre a questo? Ovviamente la Scandone, l'unica alternativa al sonno collettivo di una massa di ebeti da finto wine bar con slot machine, blackberry, auto di lusso pagata a rate anche senza avere un cazzo per mettere a tavola un piatto di minestra, discoteche, ignoranza, zoccolaggine, alcol, ogni tanto qualche pistola, cipolloni di capodanno sparati in terra al cancello della villa comunale in pieno mattino con il passeggio per il corso folto così. Eccetera, eccetera, eccetera.

Il sentimento maggiore è sempre stato quello del “ti voglio bene ma t'o metto ngulo” (traduz: “ti stimo ma ti frego”). Questo, quel verme di Nappi e quegli aborti dei suoi soci lo sanno troppo bene e faranno di tutto per mantenerlo, quello stato di torpore leggermente rinvigorito dalla promozione, a suo tempo, dalla ex serie A2 alla ex serie A1 ed esploso con la vittoria della Coppa Italia (a Bologna contro Bologna: una favola).

La Scandone (come molte altre realtà anche economicamente molto più piccole: vedi il caso Ananas & Bananas) ha superato almeno cento di queste difficoltà, perciò già si è attivata per superare anche quest'altra. Il bello è che tutte le altre erano difficoltà economiche legate ad una burocrazia di Lega troppo stronza e, per questo, sempre più vicina a quella del calcio, ben al di là del concetto stesso della pallacanestro, ovvero quello di uno sport sano, intelligente, scientifico ed entusiasmante come praticamente nessun altro al mondo. Questa volta si tratta, invece, di un vero e proprio affronto interno da parte di strafottenti ignoranti del cazzo. Dunque: quel cazzone di Nappi e quei rotti in culo dei suoi adepti, lo sanno che così uccidono di nuovo la loro stessa città? Ah, già, è vero: Monteforte è in provincia, a 5 minuti di macchina da casa mia (troppi, eh?) che invece sto quasi al centro del capoluogo. Mh. Già. È un'altra cosa, un altro pianeta. Vero. Perdonate. Cosa conta se il palazzetto, ogni fottuta domenica, si riempie anche di gente che viene da molto più fuori pur di godere per un paio di ore di qualcosa di veramente bello (e tuttora anche vincente)? Niente, ovvio. Un bel niente. Proprio un bel cazzo di niente.

Se solo fosse denunciabile per alto tradimento anche questo pezzo di merda, assieme a tutta la sua benemerita combriccola di maiali (evidentemente protetta anche da qualche entità sovrannaturale che proprio non ne vuole sapere di chiamarsi l'intera banda di assassini alle porte di quello che resta di una pur lontana ipotesi di paradiso), penso che sarebbe anche un grandioso sfogo per tutti noi poveri e comuni mortali costretti (talvolta) ad andare a Napoli o a Benevento (se non altrove ancora) anche solo per vedere un film che aspettiamo da tempo o sentire un concerto di un artista a noi gradito.

Nappi è un traditore, se la vogliamo intendere così. E da traditore non la passerà liscia. Sarei contento se gli fossero già arrivate consistenti minacce di qualunque genere. Non le riceverà certo da me, ovviamente. Perchè proprio non ce la faccio ad avere un contatto benché platonico con la merda pura.

I santi ragazzi degli Original Fans, i tifosi (veri tifosi, leali che pretendono lealtà; veri avellinesi che pretendono il diritto di vivere al meglio la loro città, non come quelle latrine e teste di cazzo allo stadio), il fan club e tutti quanti si stanno già mobilitando. Hanno la mia adesione e solidarietà. Perché sono ancora, sempre e comunque stanco di vedere gente di questa città fottersere deliberatamente delle proprie origini. La Scandone, come il vino, come i prodotti gastronomici, come il territorio, come la storia di esseri umani va preservata in qualità di bene comune. Uno dei pochi rimasti in vita. E anche bene.

Se non si comincia da queste piccole realtà, ad operare immediatamente d'urgenza queste mentalità completamente fuori da ogni logica di pensiero e di azione, il discorso generale è a dir poco impossibile da affrontare.

Staremo a vedere.

Stessero molto attenti anche loro.

Buon anno un cazzo.

mercoledì 7 dicembre 2011

Bestie

“La cosa che mi ha fatto più soffrire è quando ho visto che per fare una cosa corposa bisognava chiamare a contribuire anche i pensionati e quelli con livelli molto bassi con il blocco dell’inflazione. A quel punto ho capito che bisogna chiamare a contribuire anche quelli dello scudo fiscale”.

Questa acutissima osservazione, letta sul sito del Fatto Quotidiano perché di vedere quel verme di Vespa me ne tengo ben alla larga (per dirla in termini civili), mi ha provocato...come dire...un violentissimo conato di vomito.

Sono stanco.

Stufo.

Umiliato.

Ho il culo che mi fa male, per quante volte mi ci hanno preso.

Chi ha parlato così, mi chiedete? No, mi dispiace deludervi ma non sono parole di Berlusconi. È il nuovo presidente del consiglio Mario Monti. Già. Si, esatto. Quello da me non votato. Quello non votato da nessuno. Tanto per informazione, qualcuno ha veramente denunciato il presidente della Repubblica (ma quale Repubblica...) Napolitano per alto tradimento proprio a causa di questo lievissimo e piccolissimo particolare. Ma non fa testo: l'italiano vero trova sempre il modo di andare avanti a raccogliere i cetrioli.

“Gli italiani capiranno”. Si. Come no. Io penso di capire solo che mi tocca venire al più presto a riempire di piombo il mazzo tuo, di chi firma pure la tazza del cesso di casa mia, del papa e dei tuoi predecessori. Faccia di cazzo: te lo deve dire Gesucristo che se metti l'Ici ai beni del vaticano non adibiti a funzioni ecclesiastiche, se li prendi per le palle e li sbatti in galera, gli “scudati”, chiamandoli con il loro vero nome, cioè “evasori”, quindi “ladri”, e gli confischi pure le mutande di Enrico Coveri inzivate della loro stessa merda, o se cominci a pulirti il culo con questi cazzo di fottutissimi contratti a tempo determinato facendo di noi luridi stronzi qualcosa che si avvicini alla più becera idea di ipotizzabile essere umano (magari capace anche di rimettere un minimo in circolo quello che resta dell'aborto della nostra economia, percependo uno stipendio “normale”) recuperi un fottìo di denaro pubblico?! E la chiamano “equità”. Si. Lo stare tutti (i soliti) nella stessa merda a nascondersi in apnea tra piscio ed escrementi, come quei due all'inizio di L'armata Brancaleone.

Allora io lancio a voi fottuti rottinculo del cazzo una sfida: qualunque cosa succeda, anche la più inimmaginabile come, che so, trovare un lavoro fisso con retribuzione giusta, avendo quindi l'obbligo di versare tasse, contributi, cazzi e mazzi, io non vi darò mai un centesimo. Neanche per sbaglio. Quelle due o tre centinaia di euro che sono riuscito a mettere da parte sono svanite in un niente. E vi siete pure fottuti dei contributi su cui i signoroni dell'Inps non si sono mai degnati di chiarirmi né l'importo né la destinazione. Ho dovuto rispolverare brevi nozioni di estimo per capire che vi siete fottuti il 25% di quella miseria che guadagnavo e ricevevo, a fatica e a scaglioni, dopo due mesi di lavoro. Chiamarlo lavoro, poi...

“Abbiamo sgravato il carico fiscale per le imprese che assumono donne e giovani”. Non ti credo. Staremo a vedere, comunque. Eccome se staremo a vedere. Non hai specificato né dove né, soprattutto, come verrebbero assunti donne e giovani. Io una vaga idea ce l'ho. E non sono sicurissimo di sbagliarmi. Perché Biagi fa comodo a tutti anche in polvere.

“Tutte le economie europee vanno verso un sistema che coniuga la flessibilità e sicurezza per il lavoratore”. “Flessibilità” è una parola che devi cancellare da quel tuo fottuto vocabolario del cazzo, stronzo.

Dovrete venire a pigliarmi fino a casa, se ne avrò una. Allora vedrò quanto ci terrete. Bestie.

Il motivo è il più semplice che esista: mi è sempre stato privato di ciò che mi spetta ancora di diritto (un lavoro, uno stipendio, una vita normale...e osate pure piagnucolare se qualcuno se ne fotte e non lo cerca) prima ancora che io riuscissi a mettere piede in tutto ciò che a forza, contro la mia volontà, si è preso la briga non richiesta di gestire la mia vita. Io sono mio. E lo decido solo io se sono buono o cattivo. Come lo decidono in milioni se sono sempre stati degli aborti inconsistenti o se forse, chissà, valgono o contano ancora qualcosa e, forse dei forse, magari vanno pure ascoltati (che supplizio, eh?).

Perché senza di loro, senza di noi...voi...non siete niente.

Niente.

Ma lo sappiamo benissimo: non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire. Non è vero? Come dici?

A mio modesto avviso, è lievemente più attraente colui che è sordo perché ha perso l'orecchio in una colluttazione.

State attenti, vermi.

State molto ma molto attenti.

martedì 29 novembre 2011

Imparare

Da un mio articolo di oggi per Wake Up News.

Premessa. «Gli italiani sono fatti così: vogliono che qualcuno pensi per loro. Se va bene, va bene. Se va male lo impiccano a testa in giù […] Tutti pronti a chinare il capo pur di mantenere il posto, di guadagnare. Tutti pronti a sopraffarci, a intrallazzare […] È la generazione che è corrotta, che è malata, che va spazzata via. Non so da che cosa, non so da chi. O meglio: lo saprei, ma lasciamo andare. La speranza è una trappola. È una brutta parola, non si deve usare. È una trappola inventata dai padroni, è quella di quelli che ti dicono: “State buoni, state zitti, pregate, avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà”. Così dice quell’altro: “State buoni. Siete precari? Si ma tanto fra due mesi vi riassumiamo, vi daremo il posto. Andate a casa, state buoni. Abbiate speranza”. Mai avere speranza! La speranza è una trappola! Una cosa infame inventata da chi comanda. Come finisce? Non lo so. Spero che finisca in una specie di…quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta di rivoluzione […] Ci vuole qualcosa che riscatti questo popolo che è sempre stato sottoposto. È trecent’anni che è schiavo di tutti. Il riscatto non è una cosa semplice. È doloroso, esige anche dei sacrifici. Se no, vada alla malora, come sta andando ormai da tre generazioni».
Era la sera del 29 novembre 2010. Apparentemente un giorno come un altro. Nella sostanza un giorno da tenere a mente come una data storica di quelle che si è costretti ad imparare tra i banchi di scuola sin da bambini. Perché non si è trattato solo della tragica (anche se consapevole) decisione di un essere umano di voler deliberatamente scegliere di farla finita. No. C’era qualcosa di più dietro quell’ultimo e sulfureo respiro, prima di compiere un volo di cinque piani dalla sua stanza nel reparto di urologia dell’ospedale San Giovanni di Roma, dove era ricoverato ancora una volta, l’ennesima.
Perché tanto scalpore? Perché giornate intere dedicate alla sua memoria e ai (tanti) suoi grandi film? «Perché è stato un grande regista, capace di regalare agli archivi veri e propri capolavori di cinematografia», si risponderà. L’affermazione non è sbagliata, ma c’è un errore: si è spesso tralasciata (in vita) l’incommensurabile mole di qualità relativa all’essere umano Mario Monicelli, prima ancora che all’indiscussa figura di epocale cineasta. In molti, purtroppo, spesso hanno dimenticato (e, ahimé, continuano a dimenticare, come per far finta di niente su chissà cosa) di aver avuto a che fare con un grande uomo prima ancora che con un grande artista (anzi “artigiano”) della macchina da presa.
Si finisce per chiedere a se stessi troppe poche volte una minima capacità di riflessione almeno sul significato intrinseco del suo messaggio di congedo, se proprio non si ha la voglia o la capacità di arrivare a mettere insieme i tasselli di un mosaico morale durato 95 lunghissimi ed intensi anni, limitandosi (oltre al danno, la beffa autoreferenziale) a rinchiudere il tutto nei tre minuti di un’intervista tagliata e servita come prodotto (per quanto fondamentale) da ascolto televisivo innovativo.
Ebbene, il suo messaggio di vita non avrebbe potuto esprimerlo in maniera più efficace e diretta, probabilmente già forte della convinzione terminale, ovvero di quella suprema facoltà di decidere di se stesso. Perché è proprio questo il punto: la vita è una e appartiene al corpo di chi la conserva. Costui, dunque, ne fa ciò che vuole nel suo non dover, per forza di cose, rispondere a niente e nessuno. Quale idea fu più universale ed unica nel suo essere indiscutibilmente saggia, anticonformista e di reale guida per epoche così difficili, sprezzanti, scontrose e disumanizzanti come quella in cui siamo costretti a vivere?
Nichilista, senza innominabile speranza, certo. Ma con una forza d’animo tale da credere ancora e comunque in qualcosa di diverso, qualcosa di potenzialmente migliore, nonostante il suo aver già dato così tanto alla sua nazione, così sgradita da dover essere infine amata (per parafrasare il poeta Bodini).
Cosa c’è di più chiaro di parole così enormi (eppure semplici e sincere) da prendere a servizio per fare ordine, una volta per tutte, in una realtà che assomiglia sempre di più ad un incubo? Tra un po’ faremo finta di niente anche davanti a noi stessi, se non abbiamo già provveduto ad evitare ogni singola difficoltà col libero arbitrio della noncuranza, visto che siamo stati capaci di dimenticarci anche di un profetico Pasolini nel più fastidiosamente borghese dei modi (chi ha visitato la mostra al Festival del Film di Roma senza paraocchi ne saprà qualcosa e avrà provato un minimo di fastidio da ipocrisia per una poco opportuna lettera elogiativa di un ex suo nemico, un certo Gianni Alemanno, allegata alla cartella promozionale), nonché di inabissare una giusta e sacrosanta protesta, da Monicelli stesso sostenuta (quella per i tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo in un paese che non ha una legge che regoli gli audiovisivi, bensì un decreto del 2004 con relative revisioni; quella precedente risale al 1965 e forse è anche migliore), in un costoso aperitivo al bar della Casa del Cinema di Villa Borghese.Possiamo stare qui a parlare dei suoi bellissimi film fino a stancarci o ad ossessionarci, se vogliamo. Rai Movie dedicherà, oggi, dal pomeriggio fino a notte inoltrata, un’intera giornata alla sua memoria. Ma avrebbe senso, tutto questo, se non avessimo prima assorbito la fondamentale sostanza di comunicazione extrafilmica che ogni suo singolo fotogramma, da sempre (dagli esordi degli anni ’30 fino agli ultimi lavori anche documentari) nasconde dietro la sua appariscenza? La risposta è “no”. Ed è insindacabile. Perchè davvero in pochi hanno appreso e, di conseguenza, considerato il cinema (come qualunque altra forma d’arte) come un puro strumento di espressione umana, ben oltre il suo ignobile imbarbarimento da baraccone industriale (processo tipico di un paese senza più giudizio morale).
Ora o mai più: fare tesoro di quello che siamo stati per reagire su quello che (nonostante tutto) ancora non sappiamo di essere.

domenica 13 novembre 2011

Nato sotto il segno di B.

Guardo le immagini della dipartita. Osservo tutti i miei fratelli di spirito costruire vere e proprie ondate di festeggiamenti, gioia, folklore civile carico di entusiasmo proprio lì, davanti casa sua, davanti uno dei palazzi del potere di questa città e di questa nazione sempre più incomprensibile e frastagliata nel suo essere. Anche se non tiravano monetine, come sarebbe stato assolutamente il caso di ripetere, li ho ammirati pure davanti al Quirinale, un posto che sembra quasi aver ripreso un minimo di senso in quanto luogo fondamentale della vita comune intesa in termini moderatamente e legittimamente fraterni. Il mio Presidente della mia Repubblica ha voluto ancora una volta parlare a lungo con lui. Non ci vorrebbe moltissimo ad accusarlo di dodici mesi di puro calvario e rifilargli un calcio in culo con sputo a seguito. Ma non è questo il punto, almeno per ora. Il punto è che qualcuno spera nella fine di qualcosa di talmente grosso da non sembrare vero, proprio come non sembra vero un vero e proprio sconvolgimento di quello che, ormai, anesteticamente, non sembrava più realtà ben enunciato da Floris a Fabio Fazio nella sua puntata di stasera.

Quattro cani lo salutano, contraccambiati, sul retro. Come schifosi sorci fuggiti dalla nave che affonda. Lui saluta, come un capitano rassicura i pochi passeggeri rimasti di un pronto salvataggio che mai avverrà, mentre dall'altra parte, quella chiamata “realtà” o “verità”, l'orchestra intona la sua più letale danza di morte: l'inno italiano assieme ad un caldo “Hallelujah”. Sono veramente quattro cani persi per strada, quelli lì dietro. Non sanno neanche di trovarsi lì. Non sanno chi sono stati o cosa dovranno essere domani mattina. Mi fanno pena.


Silvio Berlusconi si è dimesso. Lo ha fatto dopo un anno di vera e propria catastrofe sociale, civile, politica, economica. Se c'è altro da distruggere, prego, che si faccia pure avanti il suo portavoce. Lo ha fatto 17 anni dopo aver innalzato a quello che resta di un cielo plumbeo e vuoto quel maledetto scettro da televendita ingannevole. Lo ha fatto 30 anni (e più) dopo aver dato avvio a ciò che ha letteralmente cambiato il senso stesso del poter pronunciare il termine “italiano”.

Sono nato il 18 novembre del 1984, e questa, qui nella stanza 308, è anche la mia storia.


Non ricordo precisamente l'età che avevo, ma giuro di ricordare, invece, che una delle prime erezioni della mia vita l'ho avuta con la banda del Bagaglino durante una di quelle trasmissioni assurde che non facevno ridere nemmeno il più imbecille tra gli imbecilli. Imitazioni fatte male per sketch scritti male e interpretati ancora peggio (proprio come le pantomime che quella cagna rabbiosa di Maria De Filippi sta sputando nell'ex tubo catodico in contemporanea a Sky Tg, forse l'unico notiziario in edizione straordinaria a seguire in diretta l'intera vicenda, e anche dalla parte giusta). Lo sfracello morale di un attore di livello come Oreste Lionello, tra l'altro. Ma soprattutto, un concetto di erotismo spiattellato come se fosse un bel set di pentole in vendita al grido di “parola di baffo!”. Si, credo di ricordarmelo: ci fu un attimo in cui (pescando nella melma della mia memoria infantile) quello scempio di Pamela Prati sparò fuori un paio di tette senza sostanziale motivo nel bel mezzo di uno di quei soliti balletti pallosi e buoni solo ad arrapare i “rattusi” di turno in prima fila, posti ovviamente riservati, come di consueto, sempre e solo a personaggi politici (per modo di dire). E chi se lo scorda quel biscotto ancora attaccato alla mano, da un lato, ma completamente polverizzato dal latte della tazza dall'altro, assieme al sopracciglio inarcato (sarà stata, forse, la prima volta in cui sono riuscito anche a compiere un gesto facciale simile) e all'occhio a palla desideroso di capire qualcosa di quello che aveva appena visto. Sarebbe successo ancora, ancora e ancora (Milena Miconi, Angela Melillo, ecetera eccetera eccetera). Inutile stare a spiegare convulsioni interiori e formicolii di ogni sorta: ci siamo passati tutti e, comunque, sta scritto in ogni buon (quanto inutile) manuale di sopravvivenza adolescenziale.


Alzi la mano chi tra di voi non ha mai passato (o visto passare) un pomeriggio a rincoglionirsi con un giovane Paolo Bonolis e il suo fottutissimo Bim Bum Bam. Ancora sento il lezzo di Uan (che sottospecie di bestia era?) e di quel fottuto cremino del cazzo che nessuno si decideva mai ad infilargli su per il culo sintetico. Magari non tutti, ma di sicuro coloro che, come me, non avevano molta compagnia su cui basarsi.

Ho perso il mio papà all'età di soli tre anni. Quando mi guardo allo specchio, prima di cominciare ad odiarmi, ripenso sempre ad una foto in cui, poco più giovane di me, Ciro era ritratto sorridente con un paio di amici: uguale, preciso (alla prima visione ebbi uno shock). Per altri dieci lunghi anni avrei dovuto convivere in casa dei miei nonni con (per fortuna) mio zio (che mi ha praticamente fatto da padre e continua tuttora a consigliarmi, fin dove gli è possibile visto che ormai sono un caso disperato: ho fatto sempre tutto il contrario di tutto fissando un punto grosso come una casa e ricominciando senza sostanziale motivo, sempre) ma una mamma (la mia bella mamma) sofferente di depressione profonda e devastanti attacchi di panico per dieci interminabili anni (forse anche più). Voglio vedere te che leggi se sei capace di restare improvvisamente vedova a soli 27 anni (l'età che avrò io fra pochi giorni) dopo che ti si era aperta un'intera vita davanti. Ma questo non conta per nessuno. Qui bisogna avere sempre il sorriso su quella cazzo di faccia, se no non vieni bene nelle foto di gruppo sociali.

I miei nonni mi hanno cresciuto, assieme a mio zio e alla mamma, fin dove è riuscita. Tutto il resto l'ho fatto da solo (ovviamente non senza i fondamentali supporti familiari, è inutile sottolinearlo) e, come ogni essere umano nato in Italia negli anni '80, ho subito sulla mia stessa pelle il frantumarsi di ciò che avrebbe dovuto spingere in alto il fattore culturale di questo fottuto paese e che, invece, ha finito i suoi giorni diventando uno sporco elettrodomestico da soma cerebrale con supporto di videogame come optional. Tette e culi in prima serata, cartoni animati e telefilm importati da oltreoceano col solo scopo di farti disilludere di essere te stesso, valette di trasmissioni televisive la cui unica prerogativa era (ed è!) il solo stacco di cosce, un giornalismo trasformato in puro gossip da Novella 2000: tutto un insieme (al quale si aggiungono mille altre cose) che ha fatto di questo paese, ogi più di allora, un branco di perfetti rincoglioniti.


Anche se in pochi, ci siamo salvati grazie a noi stessi e grazie a famiglie che ci hanno insegnato innanzitutto il rispetto per la nostra persona, per la nostra stessa dignità di essere umano in relazione alla coesione col prossimo, al fine minimo di formare e vivere in un futuro contesto sociale quanto più possibile equo e giusto. Già. Perché era davvero loro intenzione fare in modo da provare a costruire qualcosa per noi, qualcosa a cui, un giorno non molto lontano, avremmo potuto confidare almeno un po'. Qualcosa di leale. Qualcosa di “normale” e ovvio. Noi, invece, cosa possiamo fare, ora, per noi stessi e per i nostri figli (se mai riuscirem ad averne)? Quale traguardo ci è concesso di raggiungere in queste condizioni?

Ricordo ancora uno dei momenti migliori di mia mamma in un anno di scuole elementari. Nella classe accanto era iscritta la figlia di Barbadillo, un ex calciatore dell'Avellino, poi passato all'Inter, mi pare. No, all'Udinese (l'auto era targata Udine). Era di colore, ovviamente, e io mi trovai per la prima volta un po' spiazzato durante le ricreazioni. Fu mia madre a passare il pomeriggio giocando con me pur di parlarmi delle diversità umane, sottolineando come, in sostanza, il termine “diversità” non è che fosse poi così appropriato.


Cos'ha fatto la televisione, invece? La sua televisione, intendo. Vendeva pentole e biciclette, ovvio. L'unico esempio di “diversità” era “Arnold”. Non gliene fregava un benemerito cazzo di trasmettere programmi culturali (se non “Sgarbi quotidiani”...figurati...) se poteva avere l'attenzione di noi bambini con cartoni fasulli mentre per i grandi (e una scena fantozziana lo testimonia in maniera perfetta) si inventavano mal di pancia e insonnie impossibili pur di vedere le tettine della casalinga che si spogliava e pur di prendere in mano il telefono (l'altra era occupata) per comporre un bel 144 (ancora non conoscevano né le tariffe né l'importanza di imparare a memoria le clausole a caratteri minuscoli), dove una ridicola voce preregistrata faceva di te il suo eroe erotico personale. Nacque l'abominio autoreferenziale dell'essere umano di nazionalità italiana, una bruttissima specie che, con molta probabilità, non si estinguerà mai più. Una brutta bestia che pensa a prendersi la macchina buona a rate anche abitando in una città che in poco tempo è possibile attraversare a piedi da un capo all'altro invece di investire qualcosa in una qualunque altra direzione purché sia pià consona ad un pur scialbo concetto di divenire umano razionale.

Ormai viene prima l'ultimo modello di iPhone che un piatto caldo a tavola in pieno inverno. Siamo partiti dalla batteria di pentole in acciaio inossidabile e siamo arrivati a Mediashopping, Dimapant e i prodotti dimagranti col nome di una supercazzola.

Anche il vinile è tornato di moda perché si devono vendere giradischi rattoppati e (udite udite) capaci di trasformare i dischi in mp3, quando invece suonano male e rovinano il supporto.

Non sei nessuno se non segui il branco. Non sei nessuno se non hai quello che ha il branco. Se non hai quello che ha il branco, vuol dire che non desideri quello che desidera il branco. Non sei nessuno se non ti atteggi da signore anche se hai da pagare un mutuo più grosso della tua stessa casa. Si chiama “edonismo”, ed è più letale dell'Aids.


A volte mi ritrovo a farmi domande che, il più delle volte, non prevedono risposta. Una tra queste è: se fosse ancora vivo Pier Paolo Pasolini, oltre a mandare a fare il culo gli aristocratici che invadevano l'altrettanto aristocratica mostra su di lui organizzata da un altrettanto aristocratico Festival del Film capitolino, cosa penserebbe di tutto questo schifo? Di sicuro quello che aveva già ampiamente profetizzato almeno venti anni prima. Un po' (un bel po'), certo, ci ha risposto Montanelli al suo posto, a tempo debito e prima di tirare le cuoia con onore. Qualcosa, spero senza secondi fini, sta facendo certa stampa dichiarata “sovversiva” ma nella sostanza reale e veritiera. Moltissimo stiamo facendo noi che stiamo a parlare virtualmente qui, proprio adesso, in questo momento. Chissà come Pa' avrebbe distrutto in un solo istante il tentativo di appropriazione indebita dei cervelli italioti da parte di un palazzinaro autoelevatosi a paladino della democrazia e della libertà. L'unica libertà appurata è stato il furto di una legittima e doverosa condizione generazionale che io, povero stronzo, assieme a tutti i miei coetanei, sto pagando adesso, ridotto qui a scrivere su un blog invece che provare a riposare per svegliarmi domattina presto, pronto per una buona colazione, una veloce doccia e un posto di lavoro che mi aspetta lì, consapevole del fatto che sia io a doverlo fare in quanto idoneo e alla portata di quanto richiesto.

Qui l'unica libertà concessa è quella di sognare un qualsiasi domani, ma l'unica certezza gratuita è la paura del solito incubo che spinge a non addormentarsi la notte, prima di cadere inevitabilmente schiavo delle tenebre più profonde (sia circostanti che, soprattutto, interiori): sto facendo la cosa giusta? Se tutto questo non avesse senso, cosa farei? Avrei la forza di ricominciare? E se si, da dove potrei ricominciare? Intanto, di tempo ne è passato e altro continua inesorabilmente a trascorrere velocissimo. E io sono ancora qui, a scrivere il mio dolore.

L'unica libertà concessa è uno sfogo su un blog o sulla pagina personale di Facebook (nel frattempo Maria De Filippi fa parlare due coglioni del problema di fare “sesso virtuale” tramite la rete, altro esempio di come le cose buone sono state rivoltate per sempre in pura inutilità blasfema ed ignorante), purché riesca ad esorcizzare qualche demone comunque sempre presente.


Mi chiedo cosa succederà domani e, onestamente, anche questa è una domanda che rischia di non prevedere alcuna risposta. Quella testa di cazzo (anche certe intercettazioni, vere o no, dicono che è legittimo chiamarlo così, a quanto pare) continuerà a pararsi il culo tentando in ogni modo di infilare qualche suo leccapiedi in parlamento e nelle alte sfere del governo mentre è troppo occupato a non finire in galera, luogo che comunque non vedrà mai perché al massimo si beccherà qualche anno di arresti domiciliari (reali volontà dei fino ad ora oppositori permettendo), il che vorrebbe dire comunque vita da pascià brianzolo.

Mi sveglierò domani mattina contento di non doverlo più sopportare (almeno spero, anche se ci saranno sempre molti suoi burattini infiltrati) ma preoccupato di un nuovo incaricato che poco impiegherebbe a mettere l'intera nazione nelle mani delle banche più di quanto non ci sia già stata fino a questo preciso istante. Ma mi sveglierò anche con la rabbia di non aver sentito praticamente nessuno (se non Fini da Santoro...figuriamoci...) accennare alla possibilità di pulirsi coerentemente la merda dal culo con quei fottuti contratti a tempo determinato, in modo da provare a riavviare ciò che realmente deve, per forza di cose, tenere in piedi questo fottuto paese: io, tu, tutti noi. Un lavoro normale con uno stipendio normale farebbe di tutti noi soggetti capaci di spendere magari anche qualche soldino in più al di là del misero tozzo di pane, in modo da rimettere in circolo (per quanto insignificante) un minimo di economia.

E di certo mi sveglierò ancora stanco di dover sopportare una carriera studentesca che non finirà mai, un po' per colpa mia, un po' (tanto o forse troppo) per colpa di un sistema che non mi ha mai rappresentato e che non rispecchia il mio senso della misura (dieci esami a sessione e non capire un cazzo o due facendone tesoro in eterno? Ma servirà a qualcosa, tutto questo casino? Questo è il problema).

Quel transessuale di Maria De Filippi fa un inutile e incomprensibile show del cazzo con il suo cane di merda pur di finire un programma altrettanto di merda. Noi, nati sotto il segno di B, e sotto le grinfie di tutto quello che ha significato in dosi di dolore per la mia generazione, abbiamo smesso troppo tardi (anche se non per forza per colpa nostra) di obbedire per avere lo zuccherino. In questa lurida immagine c'è la storia di una vita intera fino ad ora assolutamente ignobile e assurda. Ne usciremo mai vivi? Saremo in grado di cambiare? Abbiamo realmete capito quello che ci è successo e le ingiuste colpe che portiamo come fardello dal momento in cui siamo stati tirati fuori dalla pancia di nostra madre? Ancora una volta, domande che (almeno per il momento) non prevedono risposta.

giovedì 20 ottobre 2011

Se facessimo tutti così, fallirebbero in migliaia!

"Ascolta un cretino", diceva Claudio Bisio nei panni dell'esilarante Micio in un'edizione di Mai Dire Gol di tanti anni fa. E allora ascoltate sto cretino qua, che già da mesi vi diceva che se si prendesse tutti quanti (ma proprio tutti!) la stessa sacrosanta decisione fallirebbero in migliaia domani mattina.

Sul sito del Fatto Quotidiano sono apparsi, ieri, due articoli tra i quali non posso non notare una correlazione più che fondamentale.

Il primo (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/indignata-per-stage-gratis-le-danno-della-mignotta-allestero-ho-un-contratto-vero/164701/ ) pone il caso di una ragazza, Caterina, 28 anni, laurea praticamente a pieni voti al Politecnico di Milano, ottima conoscenza di quattro lingue e candidata ad un posto di lavoro presso "Flash Art", una delle più importanti riviste d'arte. Potete tranquillamente far scorrere l'articolo sotto i vostri occhi per venire a conoscenza di come le sia stato dato della "mignotta" solo ed esclusivamente per aver insistito nel ricordare all'esimio e magnifico dottor Giancarlo Politi, direttore ed editore della rivista, quanto è stronzo e quanto dovrebbe vergognarsi di equiparare la speranza generazionale in un qualunque futuro al "lusso" odierno di "lavorare a buoni livelli". La ragazza ha voluto tentare ugualmente di ottenere il lavoro anche se "gode" già di un contratto regolare, si, ma prima in Germania e poi in Inghilterra: l'equivalente in Italia le prometterebbe al massimo di fare presto la fame qualora voglia mettere su famiglia, se mai ci riuscisse.

Insomma, siamo sempre alle solite, sempre punto e a capo, senza mai riuscire a prendere la fottuta decisione di stracciare e incenerire, tutti, questa cartastraccia sporca di merda fresca chiamata precariato. Tutti tranne lei, che per rispetto della propria persona (cosa molto rara anche questa, al giorno d'oggi), alla divina imposizione "prima impara a scrivere, a leggere dai siti e giornali del mondo, a fare una notizia in dieci righe, a fare l'editing di un testo, a impaginare con InDesign e poi potrai avanzare pretese. La mia azienda non è beneficenza" e al successivo insulto (agli effettivi lavoratori della rispettiva azienda) "vada a lavorare da McDonald", ha risposto preservando la sua autorevole dignità esprimendo "La beneficenza se la faccia fare lei, povero indigente che non può nemmeno pagare un povero stagista il minimo". Reazione: "Ora anche le mignotte debbono parlare quattro lingue, conoscere l'arte e InDesign. Il globalismo fa miracoli". Non credo proprio che qui non scatti una bella denuncia a questo pezzo di merda secca, oltre alla solita, inutile ed inconsistente (ahimé, purtropo è così) lettera a quel morto di sonno di Napolitano, azione giusta e primaria ma, da sempre, quantomeno sterile.

E allora ditemi cosa stiamo aspettando, ancora. Cos'altro ci vuole per farci almeno incazzare? Prendete esempio da Caterina come dai sostenitori di quella povera ragazza massacrata da quella fascista di merda di Tezenis (negozio di per sé fascistissimo) al centro commerciale Porta di Roma. Si alzassero un attimo in piedi tutti quelli che si tengono per sé soprusi, anche minimi, e sputassero in faccia al rotto in culo di turno per poi sbattere a lui la porta in faccia. Facessimo tutti come il Jack Lemmon di quel bellissimo film che era L'appartamento di Billy Wilder, talmente dignitoso da rifiutare, la sera per la mattina, il posto di assistente direttore ricevuto a scopo compenso di mille favori non (o poco) retribuiti. Si portasse avanti un'azione collettiva del genere in contemporanea! Vedrete il risultato! Fallirebbero tutti domani mattina! Cristo!

Bisogna muoversi e in fretta perché, come dice il secondo articolo di cui vi accennavo (http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/18/la-generazione-che-paga-per-tutti/164683/ ) siamo la generazione che sta pagando per tutti. Se vi sta bene, fate pure, lasciate tutto come si trova, tanto chi se ne frega. Se invece vi girano i coglioni in stile motore di concorde, vi renderete conto che del debito pubblico accmulato negli ultimi 45 anni non è stato utilizzato mezzo centesimo a fini produttivi. Risultato? Mica la lotta all'evasione fiscale (anche del Vaticano, e non venitemi a cacare il cazzo), no...tasse per tutti tranne che per chi di dovere e, soprattutto, tagli infiniti (ce ne stiamo accorgendo solo ora...vedi un paio di post precedenti) oltre che più di un governo impegnatissimo solo ed esclusivamente a proteggere le cacate fate dai padri redentori. Stage non retribuiti con la scusa del cazzo che bisogna fare curriculum per imparare (ma a 40 anni cosa stracazzo devo imparare più, figlio di una grandissima troia!), disoccupazione a mille, follia in netta crescita e a breve (ne sono certo perché già abbiamo avuto i primi esempi illuminanti), anche un elevato tasso di suicidio per mancanza di prospettive, un po' come nell'ex Germania Est (anche se lì i motivi erano ben altri). Ce ne avessero almeno parlato venti o trenta anni fa, avremmo forse agito di conseguenza...che ne so...magari piazzando una bella cerniera a chiusura interna alla vulva di nostra madre pur di non uscire...boh...

Ne parlavo qualche giorno fa con un mio amico in una pausa dell'ennesima giornata buttata a cesso in questa melma di università. "La nostra colpa è di essere nati nell'epoca sbagliata", gli dissi. Lui rimase immobile a pensare prima di rispondere "Cazzo, è vero". Ed è vero si. A guardarlo bene, con la sua folle passione per un certo ramo della storia dell'umanità, ce lo vedo proprio in qualche legione romana ad accamparsi per attaccare o costruire un ponte in una notte. E io mi ci vedo eccome in una "nuova Hollywood" stanca dei classismi e delle convenzioni, aperta a chiunque avesse voglia di sperimentare alla cazzo pur portare avanti qualcosa di nuovo, qualcosa che comunici senso, che ispiri pensiero ed opinione.

Se la vita è un dono...beh...che cazzo abbiamo fatto di male per non riceverlo? È vita questa?

La soluzione ve l'ho data qui come in precedenza. Sarà anche difficile, quasi impossibile ma credetemi: fallirebbero davvero tutti domani mattina.

E allora si che qualcuno ne parlerebbe un pochino ponendosi, magari, anche il problema...anche se poi i signori della corte ci chiamerebbero "facinorosi".

domenica 16 ottobre 2011

L' (ennesima) occasione persa (2)












































































































L' (ennesima) occasione persa

Bene.

Bravi.

Bis.

Applauso.

Siete contenti? Ora i giornali non faranno altro che parlare di voi fottuti fascisti. Macché...non sapete nemmeno che cosa vuol dire “fascista”. Siete solo dei poveri chiarfosi ancora con la boccuccia inzivata di latte che non sanno nemmeno allacciarsi le scarpe. Chiunque voi siate, pagati dal governo (sospetto elevatissimo) o poliziotti con divisa da trasferta (vi ho visti arrivare dalla stessa direzione delle camionette prima che le sfasciaste...eccome se l'avete lasciati scappare praticamente indisturbati quei due alla guida prima delle fiamme), avete servito quello contro il quale dite di voler combattere. Ma ce l'aveste davvero il fegato e le palle cubiche di combattere seriamente...

E noi?

Noi, grazie a questi esimi signori, abbiamo perso l'ennesima occasione. Perché non la reputo “buona” occasione? Semplicemente perché, come dicono in tanti, non si ottiene nulla con fischietti, tamburi, balli tribali e sfilate carnevalesche. Quella di oggi, però, non era una delle solite sfilate inconcludenti. Ho visto con questi fottuti occhi, ancora un pochino rossi di lacrimogeno (non che mi sia immischiato in chissà quale battaglia, anzi: il fumo, però, arrivava davvero ovunque in quella cristo di piazza), almeno un milione di persone dirigersi verso un unico scopo: l'unificazione, la condivisione, la volontà di mettere in atto (e non solo di continuare a parlare...bla bla bla e bla) qualcosa di potenzialmente concreto a livello sociale, umanitario, eticamente civile. Non si ottiene assolutamente niente con la violenza. E lo sapevamo tutti. Davvero tutti, dal primo all'ultimo. Almeno oggi.

Era questo (ed è ancora e sarà sempre) l'unico scopo: far arrivare il dissenso (nel vero senso del termine, ideologico e civile, non nazisticamente attivo) ovunque, all'occhio del potere logorante, alle spalle del nemico pubblico ufficiale, come fiato di un assassino che arriva lì a puntarti il coltello alla gola intimandoti di lasciare la città senza scannarti. Con le bombe non si ottiene niente, specie se sono lanciate a vuoto e sprecate in una piazza e non incollate sotto al culo di chi dorme russando per diecimila euro al mese. Ma si può anche ottenere molto con la forza delle parole. Parole che possono essere dette anche a bastonate, se è l'unico modo per poter avere un minimo di attenzione. Perché è chiaro che la parola non ha forza se, dall'altra parte, chi la riceve anche in maniera indiretta non ha i requisiti adatti per assimilarla, assorbirla, trasformarla in pensiero e in conseguente gesto.

Perciò grazie per aver concesso a quel rotto in culo di un metro e una cappella, tra una tetta e l'altra, di poter spendere parole (quelle che ci arrivano contro e che, invece, avremmo dovuto usare noi, come stavamo esattamente facendo) di disprezzo facendo, per l'ennesima fottuta volta, di tutta l'erba un fascio (se non se la fuma prima). Come cristo facciamo, ora, a far capire al mondo intero che per via di venti rotti in culo di merda, ora, non abbiamo più la possibilità di avere voce in capitolo nella principale delle battaglie dei nostri tempi? Quante stramaledette puntate santoriane e florisiane ci vorranno ancora, adesso, di nuovo, per provare, ancora una volta, a sentenziare puttanate per rimettere in sesto quello che quattro vermi vigliacchi hanno messo in scena (chiunque essi siano) senza vivere (ancora, di nuovo, in eterno) l'incubo dell'impossibilità di ascolto (sai com'è: già ne avevamo tanta...) da parte delle istituzioni (chiamarle ancora così è un complimento)? Quanti isterici mestruati pregiudicati dovremo, per colpa vostra, ancora sopportare mentre se ne stanno lì ad accavallare le gambe inventando di sana pianta aggettivi innovativi per giudicare una generazione che odiano e hanno sempre odiato a morte senza alcun valido motivo, affossandola nel proprio stesso sterco per la sola colpa di aver chiesto aiuto concreto, ora, qui, adesso, cazzo?!

Si, io posso anche godere come una scrofa in calore nel vedere la vetrina di un negozio di semi-lusso mezza sfasciata e, soprattutto, nel vedere il simbolo della mia e della nostra rovina, quelle banche del cazzo che chissà perché non fanno la fame domani mattina, in pezzi o quasi. Ma se anche io, incazzoso come mi ritrovo davanti allo specchio (se trovo pure il coraggio di guardarmi) ogni lurido giorno di merda sempre un po' di più, riesco a stare calmo davanti a trenta manganellatori che non si capisce per quale cazzo di motivo non fanno muovere gente normale dopo non aver fatto una benemerita minchia durante quella sottospecie di apocalisse! E che cristo, davvero!.

“Andate a lavorare!”, mi urlò una volta una vecchia rincoglionita, apparentemente ex masturbatrice su visione di finti busti mussoliniani da museo, mentre andavo in sfilata, con alcuni amici e fiancheggiati da poliziotti che (pensa un po') ci appoggiavano e ci proteggevano (perché dicevano di avere figli anche loro, con tanto di stessi problemi e stesse notti insonni a pensare ad una qualsiasi ipotesi di stramaledettissimo futuro) mentre andavamo a sederci sul pavimento dell'Auditorium durante i primi giorni di un'edizione del Festival del Film. “Tu dammi un cazzo di lavoro con stipendio e io ti faccio gli straordinari pure a Natale, vaffanculo!”, risposi. E ne fui soddisfatto. Poi, però, pensai che quello era l'unico metodo (e pensiero) che loro avevano per difendersi. E tutto questo, tutto ciò che c'è di simile a quello che è successo oggi (di nuovo...pensavo che il 14 dicembre fosse stato un caso, anche se francamente ho anche un po' goduto) non fa altro che giustificare il vero e proprio terrore che continuano a provare nei nostri confronti.

In fin dei conti, anche se mi capita di tornare a casa sfinito da una giornata di pura merda, da un posto di pura merda come La Sapienza, che mi cala piano piano, adagio adagio, nella più succosa merda come fa la camorra con un pentito nell'acido o nel cemento, capita che mi affianca una vecchietta: mi guarda, la guardo, guardo il semaforo, la riguardo, mi scruta, mi fa “giovane, me la daresti una mano ad attraversare?” (via Nomentana, selvaggia strada a scorrimento veloce, incidenti mortali abbastanza frequenti)...beh...”Come no, prego”.

Cercate di spargere la voce: non siamo cattivi, anche se è comunque meglio se non ci fanno incazzare. In realtà siamo più furbi dei soggetti di oggi (e di sempre): noi, se davvero volessimo, li avremmo già presi per le palle. È un conflitto nostro, tutto interiore. Il che potrebbe essere anche un segnale positivo, chissà: forse non scateniamo la guerriglia (quella vera, non la pantomima di quattro bulletti figli di papà o infiltrati retribuiti...perché è di questo che si tratta), perché magari qualcosa da perdere, forse, ce l'abbiamo ancora.

martedì 4 ottobre 2011

Va tutto bene

Una volta chiesi ad un mio amico (al quale voglio e vorrò sempre un bene dell'anima...perché lo capisco...perché compatisco, in fin dei conti), fresco laureato in eminenti Arti e Scienze dello Spettacolo in tre anni regolari senza nemmeno mezzo minuto di fuori corso, curriculum cinema (la mia stessa facoltà): "che cos'è una soggettiva?". Mi rispose, e già fu tanto. Ma mi rispose così: "è lo sguardo dell'autore"...

...beh...non era esattamente quello che mi aspettavo di sentire da un ragazzo intelligente e promettente come lui. Era, invece, quello che mi aspettavo (e continuo ad aspettarmi) di recepire da un povero quasi uomo completamente lobotomizzato da un sistema e da una (dis)organizzazione che discrimina chi non riesce a fare valanghe di esami in pochi giorni come se fossero (ma neanche) interrogazioni su uno o due capitoli di storia o geografia da imparare a campanello tipo poesia da scuole elementari. Era esattamente quello che stava per accadere (e l'ho anche annunciato a qualcuno a gran voce, ma chi vuoi che ti senta...chi vuoi che se ne freghi una beata minchia di te e delle tue solite bestemmie...) a chi viene messo di fronte all'ormai eterno grande paradosso: laureato in tempo = cocco di mamma, papà & Co. + rischio di incapacità applicativa di quello che hai provato a "studiare" / laureando fuori corso = minchione perditempo e mangiapane a tradimento + incapace di vivere il mondo attuale (per loro) + dedito a vivere e comprendere realmente quello che trova su pagine di non si sa fino a che punto utili libro (per lui stesso) + da cacciare, però, a calci in culo quanto prima (da parte loro)...quindi, non "persona non tanto con problemi di apprendimento quanto succube di problemi reali (quelli di una classe dirigente totalmente e definitivamente incapace, indegna e inadeguata) che, credendolo Superman, aveva confidato in lui concedendogli 40 "esami" da smaltire in soli tre anni e poco meno". E allora vai con l'incoraggiamento! Aumento immediato della seconda rata delle tasse universitarie del 50%! Yuhuuuu! E vai! Evviva le sempreverdi soluzioni migliori!

Il minchione perditempo, qua, intanto a gennaio farà il docente di critica cinematografica per un giorno e in molti non è che si sono fatti chissà quale grande problema circa le sue capacità relazionali, esplicative, culturali e di trasmissione di conoscenze pur minime purché indispensabili. Ma questo non conta, non fa parte del gioco, non rientra nel grande piano. Tecnicamente, io (scuole elementari, medie e maturità a pieni voti, media universitaria del 29) non conto un emerito ed esimio cazzo. Sono un numero e basta. Sono sempre stato un numero. Come numeri sono gli esami che chiunque sostiene "ad capocchiam". "Crediti formativi", li chiamano. "Formativi"...ma di cosa...

Mi dicono: "Fai il part time!". E che è, mo, sto part time? Ah, ecco. La possibilità che davano agli studenti che si dichiaravano lavoratori fin dall'inizio di allungare gli anni di "in corso" da tre a numero da definirsi: ora l'hanno estesa anche per i fuori corso...ah bene...cosa? Ah, ecco, lo sapevo che c'era il trucco! Cioè, tu vuoi dirmi che se pure io finisco e mi laureo prima del tempo "allungato" previsto devo comunque pagare le tasse sugli anni che, teoricamente, mi rimarrebbero per laurearmi? Facevi prima a dirmi che per il mio ordinamento non vale...cosa? Ah, ti eri dimenticato: non vale davvero. Che grande cosa...a volte vorrei essere Homer Simpson che (genio!) non firma l'iscrizione all'accademia perché troppo attratto a tirare un prosciutto di bocca a un cane fuori dall'ufficio del preside.

Già, grande cosa...specie se penso che tutta questa merda mi viene spalata addosso da chi l'impegno e la dedizione nelle cose che fa non sa nemmeno dove potrebbe eventualmente stare di casa. Ci fosse un luminare premio Nobel come ministro dell'istruzione che venisse da me e mi urlasse in faccia "Sei un inutile coglione! Non vali un cazzo! Sparisci!", beh, credo che me ne andrei volentieri di corsa e con inchino alla Fracchia. Ma detto da quella bocchinara da sottoscrivania per Berlusca e Tremorti...mah...diciamo che non mi aiuta poi così bene a capire chi sono e cosa voglio da questa vita sempre più assurda, dai.

A proposito di bocchinara (e anche di vita assurda...sempre) e trafori di neutrini vari (manco le minchiate sanno più sparare come si deve), pare che il nostro adorato Silviuccio non se la passi poi così tanto bene. Tra zoccole, pippate di coca mancate, interviste a esimie puttane (che di accocchiare una frase di senso compiuto non se ne parla manco mettendosi a piangere in ginocchio, ma di fare carte false pur di non andare a "cene private" con addosso "stracci da 100 euro"...beh...quello si, eccome!), nerchia che non tira più nemmeno se sollevata da un carro gru e capoluoghi partenopei che non gli danno tregua nemmeno su campi di calcio, si direbbe che la vita dell'imperatore non è poi così bella e sollazzante come si dice in giro. Eppure lui è forte, ha energia da regalare assieme ai dischi pezzottati di Apicella in busta chiusa. Detto fatto, non si molla, mai, nemmeno per scherzo. Elezioni anticipate? No, un pesce d'aprile posticipato bello e buono. Probabilmente a Dio o a Gesucristo stanno ancora fischiando le orecchie per via di qualche milione di preghiere relative al far fiondare un certo rottame di satellite su Arcore: peccato che sia poi tocato all'Oceano in zona Canada. Peccato davvero, guarda, c'avevamo sperato quasi tutti. Andava bene anche solo Montecitorio. Anzi, sarebbe stato anche meglio, forse. Nulla di fatto, però. E comunque sarebbe anche triste pensare che quella di fare fuori lui e tutta quella abonimevole casta del cazzo potrebbe essere l'unica maniera di levarceli dalle palle: rischia di essere quasi un insulto alla nostra intelligenza sopravvissuta (da qualche parte si dovrà pure essere nascosta, no?!).

Si attende un nuovo bollettino di guerra relativo allo sviluppo..."sviluppo"...che parolone per una società che lascia vivere giornalisti schiavizzati che usano ancora solo il telefono e una vecchia Olivetti lettera 22. Sanare il debito pubblico sbattendo in galera evasori recuperati alla bella vita mondana? No, troppo difficile: si dimezzerebbe il parlamento allo stesso modo dei test anti droga o delle immatricolazioni in partiti (destinati magari anche a morire ma continuando a prendere in eterno questi cazzo di "rimborsi elettorali", chiamati così solo per non citarli come "furto di denaro pubblico", etichetta molto più appropriata e specifica, direi) che come unica referenza curriculare hanno la necessità di fedina penale insozzata.

Che grande storia stiamo vivendo, ragazzi. Devo essere sincero, comunque: non lo sapevo mica che per essere arrestato, se vieni sospettato di collusione mafiosa, associazione a delinquere, travestitismo o di qualunque altro reato perseguibile a norma di legge, bisogna sottostare al permesso dei signori della corte. Cristo di un dio: se uno deve essere processato, colpevole o innocente, deve essere processato, punto e basta! Lo so, lo so: chiedo proprio troppo, così.

Ritornando un attimo a quella merda di università, mi viene in mente proprio adesso che in questi ultimi giorni sta succedendo, silenziosamente, qualcosa di ambiguo, quantomeno strano. Almeno alla Sapienza, nella città universitaria, si comincia a respirare un'aria simile a quella che intossicava le case degli italiani più zozzoni nei primi anni '80, quando le prime televisioni private del nano malefico cominciavano a mostrare tette e culi in perizoma di casalinghe di provincia. Motivo di questa mia sensazione? Semplice: così come la tv commerciale di Berlusconi e compagnia bella ha abboffato ogni mezzo di comunicazione con stramaledetti sponsor di ogni specie disumana, ora la città universitaria si sta popolando di cartelloni pubblicitari risalenti a fantomatiche ditte di scooter (almeno da me) mai sentite prima. A sentirne il peso maggiore è la mensa di via De Lollis, il cui ingresso è, ora, letteralmente sommerso di cornici plastificate pronte per ricevere chissà quale altro beneficio culturale al loro interno. Motivo di tale utilizzo? Tagli fatti con la motosega di Leatherface ("Non aprite quella porta", ndr) anche al personale ristoratore e, di conseguenza, ai fondi necessari per fare la spesa di cibarie da cucinare. Non so se ringraziarli perché almeno, così, mi faranno forse mangiare qualcosa di diverso da pasta al sugo allungato con acqua e fettina di carne in padella o mandarli a fare in culo per i secoli dei secoli.

E per finire, l'ultima bella notizia è quella della scarcerazione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito per tramite anche della mitica Giulia Bongiorno, l'avvocato che fece assolvere Andreotti, per chiarirci. E capirai: quella è capace di fare carte false per far tornare a casa anche Satana in persona. La meravigliosa notizia (anzi constatazione), perciò, non è tanto questa quanto un'altra. Innalzandomi a grande pensatore filosofeggiante a suon di oppio da poeta maledetto, infatti, ho osato supporre una questione: e se Berlusconi avesse corrotto anche i giudici del processo Meredith per sparare cazzate e, quindi, "dimostrare", autoassolvendosi per l'ennesima volta, che in Italia la giustizia se non funziona con loro non potrà mai funzionare neanche con lui? Avrei potuto beccarmi tutti i "vaffanculo" e "testa di cazzo" del pianeta, me li sarei meritati. Poi, però, sulla pagina Facebook "Movimento Antiberlusconiano Italiano" appare la seguente scritta: "In diretta da Canale 5, ore 16:39. È in corso la strumentalizzazione del caso Meredith da parte di Mediaset per condannare la giustizia italiana, non per gli errori del caso ma per ricollegarsi indirettamente a Berlusca. È a dir poco vomitevole".

Cristo santo...o devono rinchiuderci in due o veramente solo sei numeri non azzecco mai.

Che altro dire?

Va tutto bene.

No?


sabato 20 agosto 2011

Paga per noi

Continuate ad andare a messa, mi raccomando. Tutte le domeniche, la mattina presto. Non perdetevi il rosario, per carità. Oppure scegliete lo spettacolo delle 10:00 o 10:30 così potrete anche spolverare il vostro vestito buono, una divisa da cameriere per l'ometto e un tailleur corto da zocc...ehm...elegante per le signore. Continuate pure a devolvere liberamente l'otto per mille alla chiesa cattolica di vostra spontanea volontà. Perché è giusto. Perché è morale. Perchè siamo tutti nelle mani del signore dio nostro.

Peccato, però, che il signore dio nostro non tanto ricchezza ma almeno un minimo di benessere, nelle vostre tasche, non deporrà mai. La sua ricchezza è un'altra, il suo regno è nei cieli. E così sia. Quello che continuano a non dire e quello che voi, coglioni masochisti del cazzo, continuate a non elevare a perno di una fitta serie di richieste di spiegazione contiene, come informazione basilare, la celestiale rivelazione che lo stesso otto per mille, come tanti altri favori pro bono, altro non è che il più plateale ed evidente (ma per voi troppo difficile da capire) esempio di viscido voto di scambio tra qualsiasi governo e il vaticano ano.

La chiesa aiuta, la chiesa viene in soccorso dei bisognosi. Specie laddove il bisognoso si chiama Italia ed è in fin di vita da almeno trent'anni. Ma loro sono uno stato a parte, autonomo, indipendente. Le palle, però, me le fracassano su tutte le frequenze anche se non sono fisicamente a piazza san pietro a sorbirmi tutte le puttanate del Gollum lavato con la candeggina. Non mi pare che San Marino abbia fracassato mai così tanto. Perciò non meravigliatevi, anzi siate felici, sereni, gioiosi e fiduciosi nella gloria divina se sentite perfetti idioti come Pier Ferdinando Casini (un nome, un programma) enunciare dall'altare dei miei coglioni che “c'è chi ritiene che la chiesa sia un impiccio per la società, chi invece ritiene che sia un grande elemento di aiuto e ricchezza, capace di prove straordinarie di solidarietà”. Peccato solo che questa ricchezza non è mai stata condivisa. Anzi. Chiedete anche a qualche vostro lontano parente ebreo, tanto per cominciare. Parla ancora, lo stronzo: “non si può fare la contabilità della chiesa [per forza: come fai? È inestimabile!] con criteri che non tengono presente questa grande missione sociale”. La missione sociale di possedere oltre il 30% degli immobili nazionali (non locali della capitale, nazionali! Vale a dire tutto il nord, centro o sud!), sfilando la casa di proprietà da sotto al culo anche agli infermi che tanto hanno sempre detto di aver sempre aiutato e miracolato. Alzati, cammina, e levati dalle palle, insomma.

E arriva pure quell'altra mestruata insoddisfatta della Bindi a sputare in faccia ai radicali (che, premesso, non sono mai piaciuti tanto neanche a me, ma stavolta...) sparando puttanate degne di considerazione: “Io credo come Casini che la chiesa sia una grande ricchezza per la società italiana [...ho sentito bene? Si, ha detto proprio così]. Le opere di carità della chiesa sono ancora più importanti per la crisi economica che sta mordendo le famiglie, il lavoro, i giovani”.

Innanzitutto complimenti, avete ritrovato nella peggiore delle ipotesi quel briciolo che resta del vostro putrefatto e nauseabondo spirito di unità umana. Bravi. Bene. Poi, se proprio vogliamo andare a controllare, questi “giovani”, di cui purtroppo anche io faccio parte (voglio o non voglio) e di cui tanto c'è da festeggiare in questi giorni perché sono il futuro dell'umanità (le giornate della gioventù: che piaga...e la denominazione mi sa pure di fascista), se davvero avessero avuto un briciolo di senso di responsabilità non tanto verso gli altri quanto verso loro stessi, avrebbero già messo a ferro e fuoco non un quartiere ma tutta Madrid. “Ma che cazzo c'entra, tu sei italiano”, direte. Peggio che andare a fari spenti nella notte per veder se poi non è così difficile prenderlo nel deretano da uno yeti in corsa. Noi ce li abbiamo in casa, li abbiamo voluti e ce li siamo sempre tenuti senza fiatare. Ed ecco il risultato: milioni di cazzoni timorati di dio che di fronte a te si battono il petto “per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa” e poi, appena gli volti le spalle, ti sparano un epocale gesto dell'ombrello con contorno di “suca”.

“Penso che la comunità cristiana e la chiesa tutta saranno disponibili a fare la propria parte per il paese”. Non si accettano fiori ma solo opere di bene, insomma, scritto a caratteri cubitali e in grassetto sul manifesto di morte di una civiltà intera. Bravi. Bis. Una canzone di un noto gruppo demenziale italiano diceva “Con le ricchezze vaticane ce potrebbero sfamà il terzo mondo e pure il quarto: aspetta e spera”.

Se le cosiddette e così importanti “opere di carità” ad opera dell'amatissima signora chiesa fossero anche solo lontanamente immaginabili in un cervello con la fantasia davvero ben sviluppata e degna di complimenti alla creatività, dovrebbe essere spontaneo e “caritatevole” fare la più grande opera di bene dell'intera storia ecclesiale: pagare le tasse come ogni comune mortale. Ops! Perdonate. Che imbranato. Loro non sono comuni mortali. Loro sono divini, loro sono degli angeli scesi dal cielo in terra, loro sono il dio fatto uomo, loro sono...quello che cazzo vi pare.

Ma l'intelletto esiste ancora, almeno in piccolissima parte. E quando legge o sente certe cose, in verità, in verità vi dico, lancia automaticamente l'input alle palle per cominciare a girare come eliche imbufalite. Ah, perché adesso alcuni cardinali (Bagnasco rules) dicono che bisogna far fronte alla crisi generale e pagare queste cazzo di tasse...e invece quegli aborti di politici ribattono “ma no, stai zitto, che cazzo dici, ti vuoi rovinare”?! Ma come cazzo è?! Ma va veramente al contrario, sto schifo di mondo?! Ma dove siamo?! E che miseria!

Già: miseria. Noi siamo il popolo che, ormai, ha battuto un vero e proprio record per via del fatto che la miseria, quella vera, l'ha sempre conosciuta e continuerà a conoscere da entrambi i lati: quella materiale, difficile, ostile ma superabile, e quella morale, inespugnabile, vile ma gratificante per molti, sporca e corrota ma utile per i soliti noti, ghigliottina fulminante per noi poveri stronzi che speriamo ancora in una ressurrezione (quella vera) della nostra dignità di individui. Ma non importa: avremo un posto nel regno dei cieli. Si...a pulire i cessi del St. Peter's Paradise Hotel. Cagheranno pure loro, no?



venerdì 12 agosto 2011

Al Senatore

A ventisei anni suonati sono ancora un lurido verme di studentello che quell'escremento deambulante di Brunetta vorrebbe tanto vedere nei campi a raccogliere pomodori dalla mattina alla sera. E dire che di casse ne ho scaricate comunque, in passato. Ma non vale: io sono uno di quei ragazzacci terroristi rossi che proprio non ce la fa ad entrare in un ristorante e spendere quaranta euro di primizie enogastronomiche: troppo aristocratico, troppo chic, troppo estremo per me che sono un sovversivo e porto la kefiah anche ad agosto. No? Vorremo mica fare la spesa tutti i giorni rischiando di far finta di lamentarsi di non arrivare a fine mese? Meglio scegliere di autodeclassarsi a sfracello e recarsi quotidianamente alla mensa universitaria (altrimenti che mangiapane a tradimento sarei), l'unico luogo che mi permette di fare il pulcioso e consumare un pasto per soli 2 euro e 78 centesimi. Che cosa sono 2 euro e 78 centesimi? Nulla. Quisquiglie. Quale miglior soluzione per un finto affamato come me? Quale maggior pregio per uno stronzo pseudosovversivo che, a momenti, deve pagare i suoi eventuali superiori per uno sputo di puzzolente posto di lavoro?

Poi, però, scopro di non essere solo. Ma no. Ma dai! E allora via con salti di gioia e fuochi pirotecnici ipervariopini! Alè! Yuhuu! È festa!

Dunque, vediamo un po'. Alla mensa di via De Lollis in Roma per 2 euro e 78 centesimi mi danno da mangiare: un primo piatto quasi sempre di pasta al sugo e quasi sempre riscaldata perché non sia mai bisogna mettere a bollire un altro pentolone, apriti cielo (e grazie tante per le privatizzazioni e i rispettivi tagli anche qui al settore rifornimenti), un secondo di pesce o carne (praticamente sogliola panata, bastoncini, cordon bleu o fettina in padella), una pizza da poter sostituire o al primo o al secondo (e sappiamo bene a noi terroni del cazzo quanto fa cagare quell'aborto di piadina che nella capitale continuano a chiamare pizza), uno o due frutti ai quali poter sostituire uno yogurt, un succo di frutta o (quando ti va di lusso perché sono proprio tutti sereni e gioiosi di vederti venir da loro a soddisfare i tuoi piaceri mondani) una fetta di ciambellone.

In un certo posto, mi pare si chiamasse...vediamo...ah, com'erà...ah si: senato...in un certo posto chiamato senato vedo, però, che la cosa non è così differente. Che gioia vedere che non sono l'unico pezzente squattrinato e in perenne ricerca di un posto di lavoro tanto per pararsi il culo dei miliardi che, magari, ha ricevuto in eredità facendo a piccoli pezzi, come una Simmenthal, un qualsivoglia genitore. O no? Allora. Supponiamo io abbia un non so quale permesso di entrare in quel cesso pieno di stronzi freschi freschi di buco di culo. Ho fame (sentimento molto ben conosciuto dal sottoscritto, che spesso non mangia per due giorni pur di non chiedere prestiti a destra e a manca, sperando in una pronta provvigione patriarcale...a ventisei anni...per costrizione perché di lavoro...beh...lasciamo perdere), dunque entro nel ristorante pronto a spendere un accidente purché si mangi qualcosa. Mi portano il menù bello e decorato. Di conseguenza, scelgo.

“Ristorante dei senatori”, non “mensa aziendale” come qualche pezzo di cretino l'ha chiamata stasera in un servizio di La7. Riso all'inglese: euro 1,60. Bistecca di manzo: altrove se la fanno pagare quanto una mignotta ma qui è a soli euro 2,68. Un po' di caciotta toscana, via: euro 1,74. E per finire in bellezza, un bel dessert del giorno: euro 1,74. Totale? Euro 7,76.

Mi fermo un attimo. Prendo un piccolo respiro. Poi la mia mente vola automaticamente, come un passero solitario in diletto aereo al sollazzo della brezza primaverile, al periodo in cui lavoravo al Macro (Museo d'Arte Contemporanea di Roma) di via Reggio Emilia come guardiano alle mistiche opere d'arte ipercontemporanea per sei ore al giorno, undici quando mancavano colleghi ed ero costretto (in quanto lavoratore a progetto) a sorbirmi, rigorosamente in piedi (c'erano sedie, si, ma quando c'era gente, e nel fine settimana era pieno di turisti, e mi chiamavano praticamente solo il fine settimana, si doveva controllare, non sia mai pisciassero su un quadro commissionato e raffigurante uno che eiacula in bocca a un altro...l'arte...) ogni macigno proveniente dai veterani. Il tutto per riuscire ad aprire uno sputo di libretto postale dove in questo preciso istante, se tutto va bene, ci saranno si e no 200 o 250 euro (ammesso che non vengano a prelevarmelo per farne carta igienica). Ebbene, quando staccavo da lavoro, allora, strisciavo verso casa per cambiarmi (perché mi son pure dovuto comprare un vestito, non è che qualcuno dei capi avesse detto “ma si, dai, te la passo io una divisa”) e poi ci mettevo si e no un' ora per arrivare da via Nomentana a San Lorenzo per mangiare qualche fottuta fetta di pizza margherita. E indovinate un po'? Per due o tre fette di pizza al taglio e una birra, il minimo che riuscivo a spendere pur di non crepare di anemia (visto che staccavo molto spesso in orari in cui la mensa universitaria chiudeva) era proprio una somma che si aggirava intorno ai 7-8 euro. Con supplemento di incazzatura snervante per via del cacacazzi di turno che ha pure il coraggio di venirti a chiedere uno spicciolo non ricordandosi (perché troppo idiota, ubriaco o fumato) che ha un evidentissimo iPod in tasca.

Boh...sarò pazzo io...ma so che almeno i veri mangiapane a tradimento (quelli che decidono per me anche se non li ho mai votati, quelli che pretendono di sapere come gestire il mio futuro avendo con me una differenza di età, in media, di almeno 50 anni, cioè ben più di una generazione) stanno seduti comodi comodi su calde e soffici poltrone che sollecitano anche volentieri il sonno o la partita megagalattica a Super Mario Bros su computer portatili di ultima generazione. Dovessero controllare l'ultima collezione di Urs Luthi (che, ricordatevelo, “piange anche per voi”...ma non per il conto in banca)...beh...avrei compassione per tutti loro, poverini. Cercherei di aiutarli.




venerdì 29 luglio 2011

Il teste Roger

Venerdì 29 luglio 2011.


Il senato approva la fiducia in merito alla legge sul “processo lungo” (come cazzo lo vuoi...corto...lungo...non lo sai più nemmeno tu), il cui testo modifica gli articoli 190, 238 bis, 438, 442 e 495, provocando di fatto evidenti cambiamenti in materia di giudizio abbreviato: si prevede, in sostanza, la possibilità effettiva, per la difesa, di presentare liste di testimoni lunghe un chilometro, praticamente infinite, oltre al non poter più considerare come prova definitiva in un processo la sentenza passata in giudicato di un altro procedimento. Il giudizio abbreviato è di fatto inapplicabile. In parole molto povere: Berlusconi e soci verranno tranquillamente assolti per sopraggiunta prescrizione (hai voglia di sentire 874728,43 testimoni, tu? Nemmeno io), mandando effettivamente nella merda i suoi amici assassini che dovranno ingozzarsi un bell'ergastolo zitti e mosca.


Dissolvenza.

Giorno indefinito, anno indefinito.


«Il testimone può entrare. (A quanto siamo, con questo qua? ...quanto?! Mamma mia...qua non finisce più...che palle, però...). Ehm...si, prego, avvocato. Il teste può entrare»

«Si. Grazie, vostro onore. Roger?»

«...Roger? Dai, entra, forza!»

«Huuuuuu hu hu!»

«(Oh Cristo...)»

«Mannaggia ai pescetti! Ma quanta bella gente! Ma ciao! Huuuuuuuu hu hu!»

«Roger...»

«Siiiii chiama Silvio e pooooooi / fa il culo a tutti noi! / ma poi con me / non ce la fa / ricchione diverràaaaa...»

«Roger!!!»

«...»

«Siediti, per cortesia...e tieni a bada quelle orecchie»

«...va bene, va bene»

«Dunque...»

«Huu hu hu...»

«Legga qui»

«Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione...blblblblbl...mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza...huuuuuu huuuuu!»

«Prego, avvocato»

«Grazie, vostro onore. Dunque. Roger...»

«Jessica non c'entra nienteeeeeeee! In quante vite l'amo?! Lasciate che io le numeri!»

«No! Non numerare niente, Roger. Per favore. Lascia che sia io a fare le domande. Va bene? Grazie...no, è inutile che abbassi le orecchie. Ora basta. Siamo seri»

«Va bene, va bene. Non scaldarti così tanto. Cercavo solo di far ridere la gente»

«C'è solo un piccolo problema: siamo in tribunale. Non si ride»

«Ok, ok...»

«Bene. Allora. Cominciamo subito, abbiamo perso fin troppo tempo, qui...(scusa, passami un attimo quella busta...si, quella...grazie). Ecco. Roger, ti consiglio ti tenerti ben incollato alla sedia, conoscendo le tue effusioni...»

«Sono pronto per girare, Raul!»

«Seh...vabeh...dunque...ti prego di stare tranquillo e di dare un'occhiata a questa foto. Eccola»

«...»

«Roger...»

«...»

«Roger...qualche segnale di vita è gradito, grazie»

«Farfallina...»

«Che cosa?»

«...»

«Cosa hai detto? Non abbiamo capito»

«F...f...farfallina...farfallinafarfallinafarfallinaaaaaaa!!!»

«Piano, piano, piano Roger. Calmati. Si, lo blocchi, per favore. No, la corda non...meglio la catena...ecco»

«...farfallina...»

«La domanda che volevo farti (se me lo concedi) è questa: riconosci la donna che è accanto all'imputato in questa fotografia?»

«...farfallina...»

«Aridaglie! Non ce ne frega un beneamato di sta stramaledetta farfallina, Roger! Rispondi! Chi è questa donna, per dio!»

«(snif) (sbum)»

«Ah, non parli, eh? Non parli?! (Oh Cristo...dategli un fazzoletto, per pietà...si, ecco...grazie)»

«Prrrrrrrrrrrrr! … Prrrrrrrrrrrrrrrrr!»

«(Mamma mia...) Allora! Su, forza! Parla o ti faccio sbattere dentro per...»

«Obiezione, vostro onore»

«Accolta»

«Mh. Roger...ehi, Roger...guardami, guardami. Sai dirmi chi è la donna che, in questa foto, è seduta sul materasso accanto all'imputato?»

«No...(snif)»

«Ma come no!»

«Non può essere...»

«Roger! È tua moglie Jessica! Lo è eccome!»

«(prrrrrrrrrrrrrrrr!!!!) Io non ci credo...non ci voglio credere...non ci posso credere! Io non lo crederò mai!»

«E invece io ci crederei eccome, cocco. È una foto, questa. Niente ritocchi, niente trucchi. Dritta dritta dalla pellicola»

«Ma è impossibile...io non ci credo...non può essere...non può essere! È assolutamente impossibileeeeeeee!»

«Oh Signore, Roger! Non puoi negare l'evidenza!!! Forza!!!»

«Obiezione, vostro onore»

«Accolta (...che palle...questo sa dire solo “obiezione”...)»

«Non può essere...lei è la pupilla dei miei occhi, la crema del mio caffé...qui non...»

«Il caffè lo dovrai prendere nero. La crema se la ciucciano ad Arcore, adesso»

«Obiezione vostro onore»

«Sospendo la seduta per dieci secondi. Avvocato: lei mi la letteralmente sfasciato i coglioni! Va bene?! Ecco! Ahhh! Sono quindici anni che glielo voglio dire! Ahhhh...m so sfogat'...ahhhh...riapro la seduta...proceda pure, avvocato (e che cazz...)»

«Grazie, vostro onore. Roger, ci sarà pure stato qualcuno che l'avrà costretta a farlo, no? Io lo so che tu non ne sapevi niente e mi dispiace, credimi. Però ora devi collaborare, in nome della giustizia...per favore...»

«Ho detto che è impossibile!»

«Ma non può essere impossibile! È Jessica, tua moglie!»

«Ma no...dico che è impossibile perché non è lei...»

«Ma come fa a non essere lei, andiamo...uff...vostro onore, io...insomma...qui il teste tende a negare l'evidenza...non lo so...mi dica lei...»

«Il teste vada avanti»

«La mia amata Jessica non è mai uscita fuori da Cartoonia...te lo giuro!»

«Veramente dalla valanga di carte sotto le quali è nascosta la mia scrivania risulta un appartamento a suo nome in via Olgettina, a Milano due...»

«Assolutamente impossibile! Jessica non è così piatta, e poi...»

«Ma se non riuscivi più nemmeno a fare gli uccellini per il tuo cartone! Ci sarà stato pure un motivo se non riuscivi a concentrarti, no?!»

«..e poi...»

«Cosa?!»

«Non mi pare che Jessica avesse problemi di peluria sotto le ascelle...»

«Cosa...ma che stai dicendo?!»

«Guardi bene, dottore...huuu hu hu...»

«...»

«Visto?»

«Ma no, deve essere...»

«(Bene: domani questo stronzo me lo giustiziate a Parco Lambro. Una cosa silenziosa e pulita. Se non é capace nemmeno di testimoniarmi con l'estratto conto alla mano...no? Sbaglio?! Eh?! Sbaglio?!)»

«(No. Non sbaglia, presidente. Non sbaglia)»

«(E comunque basta con sto cazzo di jazz, swing o come cazzo si chiama durante le mie serate. Chiaro?! Quella grandissima zoccola saprà fare pure qualcos'altro, no? A parte i bocc...)»

«(Ci penso io, presidente. Ci penso io. Non si preoccupi)»

«(Ecco)»

«Roger, perché continui a negare l'evidenza inventandoti di sana pianta cose che non esistono?!»

«È una foto, questa. Niente ritocchi, niente trucchi. Blblblblblblblblblbl!!! Dritta dritta dalla pellicola! Blblblblblblbl! Esistono eccome. Ma no, certo. Voi non potete saperlo»

«Cosa non possiamo sapere?! Diccelo, per pietà...»

«Quello è Eddie Valiant della Valiant & Valiant!»

«Che cosa?!»

«Proprio così! Gli investigatori non vanno più da una vita! Da che era rimasto senza uno spicciolo, ora se vai al club Inchostro e Tempera e chiedi di Edwige esce fuori una drag queen da schianto! Huuuuuuuuuuuu hu hu!»

«Vostro onore, io non...»

«(Anzi, fate una cosa: scioglietemelo vivo nella salamoia. Insomma, che soffra il più possibile quel sorcio di merda. Intesi?)»

«(Sarà fatto, presidente. Sarà fatto)»

«Avvocato. Avvocato, aspetti»

«Si, vostro onore»

«Si sieda pure, se vuole, perché...»

«Sto bene in piedi. La ringrazio vostro onore. Mi dica (anzi...non mi dica..no...no, non me lo dire...no, ti imploro in ginocchio...no...)»

«...»

«Vostro onore...»

«La seduta è sospesa»

«Cosa?! Nooooo...ancora....no...»

«(Beh...almeno una parte delle spese è andata a buon fine. No?)»

«(Direi proprio di si, presidente)»

«Vostro onore...la supplico...lei sa bene che non possiamo di nuovo...»

«Si, avvocato. Lo so bene. Ma così sta scritto. Occorre convocare il teste...come ha detto che si chiama? Ah...Edwige. Così è deciso: la seduta è sospesa»

«Huuuuuuuuuuuu hu hu!!! Blblblblblblblblblblblblblbl!!!»


Continua...eccome se continua...