venerdì 13 novembre 2009

New born: Camarillo brillo!


Quasi quotidianamente, l’ottimo “vate” zio Camillo mi telefona verso le ore serali, poco dopo il suo rientro a casa dai meandri di Casoria, Napoli, dove detiene con tutto rispetto un responsabile e diligente posto di cassiere presso la Banca della Campania. Le argomentazioni variano tra il musicale e il gastronomico per poi sfociare deliberatamente, a ruota più che libera, sulle immortali imprese che l’ Air Avellino sta compiendo sul parquet in una annata che si preannuncia di fuoco e, magari, almeno da semifinale scudetto come i bei tempi di un paio di anni fa. È un periodo strano, d’altra parte, perché il nipote, incredibilmente, sta vincendo sullo zio per due a zero, per dirla tecnicamente: da un paio di mesi, cioè da quanto li ha voluti sentire dal vivo a San Francisco durante la sua ultima vacanza oltreoceanica, allo zio piacciono i Porcupine Tree (tempi addietro diceva “ma che ti senti, lurido zotico di un nipote, questi fanno solo bordello gratuito”); in più, lo zio è anche capitato tra le mura de L’Orcagna, rustico ma pregevole ristorantino presso il quale il sottoscritto si reca spesso, col suo branco di amici, nei suoi soggiorni avellinesi. Che il maestro si stia “stefanizzando”? Probabile, anche se non si sa fino a che punto gli convenga effettivamente. Forse vuole solo vedere come campa quello sventurato di un nipote maledetto. Comunque sia, con queste attenuanti, è sulla buona strada.

La telefonata di ieri sera portava nella bottiglia due messaggi, uno buono ed uno cattivo: quello cattivo riguardava la scomparsa della madre di Silvia, moglie di Michele Acampora, alla quale preferirei esprimere di persona tutte le mie più sentite condoglianze; la coppia ha gestito per decenni il negozio di dischi da poco chiuso (di cui ho già tanto parlato in precedenza) nel quale sono cresciuto. Dispiace tantissimo dal momento che conosciamo tutti l’amore incondizionato che entrambi hanno verso le rispettive famiglie. Quello buono, invece, consiste in un fatto che mi riempie di gioia e di speranza verso una città che, almeno con questa piccola spinta, può mirare alla cura di almeno una delle mille sue cellule tumorate.

Trattasi, udite udite, della prossima riapertura di quello che fu Ananas & Bananas per opera proprio di Silvia e Michele. Il nome dovrà, per forza di cose, cambiare e, in lista, sembra prevalere quello di “Camarillo Brillo”, titolo di un celebre e devastante pezzo del dio Frank Zappa, contenuto nell’eclettico album “Over-nite sensation”, nonché denominazione principale della trasmissione radiofonica che lo stesso Michele tiene periodicamente presso le frequenze, se non ricordo male, della locale Radio Punto Nuovo. Come può, questa notizia, non stampare un sorriso a settecentoventimila denti sulla pur poco rimirabile faccia di chi vede risorgere praticamente se stesso con una forza di volontà, di animo ma soprattutto di amore e passione davvero con pochi precedenti storici? A detta del direttamente informato zio Camillo, il locale avrà una capienza leggermente inferiore rispetto a quella del suo predecessore, ma sarà dotato di un piano sotterraneo che ne garantirà la prosperità e la varietà di scelta e selezione dei prodotti, si suppone. Il tutto in via Mancini, in un locale poco distante dal vecchio Municipio.

Riempie davvero il cuore di speranza (più che altro fa tirare un profondo sospiro di sollievo) questa tanto attesa e desiderata notizia. Certo, non sarà per niente facile dal momento che il luogo di riapertura non è più situato in pieno centro, anche se la zona credo resti comunque molto alla mano, ma ci voleva, davvero, alla faccia di una città che continua a fottersene caparbiamente dei suoi veri e devoti abitanti, gente che ha sempre lottato e continua, ininterrottamente, a stringere i denti per fare di quattro gatti un mucchio di persone vicine all’essere competenti anche e soprattutto nelle più elementari ed indispensabili metodiche di vita sociale. Michele sa, sonda, studia, misura, sente, vede e deduce, senza la minima difficoltà, che l’unico punto focale delle sette note, in un minuscolo capoluogo (grande paese) come Avellino, non avrebbe mai potuto lasciarsi sopraffare in un modo così atroce ed ingiusto, senza un motivo valido, senza una spiegazione verificabile.

Spero di riuscire essere presente (non posso garantire mai niente, ahimè) ad una eventuale inaugurazione, magari anche per girare un paio di riprese da poter conservare ed eventualmente mostrare a chi magari vuole sapere quale possa essere una plausibile definizione di passione per qualcosa che non è solo musica ma una vita intera, con tutti i rispettivi, dettagliati ed ermetici significati.

mercoledì 30 settembre 2009

Porcupine Tree - The incident


Li aspettavamo, senza dubbio. Almeno noi devoti alle polimorfe creazioni del signor Wilson, almeno noi legati così saldamente ad espressioni liriche e musicali che faticano a distaccarsi eccessivamente da una considerazione spirituale della musica intesa in senso generale. Abbiamo trascorso notti insonni cullati dalle carezze psichedeliche dell’etereo “The sky moves sideways”, abbiamo assaporato il gusto della melodia e della sensibilità armonica più pura e semplice, ma al contempo diretta al cuore e all’anima, di piccoli gioielli come “Lightbulb sun” e “Stupid dream. E, perché no, abbiamo ruggito all’unisono con i graffianti riff e gli apocalittici concetti espressi da veri e propri requiem alla coscienza civile come “Deadwing”, “In absentia” e “Fear of a blank planet”. Ebbene, ora siamo di fronte a qualcosa che, di primo acchitto, ci sembra davvero quanto di più complesso e grande il nostro amato Steven avesse mai potuto regalare a questi animi sempre così instabili, sempre così speranzosi in non si sa mai bene cosa, sempre così incessantemente alla ricerca di qualcosa che parli di noi, che ci prenda per mano e che ci permetta di esorcizzare almeno parte dei nostri demoni quotidiani.

E allora ci si chiede: cosa succede quando un disco (così come un film o un libro) riesce a toccarti davvero dentro? Cosa si smuove tra le viscere della nostra anima quando suoni e parole ci trasportano in un groviglio di sensazioni che non ci risultano poi così estranee? Ma, soprattutto, cosa succede quando una qualsiasi opera parla di noi dal primo all’ultimo tassello che la compone? Si tratta di ciò che è effettivamente accaduto al sottoscritto assaporando la magistrale ingegneria sia sonora che emotiva del nuovo lavoro della band londinese.

Ad un primo approccio, non sembra essere ben chiaro a cosa possa riferirsi un titolo così semplice. “The incident” potrebbe far pensare, immediatamente, ad un incidente stradale più o meno grave (ed è comunque il pretesto dal quale mr. Wilson trae spunti per un discorso ben più ampio e trascendente). Con il termine “incidente”, però, ci si può riferire, ovviamente, ad una vastissima gamma di opzioni significanti. Quella più plausibile, passando in rassegna i versi di questo meraviglioso concept, anche se non dotati di una perfetta conoscenza della lingua inglese, sarebbe l’ipotesi del cosiddetto “incidente di percorso”, giro di boa dell’esistenza terrena di ogni individuo in quanto tale e periodo di trapasso morale fondamentale per la maturazione di un essere umano, insieme irregolare di stati d’animo, pensieri e sensazioni ostacolanti che rendono necessario il suo superamento, con qualsiasi mezzo, allo scopo di trovare, una volta per tutte, il riflesso di se stessi, la propria ultima e definitiva personalità.

La copertina, di per sé, già si impegna ad esprimere una situazione, credo, di autodifesa: porre una mano tra le proprie sembianze e un fuori campo ignoto e, proprio per questo, spaventoso, inquietante. Apriamo la custodia: contiene due dischi. Il primo è quello che più ci interessa: contiene i quattordici brani in cui è divisa questa suite ultraterrena dai contenuti sovrumani. Il secondo è una sorta di ep con quattro brani: una sottospecie di “Nil recurring” incorporato, vista anche la caratura progressive dei brani che lo costruiscono. Prendiamo il primo disco e lo infiliamo nel lettore. Play.

La sensazione più incredibile è quella di vedere costruirsi davanti agli occhi, specialmente tenendoli chiusi, un vero e proprio film. Anzi, una fattispecie di montaggio unico di filmini in super 8 fatti in casa. Tiriamo un sospiro. Teniamo gli occhi chiusi. Lasciamoci andare.

Ouverture “Occam’s razor”. Un unico accordo duro e oscuro, seguito da un grappolo di elettroni fluttuanti (un saggio Richard Barbieri), fa da Caronte in un mondo tutto interiore, fatto di esperienze vissute e da vivere, di prove da superare con qualsiasi risultato, di responsabilità da prendere per crescere dentro se stessi e con se stessi.

Inizia la sinfonia autoesaminante. “The blind house” potrebbe, senza dubbio, essere il frastuono attraverso il quale ci sembra di conoscere noi stessi e non si fa caso ai fossi e alle strade dissestate che si prestano dinanzi a noi lungo un cammino fatto di sogni e desideri da realizzare ad ogni costo. Il doppio pedale del metronomo Gavin Harrison mi ricorda quanto soffro di tachicardia al solo ricordo di un trauma subito, un po’ come soffre l’alter-ego Laura Dern quando deve necessariamente “sciogliere” una volta per tutte il suo demone maggiore in “Inland Empire” di Lynch. “The world outside corrupts my child”, mi dice Steven; e condivido, per tutte le volte che ho odiato un atteggiamento, un discorso senza un senso al di là dell’espressione più ignobile di sentimenti mercificati e svenduti in saldo al primo offerente. “We resist, all this shit, so kneel submit”: per tutte le volte che ho chiesto scusa anche quando non avevo torto, per tutte le volte che, in ginocchio, ho chiesto all’aria lo scopo dei miei giorni e le finalità primarie delle mie povere gesta. Sarà giusto quello che sto facendo? Ne vale davvero la pena? È esattamente il risultato di quello che sono? Poche risposte. Quasi nessuna. Nella casa cieca dentro la tua anima, ti dice, “You don’t need to know their secrets, believe me”: non hai bisogno di capire perché tutti ti vedano come un estraneo per il tuo semplice desiderio di ricerca di sentimenti veri e genuini, per la tua frenetica voglia di capire come stanno davvero le cose e prendere una posizione definitiva.

Anacronia. Salto indietro nel tempo. Le “Great expectations” suggerite, probabilmente, sono quelle dell’aspirazione ad una vita serena e soddisfacente, al veder realizzarsi la continua e frenetica pulsione che rende consapevoli della necessità, in determinati cuori, di lasciare una pur minima traccia di sé su questo pianeta, con il rischio di vivere una vita perennemente alla vigilia di sé stessi. Una giornata solare (“A summer day”) e una fede unidirezionale (“A useless faith”) ma comunque rassicurante sono gli elementi basilari di un’infanzia vissuta sotto il segno di una serenità che sta per essere violata dalle difficoltà che l’esistenza riserva a chiunque si trovi nell’inevitabile condizione di crescere per forza di cose, di farsi una vita e di costruirsi un futuro, come se già la vita di per sé, il solo esistere, non bastasse già a camminare sereni sulla propria strada. No. Bisogna per forza fare qualcosa, correre rischi, sudare freddo per ottenere quello che dovrebbe essere già garantito. Una costrizione alla sfida. Un affronto senza colpe.

E allora, a metà strada, ad un incrocio pericoloso, mi trovo in ginocchio e disconnesso da quello che vogliono farmi intendere come realtà, vita sociale e civile. (“Kneel and disconnect and waste another year”). Non la condivido. Perché tanta severità? Perché ciò che mi circonda non sa fare altro che giudicarmi, puntarmi il dito contro ed accusarmi di assenteismo per scelte reputate astratte ed inconsistenti (il voler crescere d’animo come scrittore, musicista o quanto altro)? Sto solo seguendo quello che credo di essere, dopo tutto.

Non resta altro che tracciare una linea (“Drawing the line”) tra me e ciò che mi odia senza motivo, ciò che mi guarda dall’alto verso il basso con un ghigno di disprezzo. La traccio con l’orgoglio di chi non aspetta altro che il momento di tirare i conti a proprio favore (“And I have my pride”). Staremo a vedere.

Ma ecco che sono nel bel mezzo dell’incrocio. Senza semafori né vigili urbani. In mezzo a due strade che si incrociano lacerandosi e sanguinando. Nel bel mezzo di automobilisti incalliti che vogliono raggiungere a tutta velocità traguardi che nemmeno loro vedono ma di cui conoscono l’esistenza quasi solo per sentito dire. Il mio incidente (“The incident”) è questo: il non essere capace di attraversare la strada trafficata. Troppe auto. Troppo frastuono. Troppi clacson caotici. Troppa fretta di portare a termine compiti materiali. La mia attenzione, però, è attirata da un ammasso di rottami poco distante lungo il mio orizzonte: un grave incidente su una delle due strade ha distrutto diverse automobili. Qualcuno non prestava attenzione, andava troppo veloce e si è fatto male seriamente. Qualcuno, un mio simile, non ce l’ha fatta. Mi guardo intorno e mi perdo. Resto fermo nel mezzo dell’incrocio e aspetto chissà cosa. E io? Sto prestando sufficientemente attenzione pur vivendo di sogni? Devo continuare a guardarmi intorno o devo rivolgere lo sguardo dentro di me per capire cosa sta succedendo? Comincio a sentirmi solo lungo questo mio cammino… (“I want to be loved”).

Anacronia nell’anacronia. Provo un profondo senso di nostalgia per tempi in cui tutto questo non aveva senso, non era necessario. Ripenso, in sincronia con Steven, alle possibilità di fuga che poteva darmi il semplice vagare lungo i binari di un treno alla stazione in pieno inverno (il carillon emozionale di “The yellow windows of the evening train”), all’imbrunire, sotto un cielo plumbeo e attraverso quell’aria sottile e graffiante che solo gli inverni più cupi e solitari possono fornire sia ad un volto da screpolare che ad un anima da raffreddare nel fuoco dei suoi pensieri e delle sue indecisioni.

Ritorno all’incrocio. Il tempo vola: è l’unica cosa cerca che si conosce di questa esistenza passeggera (Time flies”). E, vuoi o non vuoi, bisogna cogliere tutto quello che il tempo porta con sé, al di là di ogni necessità individuale, al di là di ogni modesta e sincera presunzione (“But after a while you realize that time flies, and the best thing you can do is take whatever comes to you”). Bisogna saper fare tesoro anche e soprattutto di un buon boccale di birra di fronte ad un buon amico.

Ritorno al presente, al tema iniziale, con una valida variazione armonica dovuta alla consapevolezza del fatto che non si può sempre ottenere precisamente quello che si vuole: bisogna sapersi accontentare delle sfumature (“Degree zero of liberty”). Ma fa male, davvero male, vedere i propri sogni svanire, vedere crollare tutto quello che era stato archiviato sotto la voce “certezza”, sentire venir meno i pochi riferimenti costruiti e utilizzati come base per costruire il futuro desiderato. La perdita di un amico, il dissolversi in cenere di un amore, il cedere delle forze spese fino a quel momento: tutti elementi che riportano al punto di partenza per un eterno ritorno. Non c’è partita. Se la fortuna non viene mai da sola, allora nessun essere umano possiede le forze necessarie per costruire una propria dimora al riparo dalle fredde correnti degli inverni morali? Lievi fraseggi cercano di accarezzare un’anima schiacciata dal peso delle inevitabili responsabilità.

Un solo ed unico grido riecheggia nelle ritornanti melodie: qualcuno mi dia qualcosa in cui credere, adesso; qualcosa che mi faccia capire se sono ancora in grado di amare i tasselli che compongono la vita in cui mi hanno scaraventato (“Give me somethng new, please…something I can love”). Sto cercando, con tutte le forze che mi restano, di sciogliere il trauma di un desiderio portante mai raggiunto e soddisfatto, che sia un amore o la realizzazione di me. Sto provando, ad un costo molto alto, a scegliere una direzione da intraprendere in mezzo a quell’incrocio. Scopro che l’uomo dell’incidente sono io. Perciò, ora, sono ancora me stesso o una parte di me è morta per salvare quello che resta della sua anima?

Impazzisco. Piango. Urlo. Bestemmio. Mi raffreddo. Crollo. Odio. Quello che ho sempre cercato di essere e quello che sono effettivamente sono due facce della stessa medaglia che vanno in controtempo e si divorano l’una con l’altra per manie di sopraffazione (“Circle of manias”). Provo disgusto per tutto ciò che mi ha sempre ostacolato e continua ad ostacolarmi nel tentativo di realizzazione dei miei sogni più semplici. “Ci ho fatto il callo”, come si suol dire. La rabbia mi acceca. Non so davvero cosa fare più di quanto già fatto per vivere una vita di aspirazioni plausibili. Le vedo crollare. Ci sono mille alternative ma, ora, vedo soltanto buio al di fuori della mia finestra. Svengo.

Riapro gli occhi come ridestato da un sogno (e di sogno si è trattato, in effetti…anche se mai così realistico). Scorgo una leggera lacrima sulla mia guancia destra: assaporo la sua essenza salina prima di sospirare e rimanere fermo, supino. L’eccessiva rabbia ha divorato tutte le mie forze residue e mi ha lasciato, qui, inerte, a prendere coscienza di quello che, in sostanza, sono. Guido un carro funebre (“I drive the hearse”) accompagnato da arpeggi ed armonie che fanno da ninna nanna a desideri che so di non aver comunque mai lasciato spegnere completamente. Ma riesco soltanto a starmene in disparte, in silenzio, preda dei miei pensieri e di un avvenire da ricostruire (“And silence is another way of say what I wanna say”). Preferisco mentire a me stesso pur di non cadere nel profondo della convinzione che mi vuole come pedina di una scacchiera globale alla quale molti altri hanno accettato di prendere parte senza troppe titubanze (“And lying is another way of hoping it will go away”). E cercherò di fare in modo che tu, desiderio troppo presto liquefatto, amore tardivamente non più corrisposto, non sia più al centro dei miei sbagli (“And you were always my mistake”). Ho imparato la lezione: guido il carro funebre per l’uomo schiacciato dalle lamiere dell’incidente (“When I’m down I drive the hearse”).

L’ultima nota svanisce. Ritorno sulla superficie. Tiro fuori il cd dal lettore e non ho la forza emotiva di inserire il secondo. Non potrò fare a meno di riascoltarlo più e più volte per esorcizzare qualcosa che mi ha toccato dentro, qualcosa che mi ha ferito ma che devo sempre e comunque sapientemente celebrare. “The incident” non è soltanto un disco. È davvero qualcosa di più: un’esperienza vissuta da rivivere, qualunque essa sia. Un dolore da riprovare e, pertanto, da analizzare…per crescere, per conoscere…per commemorare e proseguire.

sabato 19 settembre 2009

È soltanto una canzone

Cammino a passo spedito, senza farmi troppe domande sulla direzione intrapresa né sul tempo che mi ci vorrà per arrivare non so nemmeno io dove.
Cammino per le zone più belle della città a testa bassa: non sento di meritare, almeno per il momento, lo sguardo sontuoso di una pietra imponente, millenaria, inamovibile. Anzi, invidio la sua freddezza, il suo resistere duraturo alle inevitabili erosioni degli agenti atmosferici, del tempo che scorre via così veloce ed inafferrabile. Spingo gli occhi, per un secondo, verso la sua solida base…prendo coscienza della potenza del suo attaccamento alla superficie…sospiro…calo di nuovo lo sguardo e accelero il passo…mi scontro leggermente con un turista, chiedo scusa in una lingua a caso…proseguo…

Per un paio di giorni ho dovuto fare a meno dei miei occhiali, causa microfrattura della montatura: 20 euro e due giorni di attesa per una saldatura da cinque secondi e “a rivederci e grazie”. Ma non conta. Spenderei tutta l’anima e mi indebiterei col peggior cravattaro del pianeta pur di vederci chiaro su un futuro a cui credo, a questo punto, di non essere tanto simpatico se ancora non vuole farmi un fischio e regalarmi un cenno di intesa indicandomi una qualunque direzione. Non ci ho visto bene e continuo a non vederci bene praticamente in ogni senso. Il pensiero mi strappa un sorriso ironico…

È una croce che devo abbracciare per forza di cose perché, tutto sommato, davvero non saprei cosa fare altrimenti. Le mie abilità sono limitate o comunque (per prestare giusta fede alla saggezza di chi mi mantiene vivo e sveglio nella considerazione delle mie opportunità) ristrette ai pochi campi in cui credo di saper giocare una fetta del mio ruolo e di poter esprimere il senso che personalmente credo / spero di aver dato ai giorni vissuti fino a questo preciso istante. Tutti, davvero tutti, sono al mio fianco…ognuno a modo suo, è chiaro. Il problema è che nemmeno io so cosa mi succede. Mi fanno notare tutte le mie debolezze e tutti i miei metodi di autodifesa, anche solo allo scopo di ricordarmi, giustamente, che ho ancora una marea di tempo davanti a me e chissà quante possibilità da vivere, chissà quante carte da giocare. Io, però, questo tempo lo sento scorrere davvero troppo rapidamente, un po’ come della sabbia in un pugno apparentemente chiuso. Il ricordo di due giocolieri sulle strisce pedonali del viale alle spalle del Policlinico, mentre il semaforo è rosso, mi intenerisce e mi fa considerare come, forse, si sia trattata della prima volta, in cinque anni, in cui non ho assistito ad un abuso di personalità da parte di un automobilista. È bastato poco.

Eddie, Mike, Stone, Jeff e, ora, Matt mi hanno sempre tenuto compagnia da tredici anni a questa parte, senza mai tradirmi una sola volta, senza mai scaraventarmi sotto gli occhi problemi ed incertezze, preferendo, semmai, farmi luce su determinate questioni troppo gravi per passare inosservate o scegliendo la via della solitudine come incentivo all’immedesimazione in una vita forzatamente di gruppo. Mi hanno cresciuto. Immaginariamente avrebbero potuto svezzarmi, senza troppo considerare i risultati finali. Sono i miei padri. E continuerò a seguire in eterno i loro consigli sempre più maturi, sempre più profondi, sempre più intimi e quanto mai condivisibili da questa testa dura che proprio non ne vuole sapere di trovarsi un lavoro e provare a vivere come ogni comune mortale che si rispetti.

Proprio mentre sto scrivendo (ma tu guarda un po’…ho anche la pretesa che qualcuno, prima o poi faccia di queste parole un uso personale…davvero non voglio capire, allora…), non riesco a scacciare via dalla mia mente queste nuove note di rancore, questo nuovo canto di speranza in qualcosa che non si riesce a vedere ma di cui si avverte la strana ed ingombrante presenza.

“What were all those dreams we shared those many years ago?”…forse l’idea di vedere se stessi allo specchio e notare un sincero sorriso di tranquillità impresso a fuoco su un volto dalla barba incolta.

“What were all those plans we made, now left beside the road?”…non ci sono piani solidi e densi di garanzie. Lo si scopre sempre troppo tardi, quando non resta altro che porre rimedio.

“I wanted to grow old. I just want to grow old”…ma fino a che punto si può credere di aver capito qualcosa e di saper mettere in pratica ciò che si crede di aver ricevuto come insegnamento, come avvertimento, come anticipazione, come linea guida. Lo si vuole fare e basta, qualunque cosa sia…purché contribuisca a far scorrere il sangue nelle vene. Non è facile. Affatto.

“I’m just a human being”…e cerco di rimanere tale, a discapito della mia convinzione di non esserlo come dovrei, a volte…

“I will take the blame, but just the same, this is not me, you see, believe, I’m better than this – don’t leave me so close”…ci credo, certo, ci credo…se mi dici che posso essere migliore di quello che credo di essere, allora posso anche convincermi del fatto che ci siano sempre delle seconde possibilità, delle nuove scelte da fare…posso anche convincermi che una medaglia d’argento o di bronzo possa rendermi onore…forse devo convincermi…

“A sickness in my bones”…ma è così difficile, credimi…è tutto così rugoso, pesante…è tutto così né bianco né nero, né gioia né dolore…

“Help me see myself”…perché quando scopri che da solo non otterrai mai niente, anche qui, è sempre troppo tardi…fare tesoro degli elogi così come delle uccisioni morali…una sorta di “meglio ascoltare il rimprovero del sapiente che l’adulazione degli stolti”…ma fino a che punto il sapiente crede di aiutarti…e fino a che punto quello che altri giudicano stolto, anche solo per il suo modo di porsi verso qualunque cosa, non può essere quanto di più necessario si possa sperare di avere al proprio fianco?

“Cause I can no longer tell”…non so più come giustificarmi…non voglio più farlo…

“Lookin up from inside of the bottom of a well, it’s Hell. I yell, but no one hears before. I disappear”…pagherei per uno spiraglio di luce…sarebbe simbolo di certezza, anche minima…ma certezza…consapevolezza…decisione…prospettiva…

“Give me something to echo in my unknown future”…qualsiasi cosa, ti prego…qualsiasi cosa, davvero…mi basterebbe anche soltanto a farmi avere la garanzia della presenza di qualcosa che possa accogliere il mio suono e lasciarlo riecheggiare a suo piacimento…nel vuoto il suono non si propaga…era così?

Ma la fine non è ancora arrivata, questo, almeno, è quasi certo. E poche note, pur dicendomi il contrario, so che lo fanno per tenermi vivo, per lasciare accesa la fiamma del mio desiderio di vivere la mia vita in tranquillità, qualunque essa sia…almeno lo spero.

Una fioca e commossa voce mi ricorda: “è soltanto una canzone…è soltanto una stupida canzone…”

venerdì 11 settembre 2009

Ananas & Bananas R.I.P... Avellino R.I.P... parte 3: non la si può digerire...

Poco fa, sul gruppo di Facebook dedicato ad Ananas & Bananas, Pino ha scritto le seguenti parole...
"Ho sempre amato viaggiare a 'fari spenti', in solitudine. Sembra che sia finita: Ananas & Bananas ha chiuso.Sembra.E' tutto così irreale in una citta realmente schifosa dove l'unica forma di attrazione serale e lo 'stazionare' ai Platani e poi scassarsi di mazzate perché magari ''a vardato a guagliona mia' o ''o cugin' m'a ritt' che tu 'a vardat'a guagliona mia...'Mi chiamo Giuseppe 'Pino' Capossela, commesso di Ananas and Bananas dall'agosto 1998 all'ottobre 2005, uno dei tanti clienti dell'epoca che divoravano rock e saltuariamente davano una mano: 'investito sul campo da Michele e Silvia per sostituire Gianp.Tra fobie, paure, paranoie, incertezze nel 'non essere all'altezza'... accettai.Una sfida nella sfida: mai potrò dimenticare le difficoltà dei primi tempi: tutto nuovo, clienti che entravano, davano un'occhiata e, uscivano senza nemmeno ricambiare un saluto, un universo sconosciuto di cui conosceva almeno qualche 'stella'.Fissai un progetto silenzioso: dovrò imparare a volare per farlo volare perché... 'quando sembra impossibile... è ancora più bello'.Cominciai a studiare: di notte, di giorno.Le riviste specializzate, l'Enciclopedia del Rock, amici come pusher di informazioni (thanks Giulio L.!), i consigli di Mic, dello 'zio' Camillo, la severa analisi del 'conte' Massimo.Un lento crescere alla ricerca di me stesso dopo aver fissato una rotta, la rotta: sarà un punto di incontro, di aggregazione nella città dove regna la disgregazione, un anfratto dove ripararsi dal nulla itinerante, un posto per i palati fini del rock, del jazz, del prog...Un progetto tostissimo ma immensamente 'bello'.I primi mesi sono stati tostisssimi, magari avranno pure pensato di 'tagliarmi' ma... io ci 'credevo', volevo 'riuscire' a vincere una sfida con me stesso e con gli altri.L'ambizione morde le unghie al successo: ho 'allevato' una generazione, responsabilmente: il rock come collante, l'amicizia come leit motiv, richiami e consigli per farvi crescere e paradossalmente per crescere.Persone da ringraziare: tantissime: in sette anni di vita vissuta on the rock, vi ho visto superare fobie, paure, incertezze.E ho superatoi le mie: perché le paure che vinci da solo, le vinci per sempre.Molti di Voi si sono laureati e affermati nel mondo del lavoro. Altri, lo faranno.Sono nate relazioni: amicizie, fidanzamenti tra... un 'White Album' dei Beatles o un 'The Joshua Tree' degli U2.E quanti pomeriggi a 'sparare' watts e a subire i richiami 'per il club di via Dante'.Eravamo un gruppo: mi avete voluto leader senza che lo volesse perché... avrei dato l'anima pur di vederVi compatti, felicementi presi dalla nostra musica, dalla nostra culla culturale.Per noi che un mp3 ha un valore solo conoscitivo perché 'se il disco mi piace, m'o 'catt'!'.Io, ho cercato solo di essere me stesso e di aiutarVi a crescere e... imparare a sognare.Sognare ad occhi aperti per sopravvivere allo schifo di una città ormai prossima alla 'morte apparente culturale' dove il nulla regna sovrano.Lasciai per una mia sfida: dando le spalle al mio passato: il più amaro ritorno a casa: due notti insonni e lacrime versate mentre continuava a girare 'POP' degli U2.Molti di Voi hanno lasciato Avellino e questa amara provincia così avara di soddisfazioni e... lavoro...Ma ogni volta che i boys tornavano in città, passavano per un 'saluto'... spesso via Dante era il punto di raccolta: 'mo s'arrivato, verrà a prendermi mamma... forse o boss... e ramm' no disco a gatto e che mi scass'a cap'...'Ma la mia 'Thunder Road' mi avrebbe portato altrove.Un amico aprì un GArage: chiuso dopo un epitaffio: segnali di un mercato in crisi.Anche altri avevano mollato: forse non ne avevano le conoscenze e la passione ma... simbolo di un periodo nero, nerissimo.Che a Londra la catena 'Virgin Store' smantelli negozi, chiudendoli mi lascia allibito: può esserci un gioco di fondi da (dis)investire altrove... ma il dramma di vite in subbuglio per il lavoro è un must orribile di una apocalittica crisi finanziaria mondiale.Che sia chiuso Ananas & Bananas è l'evidenza che la cultura, la passione, la gioia di vivere credendo nel proprio lavoro, non possono (com)battere una crisi generazionale, economica, finanziaria, politica e sociale immensa.Ma dobbiamo resistere: siamo vivi e dobbiamo lottare per i nostri sogni e spazzare via lo schifo che cerca di tirarci all'inferno.Dobbiamo lottare per non far morire un sogno.A Michele non ho mai detto 'grazie': glielo dico in calce ad un blog: 'grazie per avermi aiutato a crescere'.A Silvia non ho mai detto 'grazie per avermi aiutato ad aprire gli occhi'.A Gianp non ho mai detto 'grazie per gli illuminanti consigli'.A Voi tutti, non ho mai detto 'grazie per aver costruito un sogno'.Forse un giorno sboccerà un nuovo fiore e... non mi sorprenderei se l'amorevole giardiniere possa essere... Michele.
Grazie.
Dal cuore, a tutti.
Pino Capossela."

giovedì 10 settembre 2009

Ananas & Bananas R.I.P... Avellino R.I.P... parte 2: le risposte

Dopo aver scritto ilpost sulla drammatica chiusura di Ananas & Bananas, ho pensato ti farlo leggere ad un paio di testate giornalistiche irpine anche solo per mettere al corrente i redattori della situazione. Il Mattino, l'edizione campana, lo ha pubblicato sul suo sito internet: sono giunte diverse risposte, alcune anche lievemente contrastanti. Le riporto di seguito.

1. Caro amico, mi associo al tuo dolore ma ti conforto dicendoti che ormai i nostri tanto cari ed amati negozi di dischi sono scomparsi un po' in tutta italia. Vedrai che tra un decennio,quando le mode torneranno, rivedremo riaprire ad uno ad uno i nostri cari rifugi musicali e negli scaffali riappariranno i nostri bei dischi i n vinile 33 e 45 giri e perche' no anche i mangiadischi perche come gli ipod anche loro saranno un fenomeno da cult.
2. Purtroppo la tua mail, è la conferma di quanto sia in crisi il mercato della vendita della musica "al minuto". Molti sono abituati a scaricare brani da internet, a masterizzare il cd dell'amico o ad accontentarsi della bestemmia degli mp3. E' inspiegabile, il piacere che si prova a scartare il nuovo album del proprio gruppo preferito, magari atteso da tempo, ad annusare l'odore del libretto interno, a godere del primo ascolto del nuovo acquisto, magari sperando che ciò che si sta scoprendo sia di nostro gusto. E poi ascoltare e riascoltare ancora, fino a conoscerne ogni secondo e magari fissando ad ognuno di questi un ricordo, una sensazione.In prov. di Brescia dove vivo, di negozi di musica ne sono rimasti ben pochi, non mi resta che recarmi in qualche grosso centro commerciale, sperando di trovare esposto ciò che mi interessa, altrimenti l'unica via resta l'acquisto on line, meno poetico. A Napoli, mia città natale, ne restano poche di queste realtà e con i miei amici, il negozietto di dischi lo vivevamo come te. Saluti
3. Premetto che sono completamente d'accordo con l'autore sull'importanza socio-culturale di quel posto e delle persone che vi hanno lavorato (Gianpietro e Pino grandi persone). Premetto che sono in lutto come tanti. Ma permettimi di sottolineare che (come dicono i due commenti) ormai i negozi di dischi "sono scomparsi un po' in tutta italia" e non solo nel peggior posto del mondo in cui ritieni di vivere. Le dinamiche economiche del mercato della discografia (e quindi di un negozio di dischi) nulla hanno a che vedere con la realtà in cui vivi e del quale parli ingenerosamente. Parli di "...onnipresente sfacciataggine che la gente di questa morta e putrefatta città" ha sempre maturato con tanta estrosa vanità. Non è vanità venirlo a scrivere qui? non è sfacciataggine definirla morta e putrefatta oppure scrivere "potrei scrivere un enciclopedia" come se fossi il detentore del sapere? "Caro" concittadino l'atteggiamento è sbagliato, ne sento tanti come te lamentarsi ma poi non fare niente di propositivo. N.B. Un esempio: dopo una recente serata di musica organizzata da ragazzi per ragazzi, 2000 persone, artisti da tutta italia, in un parco mai utilizzato etc, ho sentito gente lamentarsi il giorno dopo perchè il panino era freddo....Ma che volete il sole e la spiaggia vista in TV? Trasferitevi!
[nota mia: deficiente...è proprio di questo che sto parlando, dell agente che si preoccupa del panino...vanità? No, caro mio: è nervosismo nel vedere una città che amavo essersi trasformata in un covo di truzzi! ...è tutta questa gente che ha lanciato la moda del "che cazzo me ne strafotte" dando il la alla noncuranza generale. Apri un po' di più gli occhi. Certo che posso scriverti un' enciclopedia su tutto quello che ho visto e che continuo a vedere. Fare qualcosa? E che cazzo vuoi fare?! Chiunque parli lo fa come se fosse di fronte ad un muro! Comunque sia, staremo a vedere dove andrà a finire quella che rimarrà sempre e comunque la nostra città. Ciao e grazie]
4. Questa denuncia rende perfettamente, anche se in termini particolarmente forti, lo stato di bassa cultura che vive la nostra Aellino. Sono uno dei fan di Ananas e delle persone che lo hanno diretto, di quelle che l'hanno amato. E di conseguenza sono una persona che compra i dischi e, ancor più conseguenzialmente, sono una persona che la musica la ascolta e lo fa con una certa sensibilità. La crescita smisurata dei vari mp3, wma... (perdonate la mia ignoranza) ha sicuramente messo al tappeto un mondo che viveva solo di tradizione e poesia, quella del rito del disco, rito che, l'amico che ha fatto la denuncia (sicuramente ci conosciamo :-)), ha voluto benevolmente descriverci. Il cartello davanti al negozio sul Corso lo abbiamo letto tutti ma sicuramente nessuno ha voglia di crederci. Tutti abbiamo pensato "magari stanno solo facendo l'inventario e non sanno quando finiscono" oppure "stanno sicuramente ristrutturando". Certo è che il colpo al cuore è stato inevitabile! Non lasciamo questa nostra città in mano ad una cultura musicale che non va oltre il neomelodico del cazzo. Chiedo a tutte le persone di spiccata sensibilità di rialzarsi e combattere tutti insieme una guerra che potrebbe anche essere inutile ma innegabilmente rumorosa, al fine di scuotere le coscienze sopite sia di chi è stanco di combattere sia di chi non ne ha mai avuto il coraggio! Viva Ananas & Bananas!!!
5. Impossibile dimenticare i pomeriggi e le mattinate dal mitico pino, probabilmente senza di lui la coscienza musicale del quattordicenne che ero allora non si sarebbe mai sviluppata. Grazie pino e grazie Ananas.
[ma ecco che arriva LUI]
6. Mi chiamo Giuseppe 'Pino' Capossela, commesso di Ananas & Bananas dall'agosto 1997 all'ottobre 2005, chiamato a sostituire Gianpietro Verosimile, nella difficile gestione del punto vendita di Via Dante. Uno tra tanti. Paure, incertezze, fobie alla ricerca della 'formula' giusta. Un'unica certezza: 'quando sembra impossibile... è ancora più bello'. 'Allevato' da Michele a suon di rock... aiutante natalizio di Silvia. Paure: i primi giorni in via Dante, l'ombra immensa di Gianp, un faro, una guida luminosa nell'alt-rock, nell'indie e... U2. La diffidenza dei clienti: entravano... un occhio e... via. Fobie: non riuscirò ('se non conosce Keith Jarrett, lei non dovrebbe nemmeno entrare in un negozio di musica, e ci... lavora'). Ho studiato: di notte, di giorno. A divorare riviste, l'Enciclopedia del Rock, le recensioni dei quotidiani, a macinare info grazie a Voi tutti: altro che internet! Figlio di un operaio e di una casalinga e... 'non possiamo permettercelo: un giorno...'Ho dato l'anima, il cuore. La lenta consapevolezza del 'nulla è impossibile': grazie a Voi tutti, A&B è volato altissimo, punto di aggregazione e riferimento musicale e culturale di una città sempre più spenta e carnefice dei suoi figli. E quante gag: storie, umori e sensazioni di una generazione che è cresciuta.L asciai per una sfida. Oggi: passando per il CVE [ndr: corso Vittorio Emanuele], un cartello: un vuoto, una tristezza. Ma una certezza: A&B vivrà dentro di noi, per sempre. Perché è dentro di noi.
7. Sono amareggiato. Con la chiusura di Ananas & Bananas va via un altro pezzo della mia e della nostra gioventù. Oramai è una reiterazione, non passa mese che non giunga notizia della chiusura di un negozio di dischi. Nelle più grandi città del mondo come nelle piccole realtà di provincia, in Italia e all'estero. Per fortuna ho avuto modo di vedere il Megastore Virgin di Times Square a New York, poco prima della chiusura: un simbolo della musica nella Grande Mela che ha chiuso definitivamente i battenti. Mi è dispiaciuto sapere della chiusura di Nannucci a Bologna, dove spesso ordinavamo i dischi per la radio. Mi auguravo potesse resistere Ananas & Bananas. Certo la chiusura di questo negozio è più difficile da digerire. Ripeto va via un pezzo di me. Ricordo la cura di Michele Acampora nello scegliere e selezionare i dischi appena arrivati. La curiosità e la passione nella selezione della musica da proporre ai clienti e da passare per le radio locali. Tutte cose che con il tempo stanno finendo. Un Abbraccio affettuoso a Michele, che so non potrà colmare il vuoto ed il buio che avrà dentro. Credo però, che la colpa non sia da attribuire solo alle nuove tecnologie che hanno di fatto sostituito i vecchi dischi, ma anche e soprattutto alle notevoli tasse ed imposte che ancora si pagano sulla musica per l’acquisto di un cd. Mi chiedo: non sarebbe ora di ritornare alle vecchie buone abitudini? Flaviano Di Grezia (ex editore radiofonico Radio Onda Verde – Radio Emme)
8. Mi trovo d'accordo con quanto scritto dall'utente Marco, compreso il fatto che la scomparsa di A&B mi ferisce molto, anche se, come credo è per molti di noi, non giunge inaspettata, in quanto molteplici erano i segnali che stesse per avvenire: artisti di primo piano mancanti, poca voglia di fare ordinazioni, la chiusura della sede di Via Dante, ecc. Il modo di fruire la musica è cambiato e la conseguenza, come ti è stato detto da altri, è che tantissimi negozi di musica sono scomparsi; ripetendo che non si tratta certo di una notizia positiva, va anche detto che i nuovi canali di distribuzione hanno permesso anche a me, che devo ad A&B gran parte del mio interesse per una certa musica, di scovare nomi e tendenze musicali che mai avrei potuto trovare tra le mura del nostro amato negozio. Non credo che la situazione di questa città sia drammatica come la descrivi: quantomeno non è diversa da quella di tantissimi altri luoghi, ma non credo che migliorerà finché l'atteggiamento di chi si tira fuori dall'intruglio della massa sia quello che mantieni tu; per carità, anche io tendo a tenermi molto fuori da un certo "giro" di idee e maniere, ma lo faccio in maniera più silenziosa e rispettosa delle altrui scelte. Ciò detto, è massimo per me il rispetto del tuo dolore, che è anche il mio, e delle tue idee, ma credo che, una volta metabolizzato questo "lutto", capirai l'errore nei toni troppo forti e privi di speranza: sono certo che, anche grazie ad A&B, hai ben modo di essere vivo.
[Caro, rispetto le scelte altrui eccome, ma non se feriscono a morte tutto quello che non ha colpa di essere ferito. Ossequi]

domenica 6 settembre 2009

Ananas & Bananas R.I.P... Avellino R.I.P...


Apprendo proprio in questo preciso istante la tremenda notizia, la più devastante, quella che non vorresti mai sentire giungere al tuo orecchio per nessun motivo al mondo e che stenteresti a credere anche dopo anni e anni: Ananas & Bananas, lo storico negozio di dischi della mia misera città, unico ed ultimo punto nevralgico di riferimento per qualsiasi tipologia di scappatoia adibita a noi appassionati cronici di quello che non può essere considerato altro se non un motivo unico di sopravvivenza, sembra aver chiuso i battenti. Un solo scarno cartello sul vetro della porta di ingresso: "In ferie dal 7 settembre"...non si sa fino a quando...
E allora ci penso eccome...

Ci penso eccome a quando avevo dodici anni e inauguravo i primissimi passi tra gli scaffali colmi di delizie audiofoniche, estremamente timido e assorto nel mio desiderio di spendere tutti i bei soldini dei regali di compleanno in un sano Pearl Jam per le ire ultraterrene della mamma che avrebbe voluto farmeli conservare per chissà cosa...ci penso eccome a Giampiero e a Pino, i miei due grandi maestri, oltre al mitico zio Camillo, che fungevano da "buttadentro" per l'intera mia generazione, al solo scopo di farti sentire un disco, di bere un caffè in tua compagnia e di farti conoscere cose nuove, di aprirti lo sguardo verso orizzonti inesplorati e quanto mai stupefacenti...mica noccioline per una città che è sempre stata solo ed unicamente uno stupido ed incompetente grande paese...
Ebbe si. Ci sono nato e cresciuto in quel negozio. Ma non era semplicemente un negozio, per noi tutti. Era una fonte di salvezza, un vero e proprio centro di raccolta di emozioni, stati d'animo, condivisione di idee e di sentimenti perfettamente descrivibili attraverso le note e le parole di una semplice canzone. La gente veniva da fuori per vivere quei momenti, per respirare quell'aria...

Si marinava la scuola pur di andare a vedere se era uscito l'ultimo lavoro delle nostre band preferite. Si facevano carte false per far arrivare i dischi dei Sonic Youth, dei Motorpsycho, dei Fugazi o degli Unwound, forti dell'illuminazione avuta dai due "santi" un paio di giorni prima. Sarebbero tutti diventati tasselli fondamentali delle nostre tappezzerie discografiche, guardacaso...

Si aveva un'alternativa pura e necessaria durante i piovosi, tristi e plumbei pomeriggi di novembre e dicembre, quando fare i compiti per il giorno dopo diventava davvero una inutile ed insignificante ossessione da fuggire e le pareti della stanza imploravano di fare qualcosa pur di non stare immobili con le mani in mano a contemplare il nulla fissando il soffitto, anche se, tanto, non ci sarebbe stato comunque niente da fare in sostituzione; quando voltare l'angolo tra la sede di Corso Vittorio Emanuele e quella di Via Dante Alighieri significava pregare il cielo pur di riuscire a dare una mano anche solo per portare due dischi da una parte all'altra...ci faceva sentire parte di quel sogno che ci vedeva tutti immersi in un mondo fatto di suoni e parole, all'interno del quale anche noi poveri illusi avremmo sempre e comunque avuto un posto caldo e comodo...

Si aveva la possibilità di non pensare, anche solo per un unico e uggioso pomeriggio, al fatto che non c'era alternativa utile se non quella di dare tutto il possibile pur di assorbire l'energia che migliaia di copertine sprigionavano semplicemente guardandoti entrare attraverso la folta vetrina...

Si aveva la possibilità, per noi unica quanto rara, di non far caso al vuoto in cui eravamo immersi dal momento in cui ci hanno costretto a mettere piede su questo asfalto corrotto, ipocrita ed insensibile...ce ne accorgiamo solo ora che tutto sembra davvero essere finito...
Ora si...è tutto finito...vorrei sapere perchè ma credo di conoscere già almeno alcuni dei motivi principali...

Il primo è, di sicuro, l'onipotente ed onnipresente (dall'alba dell'uomo) sfacciataggine che la gente di questa morta e putrefatta città ha sempre maturato con tanta estrosa vanità: siamo sempre stati un popolo da quattro soldi...senza interessi, senza prospettive, senza obiettivi da maturare nè traguardi da raggiungere. Abbiamo sempre vissuto la nostra inutile esistenza sotto la prosaica filosofia del "che cazzo me ne strafotte", non riuscendo a dare un peso o un valore a tante piccolisisme cose che, però, messe insieme avrebbero costituito un tesoro. Ma potrei scrivere un'enciclopedia su questo...

Il secondo motivo appartiene al più che evidente crollo dell'interesse culturale verso un bene culturale e spirituale, la musica, che viene sempre di più considerato, giorno dopo giorno, come un insulso bene di lusso o come, il più delle volte, un file di merda da inoculare in un lettore multimediale altrettanto di merda per la sola gioia di rendersi più attraenti, più "cool", più alla moda e al passo con questi tempi di merda che mirano solo ed esclusivamente a dar riprodurre coppie di tamarri e puttane da marciapiede in collier per far fuoriuscire, da quell'ormai inutile e rarefatto organo genitale, aborti concettuali tutt'altro che paragonabili a qualsiasi espressione scientifica che si avvicini alla ormai insignificante ed inconcludente parola "vita" . Noi, alla richiesta (all'insulto, in realtà) di un qualunque conoscente "dai vieni nella mia Mercedes che ti faccio sentire come è potente il mio stereo! C'ho tutta la discografia in mp3 dei Pink Floyd" abbiamo sempre risposto e continueremo a rispondere in eterno "No, grazie...m' hai fatto venire voglia di andarmi a risentire il vinile!".
Se, da quando sono in vita, in questa città piove per 300 giorni su 365, riesco quasi ad intuire, soltanto adesso, che si tratti, magari, di un preavviso o di una punizione divina per i nostri peccati di inettitudine e cecità.
Mi chiedo cosa potrà succedere adesso. In cosa si potrà sprofondare più di quanto non si era già inabissati con uno stile di esistenza assolutamente sottoacculturato e vergognosamente falsoperbenista, o comunque ipocrita nella sua sempiterna assenza mentale e nella sua continua e perenne regressione. Si, è vero: già da diversi anni abbiamo imparato a comprare i dischi tramite rivenditori on line. Ma se lo abbiamo fatto e continueremo a farlo è solo per il motivo che capirete immediatamente appena scriverete il nome del nuovo disco del vostro artista preferito nell'apposito spazio sul sito http://www.play.com/ e paragonerete un solo particolare elemento con quello che si riscontra nei negozi e nei megastore oggi (suggerimento: ha a che fare con i soldi).

Mi chiedo cosa sarà questo grande paese senza più nemmeno la sua ultima ancora di salvezza. Vedo buio, tanto buio, più di quello a cui abbiamo già inevitabilmente affidato le nostre vite prima di fuggire verso mete sconosciute pur di ammirare spiragli di luce tanto sognati ed acclamati. Ed ora è davvero tutto finito. Ora si che è veramente tutto morto.
Mi viene da piangere. Perdonatemi se forse non mi sono fatto capire come avrei voluto ma potete immaginare: provo un dolore talmente forte che non mi permette di fare chiarezza su un'anima già di per se abituata al tormento. Personalmente sono in lutto. Ho pensato a quando è stata l'ultima volta in cui ho messo piede al negozio (un mese fa, credo...e già era tutto così spoglio da un paio di anni) proprio come quando viene a mancare un caro e si cerca di ricordare qual'è stato l'ultimo incontro e, per sommi capi, che cosa ci si è detti. Qualunque persona io sia adesso, lo devo in gran parte a tutti coloro che, dal primo all'ultimo, nessuno escluso (nemmeno i pazzi che si fermavano a sbraitare), hanno vissuto con me delle esperienze memorabili (Pino che mi faceva la cassettina di "Kid A" dei Radiohead per farmi capire cosa diavolo si erano messi in testa di fare quei folli...il giorno dopo ero lì che volevo quel maledetto disco e sventolavo l'ultima cinquantamila lire che mi era rimasta...gli aiuti dati il 24 di dicembre, il marinare la scuola, i pomeriggi di salvezza tra un disco e una chiacchiera, e via dicendo fino all'infinito...). Per me che ci sono nato è un pianto interminabile. Ho lottato così tanto per non arrivare a questo punto ma, a quanto pare, ormai ci siamo: vedrò questa città spegnersi lentamente, fino alla fine...fino a quando anche l'ultimo truzzo sarà contento e convinto di aver protetto la sua ragazza troia e noncurante a suon di calci e colli di bottiglia verso un povero stronzo che passava di lì per caso...fino a quando anche l'ultimo saggio sarà estinto e davvero non rimarrà più niente di noi che, tutto sommato, se non altro ci abbiamo provato a sopravvivere...
R.I.P.


mercoledì 3 giugno 2009

Male che va, saremo compagni di cella in manicomio...

Che bello vedere che non sei il solo a sclerare! Che gioia sapere che forse non sei poi così pazzo come credono, almeno non per chi sente di voler condividere con te alcuni suoi pensieri.
Non so come sia nata la cosa ma, un paio di giorni fa, reduce da un periodo di alti e bassi, mi ronzava in testa una canzone che ascoltavo sempre da ragazzino. Si tratta di "Venderò", di Edoardo Bennato, un brano a dir poco meraviglioso, dotato di un testo che definire commovente è poca cosa. I suoi primi due o tre dischi, per quanto mi riguarda, sono da considerare eterni e, perché no, a tratti profetici. Poi si è venduto e vabeh, nessuno è perfetto. Questa canzone, in particolare, parla di rassegnazione sinceramente rabbiosa, di sconfitta non ancora subita e saldamente esorcizzata: è quanto di più attuale possa essere stato scritto in musica da trent'anni a questa parte. Ascoltarla a ripetizione, in questi giorni, mi tiene compagnia, mi fa pensare un po', mi tiene sveglio e, soprattutto, mi dà molta forza.
Sul fondo, inserisco il file di youtube che ne contiene l'audio. L'ho postato su quell'inutilità di facebook, tanto per esprimere uno stato d'animo (o meglio: tanto a chi vuoi che freghi una sega...), e ho allegato una citazione presa dal testo della canzone stessa: "Venderò la mia rabbia a tutta quella brava gente che vorrebbe vedermi in gabbia e forse allora mi troverebbe divertente...". L'ho fatto così, tanto per condividere un'idea senza, però, avere la speranza di ricevere commenti costruttivi. E invece...
...e invece, a commentare il link che ho postato è stato Matteo, un mio buon amico di Avellino, con cui non ho mai stretto rapporti eccessivamente stretti ma per il quale nutro un profondo affetto proprio per il suo quoziente intellettivo. Matteo, chiamato Matthew da noi amici (non ne conosco il motivo...magari in onore al Bellamy dei Muse...boh...), è un ragazzo di non molte parole ma, quando parla, parla bene.
Ne è nato un piccolo dialogo. Ci tengo a riportarlo qui di seguito.
Si parte, quindi, dalla citazione: "Venderò la mia rabbia a tutta quella brava gente che vorrebbe vedermi in gabbia forse allora mi troverebbe divertente...".

Matteo: .. E se NON volessero comprarla?...

Stefano: Se non volessero comprarla sarebbe forse peggio perchè si esprimerebbe una definitiva noncuranza anche verso il disprezzo più oscuro che, in effetti, dovrebbe far preoccupare almeno un po'. Come va, Matthew! Che si dice?

M: Non la comprano perchè la "brava gente" è occupata a vedere Maria De Filippi!... Sono distratti... Per me più che "dire" vedo!... Buio! Troppo! E a te?

S: Sono cinquant'anni, ormai, che si sta scavando il fondo perché si è convinti di non essere poi così in basso, Matthew. Non oso immaginare (forse non voglio) cosa sarà delle nostre vite fra dieci anni. I governanti dei nostri nonni, anche se nell'ipocrisia, avevano comunque creato qualche minuscola base per un futuro, e i nostri padri hanno cercato di sfruttarle al meglio delle loro possibilità: qui, oggi, vanno avanti sempre gli stessi, lo sai, e se non sei come loro non sei nessuno. La nostra generazione è nata per lottare contro questo...ma vedo che non ne ha il coraggio. Prendi per esempio il casino successo qui per la riforma Gelmini: dove sono finiti tutti?! Già non se ne parla più. Prendi tutte le lamentele di chi si incazza, giustamente, nello studiare sei libri per 4 crediti formativi del cazzo: alla fine lo fa comunque perché non ha le palle di andare dal rettore o dal professore, schiaffargli il regolamento sotto il muso e dirgli "Stronzo, sai leggere? Per 4 crediti formativi non si devono superare le 400 pagine assegnate, pezzo di merda". Questo è solo un esempio stupido per capire quanto siamo deboli e quanto ci stiamo facendo e ci faremo sfruttare senza dire niente per paura di perdere un posto o una possibilità. Ma si nasce anche un po' per mettersi in gioco, no? Se no che senso ha campare all'ombra e alla vigilia di se stessi?
(...forse continua...)

martedì 5 maggio 2009

“Gerry” di Gus Van Sant: cercarsi, perdersi e ritrovarsi.


Mi è capitato alcune volte, forse troppe, di trovarmi in una situazione grazie alla quale comprendo un determinato argomento solo dopo essere involontariamente passato attraverso una fase di vita non tanto ricercata quanto destinata a fornirmi un incentivo per lo sviluppo della mia personalità.

Faccio un esempio. Anni fa, mi capitò di acquistare uno dei primi dischi, se non il primo, dei Sonic Youth, “Confusion is sex”: puro noise, rumore, perversione sonica, delirio psichico. Il disco rimase, in maniera assolutamente involontaria, nel cassetto per diversi mesi, ancora impacchettato. Nel corso di questi mesi, i miei ascolti variavano, sempre di più, dal grunge ad un tipo di rock alternativo che, al momento, risultava a me ancora sconosciuto. Soltanto nel preciso (incalcolato) momento in cui il mio orecchio aveva sviluppato la capacità di assimilare sonorità ben più ostiche e distorte (Unwound, primissimi Marlene Kuntz, Fugazi, Black flag, Husker du, Stiff little fingers, Dead boys, Blonde Redhead) di quelle che mi avevano formato in precedenza, il puro caso (perdite di tempo involontarie, cause di forza maggiore o impegni improvvisi) mi ha portato, solo in un preciso e particolare istante, a riprendere quel disco dei Sonic Youth e a qualificarlo come “monumentale”.

“Gerry”, di Gus Van Sant (2002), in merito, è stato l'ultimo e maggiormente imponente caso di una tale congiunzione artistica spazio-temporale (preceduto solo da “21 grammi” di Inarritu e “Mulholland drive” di Lynch, per non citare, in più, una vasta serie di dischi).

Di solito non parlo di film, dischi o libri che provocano, in me, un fortissimo ed irreversibile senso di immedesimazione personale nella loro anima più intima e privata. Non riesco a farlo perché, a mio modo di vedere e sentire le cose, appartengono ad una sfera sensoriale che va oltre quello che io archivio come “comunicabile”. Diventa estremamente difficile provare a descrivere a parole quello che percepisco tra le righe di ciò che vedo e di ciò che sento. Ma stavolta ci voglio provare. Voglio provare ad iniettarvi una milligrammica dose della mia riflessione interiore più profonda. Se, dopo aver letto queste righe, sarete incuriositi da ciò che avrò apertamente confessato in merito, vorrà dire che, un po', avrò raggiunto il mio obiettivo.

Dunque.

Il film narra di un bel niente. Apparentemente.

Due ragazzi all'incirca trentenni (Matt Damon e Casey Affleck) rispondono, entrambi, al nome di “Gerry”. Un'automobile li accompagna, silenziosi, lungo una superstrada che odora di surrealismo da Death Valley al sapor di irraggiungibile. Non si sa da dove vengono, non si sa dove vanno. Stanno semplicemente seguendo le curve del loro esistere, se di questo si può parlare. Poche e languide note di ectoplasmico pianoforte li accompagnano in quello che sarà il loro involontario, ultimo e decisivo cammino, per una graduale ed ineluttabile deriva della loro esistenza. Si fermano: non si sa perché. Li vediamo solo mentre compiono i primi passi nel deserto che li circonda. Per puro tempo libero. Per pura curiosità. Parlano poco, sorridono, corrono, si stancano, si stendono sul terreno, fanno commenti insensati su tutto tranne che su ciò che li riguarda direttamente. Qualsiasi cosa dicono, non significa niente, non ci interessa, interessa solo, forse, il loro vivere senza farsi troppi problemi sugli elementi più profondi e caratterizzanti dell'appartenere alla vita terrena. Poi, il buio.

Decidono di tornare alla loro automobile, quindi si voltano e ripercorrono la strada fin lì percorsa. Ma non trovano più nessun punto di riferimento. Niente di familiare. Si perdono.

Inizia, così, la loro odissea tra grumi di sabbia sospesi e sconvolti da un vento che poco ha di amichevole e di orientativo nei confronti del loro destino. Di qui in poi, fino alla fine (se c'è una fine), sarà tutto un insieme di passi pesanti come marmo, miraggi, deliri, ricerca continua di direzioni/dimensioni smarrite. Fino al decisivo e comprensibile dramma finale.

11 settembre 2001: giorno di lutto mondiale, di riflessione, di consapevolezza che niente più sarà spettacolare quanto il terrore reso mai tanto reale da quanto di più fittizio esistente nella società dei consumi (carta stampata, televisione, internet). Momento di presa di coscienza. Attimo eterno di riflessione per tutto ciò che è stato sottovalutato, per tutto ciò che non è ciò che appare, per tutto ciò che avrebbe potuto essere “se non”, per tutto ciò che c'è sempre stato da dire ma non è mai stato detto veramente. Van Sant sembra semplicemente voler dire “fermi tutti, aspettate un attimo, per favore: torniamo un secondo indietro e cerchiamo di capire”. Le immortali immagini dei maggiori network mondiali superano di gran lunga quanto di più spettacolarmente espresso in un secolo di cinema e in millenni di immagini. “Ripartiamo dal nulla e cerchiamo di riflettere. Abbiamo perso il senso dell'orientamento: cerchiamo di ritrovarlo nella riflessione più pura “, sembra suggerire l'artista. Ed ecco, allora, prevalere la lentezza delle coscienze che cercano una sicura quanto fragile dimora fatta di un tempo indecifrabile, indescrivibile ed incalcolabile, con il quale fare i conti proprio nel momento in cui sembra essenzialmente non esistere, dilatarsi all'infinito, disperdersi in dimensioni sconosciute (forse perché nascoste nell'intimo ed intoccabile senso dell'animo umano): il tutto per cercare di raggiungere quell'inconscio che racchiude, nasconde e conserva gelosamente le probabili risposte alle domande più improponibili nella dimensione sensoriale più comune. Un'opera di videoarte più che un'espressione cinematografica.

Plausibile spiegazione tecnica, si. Ma dove sta il vero senso di tutto?

Ho accennato ad un tempo cancellato, ad un inconscio, ad un concetto di dimensione sensoriale. Non è forse nella mente dell'individuo che, in alcuni momenti inevitabili quanto particolarmente tetri, bui, plumbei di certezze infrante, di ricerca di una propria personalità, presente, passato e futuro diventano un unico luogo da esplorare non senza il rischio di cadere, farsi male, perdersi nei deserti della propria anima nel tentativo di cercare un'identità, quella vera, successiva e definitiva, nel tentativo di capire chi si è stati e chi si è ora, passando in rassegna ogni modalità di fuoriuscita e di reazione alle situazioni personali più difficili ed irrimediabili.

Tutto questo sembra essere, a mio avviso, il propulsore che smuove ogni minima espressione di desiderio intrinseco, incentivata da immagini mai tanto costruite eppure apparentemente vuote e o prive di significato. Tutto questo sembra essere la forza surreale che muove i fili legati a due esseri viventi che altro non sono se non due facce della stessa persona in cerca di una propria unicità, di un nuovo “sè per se stesso”, di una definitiva ed unica identità nell'arido deserto della propria anima tormentata, spossata, frastornata da un “non so che” di delirante e proveniente da esperienze traumatiche, da rimuovere, da usare come guida ma da archiviare in cantina (una “stanza 237” al sapor di zolfo, la cui uscita è riassunta perfettamente dalla claustrofobia di quell'irripetibile piano-sequenza colto nei precisi 10-12 minuti di ascesa solare) al più presto possibile per fare strada a nuove possibilità, a nuove prospettive, a nuovi orizzonti. Solo uccidendo una parte di sé (quella “malata”, quella “tumefatta”, quella “resa impura” da un trauma) si può capire (o almeno provarci) chi si è e cosa si è disposti a concedere dopo aver perso tanto di prezioso. Solo cercando di capire se stessi si può ritrovare una strada.

E solo vivendo determinate situazioni si può arrivare a comprendere tutti questi elementi. Solo scalando colli irti e taglienti si riesce ad esplorare l'altro lato di queste immagini, di questi suoni, di questo nulla apparente. Altrimenti, non c'è partita, il gioco non vale.

Tenendo fede al proprio stile originario (tornandoci dopo l'alternanza artistico / commerciale di lavori precedenti come “Will Hunting”, “Da morire” o “Belli e dannati”), Van Sant riesce a racchiudere, meglio di molti altri artisti dell'immagine in movimento, in un unico fotogramma quanto di più inesprimibile tramite ogni linguaggio verbale esistente. Caute e lente carrellate, severi primi piani che poco concedono a scarse possibilità di profondità di campo oltre il volto dei soggetti, spaesato e gradualmente eroso dalla fatica e dalle ustioni. Panoramiche millimetriche sui deserti esistenziali di luoghi scelti con accurata devozione a favore di una traduzione filmica di ciò che si può solo percepire, supporre, immaginare, sfiorare con le palpebre dell'indefinito e dell'ignoto. Tutto concorre a creare una esperienza emotiva che ha davvero dell'unico e dell'irripetibile.

Non riesco più a togliere il dvd dal lettore. Non riesco più a chiudere occhio senza tornare, anche per un solo attimo, ad alcuni momenti che avrei voluto, francamente, accantonare per sempre e che, invece, ho scoperto essere i pilastri portanti di una continua e coraggiosa presa di coscienza nei confronti di me stesso. Mi rafforza, mi incita a fare sempre meglio. Mi dice che anche gli ostacoli più duri non sono così alti come sembrano. Mi parla di possibilità ancora inesplorate. Mi fa sentire vivo.












domenica 19 aprile 2009

È morto il vinile! Viva il vinile!

Alcuni giornali di ieri, in minuscoli e quasi invisibili trafiletti, citavano “si celebra oggi il Record store day, iniziativa per salvare i luoghi in cui si vendono ancora i vinili”, o qualcosa di simile. Una sola cosa mi domando: bisognava arrivare a questo punto? Teoricamente, questa giornata dovrebbe consistere anche in un finto recupero di pazienza, da parte dei negozianti italiani (passati da 3000 a 600 negli ultimi quattro o cinque anni), al fine di un loro rinnovato approccio con la clientela, già di per sé ridotta all'osso. Il pretesto, tra l'altro, è anche il recupero del vinile.

Da dove comincio ad incazzarmi?

Prima di tutto, non si sarebbe dovuti arrivare alla commemorazione della capacità perduta, da parte del negoziante, di starsene tranquillamente a disposizione del cliente/amico, dietro il bancone, cercando di proporgli le novità del momento o dischi particolari e poco conosciuti su cui discutere civilmente, allo scopo di maturare una conoscenza magari (e soprattutto) fuori dal proprio ambito culturale. Il tutto in piena sincerità e disponibilità. Sono tutte caratteristiche, queste, che hanno contraddistinto i più amati negozi di dischi per decenni (seppur condannandoli alla chiusura definitiva) e che tuttora non sono concepibili nell'etica metropolitana del megastore, dove uno entra, gira tra gli scaffali senza nemmeno sapere un cazzo su tutto ciò che lo circonda e viene sommerso da prezzi lunatici che solo un folle miliardario potrebbe permettersi (ma nemmeno: i miliardari vanno dietro agli iPod e alle cazzate digitali da fighetti e rottinculofiglidipapà)...senza parlare di quando, poi, si arriva alla cassa e si trova un povero cristo che di voglia di proporti un disco particolare ne ha davvero molto ma molto poca.

In secondo luogo, il recupero del vinile è quanto di più stronzo sia uscito dai cervelli minorati delle case discografiche e, soprattutto, dei megastore metropolitani, secondo i quali un ragazzo di sedici o diciassette anni sarebbe anche in grado di spendere 25 euro (50000 lire!) per una ristampa da quattro soldi. Il bello è che poi, dentro la ristampaccia, trovi pure un pezzo di carta igienica con su scritto un sito internet e un codice per scaricare il disco in digitale (quasi a prenderti per il culo, proprio). A questo aggiungi il fatto che, magari, devi anche comprarti un giradischi per ascoltarlo, il vinile...e lì sono altre bastonate da centinaia e centinaia di euro (ora si sono inventati anche il giradischi che ti trasforma il vinile in mp3 in tempo reale...ma per favore...). E poi ci si lamenta della carenza di cultura musicale e dell'abuso di download gratuiti, molti dei quali scaricati e tenuti a fare la muffa in un computer per anni e anni senza nemmeno aver dato una botta a mezzo secondo della musica che contiene, qualunque essa sia. Vaffanculo: viva le mostre-mercato del vinile, del vero vinile! E viva la gente come noi che il vinile, quello vero, continua a cercarlo forsennatamente anche in culo al mondo. E viva tutti quelli che, come noi, scaricano un disco per vedere se è buono o fa cagare e, se è buono, aspettano che esca in vinile per comprarlo: almeno quello non te lo tirano dietro a cinque euro dopo un paio di mesi.