martedì 15 dicembre 2009

E poi i terroristi siamo noi?!


E no, adesso basta! Siamo di nuovo alle solite! Basta!

È fresca fresca di apprendimento la notizia che vuole il noto sito Facebook in veste di collaborazionista nell’ambito di una truffa che ha del ridicolo per quanto è stata plateale. Si tratta del gruppo virtuale denominato “Solidarietà a Silvio Berlusconi”, nato poche ore dopo l’aggressione nei suoi confronti in quel di Piazza del Duomo in Milano a seguito di un suo solito teatrale comizio. Non mi pronuncio minimamente sul fatto di violenza perché, vista la forte mole di ignoranza, cafonaggine e sottocultura che contraddistingue questo schifo di paese, verrei molto facilmente frainteso senza mezzi termini e sbattuto in galera per il resto dei miei inutili giorni.

Il fatto è semplice e futile, non quanto, però, l’enorme, sproporzionata e assolutamente ingiustificabile sfacciataggine di un simile affronto (come non pensare anche alla regolarità dei conteggi delle schede elettorali, allora…ma vabeh…): due milioni di persone che sul social network avevano aderito ad una campagna per il terremoto in Abruzzo, come se niente fosse, in un batter d’occhio (che ammaccherei volentieri a quella stirpe di escrementi essiccati al caldo del sole) si sono riviste a far parte di una pagina completamente diversa, senza alcuna affinità con l’argomento e, per giunta, contro ogni minima supposizione di volontà da parte di tutta una vasta schiera di persone che, tirando le somme, non credo avrebbe avuto piacere nel confermare solidarietà, preferendo tacere come il sottoscritto. Morale della favola: 400000 maledetti comunisti e sostenitori delle toghe rosse, ora, sono inconsapevoli sostenitori del presidente del Consiglio. Anche il gruppo “No a facebook a pagamento” ha subito la stessa tragica sorte. Insomma, tutti gli agglomerati più consistenti appartenenti ai rami del social network sul primo gradino del podio internazionale.

Mi fa salire il sangue agli occhi vedere quel lecchino mentecatto di Capezzone sbraitare con fare raffinato nei pressi di Tg3 notte passando in rassegna tutta la “campagna terrorista” delle testate giornalistiche affiliate ai “mandanti morali” del compagno Tartaglia per poi vedere questi fascisti senza ritegno prendere decisioni che solo la Cina dittatoriale ha avuto il coraggio di portare avanti negando anche la più clamorosa evidenza. Siamo alle solite, questo è ovvio. Il fatto è che si tratta di un evento di una gravità inaudita e diligentemente, come previsto e come di consueto, passato inosservato, almeno per il momento, ai paraocchi dell’informazione nazionale.

Ma stiamo arrivando. Ditelo a questi signori con la parrucca da Re Sole buona solo a nascondere le cimici del cuoio capelluto. Apprezziamo l’intelligenza dell’aver capito che è in rete la battaglia senz’armi più frastornante, ma ridiamo della demenza collettiva che li ha resi pedine di un gioco più grande di loro senza fargli capire che il pianeta intero, ormai da diversi anni, è completamente sotto sorveglianza: come ci controllano loro, loro sono controllati da noi. Un po' come quel film di Coppola bellissimo, dove Gene Hackman recitava il ruolo dell'intercettatore intercettato. Quasi come una bugia detta da un bambino ingenuo: prima o poi si verrà a sapere la verità. Anche questa battaglia, l’ennesima, è già cominciata. Ci sono tutti presupposti almeno per appropriazione indebita e falsificazione di identità, come minimo. Ci vuole solo un pizzico di pazienza ma non c’è niente da fare, non lo vogliono capire. Ma tanto meglio: questi nostalgici psiconazisti dittatoriali, conservatori, ipocriti, pregiudicati, delinquenti, pervertiti e segaioli mentali rimarranno sempre troppo idioti nei confronti di una generazione, la nostra, che farà dei loro testicoli virtuali un gustosissimo frullato di onore, morale e senso di identità.

Chiamateci terroristi, ora!

venerdì 13 novembre 2009

New born: Camarillo brillo!


Quasi quotidianamente, l’ottimo “vate” zio Camillo mi telefona verso le ore serali, poco dopo il suo rientro a casa dai meandri di Casoria, Napoli, dove detiene con tutto rispetto un responsabile e diligente posto di cassiere presso la Banca della Campania. Le argomentazioni variano tra il musicale e il gastronomico per poi sfociare deliberatamente, a ruota più che libera, sulle immortali imprese che l’ Air Avellino sta compiendo sul parquet in una annata che si preannuncia di fuoco e, magari, almeno da semifinale scudetto come i bei tempi di un paio di anni fa. È un periodo strano, d’altra parte, perché il nipote, incredibilmente, sta vincendo sullo zio per due a zero, per dirla tecnicamente: da un paio di mesi, cioè da quanto li ha voluti sentire dal vivo a San Francisco durante la sua ultima vacanza oltreoceanica, allo zio piacciono i Porcupine Tree (tempi addietro diceva “ma che ti senti, lurido zotico di un nipote, questi fanno solo bordello gratuito”); in più, lo zio è anche capitato tra le mura de L’Orcagna, rustico ma pregevole ristorantino presso il quale il sottoscritto si reca spesso, col suo branco di amici, nei suoi soggiorni avellinesi. Che il maestro si stia “stefanizzando”? Probabile, anche se non si sa fino a che punto gli convenga effettivamente. Forse vuole solo vedere come campa quello sventurato di un nipote maledetto. Comunque sia, con queste attenuanti, è sulla buona strada.

La telefonata di ieri sera portava nella bottiglia due messaggi, uno buono ed uno cattivo: quello cattivo riguardava la scomparsa della madre di Silvia, moglie di Michele Acampora, alla quale preferirei esprimere di persona tutte le mie più sentite condoglianze; la coppia ha gestito per decenni il negozio di dischi da poco chiuso (di cui ho già tanto parlato in precedenza) nel quale sono cresciuto. Dispiace tantissimo dal momento che conosciamo tutti l’amore incondizionato che entrambi hanno verso le rispettive famiglie. Quello buono, invece, consiste in un fatto che mi riempie di gioia e di speranza verso una città che, almeno con questa piccola spinta, può mirare alla cura di almeno una delle mille sue cellule tumorate.

Trattasi, udite udite, della prossima riapertura di quello che fu Ananas & Bananas per opera proprio di Silvia e Michele. Il nome dovrà, per forza di cose, cambiare e, in lista, sembra prevalere quello di “Camarillo Brillo”, titolo di un celebre e devastante pezzo del dio Frank Zappa, contenuto nell’eclettico album “Over-nite sensation”, nonché denominazione principale della trasmissione radiofonica che lo stesso Michele tiene periodicamente presso le frequenze, se non ricordo male, della locale Radio Punto Nuovo. Come può, questa notizia, non stampare un sorriso a settecentoventimila denti sulla pur poco rimirabile faccia di chi vede risorgere praticamente se stesso con una forza di volontà, di animo ma soprattutto di amore e passione davvero con pochi precedenti storici? A detta del direttamente informato zio Camillo, il locale avrà una capienza leggermente inferiore rispetto a quella del suo predecessore, ma sarà dotato di un piano sotterraneo che ne garantirà la prosperità e la varietà di scelta e selezione dei prodotti, si suppone. Il tutto in via Mancini, in un locale poco distante dal vecchio Municipio.

Riempie davvero il cuore di speranza (più che altro fa tirare un profondo sospiro di sollievo) questa tanto attesa e desiderata notizia. Certo, non sarà per niente facile dal momento che il luogo di riapertura non è più situato in pieno centro, anche se la zona credo resti comunque molto alla mano, ma ci voleva, davvero, alla faccia di una città che continua a fottersene caparbiamente dei suoi veri e devoti abitanti, gente che ha sempre lottato e continua, ininterrottamente, a stringere i denti per fare di quattro gatti un mucchio di persone vicine all’essere competenti anche e soprattutto nelle più elementari ed indispensabili metodiche di vita sociale. Michele sa, sonda, studia, misura, sente, vede e deduce, senza la minima difficoltà, che l’unico punto focale delle sette note, in un minuscolo capoluogo (grande paese) come Avellino, non avrebbe mai potuto lasciarsi sopraffare in un modo così atroce ed ingiusto, senza un motivo valido, senza una spiegazione verificabile.

Spero di riuscire essere presente (non posso garantire mai niente, ahimè) ad una eventuale inaugurazione, magari anche per girare un paio di riprese da poter conservare ed eventualmente mostrare a chi magari vuole sapere quale possa essere una plausibile definizione di passione per qualcosa che non è solo musica ma una vita intera, con tutti i rispettivi, dettagliati ed ermetici significati.

venerdì 30 ottobre 2009

Non vedo, non sento, non parlo


Vedere le immagini shock dell’uomo ucciso a Napoli (alle spalle, tra l’altro…in maniera assolutamente conforme al codice di vigliaccheria del selvaggio west) non mi ha shockato più di tanto, dal momento che ce ne fanno vedere davvero di tutti i colori anche solo per hobby. Questo, però, non è un film. E quello che mi ha fatto male davvero (non ha ferito solo me, ovvio) non è stato il fatto di camorra o di qualsiasi altra cosa si tattasse: è stato il vedere la gente sbattersene diligentemente i coglioni. Come se il problema non si ponesse o come se si trattasse di un qualunque malloppo di munnezza gettato per strada come nella migliore tradizione campana. Poi dice che uno rinnega le proprie origini…

Quanto era graziosa la paciosa signora che ha pensato bene di proseguire la passeggiata come nulla fosse. E quanto erano simpatici i passanti che scansavano il cadavere coi piedi. Chiamare un’ambulanza? Macchè, tanto è cadavere, o magari è solo un mendicante che si è fatto sfilare la casa da sotto al culo e occupa un marciapiede intero per elemosinare due centesimi (sai che bello se fosse passato uno e gli avesse messo degli spiccioli sotto al muso!). Esporre denuncia contro ignoti? Per carità di Dio! Non sia mai poi si viene a sapere che sono stato io, che fine mi fanno fare?! Se solo si potesse restare anonimi…
Ma vorrei sapere, tra l’altro, se il proprietario del locale ha preso l’uomo e l’ha fatto a pezzi per venderlo in scatola o, magari, ha chiamato il mago Merlino per farlo scomparire e riapparire, come per magia, direttamente al campo santo (almeno evitiamo di perdere tempo e forze). Chi ha visto niente?! Tu hai visto o sentito qualcosa? Io no. E lei? Nemmeno! Bene: nessuno ha visto niente, quindi il fatto non sussiste. E tutti a casa allegramente o allo stadio a vedere la partita…perché se il Napoli perde ancora, allora si che siamo veramente nei guai! Si rischia di retrocedere!

Se la procura è stata praticamente costretta a caricare e diffondere il filmato delle telecamere di sorveglianza su Youtube, allora vuol dire che siamo veramente alla frutta su ogni fronte. La Procura che implora alla gente “vi supplico, qualcuno ci dica qualcosa! Basta una semplice denuncia!”. Parole al vento. Cristo santo. È il colmo, certo, ma credo sia comunque uno dei mille risultati a cui il nostro meridionale fare borbonico è giunto già da diverse decadi; è solo che ora c’è, come dire, più nonchalance, ecco, meno sentimentalismo, vah: per la serie “ti fracasso la testa e chi s’è visto s’è visto”, non più come i “bei tempi” in cui si scioglieva amorevolmente la gente nell’acido. Eh beh…non ci sono più le mezze stagioni…ma vergogna…
Come dicevo tempo fa, vige la sacrosanta regola del “checcazzomenestrafotteame”. Sembra, ormai, essere un vero e proprio stile di vita, la strafottenza. L’importante è che sto bene io, poi può anche scoppiare il mondo: non mi riguarda, non mi interessa. È triste, ma Saviano può parlare finché vuole della necessità di una presa di coscienza globale a livello popolare; lo sa fin troppo bene, a malincuore, che è e sarà sempre impossibile, se la gente (parlo anche di me, purtroppo) ha paura di muovere anche solo mezza unghia per una giusta causa. Da campano, sono cresciuto anche io con il fatidico ammonimento “stai fermo e zitto, fatti i fatti tuoi se no è cazzo che ti succede qualcosa “ che ancora segna e regola, in parte, alcuni miei comportamenti. Quindi posso anche fare lo sforzo di capire, pur sempre col sangue agli occhi e le vene del collo straripanti. Ed è proprio questo che fa male, troppo male: essere consapevoli della malattia, conoscerne la cura ma non avere la forza, la capacità, la cultura, l’anima per poter operare.

Napoli c’ha fatto il callo, come un po’ tutta la Campania e come un po’ tutto il pianeta, e tutto l’universo che abbia un minimo di decenza in corpo non ne può più, è stanco della solita tiritera disumana che proprio non riesce a smettere di esistere. La vera Napoli non è mai stata questo. Il vero napoletano non è così. Il vero napoletano è l’esatto opposto. Lasciamo perdere le pseudo colpe del cinema d’azione spettacolare e le pur giustificabili e costruttive accuse di saturazione visiva. Qui si tratta di uomini reali, non personaggi. Secoli fa, le decapitazioni avvenivano in piazza e facevano anche teatralmente il pienone con tanto di applauso e festeggiamenti coreografici finali. Mi pare che non siamo tanto lontani dall’eterno ritorno, se è ancora vero che l’uomo resta comunque un animale.

mercoledì 28 ottobre 2009

Oltre il caso Marrazzo. Un punto di arrivo che sembra il capolinea

In un mio articolo su www.wakeupnews.eu scrivo così.
È sulle pagine di tutti i giornali e, ormai, sulla bocca di qualsiasi accenno di opinione pubblica, la recente notizia che vede il governatore del Lazio, Piero Marrazzo, autosospendersi e dimettersi in seguito alla vicenda giudiziaria che lo vede protagonista di rapporti intimi a sfondo transessuale per la modica somma, si dice, di euro 5000.
Non si è ancora ben compreso se si tratti o meno di una sottospecie di ricatto o di un incastro ben architettato (e stretto a doppia mandata) da parte di due pseudo carabinieri. Fatto sta di fatto che l’evento esiste e permane sulle pagine dei quotidiani così come sulle bocche non poco discrete degli italiani. Ma è proprio questo il punto: al di là del fatto di cronaca e delle indagini post autosospensione dell’interessato, agli italiani sembra interessare di più il lato perverso, la soluzione subumana. E allora, eccoli serviti: parliamone.
Non si tratta di assolvere o condannare un uomo (più che un politico): si tratta di riflettere su una condizione che, si, è vecchia e lontana quanto l’alba dell’essere umano, ma che in un’epoca di grandi fratelli, tv spazzatura, panettoni di Natale filmici e chitarre laccate per pettinature aerodinamiche da playback ‘nascondimancanzaditalento’, sembra davvero aver raggiunto l’apice della sopportazione civile anche nell’animo di chi, in questo marasma caotico di travestitismi esistenziali, ha sviluppato ormai una certa abitudine.
Fa voce squillante, tra le domande che un italiano medio si pone mentre è allo specchio a radersi, il pensiero riguardante i motivi che sfocerebbero nella necessità di goduria psico-fisica, da parte di certi individui, nel provare sensazioni differenti da un normale rapporto di coppia uomo-donna- Non si fraintenda, per carità! Non si sta parlando di favoreggiamento o contrarietà, nella maniera più assoluta! Ognuno è libero di operare le proprie scelte secondo i criteri che ritiene giusti per la propria persona! Si sta solo cercando di capire il motivo secondo il quale un uomo con moglie e figli debba sentire la necessità di evadere da un territorio che, evidentemente, vede come recintato ad alto voltaggio.
In un bellissimo film di una quindicina di anni fa, Meryl Streep confessava ad un Clint Eastwood spaventosamente sentimentale che l’istituzione del matrimonio spalanca un mare di possibilità affettive alla vita dell’individuo ma, al contempo, vi pone fine, nel senso di una vera e propria limitazione in termini di libertà sia di scelte sessuali che abitudinali (il poter scegliere liberamente i propri amanti nella gestione della personale promiscuità sessuale, così come nel poter essere liberi di vedere una partita di calcio seduti sul divano di casa invece di portare al cinema la/il propria/proprio fidanzata/fidanzato). Quello che ci si chiede, in prima istanza, forse è: la vita coniugale porta davvero ad una oppressione tale da condurre l’individuo alla ricerca di piaceri estremi che, in un modo o nell’altro, possano concedergli sensazioni nuove per esorcizzare la noia quotidiana? Certo, è triste anche solo pensarlo. Ma, a quanto pare, la noia ed il rancore umano sembrano essere i temi portanti non solo delle narrazioni provenienti da buone pellicole cinematografiche o poetiche pagine di carta stampata.
Si contano sulle dita di migliaia di mani i casi in cui impiegati, imprenditori, uomini d’affari, avvocati, artisti di vario calibro si rivolgono a “diversi” per soddisfare particolari voglie più o meno inconsce, per dare sfogo a pulsioni evidentemente represse nella loro unidirezionale vita quotidiana. Che si tratti di uno dei risultati più estremi del processo di globalizzazione e mercificazione sia della vita comune che, conseguentemente, dei corpi umani resi materia da svendere a buon prezzo per ricevere favori sia economici che di piazzamento commerciale (per dirla pasolinianamente)? Probabile, dal momento in cui da circa cinquanta anni (dal boom economico, in pratica) ogni necessità individuale viene soddisfatta a suon di “dindini” d’oro. Cosa manca a questa gente affinché possa riuscire a sentirsi felice? I soldi? No di certo! La fama? Non la cercano proprio tutti, in definitiva. La libertà di sfogo alle pulsioni sessuali? Può darsi, se si considera che l’uomo resta pur sempre un animale e se si parla di una vita coniugale in cui l’unico oggetto del desiderio risiede in un’unica persona finché morte non li separi. E allora, cosa fare? Rendere legale la bigamia per avere maggior campo di scelta? Sarebbe il colmo, a detta di molti.
Rivedendo alcune interviste su dossier documentari o servizi televisivi di approfondimento, intervistati, questi “oggetti del desiderio”, confessano di sentirsi richiedere, dai ‘repressi’, le prestazioni più disparate, dal semplice atto sessuale ‘stravagante’ al più perverso gioco intrigante al limite delle possibilità di espressione umana (sapientemente prese in giro dalle simpatiche “Paprika e Curry” della Gialappa’s).
Non lo si può negare, certo: davvero chiunque, in quanto individuo fatto di carne, oltre che ossa, sfoga le proprie pulsioni più animalesche affogando, a tratti, nella pornografia più disparata; si tratta, però, anche qui, di un processo di permissiva commercializzazione fisica che ha, si, reso libero l’uomo di frantumare tabù onestamente eccessivi e malefici nella loro falsamente pudica imposizione sottomissiva, ma si è arrivati ad un punto in cui ogni limite sembra essersi disgregato a favore di una nuova sottomissione dello sguardo umano, questa volta, paradossalmente, ad uno sproporzionato libertinaggio visivo (soprattutto televisivo più che cinematografico) fatto di minigonne inguinali e seni strabordanti nel tardo pomeriggio o in prima serata. Il bello è che poi ci si lamenta dei “divani notturni” giudicati troppo osé per i gusti della censura: non vengano tolte le mutandine, per carità!
Se, tempo fa, un semi-spogliarello di Rita Hayworth era di gran lunga più eccitante di una scena di sesso esplicito, ora davvero niente sembra riuscire a mettere l’individuo nella condizione di provare un desiderio tanto sensuale quanto delicato nella propria sincera espressione. È forse, questo, il motivo per cui ha preso piede, da diverso tempo, la produzione di film pornografici decisamente più spinti e violenti. Ed è forse questo il motivo per cui un noto gruppo industrial metal tedesco si affascina simpaticamente ad un fatto di cronaca riguardante un gesto di cannibalismo consenziente per scrivere un brano che parla di affettuosità un po’ particolari, nello stesso modo in cui critica i videoclip pop pieni zeppi di ogni genere di ben di Dio e grazie gratuite semplicemente girandone uno esplicitamente pornografico, tra l’altro autocensurandosi e facendosi licenziare dalla Universal (che volgarità, per l’amor di Dio! Non è possibile ammettere queste sconcezze su Mtv o All Music…e poi passa un video in cui Shakira non fa altro che spalancare le membra).
Sembra essere questo, ormai, l’andazzo definitivo della società in cui viviamo: politici ambigui, cocainomani o pregiudicati che siano, gente che si definisce ‘di un certo livello’, uomini di potere ma schiavi desiderosi delle peggiori ‘punizioni’, sprechi madornali alla faccia di chi non riesce ad arrivare a fine mese, uno spettacolo spazzatura che privilegia l’estetica eccessiva facendo carta straccia dei significati, la moda delle operazioni chirurgiche. Tutto questo sembra, ormai, far parte di una nuova normalità…se una ‘normalità’ è mai esistita.
Pasolini era stato profetico: “La viltà avvezza a veder morire nel modo più atroce gli altri con la più strana indifferenza. Io muoio e anche questo mi nuoce”.

giovedì 22 ottobre 2009

"Epitaffio" in download gratuito!


"Epitaffio", la mia prima raccolta di poesie, è ora in download gratuito a questo link:




Dal momento che sono l'autore, preferisco divulgarlo in rete in formato pdf pur di aspettare ancora (è passato un anno!) che la casa editrice lo mandi a qualche rivista per una mezza recensione, oltre che in vendita in non so veramente quali negozi. Pertanto, se volete, potete farne l'uso che ritenete migliore, fosse pure stamparlo e usarlo come carta da toilette.


Stando ai termini contrattuali, la casa editrice Il Filo ha, si, rispettato i punti che prevedevano una partecipazione ad una trasmissione televisiva ed una radiofonica, una presentazione pubblica (ma quale pubblica se la gente, su 4 autori presenti, l'ho portata solo ed esclusivamente io!), ma non quelli più importanti in assoluto, quelli, cioè, che prevedevano l'invio di alcune copie del libro a riviste specializzate per ottenere pareri e recensioni (dovrò pure sapere che ne pensa la gente, almeno per capire se è arte mia o no).


Perciò, ecco a voi il libro, fatene ciò che volete e, soprattutto fatemi sapere cosa ne pensate e quali sensazioni vi ha provocato, qualora vogliate leggerlo.


Grazie di cuore.


Un abbraccio a tutti voi.

mercoledì 7 ottobre 2009

"Toga rossa" ora pro nobis

Notizia in tempo reale: “Il lodo Alfano è illegittimo, perché viola ben due norme [non una: due!] della nostra Carta costituzionale: l'articolo 3, che stabilisce l'uguaglianza di tutti i cittadini (anche di fronte alla legge); e l'articolo 138, che impone l'obbligo, in casi del genere, di far ricorso a una legge costituzionale e non ordinaria. Lo hanno deciso, a maggioranza, i giudici della Consulta, riuniti in seduta plenaria dalla mattinata di ieri, a proposito del provvedimento che sospende i processi per le prime quattro cariche dello Stato”.

Mentre scrivo me ne sto ancora tutto bello pacioso col drink in mano e rigorosamente a grattarmi la panza e a giuggiolarmi per questa partita vinta al novantaduesimo, dopo una vita di catenaccio all’italiana, su gol in contropiede e magari pure in fuorigioco millimetrico al momento del lancio. Per la serie: ora possiamo pure retrocedere, chi se ne frega! Siano lodate le da Lui cosiddette “toghe rosse” che rimettono a noi i nostri debiti. E quante ce ne deve, il nano malefico! Quante ce ne deve! Probabilmente, in fin dei conti, qualcosa di simile ad un Dio, lassù, esiste…e di certo non è quello che predicano tutti quei colletti bianchi come le mie mutande, gente che se ne fotte abilmente e non si fa problemi a sbattere in mezzo a una strada una povera santa donna sulla sedia a rotelle perché non può pagare loro un affitto aumentato del 300% in un batter d’occhio. Forse un Dio esiste e cerca di tenerci buoni con questi minuscoli segnali. E se l’Apocalisse è fissata dai Maya al 2012, beh…fate un fischio a Giosafat che qui bisogna cominciare ad organizzarsi!

Berlusconi in galera: prologo? O solo un falso allarme? Speriamo sia buona la prima, a questo punto. Sarà difficile, praticamente impossibile. Ma vale comunque la pena provare a scrivere il primo atto, dai. Suvvia…provate ad immaginare per un solo istante l’attimo della fantasmagorica ipotetica condanna. Si negherebbe in eterno l’imperterrita evidenza. Moretti lo aveva visionato bene nell’ultima sequenza de Il Caimano. Banda di pidocchiosi comunisti senza Dio che non siamo altro…si, come no.

“Sono stato preso in giro!”. “Napolitano è un comunista!”. “Non ci ho mai creduto perché una Corte Costituzionale con undici giudici di sinistra era impossibile che approvasse tutto questo”. E no, caro mio. Stai a rosicà peggio di un sorcio! Confessa, lurido aborto inumano, escremento essiccato peggio di un pomodoro pronto per il sott’olio! Ma la meraviglia è che, dopo questo sacrosanto NO al lodo Alfano dichiarato incostituzionale (decisione elementare ma non prevedibile dati i tempi che corrono), si spalanca di nuovo e in più chiara luce, ai nostri occhi insanguinati dalla rabbia, anche quel portone che introduce ad una lunga schiera di rese dei conti quali il caso Mills, il conflitto di interessi, le faccende di Previti, la tessera della P2 pagata centomila lire, le puttane e tutta la compagnia bella al seguito del carroccio. Che dire oltre ad un megagalattico “alè!”? Che sia la volta buona? Chi lo sa. Staremo a vedere, come abbiamo sempre fatto per secoli interi. Berlusconi torna imputato. Eccome! Ma soprattutto, qualcuno si è accorto che anche questo pezzo di merda, alla fin fine, è un essere umano, un comune cittadino condannabile così come assolvibile, con tutti i pregi ma soprattutto i difetti dell’uomo comune. Era quello di cui una nazione, uno Stato, una legislatura, un popolo intero aveva bisogno. Fosse anche solo per il momento. Come dire…è una vittoria che non smuove chissà quanto la classifica ma “fa morale”, “fa spogliatoio”.

Ma la cosa più strana è che fa davvero uno stranissimo effetto il provare una splendente e soddisfacente incredulità nella realizzazione dell’unico atto di giustizia pura da molti anni a questa parte. Non ce lo aspettavamo, noi poveri stronzi! Ora, come minimo, si scateneranno violenze ideologiche, stupri di gruppo ai neuroni dell’opinione pubblica, sodomia demagogica per mezzo dei media (già a partire da questo preciso istante in casa di quel verme di Vespa…di Porta a Porta ci dovrebbe fare la raccolta differenziata della munnezza, quel portaborse)…ma chi se ne frega…almeno per questo unico ma lunghissimo istante, godiamoci questa soddisfazione. Che bello vedere il “papi” mutare da viola a blu cianotico (un Hulk quasi Kandinskijano) ai microfoni della Rai…come godo…si…godo proprio un sacco…ha ha ha...si…si…

Come disse, in tutta sincerità ed amicizia, la tazza del cesso: “Saranno grandi i papi, saran potenti i re…ma quando qui si siedono sono tutti come me!”. Sottoscrivo…

Videoarte n.1: Autoritratto a lume di candela (2009)

Da quando ho assistito alla splendida mostra "Visioni Interiori" del genio Bill Viola al Palazzo delle esposizioni di via Nazionale, qui a Roma lo scorso anno, non sono più riuscito a togliermi dalla mente l'idea e la conseguente convinzione che vede, a mio avviso, la videoarte come fulcro di ogni possibilità di concepire la forma artistica in quanto tale al giorno d'oggi. Sono quarant'anni, ormai, che la funzione ottica di qualunque cinepresa si è abilmente sostituita al pennello del pittore. Certo, sia con risultati ottimi che con produzioni al limite del raccapricciante. Ma si tratta, ovviamente, di un campo di possibilità talmente vasto ed ancora paradossalmente quasi incolto da poter ospitare veramente qualunque tipo di mente, di idea e di energia.

E allora perché no: voglio provarci anche io. Dov'è il problema? Qua pare che fanno arte cani e porci...

Rompo il ghiaccio con questa mia azzardata e blasfema concezione del ritratto (in questo caso autoritratto) in movimento. Non sono affatto d'accordo con l'ipotetico canone che vede la figura principale ritratta al massimo delle possibilità di chiarezza del tratto. La storia più recente ci insegna che anche e soprattutto la deformità ha il suo significato, per quanto astratto, concettuale e trascendente. Così mi sono azzardato ad inserire una sostanziale ma non eccessiva deformazione sia dello spazio che del tempo: le mie linee, già autonomamente tutt'altro che consone alla figura del fotomodello, sono deformate da un selvaggio ma contenuto tratteggio digitale. Si tratta soprattutto di una deformazione proveniente dalla forza del rumore che circonda e divora il mio tentativo di concentrazione, disturbo volutamente dilatato a livello spazio-temporale al solo scopo di poterne percepire a pieno il fastidioso costituirsi e trasalire fino al mio/nostro/vostro udito stanco e rassegnato.

Sono le nostre condizioni abitudinali di vita attuale, credo.

Grazie per l'attenzione.

mercoledì 30 settembre 2009

Porcupine Tree - The incident


Li aspettavamo, senza dubbio. Almeno noi devoti alle polimorfe creazioni del signor Wilson, almeno noi legati così saldamente ad espressioni liriche e musicali che faticano a distaccarsi eccessivamente da una considerazione spirituale della musica intesa in senso generale. Abbiamo trascorso notti insonni cullati dalle carezze psichedeliche dell’etereo “The sky moves sideways”, abbiamo assaporato il gusto della melodia e della sensibilità armonica più pura e semplice, ma al contempo diretta al cuore e all’anima, di piccoli gioielli come “Lightbulb sun” e “Stupid dream. E, perché no, abbiamo ruggito all’unisono con i graffianti riff e gli apocalittici concetti espressi da veri e propri requiem alla coscienza civile come “Deadwing”, “In absentia” e “Fear of a blank planet”. Ebbene, ora siamo di fronte a qualcosa che, di primo acchitto, ci sembra davvero quanto di più complesso e grande il nostro amato Steven avesse mai potuto regalare a questi animi sempre così instabili, sempre così speranzosi in non si sa mai bene cosa, sempre così incessantemente alla ricerca di qualcosa che parli di noi, che ci prenda per mano e che ci permetta di esorcizzare almeno parte dei nostri demoni quotidiani.

E allora ci si chiede: cosa succede quando un disco (così come un film o un libro) riesce a toccarti davvero dentro? Cosa si smuove tra le viscere della nostra anima quando suoni e parole ci trasportano in un groviglio di sensazioni che non ci risultano poi così estranee? Ma, soprattutto, cosa succede quando una qualsiasi opera parla di noi dal primo all’ultimo tassello che la compone? Si tratta di ciò che è effettivamente accaduto al sottoscritto assaporando la magistrale ingegneria sia sonora che emotiva del nuovo lavoro della band londinese.

Ad un primo approccio, non sembra essere ben chiaro a cosa possa riferirsi un titolo così semplice. “The incident” potrebbe far pensare, immediatamente, ad un incidente stradale più o meno grave (ed è comunque il pretesto dal quale mr. Wilson trae spunti per un discorso ben più ampio e trascendente). Con il termine “incidente”, però, ci si può riferire, ovviamente, ad una vastissima gamma di opzioni significanti. Quella più plausibile, passando in rassegna i versi di questo meraviglioso concept, anche se non dotati di una perfetta conoscenza della lingua inglese, sarebbe l’ipotesi del cosiddetto “incidente di percorso”, giro di boa dell’esistenza terrena di ogni individuo in quanto tale e periodo di trapasso morale fondamentale per la maturazione di un essere umano, insieme irregolare di stati d’animo, pensieri e sensazioni ostacolanti che rendono necessario il suo superamento, con qualsiasi mezzo, allo scopo di trovare, una volta per tutte, il riflesso di se stessi, la propria ultima e definitiva personalità.

La copertina, di per sé, già si impegna ad esprimere una situazione, credo, di autodifesa: porre una mano tra le proprie sembianze e un fuori campo ignoto e, proprio per questo, spaventoso, inquietante. Apriamo la custodia: contiene due dischi. Il primo è quello che più ci interessa: contiene i quattordici brani in cui è divisa questa suite ultraterrena dai contenuti sovrumani. Il secondo è una sorta di ep con quattro brani: una sottospecie di “Nil recurring” incorporato, vista anche la caratura progressive dei brani che lo costruiscono. Prendiamo il primo disco e lo infiliamo nel lettore. Play.

La sensazione più incredibile è quella di vedere costruirsi davanti agli occhi, specialmente tenendoli chiusi, un vero e proprio film. Anzi, una fattispecie di montaggio unico di filmini in super 8 fatti in casa. Tiriamo un sospiro. Teniamo gli occhi chiusi. Lasciamoci andare.

Ouverture “Occam’s razor”. Un unico accordo duro e oscuro, seguito da un grappolo di elettroni fluttuanti (un saggio Richard Barbieri), fa da Caronte in un mondo tutto interiore, fatto di esperienze vissute e da vivere, di prove da superare con qualsiasi risultato, di responsabilità da prendere per crescere dentro se stessi e con se stessi.

Inizia la sinfonia autoesaminante. “The blind house” potrebbe, senza dubbio, essere il frastuono attraverso il quale ci sembra di conoscere noi stessi e non si fa caso ai fossi e alle strade dissestate che si prestano dinanzi a noi lungo un cammino fatto di sogni e desideri da realizzare ad ogni costo. Il doppio pedale del metronomo Gavin Harrison mi ricorda quanto soffro di tachicardia al solo ricordo di un trauma subito, un po’ come soffre l’alter-ego Laura Dern quando deve necessariamente “sciogliere” una volta per tutte il suo demone maggiore in “Inland Empire” di Lynch. “The world outside corrupts my child”, mi dice Steven; e condivido, per tutte le volte che ho odiato un atteggiamento, un discorso senza un senso al di là dell’espressione più ignobile di sentimenti mercificati e svenduti in saldo al primo offerente. “We resist, all this shit, so kneel submit”: per tutte le volte che ho chiesto scusa anche quando non avevo torto, per tutte le volte che, in ginocchio, ho chiesto all’aria lo scopo dei miei giorni e le finalità primarie delle mie povere gesta. Sarà giusto quello che sto facendo? Ne vale davvero la pena? È esattamente il risultato di quello che sono? Poche risposte. Quasi nessuna. Nella casa cieca dentro la tua anima, ti dice, “You don’t need to know their secrets, believe me”: non hai bisogno di capire perché tutti ti vedano come un estraneo per il tuo semplice desiderio di ricerca di sentimenti veri e genuini, per la tua frenetica voglia di capire come stanno davvero le cose e prendere una posizione definitiva.

Anacronia. Salto indietro nel tempo. Le “Great expectations” suggerite, probabilmente, sono quelle dell’aspirazione ad una vita serena e soddisfacente, al veder realizzarsi la continua e frenetica pulsione che rende consapevoli della necessità, in determinati cuori, di lasciare una pur minima traccia di sé su questo pianeta, con il rischio di vivere una vita perennemente alla vigilia di sé stessi. Una giornata solare (“A summer day”) e una fede unidirezionale (“A useless faith”) ma comunque rassicurante sono gli elementi basilari di un’infanzia vissuta sotto il segno di una serenità che sta per essere violata dalle difficoltà che l’esistenza riserva a chiunque si trovi nell’inevitabile condizione di crescere per forza di cose, di farsi una vita e di costruirsi un futuro, come se già la vita di per sé, il solo esistere, non bastasse già a camminare sereni sulla propria strada. No. Bisogna per forza fare qualcosa, correre rischi, sudare freddo per ottenere quello che dovrebbe essere già garantito. Una costrizione alla sfida. Un affronto senza colpe.

E allora, a metà strada, ad un incrocio pericoloso, mi trovo in ginocchio e disconnesso da quello che vogliono farmi intendere come realtà, vita sociale e civile. (“Kneel and disconnect and waste another year”). Non la condivido. Perché tanta severità? Perché ciò che mi circonda non sa fare altro che giudicarmi, puntarmi il dito contro ed accusarmi di assenteismo per scelte reputate astratte ed inconsistenti (il voler crescere d’animo come scrittore, musicista o quanto altro)? Sto solo seguendo quello che credo di essere, dopo tutto.

Non resta altro che tracciare una linea (“Drawing the line”) tra me e ciò che mi odia senza motivo, ciò che mi guarda dall’alto verso il basso con un ghigno di disprezzo. La traccio con l’orgoglio di chi non aspetta altro che il momento di tirare i conti a proprio favore (“And I have my pride”). Staremo a vedere.

Ma ecco che sono nel bel mezzo dell’incrocio. Senza semafori né vigili urbani. In mezzo a due strade che si incrociano lacerandosi e sanguinando. Nel bel mezzo di automobilisti incalliti che vogliono raggiungere a tutta velocità traguardi che nemmeno loro vedono ma di cui conoscono l’esistenza quasi solo per sentito dire. Il mio incidente (“The incident”) è questo: il non essere capace di attraversare la strada trafficata. Troppe auto. Troppo frastuono. Troppi clacson caotici. Troppa fretta di portare a termine compiti materiali. La mia attenzione, però, è attirata da un ammasso di rottami poco distante lungo il mio orizzonte: un grave incidente su una delle due strade ha distrutto diverse automobili. Qualcuno non prestava attenzione, andava troppo veloce e si è fatto male seriamente. Qualcuno, un mio simile, non ce l’ha fatta. Mi guardo intorno e mi perdo. Resto fermo nel mezzo dell’incrocio e aspetto chissà cosa. E io? Sto prestando sufficientemente attenzione pur vivendo di sogni? Devo continuare a guardarmi intorno o devo rivolgere lo sguardo dentro di me per capire cosa sta succedendo? Comincio a sentirmi solo lungo questo mio cammino… (“I want to be loved”).

Anacronia nell’anacronia. Provo un profondo senso di nostalgia per tempi in cui tutto questo non aveva senso, non era necessario. Ripenso, in sincronia con Steven, alle possibilità di fuga che poteva darmi il semplice vagare lungo i binari di un treno alla stazione in pieno inverno (il carillon emozionale di “The yellow windows of the evening train”), all’imbrunire, sotto un cielo plumbeo e attraverso quell’aria sottile e graffiante che solo gli inverni più cupi e solitari possono fornire sia ad un volto da screpolare che ad un anima da raffreddare nel fuoco dei suoi pensieri e delle sue indecisioni.

Ritorno all’incrocio. Il tempo vola: è l’unica cosa cerca che si conosce di questa esistenza passeggera (Time flies”). E, vuoi o non vuoi, bisogna cogliere tutto quello che il tempo porta con sé, al di là di ogni necessità individuale, al di là di ogni modesta e sincera presunzione (“But after a while you realize that time flies, and the best thing you can do is take whatever comes to you”). Bisogna saper fare tesoro anche e soprattutto di un buon boccale di birra di fronte ad un buon amico.

Ritorno al presente, al tema iniziale, con una valida variazione armonica dovuta alla consapevolezza del fatto che non si può sempre ottenere precisamente quello che si vuole: bisogna sapersi accontentare delle sfumature (“Degree zero of liberty”). Ma fa male, davvero male, vedere i propri sogni svanire, vedere crollare tutto quello che era stato archiviato sotto la voce “certezza”, sentire venir meno i pochi riferimenti costruiti e utilizzati come base per costruire il futuro desiderato. La perdita di un amico, il dissolversi in cenere di un amore, il cedere delle forze spese fino a quel momento: tutti elementi che riportano al punto di partenza per un eterno ritorno. Non c’è partita. Se la fortuna non viene mai da sola, allora nessun essere umano possiede le forze necessarie per costruire una propria dimora al riparo dalle fredde correnti degli inverni morali? Lievi fraseggi cercano di accarezzare un’anima schiacciata dal peso delle inevitabili responsabilità.

Un solo ed unico grido riecheggia nelle ritornanti melodie: qualcuno mi dia qualcosa in cui credere, adesso; qualcosa che mi faccia capire se sono ancora in grado di amare i tasselli che compongono la vita in cui mi hanno scaraventato (“Give me somethng new, please…something I can love”). Sto cercando, con tutte le forze che mi restano, di sciogliere il trauma di un desiderio portante mai raggiunto e soddisfatto, che sia un amore o la realizzazione di me. Sto provando, ad un costo molto alto, a scegliere una direzione da intraprendere in mezzo a quell’incrocio. Scopro che l’uomo dell’incidente sono io. Perciò, ora, sono ancora me stesso o una parte di me è morta per salvare quello che resta della sua anima?

Impazzisco. Piango. Urlo. Bestemmio. Mi raffreddo. Crollo. Odio. Quello che ho sempre cercato di essere e quello che sono effettivamente sono due facce della stessa medaglia che vanno in controtempo e si divorano l’una con l’altra per manie di sopraffazione (“Circle of manias”). Provo disgusto per tutto ciò che mi ha sempre ostacolato e continua ad ostacolarmi nel tentativo di realizzazione dei miei sogni più semplici. “Ci ho fatto il callo”, come si suol dire. La rabbia mi acceca. Non so davvero cosa fare più di quanto già fatto per vivere una vita di aspirazioni plausibili. Le vedo crollare. Ci sono mille alternative ma, ora, vedo soltanto buio al di fuori della mia finestra. Svengo.

Riapro gli occhi come ridestato da un sogno (e di sogno si è trattato, in effetti…anche se mai così realistico). Scorgo una leggera lacrima sulla mia guancia destra: assaporo la sua essenza salina prima di sospirare e rimanere fermo, supino. L’eccessiva rabbia ha divorato tutte le mie forze residue e mi ha lasciato, qui, inerte, a prendere coscienza di quello che, in sostanza, sono. Guido un carro funebre (“I drive the hearse”) accompagnato da arpeggi ed armonie che fanno da ninna nanna a desideri che so di non aver comunque mai lasciato spegnere completamente. Ma riesco soltanto a starmene in disparte, in silenzio, preda dei miei pensieri e di un avvenire da ricostruire (“And silence is another way of say what I wanna say”). Preferisco mentire a me stesso pur di non cadere nel profondo della convinzione che mi vuole come pedina di una scacchiera globale alla quale molti altri hanno accettato di prendere parte senza troppe titubanze (“And lying is another way of hoping it will go away”). E cercherò di fare in modo che tu, desiderio troppo presto liquefatto, amore tardivamente non più corrisposto, non sia più al centro dei miei sbagli (“And you were always my mistake”). Ho imparato la lezione: guido il carro funebre per l’uomo schiacciato dalle lamiere dell’incidente (“When I’m down I drive the hearse”).

L’ultima nota svanisce. Ritorno sulla superficie. Tiro fuori il cd dal lettore e non ho la forza emotiva di inserire il secondo. Non potrò fare a meno di riascoltarlo più e più volte per esorcizzare qualcosa che mi ha toccato dentro, qualcosa che mi ha ferito ma che devo sempre e comunque sapientemente celebrare. “The incident” non è soltanto un disco. È davvero qualcosa di più: un’esperienza vissuta da rivivere, qualunque essa sia. Un dolore da riprovare e, pertanto, da analizzare…per crescere, per conoscere…per commemorare e proseguire.

sabato 19 settembre 2009

È soltanto una canzone

Cammino a passo spedito, senza farmi troppe domande sulla direzione intrapresa né sul tempo che mi ci vorrà per arrivare non so nemmeno io dove.
Cammino per le zone più belle della città a testa bassa: non sento di meritare, almeno per il momento, lo sguardo sontuoso di una pietra imponente, millenaria, inamovibile. Anzi, invidio la sua freddezza, il suo resistere duraturo alle inevitabili erosioni degli agenti atmosferici, del tempo che scorre via così veloce ed inafferrabile. Spingo gli occhi, per un secondo, verso la sua solida base…prendo coscienza della potenza del suo attaccamento alla superficie…sospiro…calo di nuovo lo sguardo e accelero il passo…mi scontro leggermente con un turista, chiedo scusa in una lingua a caso…proseguo…

Per un paio di giorni ho dovuto fare a meno dei miei occhiali, causa microfrattura della montatura: 20 euro e due giorni di attesa per una saldatura da cinque secondi e “a rivederci e grazie”. Ma non conta. Spenderei tutta l’anima e mi indebiterei col peggior cravattaro del pianeta pur di vederci chiaro su un futuro a cui credo, a questo punto, di non essere tanto simpatico se ancora non vuole farmi un fischio e regalarmi un cenno di intesa indicandomi una qualunque direzione. Non ci ho visto bene e continuo a non vederci bene praticamente in ogni senso. Il pensiero mi strappa un sorriso ironico…

È una croce che devo abbracciare per forza di cose perché, tutto sommato, davvero non saprei cosa fare altrimenti. Le mie abilità sono limitate o comunque (per prestare giusta fede alla saggezza di chi mi mantiene vivo e sveglio nella considerazione delle mie opportunità) ristrette ai pochi campi in cui credo di saper giocare una fetta del mio ruolo e di poter esprimere il senso che personalmente credo / spero di aver dato ai giorni vissuti fino a questo preciso istante. Tutti, davvero tutti, sono al mio fianco…ognuno a modo suo, è chiaro. Il problema è che nemmeno io so cosa mi succede. Mi fanno notare tutte le mie debolezze e tutti i miei metodi di autodifesa, anche solo allo scopo di ricordarmi, giustamente, che ho ancora una marea di tempo davanti a me e chissà quante possibilità da vivere, chissà quante carte da giocare. Io, però, questo tempo lo sento scorrere davvero troppo rapidamente, un po’ come della sabbia in un pugno apparentemente chiuso. Il ricordo di due giocolieri sulle strisce pedonali del viale alle spalle del Policlinico, mentre il semaforo è rosso, mi intenerisce e mi fa considerare come, forse, si sia trattata della prima volta, in cinque anni, in cui non ho assistito ad un abuso di personalità da parte di un automobilista. È bastato poco.

Eddie, Mike, Stone, Jeff e, ora, Matt mi hanno sempre tenuto compagnia da tredici anni a questa parte, senza mai tradirmi una sola volta, senza mai scaraventarmi sotto gli occhi problemi ed incertezze, preferendo, semmai, farmi luce su determinate questioni troppo gravi per passare inosservate o scegliendo la via della solitudine come incentivo all’immedesimazione in una vita forzatamente di gruppo. Mi hanno cresciuto. Immaginariamente avrebbero potuto svezzarmi, senza troppo considerare i risultati finali. Sono i miei padri. E continuerò a seguire in eterno i loro consigli sempre più maturi, sempre più profondi, sempre più intimi e quanto mai condivisibili da questa testa dura che proprio non ne vuole sapere di trovarsi un lavoro e provare a vivere come ogni comune mortale che si rispetti.

Proprio mentre sto scrivendo (ma tu guarda un po’…ho anche la pretesa che qualcuno, prima o poi faccia di queste parole un uso personale…davvero non voglio capire, allora…), non riesco a scacciare via dalla mia mente queste nuove note di rancore, questo nuovo canto di speranza in qualcosa che non si riesce a vedere ma di cui si avverte la strana ed ingombrante presenza.

“What were all those dreams we shared those many years ago?”…forse l’idea di vedere se stessi allo specchio e notare un sincero sorriso di tranquillità impresso a fuoco su un volto dalla barba incolta.

“What were all those plans we made, now left beside the road?”…non ci sono piani solidi e densi di garanzie. Lo si scopre sempre troppo tardi, quando non resta altro che porre rimedio.

“I wanted to grow old. I just want to grow old”…ma fino a che punto si può credere di aver capito qualcosa e di saper mettere in pratica ciò che si crede di aver ricevuto come insegnamento, come avvertimento, come anticipazione, come linea guida. Lo si vuole fare e basta, qualunque cosa sia…purché contribuisca a far scorrere il sangue nelle vene. Non è facile. Affatto.

“I’m just a human being”…e cerco di rimanere tale, a discapito della mia convinzione di non esserlo come dovrei, a volte…

“I will take the blame, but just the same, this is not me, you see, believe, I’m better than this – don’t leave me so close”…ci credo, certo, ci credo…se mi dici che posso essere migliore di quello che credo di essere, allora posso anche convincermi del fatto che ci siano sempre delle seconde possibilità, delle nuove scelte da fare…posso anche convincermi che una medaglia d’argento o di bronzo possa rendermi onore…forse devo convincermi…

“A sickness in my bones”…ma è così difficile, credimi…è tutto così rugoso, pesante…è tutto così né bianco né nero, né gioia né dolore…

“Help me see myself”…perché quando scopri che da solo non otterrai mai niente, anche qui, è sempre troppo tardi…fare tesoro degli elogi così come delle uccisioni morali…una sorta di “meglio ascoltare il rimprovero del sapiente che l’adulazione degli stolti”…ma fino a che punto il sapiente crede di aiutarti…e fino a che punto quello che altri giudicano stolto, anche solo per il suo modo di porsi verso qualunque cosa, non può essere quanto di più necessario si possa sperare di avere al proprio fianco?

“Cause I can no longer tell”…non so più come giustificarmi…non voglio più farlo…

“Lookin up from inside of the bottom of a well, it’s Hell. I yell, but no one hears before. I disappear”…pagherei per uno spiraglio di luce…sarebbe simbolo di certezza, anche minima…ma certezza…consapevolezza…decisione…prospettiva…

“Give me something to echo in my unknown future”…qualsiasi cosa, ti prego…qualsiasi cosa, davvero…mi basterebbe anche soltanto a farmi avere la garanzia della presenza di qualcosa che possa accogliere il mio suono e lasciarlo riecheggiare a suo piacimento…nel vuoto il suono non si propaga…era così?

Ma la fine non è ancora arrivata, questo, almeno, è quasi certo. E poche note, pur dicendomi il contrario, so che lo fanno per tenermi vivo, per lasciare accesa la fiamma del mio desiderio di vivere la mia vita in tranquillità, qualunque essa sia…almeno lo spero.

Una fioca e commossa voce mi ricorda: “è soltanto una canzone…è soltanto una stupida canzone…”
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giovedì 17 settembre 2009

Voi non sapete...


Pare proprio che l’elenco di oscenità che continua ad infangare, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, bestemmia dopo bestemmia, calcio in culo dopo calcio in culo il nostro gran bel paese della pizza margherita all’amianto, e degli spaghetti al sugo di inceneritore, proprio non possa avere fine nei secoli dei secoli. Tra sei italiani in Afghanistan che fanno un ennesimo salto a salutar le stelle e lotte sfrenate per la salvaguardia di programmi televisivi necessari come il pane, onde evitare una definitiva e annichilente immersione nelle acque del “checazzomenestrafotteame”, se non altro, almeno questa nuova e di già celeberrima stronzata, stavolta, è veramente ma veramente divertente. Proprio buona, si...applausi…bravo…bis…

Orbene, udite udite.

Mentre “Oliver” Diliberto (invece di insegnare adeguatamente, come sa ben fare, Diritto romano, ponendo in questione elementi che mai come oggi servirebbero per atrofizzare certe persone che, in fin dei conti, non dovrebbero avere così tanti diritti) mi guarda, per un secondo di telegiornale, come fossi un condannato a morte attraverso questo schermo che mai e poi mai accetterà di passare alla sola intergalattica del digitale terrestre, al seguito di una stellare e fantasmagorica stagione che vede il nostro Santo Silvio protettore dei leccaculo trasformarsi da presidente a operaio, da spazzino a pompiere, la virilità da latin lover del nostro adorato capoccia traspare anche nel momento in cui intima a noi, giovani perduti nelle nebbie del nostro tempo, di non ascoltare le voci dissacranti di questa stampa che tanto sta infangando il “povero” paese del sole, consigliandoci di preferire l’assenza di informazione alla divulgazione di falsa testimonianza.

Beh…mi viene da dire “ma senti un po’ qua chi parla!”. Poi, però, mi calmo un pochino, mi rilasso, metto su un bel disco e ci penso un secondo. Vuoi vedere che stavolta, magari, sto rottinculo ha ragione? In effetti non può essere vero, per nessun motivo al mondo, che nel corso dell’ultimo anno il debito pubblico è aumentato di centoventi miliardi di euro, che i palazzi della politica prima erano 5 e ora sono 35, che la spesa pubblica assorbe mezzo prodotto interno lordo, che negli indici di legalità siamo ben oltre il quarantesimo posto; che per avere 10000 euro di merda per girare un film intero bisogna fare carte false e dare il culo al primo finanziatore sodomita, fosse pure la casa discografica di Gigione e Joe Donatello, ai quali poi, magari, dover lasciare per diritto la composizione della colonna sonora sperimentale; che se fossi nato femmina e mi fossi chiamato Jessica o Natasha, se avessi avuto un culo a mandolino, due zinne airbag di serie, una bocca a guarnizione di minchia e tanta ma veramente tanta puttanaggine intrinseca nel mio bel cuoricino angelico da brava bambina, avrei già due lauree in tasca, girato venti film in cinque anni (in diciannove dei quali sarei apparsa solo per mostrare le grazie poiché incapace di aprire bocca per il suo uso principale che, si suppone, sia rimasto ancora la parola…o no?), partecipato a tutti i talk show più inutili della terra e sbocchinato un attore di fama mondiale con una villa su quel ramo del lago di Como, ottenendo, di sicuro, molta più dignità mediatica di un operaio Fiat in cassintegrazione dall’alba dell’uomo…



No, non può essere vero. No, ovviamente non lo è. Povera Italia, in mano a questa stampa. Povera veramente, oh…

Mah, guarda…quasi quasi li vado a trovare in piazza…così, tanto per curiosità…

venerdì 11 settembre 2009

Ananas & Bananas R.I.P... Avellino R.I.P... parte 3: non la si può digerire...

Poco fa, sul gruppo di Facebook dedicato ad Ananas & Bananas, Pino ha scritto le seguenti parole...
"Ho sempre amato viaggiare a 'fari spenti', in solitudine. Sembra che sia finita: Ananas & Bananas ha chiuso.Sembra.E' tutto così irreale in una citta realmente schifosa dove l'unica forma di attrazione serale e lo 'stazionare' ai Platani e poi scassarsi di mazzate perché magari ''a vardato a guagliona mia' o ''o cugin' m'a ritt' che tu 'a vardat'a guagliona mia...'Mi chiamo Giuseppe 'Pino' Capossela, commesso di Ananas and Bananas dall'agosto 1998 all'ottobre 2005, uno dei tanti clienti dell'epoca che divoravano rock e saltuariamente davano una mano: 'investito sul campo da Michele e Silvia per sostituire Gianp.Tra fobie, paure, paranoie, incertezze nel 'non essere all'altezza'... accettai.Una sfida nella sfida: mai potrò dimenticare le difficoltà dei primi tempi: tutto nuovo, clienti che entravano, davano un'occhiata e, uscivano senza nemmeno ricambiare un saluto, un universo sconosciuto di cui conosceva almeno qualche 'stella'.Fissai un progetto silenzioso: dovrò imparare a volare per farlo volare perché... 'quando sembra impossibile... è ancora più bello'.Cominciai a studiare: di notte, di giorno.Le riviste specializzate, l'Enciclopedia del Rock, amici come pusher di informazioni (thanks Giulio L.!), i consigli di Mic, dello 'zio' Camillo, la severa analisi del 'conte' Massimo.Un lento crescere alla ricerca di me stesso dopo aver fissato una rotta, la rotta: sarà un punto di incontro, di aggregazione nella città dove regna la disgregazione, un anfratto dove ripararsi dal nulla itinerante, un posto per i palati fini del rock, del jazz, del prog...Un progetto tostissimo ma immensamente 'bello'.I primi mesi sono stati tostisssimi, magari avranno pure pensato di 'tagliarmi' ma... io ci 'credevo', volevo 'riuscire' a vincere una sfida con me stesso e con gli altri.L'ambizione morde le unghie al successo: ho 'allevato' una generazione, responsabilmente: il rock come collante, l'amicizia come leit motiv, richiami e consigli per farvi crescere e paradossalmente per crescere.Persone da ringraziare: tantissime: in sette anni di vita vissuta on the rock, vi ho visto superare fobie, paure, incertezze.E ho superatoi le mie: perché le paure che vinci da solo, le vinci per sempre.Molti di Voi si sono laureati e affermati nel mondo del lavoro. Altri, lo faranno.Sono nate relazioni: amicizie, fidanzamenti tra... un 'White Album' dei Beatles o un 'The Joshua Tree' degli U2.E quanti pomeriggi a 'sparare' watts e a subire i richiami 'per il club di via Dante'.Eravamo un gruppo: mi avete voluto leader senza che lo volesse perché... avrei dato l'anima pur di vederVi compatti, felicementi presi dalla nostra musica, dalla nostra culla culturale.Per noi che un mp3 ha un valore solo conoscitivo perché 'se il disco mi piace, m'o 'catt'!'.Io, ho cercato solo di essere me stesso e di aiutarVi a crescere e... imparare a sognare.Sognare ad occhi aperti per sopravvivere allo schifo di una città ormai prossima alla 'morte apparente culturale' dove il nulla regna sovrano.Lasciai per una mia sfida: dando le spalle al mio passato: il più amaro ritorno a casa: due notti insonni e lacrime versate mentre continuava a girare 'POP' degli U2.Molti di Voi hanno lasciato Avellino e questa amara provincia così avara di soddisfazioni e... lavoro...Ma ogni volta che i boys tornavano in città, passavano per un 'saluto'... spesso via Dante era il punto di raccolta: 'mo s'arrivato, verrà a prendermi mamma... forse o boss... e ramm' no disco a gatto e che mi scass'a cap'...'Ma la mia 'Thunder Road' mi avrebbe portato altrove.Un amico aprì un GArage: chiuso dopo un epitaffio: segnali di un mercato in crisi.Anche altri avevano mollato: forse non ne avevano le conoscenze e la passione ma... simbolo di un periodo nero, nerissimo.Che a Londra la catena 'Virgin Store' smantelli negozi, chiudendoli mi lascia allibito: può esserci un gioco di fondi da (dis)investire altrove... ma il dramma di vite in subbuglio per il lavoro è un must orribile di una apocalittica crisi finanziaria mondiale.Che sia chiuso Ananas & Bananas è l'evidenza che la cultura, la passione, la gioia di vivere credendo nel proprio lavoro, non possono (com)battere una crisi generazionale, economica, finanziaria, politica e sociale immensa.Ma dobbiamo resistere: siamo vivi e dobbiamo lottare per i nostri sogni e spazzare via lo schifo che cerca di tirarci all'inferno.Dobbiamo lottare per non far morire un sogno.A Michele non ho mai detto 'grazie': glielo dico in calce ad un blog: 'grazie per avermi aiutato a crescere'.A Silvia non ho mai detto 'grazie per avermi aiutato ad aprire gli occhi'.A Gianp non ho mai detto 'grazie per gli illuminanti consigli'.A Voi tutti, non ho mai detto 'grazie per aver costruito un sogno'.Forse un giorno sboccerà un nuovo fiore e... non mi sorprenderei se l'amorevole giardiniere possa essere... Michele.
Grazie.
Dal cuore, a tutti.
Pino Capossela."

giovedì 10 settembre 2009

Ananas & Bananas R.I.P... Avellino R.I.P... parte 2: le risposte

Dopo aver scritto ilpost sulla drammatica chiusura di Ananas & Bananas, ho pensato ti farlo leggere ad un paio di testate giornalistiche irpine anche solo per mettere al corrente i redattori della situazione. Il Mattino, l'edizione campana, lo ha pubblicato sul suo sito internet: sono giunte diverse risposte, alcune anche lievemente contrastanti. Le riporto di seguito.

1. Caro amico, mi associo al tuo dolore ma ti conforto dicendoti che ormai i nostri tanto cari ed amati negozi di dischi sono scomparsi un po' in tutta italia. Vedrai che tra un decennio,quando le mode torneranno, rivedremo riaprire ad uno ad uno i nostri cari rifugi musicali e negli scaffali riappariranno i nostri bei dischi i n vinile 33 e 45 giri e perche' no anche i mangiadischi perche come gli ipod anche loro saranno un fenomeno da cult.
2. Purtroppo la tua mail, è la conferma di quanto sia in crisi il mercato della vendita della musica "al minuto". Molti sono abituati a scaricare brani da internet, a masterizzare il cd dell'amico o ad accontentarsi della bestemmia degli mp3. E' inspiegabile, il piacere che si prova a scartare il nuovo album del proprio gruppo preferito, magari atteso da tempo, ad annusare l'odore del libretto interno, a godere del primo ascolto del nuovo acquisto, magari sperando che ciò che si sta scoprendo sia di nostro gusto. E poi ascoltare e riascoltare ancora, fino a conoscerne ogni secondo e magari fissando ad ognuno di questi un ricordo, una sensazione.In prov. di Brescia dove vivo, di negozi di musica ne sono rimasti ben pochi, non mi resta che recarmi in qualche grosso centro commerciale, sperando di trovare esposto ciò che mi interessa, altrimenti l'unica via resta l'acquisto on line, meno poetico. A Napoli, mia città natale, ne restano poche di queste realtà e con i miei amici, il negozietto di dischi lo vivevamo come te. Saluti
3. Premetto che sono completamente d'accordo con l'autore sull'importanza socio-culturale di quel posto e delle persone che vi hanno lavorato (Gianpietro e Pino grandi persone). Premetto che sono in lutto come tanti. Ma permettimi di sottolineare che (come dicono i due commenti) ormai i negozi di dischi "sono scomparsi un po' in tutta italia" e non solo nel peggior posto del mondo in cui ritieni di vivere. Le dinamiche economiche del mercato della discografia (e quindi di un negozio di dischi) nulla hanno a che vedere con la realtà in cui vivi e del quale parli ingenerosamente. Parli di "...onnipresente sfacciataggine che la gente di questa morta e putrefatta città" ha sempre maturato con tanta estrosa vanità. Non è vanità venirlo a scrivere qui? non è sfacciataggine definirla morta e putrefatta oppure scrivere "potrei scrivere un enciclopedia" come se fossi il detentore del sapere? "Caro" concittadino l'atteggiamento è sbagliato, ne sento tanti come te lamentarsi ma poi non fare niente di propositivo. N.B. Un esempio: dopo una recente serata di musica organizzata da ragazzi per ragazzi, 2000 persone, artisti da tutta italia, in un parco mai utilizzato etc, ho sentito gente lamentarsi il giorno dopo perchè il panino era freddo....Ma che volete il sole e la spiaggia vista in TV? Trasferitevi!
[nota mia: deficiente...è proprio di questo che sto parlando, dell agente che si preoccupa del panino...vanità? No, caro mio: è nervosismo nel vedere una città che amavo essersi trasformata in un covo di truzzi! ...è tutta questa gente che ha lanciato la moda del "che cazzo me ne strafotte" dando il la alla noncuranza generale. Apri un po' di più gli occhi. Certo che posso scriverti un' enciclopedia su tutto quello che ho visto e che continuo a vedere. Fare qualcosa? E che cazzo vuoi fare?! Chiunque parli lo fa come se fosse di fronte ad un muro! Comunque sia, staremo a vedere dove andrà a finire quella che rimarrà sempre e comunque la nostra città. Ciao e grazie]
4. Questa denuncia rende perfettamente, anche se in termini particolarmente forti, lo stato di bassa cultura che vive la nostra Aellino. Sono uno dei fan di Ananas e delle persone che lo hanno diretto, di quelle che l'hanno amato. E di conseguenza sono una persona che compra i dischi e, ancor più conseguenzialmente, sono una persona che la musica la ascolta e lo fa con una certa sensibilità. La crescita smisurata dei vari mp3, wma... (perdonate la mia ignoranza) ha sicuramente messo al tappeto un mondo che viveva solo di tradizione e poesia, quella del rito del disco, rito che, l'amico che ha fatto la denuncia (sicuramente ci conosciamo :-)), ha voluto benevolmente descriverci. Il cartello davanti al negozio sul Corso lo abbiamo letto tutti ma sicuramente nessuno ha voglia di crederci. Tutti abbiamo pensato "magari stanno solo facendo l'inventario e non sanno quando finiscono" oppure "stanno sicuramente ristrutturando". Certo è che il colpo al cuore è stato inevitabile! Non lasciamo questa nostra città in mano ad una cultura musicale che non va oltre il neomelodico del cazzo. Chiedo a tutte le persone di spiccata sensibilità di rialzarsi e combattere tutti insieme una guerra che potrebbe anche essere inutile ma innegabilmente rumorosa, al fine di scuotere le coscienze sopite sia di chi è stanco di combattere sia di chi non ne ha mai avuto il coraggio! Viva Ananas & Bananas!!!
5. Impossibile dimenticare i pomeriggi e le mattinate dal mitico pino, probabilmente senza di lui la coscienza musicale del quattordicenne che ero allora non si sarebbe mai sviluppata. Grazie pino e grazie Ananas.
[ma ecco che arriva LUI]
6. Mi chiamo Giuseppe 'Pino' Capossela, commesso di Ananas & Bananas dall'agosto 1997 all'ottobre 2005, chiamato a sostituire Gianpietro Verosimile, nella difficile gestione del punto vendita di Via Dante. Uno tra tanti. Paure, incertezze, fobie alla ricerca della 'formula' giusta. Un'unica certezza: 'quando sembra impossibile... è ancora più bello'. 'Allevato' da Michele a suon di rock... aiutante natalizio di Silvia. Paure: i primi giorni in via Dante, l'ombra immensa di Gianp, un faro, una guida luminosa nell'alt-rock, nell'indie e... U2. La diffidenza dei clienti: entravano... un occhio e... via. Fobie: non riuscirò ('se non conosce Keith Jarrett, lei non dovrebbe nemmeno entrare in un negozio di musica, e ci... lavora'). Ho studiato: di notte, di giorno. A divorare riviste, l'Enciclopedia del Rock, le recensioni dei quotidiani, a macinare info grazie a Voi tutti: altro che internet! Figlio di un operaio e di una casalinga e... 'non possiamo permettercelo: un giorno...'Ho dato l'anima, il cuore. La lenta consapevolezza del 'nulla è impossibile': grazie a Voi tutti, A&B è volato altissimo, punto di aggregazione e riferimento musicale e culturale di una città sempre più spenta e carnefice dei suoi figli. E quante gag: storie, umori e sensazioni di una generazione che è cresciuta.L asciai per una sfida. Oggi: passando per il CVE [ndr: corso Vittorio Emanuele], un cartello: un vuoto, una tristezza. Ma una certezza: A&B vivrà dentro di noi, per sempre. Perché è dentro di noi.
7. Sono amareggiato. Con la chiusura di Ananas & Bananas va via un altro pezzo della mia e della nostra gioventù. Oramai è una reiterazione, non passa mese che non giunga notizia della chiusura di un negozio di dischi. Nelle più grandi città del mondo come nelle piccole realtà di provincia, in Italia e all'estero. Per fortuna ho avuto modo di vedere il Megastore Virgin di Times Square a New York, poco prima della chiusura: un simbolo della musica nella Grande Mela che ha chiuso definitivamente i battenti. Mi è dispiaciuto sapere della chiusura di Nannucci a Bologna, dove spesso ordinavamo i dischi per la radio. Mi auguravo potesse resistere Ananas & Bananas. Certo la chiusura di questo negozio è più difficile da digerire. Ripeto va via un pezzo di me. Ricordo la cura di Michele Acampora nello scegliere e selezionare i dischi appena arrivati. La curiosità e la passione nella selezione della musica da proporre ai clienti e da passare per le radio locali. Tutte cose che con il tempo stanno finendo. Un Abbraccio affettuoso a Michele, che so non potrà colmare il vuoto ed il buio che avrà dentro. Credo però, che la colpa non sia da attribuire solo alle nuove tecnologie che hanno di fatto sostituito i vecchi dischi, ma anche e soprattutto alle notevoli tasse ed imposte che ancora si pagano sulla musica per l’acquisto di un cd. Mi chiedo: non sarebbe ora di ritornare alle vecchie buone abitudini? Flaviano Di Grezia (ex editore radiofonico Radio Onda Verde – Radio Emme)
8. Mi trovo d'accordo con quanto scritto dall'utente Marco, compreso il fatto che la scomparsa di A&B mi ferisce molto, anche se, come credo è per molti di noi, non giunge inaspettata, in quanto molteplici erano i segnali che stesse per avvenire: artisti di primo piano mancanti, poca voglia di fare ordinazioni, la chiusura della sede di Via Dante, ecc. Il modo di fruire la musica è cambiato e la conseguenza, come ti è stato detto da altri, è che tantissimi negozi di musica sono scomparsi; ripetendo che non si tratta certo di una notizia positiva, va anche detto che i nuovi canali di distribuzione hanno permesso anche a me, che devo ad A&B gran parte del mio interesse per una certa musica, di scovare nomi e tendenze musicali che mai avrei potuto trovare tra le mura del nostro amato negozio. Non credo che la situazione di questa città sia drammatica come la descrivi: quantomeno non è diversa da quella di tantissimi altri luoghi, ma non credo che migliorerà finché l'atteggiamento di chi si tira fuori dall'intruglio della massa sia quello che mantieni tu; per carità, anche io tendo a tenermi molto fuori da un certo "giro" di idee e maniere, ma lo faccio in maniera più silenziosa e rispettosa delle altrui scelte. Ciò detto, è massimo per me il rispetto del tuo dolore, che è anche il mio, e delle tue idee, ma credo che, una volta metabolizzato questo "lutto", capirai l'errore nei toni troppo forti e privi di speranza: sono certo che, anche grazie ad A&B, hai ben modo di essere vivo.
[Caro, rispetto le scelte altrui eccome, ma non se feriscono a morte tutto quello che non ha colpa di essere ferito. Ossequi]

domenica 6 settembre 2009

Ananas & Bananas R.I.P... Avellino R.I.P...


Apprendo proprio in questo preciso istante la tremenda notizia, la più devastante, quella che non vorresti mai sentire giungere al tuo orecchio per nessun motivo al mondo e che stenteresti a credere anche dopo anni e anni: Ananas & Bananas, lo storico negozio di dischi della mia misera città, unico ed ultimo punto nevralgico di riferimento per qualsiasi tipologia di scappatoia adibita a noi appassionati cronici di quello che non può essere considerato altro se non un motivo unico di sopravvivenza, sembra aver chiuso i battenti. Un solo scarno cartello sul vetro della porta di ingresso: "In ferie dal 7 settembre"...non si sa fino a quando...
E allora ci penso eccome...

Ci penso eccome a quando avevo dodici anni e inauguravo i primissimi passi tra gli scaffali colmi di delizie audiofoniche, estremamente timido e assorto nel mio desiderio di spendere tutti i bei soldini dei regali di compleanno in un sano Pearl Jam per le ire ultraterrene della mamma che avrebbe voluto farmeli conservare per chissà cosa...ci penso eccome a Giampiero e a Pino, i miei due grandi maestri, oltre al mitico zio Camillo, che fungevano da "buttadentro" per l'intera mia generazione, al solo scopo di farti sentire un disco, di bere un caffè in tua compagnia e di farti conoscere cose nuove, di aprirti lo sguardo verso orizzonti inesplorati e quanto mai stupefacenti...mica noccioline per una città che è sempre stata solo ed unicamente uno stupido ed incompetente grande paese...
Ebbe si. Ci sono nato e cresciuto in quel negozio. Ma non era semplicemente un negozio, per noi tutti. Era una fonte di salvezza, un vero e proprio centro di raccolta di emozioni, stati d'animo, condivisione di idee e di sentimenti perfettamente descrivibili attraverso le note e le parole di una semplice canzone. La gente veniva da fuori per vivere quei momenti, per respirare quell'aria...

Si marinava la scuola pur di andare a vedere se era uscito l'ultimo lavoro delle nostre band preferite. Si facevano carte false per far arrivare i dischi dei Sonic Youth, dei Motorpsycho, dei Fugazi o degli Unwound, forti dell'illuminazione avuta dai due "santi" un paio di giorni prima. Sarebbero tutti diventati tasselli fondamentali delle nostre tappezzerie discografiche, guardacaso...

Si aveva un'alternativa pura e necessaria durante i piovosi, tristi e plumbei pomeriggi di novembre e dicembre, quando fare i compiti per il giorno dopo diventava davvero una inutile ed insignificante ossessione da fuggire e le pareti della stanza imploravano di fare qualcosa pur di non stare immobili con le mani in mano a contemplare il nulla fissando il soffitto, anche se, tanto, non ci sarebbe stato comunque niente da fare in sostituzione; quando voltare l'angolo tra la sede di Corso Vittorio Emanuele e quella di Via Dante Alighieri significava pregare il cielo pur di riuscire a dare una mano anche solo per portare due dischi da una parte all'altra...ci faceva sentire parte di quel sogno che ci vedeva tutti immersi in un mondo fatto di suoni e parole, all'interno del quale anche noi poveri illusi avremmo sempre e comunque avuto un posto caldo e comodo...

Si aveva la possibilità di non pensare, anche solo per un unico e uggioso pomeriggio, al fatto che non c'era alternativa utile se non quella di dare tutto il possibile pur di assorbire l'energia che migliaia di copertine sprigionavano semplicemente guardandoti entrare attraverso la folta vetrina...

Si aveva la possibilità, per noi unica quanto rara, di non far caso al vuoto in cui eravamo immersi dal momento in cui ci hanno costretto a mettere piede su questo asfalto corrotto, ipocrita ed insensibile...ce ne accorgiamo solo ora che tutto sembra davvero essere finito...
Ora si...è tutto finito...vorrei sapere perchè ma credo di conoscere già almeno alcuni dei motivi principali...

Il primo è, di sicuro, l'onipotente ed onnipresente (dall'alba dell'uomo) sfacciataggine che la gente di questa morta e putrefatta città ha sempre maturato con tanta estrosa vanità: siamo sempre stati un popolo da quattro soldi...senza interessi, senza prospettive, senza obiettivi da maturare nè traguardi da raggiungere. Abbiamo sempre vissuto la nostra inutile esistenza sotto la prosaica filosofia del "che cazzo me ne strafotte", non riuscendo a dare un peso o un valore a tante piccolisisme cose che, però, messe insieme avrebbero costituito un tesoro. Ma potrei scrivere un'enciclopedia su questo...

Il secondo motivo appartiene al più che evidente crollo dell'interesse culturale verso un bene culturale e spirituale, la musica, che viene sempre di più considerato, giorno dopo giorno, come un insulso bene di lusso o come, il più delle volte, un file di merda da inoculare in un lettore multimediale altrettanto di merda per la sola gioia di rendersi più attraenti, più "cool", più alla moda e al passo con questi tempi di merda che mirano solo ed esclusivamente a dar riprodurre coppie di tamarri e puttane da marciapiede in collier per far fuoriuscire, da quell'ormai inutile e rarefatto organo genitale, aborti concettuali tutt'altro che paragonabili a qualsiasi espressione scientifica che si avvicini alla ormai insignificante ed inconcludente parola "vita" . Noi, alla richiesta (all'insulto, in realtà) di un qualunque conoscente "dai vieni nella mia Mercedes che ti faccio sentire come è potente il mio stereo! C'ho tutta la discografia in mp3 dei Pink Floyd" abbiamo sempre risposto e continueremo a rispondere in eterno "No, grazie...m' hai fatto venire voglia di andarmi a risentire il vinile!".
Se, da quando sono in vita, in questa città piove per 300 giorni su 365, riesco quasi ad intuire, soltanto adesso, che si tratti, magari, di un preavviso o di una punizione divina per i nostri peccati di inettitudine e cecità.
Mi chiedo cosa potrà succedere adesso. In cosa si potrà sprofondare più di quanto non si era già inabissati con uno stile di esistenza assolutamente sottoacculturato e vergognosamente falsoperbenista, o comunque ipocrita nella sua sempiterna assenza mentale e nella sua continua e perenne regressione. Si, è vero: già da diversi anni abbiamo imparato a comprare i dischi tramite rivenditori on line. Ma se lo abbiamo fatto e continueremo a farlo è solo per il motivo che capirete immediatamente appena scriverete il nome del nuovo disco del vostro artista preferito nell'apposito spazio sul sito http://www.play.com/ e paragonerete un solo particolare elemento con quello che si riscontra nei negozi e nei megastore oggi (suggerimento: ha a che fare con i soldi).

Mi chiedo cosa sarà questo grande paese senza più nemmeno la sua ultima ancora di salvezza. Vedo buio, tanto buio, più di quello a cui abbiamo già inevitabilmente affidato le nostre vite prima di fuggire verso mete sconosciute pur di ammirare spiragli di luce tanto sognati ed acclamati. Ed ora è davvero tutto finito. Ora si che è veramente tutto morto.
Mi viene da piangere. Perdonatemi se forse non mi sono fatto capire come avrei voluto ma potete immaginare: provo un dolore talmente forte che non mi permette di fare chiarezza su un'anima già di per se abituata al tormento. Personalmente sono in lutto. Ho pensato a quando è stata l'ultima volta in cui ho messo piede al negozio (un mese fa, credo...e già era tutto così spoglio da un paio di anni) proprio come quando viene a mancare un caro e si cerca di ricordare qual'è stato l'ultimo incontro e, per sommi capi, che cosa ci si è detti. Qualunque persona io sia adesso, lo devo in gran parte a tutti coloro che, dal primo all'ultimo, nessuno escluso (nemmeno i pazzi che si fermavano a sbraitare), hanno vissuto con me delle esperienze memorabili (Pino che mi faceva la cassettina di "Kid A" dei Radiohead per farmi capire cosa diavolo si erano messi in testa di fare quei folli...il giorno dopo ero lì che volevo quel maledetto disco e sventolavo l'ultima cinquantamila lire che mi era rimasta...gli aiuti dati il 24 di dicembre, il marinare la scuola, i pomeriggi di salvezza tra un disco e una chiacchiera, e via dicendo fino all'infinito...). Per me che ci sono nato è un pianto interminabile. Ho lottato così tanto per non arrivare a questo punto ma, a quanto pare, ormai ci siamo: vedrò questa città spegnersi lentamente, fino alla fine...fino a quando anche l'ultimo truzzo sarà contento e convinto di aver protetto la sua ragazza troia e noncurante a suon di calci e colli di bottiglia verso un povero stronzo che passava di lì per caso...fino a quando anche l'ultimo saggio sarà estinto e davvero non rimarrà più niente di noi che, tutto sommato, se non altro ci abbiamo provato a sopravvivere...
R.I.P.


venerdì 4 settembre 2009

Passaparola

Gira in rete, da qualche ora, la seguente notizia che, come tante, mai e poi mai troverete sui quotidiani italiani...per carità!
"'GroenLinks' (il partito dei Verdi olandesi) sta considerando di iniziare una procedura contro l’Italia a causa della limitata libertà di stampa nel Paese. Il premier Silvio Berlusconi controlla sia le emittenti pubbliche che le emittenti private e impedisce da qualche tempo a giornalisti critici di accedere alle sue conferenze stampa - [Articolo originale: "GroenLinks: Proces tegen Berlusconi" (1)]21 Giugno 2009 -- Questo secondo quanto affermato dalla capolista di Groenlinks Judith Sargentini. ‘Il Trattato europeo obbliga ogni Paese europeo a garantire la libertà di stampa. In qualità di frazione dei Verdi all’Europarlamento stiamo quindi considerando una procedura contro l’Italia’, ha detto Sargentini. ‘Se procediamo contro Bulgaria e Romania per le loro irregolarità, allora dobbiamo osare fare lo stesso con l’Italia.’ Se la maggioranza dell’Europarlamento dovesse appoggiare questa causa legale, la procedura giungerebbe nelle mani della Corte Europea di Giustizia.Sargentini ha già in precedenza affermato che il capolista Wim van de Camp del CDA (Partito Cristiano-Democratico) deve affrontare Berlusconi sul tema del suo comportamento, come anche sul caso dei rifugiati rispediti in Libia. Il CDA e il partito di Berlusconi sono membri della stessa frazione del parlamento europeo."
E siamo alle solite. Ma tanto lo sappiamo.
La nervatura sta nel fatto che non facciamo mai niente per porre fine allo scempio. Me per primo. Non esistono più martiri che si danno apertamente fuoco in piazza (se poi è servito a qualcosa...boh...) o che (meglio) magari vanno faccia a faccia con i signori degli anelli e gli sputano addosso tutta quella pergamena di realtà che non comprenderanno (o faranno finta di non comprendere in eterno) mai. Come sempre, ovvio, devono essere i nostri cugini europei a ricordarci puntualmente del nostro esponenziale livello di demenza collettiva da caproni nella consueta passeggiata di massa verso il burrone più profondo ed oscuro del pianeta. Questo è solo un ennesimo esempio di come la rete sia, forse, l'unica alternativa che rimane per contrastare la disinformazione che regna negli animi strafottenti di tutta questa melma di putrefatto letame umano. Certo, con i suoi limiti di credibilità, senza dubbio. Ma c'è da vedere anche questo, però: chi te lo dice che i nostri Carissimi non corrompano a suon di multe, oscuramenti o ninfomani incallite i gestori dei server per mandare a farsi benedire tutti noi poveri stronzi che desideriamo solo urlare continuamente la nostra unica e sola alternativa, cioè un megagalattico vaffanculo cronico ed interplanetario?
Ossequi.

La mia vita in 100 brani (in ordine rigorosamente sparso): 1 - 5

Non sono uno di quelli che ci tiene così tanto a dirti cosa è giusto o cosa è sbagliato (se a volte mi scappa è soltanto per rabbia). E non voglio nemmeno istruire nessuno con lezioni che rischierebbero soltanto tutte le forme possibili di retorica. Ho semplicemente un po’ di tempo a disposizione e, soprattutto, il desiderio di condividere anche ascolti e visioni, oltre che idee ed opinioni, visto che, praticamente, vivo di questo da quasi quindici anni. Perciò ho deciso, una volta per tutte, di vedere un po’ come sono arrivato fin qui e attraverso cosa in particolare. Cominciamo con cento delle migliaia di brani che hanno segnato la mia vita. Lo so: non ve ne frega un cazzo. Il problema è che a me non me ne frega un cazzo che a voi non ve ne frega un cazzo. E poi il blog è il mio e faccio quello che mi pare. Quindi…
1. Nine inch nails - "Leaving hope" : è un caso emblematico il fatto che io sia così devoto ad un brano calmo, languido e sperimentale del carro armato mr. Reznor, ma, dal primissimo ascolto, non riesco a togliermelo dalla testa e dal cuore. Il disco che lo contiene, "Still", è un esperimento semi acustico allegato all'edizione limitata del live "And all that could have been", il devastante tour del capolavoro "Fragile", risalente a circa otto o nove anni orsono. Melodia struggente, atmosfera uggiosa da prime piogge di settembre. Incredibilmente, può cullare anche l'anima più tormentata.
2. Bluvertigo - "Zero": forse il primo ed unico caso effettivo di sperimentazione elettronica in ambito italiano mainstream. Successivo al capolavoro "Metallo non metallo", l'omonimo album cambia radicalmente direzione, dirigendosi verso la più pura tortura di elettroni, valvole e onde magnetiche strapazzate. Il testo è probabilmente quanto di più rabbioso ma contenuto si sia avuto nel corso degli ultimi 20 anni. Intelligenza estrema. Frase di culto: "Anche il solo dire è un messaggio. Senza un'idea non ci si alza dal letto, purtroppo".
3. Alice in chains - "Rotten apple": un disco assolutamente incredibile, "Jar of flies". Precursore, direi. O comunque profetico e sicuramente in controtendenza. 1994: muore suicida Kurt Cobain, stanco di quello che, si, avrebbe sempre desiderato ma non in maniera da stupido merchandising da t-shirt; i miei compari Pearl Jam gli regalano "Vitalogy" come testamento e suprema prova di comprensione; il grunge attraversa una fase di delirio sia spirituale che sonico...e Cantrell e soci se ne vengono fuori con un disco semiacustico...che dire...rabbia, consapevolezza, tormento interiore, rassegnazione, arresa: tutti elementi repressi ed esorcizzati attraverso note che sanno di Rest In Peace.
4. Pearl Jam - "Sleight of hand": "Binaural" fu il punto di svolta della vita dei miei adorati beniamini, un approdo al rock più puro e viscerale di stampo oltreoceanico; e fu il punto di svolta anche del mio orecchio pro-audiofonico. Minuto dopo minuto, si susseguono fraseggi graffianti e coinvolgenti, come sempre, ma carichi di un non so che di inedito e diretti verso strade ancora non perfettamente illuminate (sarebbero state quelle degli ultimi due dischi). Ma ecco arrivare le prime lente e stanche note in controtempo (mai capito di quale natura), con un quasi parlato inneggiante la necessità di muoversi e non lasciarsi muovere da chissà quali forze esterne. Un avvertimento col cuore, un inno al farsi forza in una realtà opprimente da routine. Chitarre saggiamente esplosive sui ritornelli e registrate al contrario nei respiri finali. Registrato in maniera subliminale, rende poco dal vivo ma è un'esperienza unica su vinile.
5. Nirvana - "Milk it": da "In utero", ossia i veri Nirvana. Nevermind non ha niente a che vedere con quello che i tre guerriglieri avevano realmente da offrire alle nostre membra. Un disco assurdo che fa il verso al troppo commercializzato predecessore. Il brano in questione è designatamente stile Jesus Lizard o Melvins, di un impatto catastrofico per deboli di udito. Il vero grunge era questo, signore e signori: urla, stop & go, controtempi, riff fuori fase. Un testamento per quello che non è stato compreso, per tutto ciò che è morto, forse, senza mai nascere veramente.
Alla prossima puntata.

sabato 29 agosto 2009

Rewind


È passato un bel po’ di tempo, lo so. Da quand’è che non mi faccio vivo? Un mese? Forse poco più. Me ne scuso ufficialmente, specie con quel paio di gatti che mi hanno dato l’onore di essere letto, di tanto in tanto. Grazie davvero. Fatevi vivi.


Ebbene, è stato un mese di caos mentale quasi senza precedenti per il sottoscritto. Certo, non ho alcun motivo per lamentarmi di niente, ma mi farebbe piacere vederci chiaro in alcune faccende che, dopo tutto, non sono nemmeno etichettabili come particolarmente gravi, credo.


Primo: “C’era una volta il cinema”. Che odissea. Credo sia stato il momento di mio maggior nervosismo da quando scrivo sceneggiature. Ma, a quanto pare, sta comunque andando a buon fine. Marco e Riccardo, i due registi, sono due persone estremamente devote al loro lavoro, alle loro ambizioni, e stanno facendo davvero di tutto pur di realizzare i loro progetti, con risultati più che ottimi, dal mio punto di vista.
Le buone notizie non smettono mai di essere sfornate alla faccia dei buoni di spirito: la Regione Liguria, nonostante abbia sottoscritto, firmato e controfirmato la disponibilità a versare i fondi necessari per la realizzazione del film, tutto ad un tratto ha pensato di dare il benservito. Così, al volo. Non c’ho visto più. Cose da pazzi. Non è possibile. Eppure Marco e Riccardo sono due registi strapremiati e apprezzati, non solo a casa loro. Mi si è accecato il cervello e ho sparato a raffica (non su di loro) dicendo che il primo che molla si becca da me una tarantella di calci in culo, visto che in molti, all’ennesimo (troppi!) ostacolo, giustamente, hanno cominciato un po’ a dare segnali di cedimento. Mi sono incavolato talmente tanto da riuscire a tenerli in piedi col morale, almeno un po’. Su quella insolenza di Facebook (obbligatorio per noi che dobbiamo farci conoscere in giro), al loro richiamo ci siamo ritrovati tutti. Ho anche stabilito un buon rapporto con alcuni attori. Sempre a distanza, per ora, è chiaro.
Non c’è niente da fare: i miei nervi sembrano essere fatti apposta per essere messi alla prova costantemente. Senza riserve. Senza alcuna pietà. Si è reso necessario, allora, scrivere un cortometraggio che eviti, in qualche modo, alle autorità l’insostenibile fastidio di leggere ciò che sta scritto su quei maledetti fogli di carta (è faticoso, ovviamente) e che presenti, per sommi capi, il senso degli argomenti espressi nel film, opera che si vorrebbe portare a termine con sacrosanta dedizione. Ho finito di scrivere ieri. O l’altro ieri, non ricordo. Tutti sembrano essere soddisfatti. Vogliono prendere attori conosciuti per essere considerati e tentare di fare il pieno di premi ancora una volta. Stavolta, però, ci sono anch’io. E voglio la mia fetta. Dicono che le riprese inizieranno a novembre. Sarò lì per vivere la mia prima esperienza da scrittore sul campo. Cercherò di documentare.


Secondo: “La finestra sul nulla”. Mio Zio Camillo, il mio vate musicale e letterario, una volta mi disse “Stefanone mio, la vita è fatta soprattutto di cose brutte: tu, si, cerca sempre di imparare dagli errori, ma sforzati e fai di tutto pur di mantenere solo ed esclusivamente i ricordi belli”. Sanremo e Francesco, col nostro cortometraggio, sono sicuramente la base a partire dalla quale posso sperare di esaudire la sincera richiesta di un fratello, più che di un parente.
È stata un’odissea anche qui, senza dubbio. Soprattutto Francesco ha subito uno stress raro quanto estremo nel tentativo di chiudere la lavorazione generale del corto. La colpa è anche un po’ mia che, forse, non ho ben curato la qualità audio della colonna sonora, lasciando, quindi, un vuoto che abbiamo dovuto colmare con la composizione di una seconda e non di mio pugno. Se penso che, poi, il montatore si è fatto saltare il computer con dentro il montaggio già bello e preparato, veramente mi viene da piangere; quindi avanti di nuovo con le carte e gli appunti di montaggio per rifare tutto dall’inizio. Ma a quanto pare ci siamo riusciti. Stiamo partecipando sia al 4° Festival del Cinema Invisibile di Lecce (27 – 30 agosto 2009) che al 1° Festival del Cinema Giovanile Indipendente di Palestrina (Roma, 3 – 6 settembre 2009). A Palestrina ho anche una sottospecie di conflitto di interessi! Gettando uno sguardo all’elenco dei corti partecipanti, oltre ad una marea di corti con attori famosi (ma chissà quanto validi, tutto sommato: ce n’è uno con Delle Piane e la Sandrelli che, però, assaggiandolo su Youtube, non è che sia tutto sto grande splendore…), beh…posso confermare che io, come sceneggiatore, e i fratelli sanremesi, come registi, lotteremo per il titolo. Ci mancava solo questa: avversari. Mai! Non oserei, mai! E invece…ci divertiremo, vah…Intanto, aspetto di sapere se dopo la capatina a Sanremo mi spetta anche una puntatina a Torino, al festival grosso, sempre in qualità di sceneggiatore. Incrociamo le dita.


Terzo: “In an expression of nothing”. È il titolo del primo cd autoprodotto (fatto in casa, proprio) appartenente al nuovo e definitivo ciclo del mio gruppo, gli Heliantus. Sono tre anni che sforno e immagazzino brani di ogni genere in questo computer che, se avesse le mani, mi scuscinerebbe di mazzate. Di Alfonso, il mio ex leader, neanche l’ombra. Non so perché. Non so cosa ho fatto. Semplicemente non ne posso più di aspettare. A malincuore, quasi non ne sento più il bisogno. Ho tirato fuori cose mai provate prima. Sta venendo su un disco assurdo, denso di generi e contaminazioni. Per un quasi “one man band” come me (basso, chitarre, tastiere, sintetizzatori, campanello di casa, triangolo, bottiglie di vetro, pentole acciaio inox, ciap dance, ecc) credo sia il massimo. Se penso, poi, che l’ottimo Giuseppe Relmi (Amon-Ra, Notturno concertante) si è offerto volontariamente per offrirmi la sua voce, allora le carte sono in regola. Stiamo per finire. Stiamo per tornare completamente rinnovati e imbestialiti. In assaggio, un ep elettronico con la colonna sonora fantasma del corto sperimentale in download gratuito sulla nostra pagina di Facebook.


Quarto: deliri personali in luogo tra la vita e la morte. Non ho fatto altro che (oltre a tutte queste grandi cose, ovviamente) ascoltare languide canzoni di speranza per cullare un sincero stato di consueta malinconia, sentimento tipico dei miei soggiorni nella città natale. Non mi sono mosso granché. Neanche una mezza giornata di mare. Mi restano solo quei pochi ma buoni amici che, ogni tanto, mi allietano le grigie giornate. È tutto così morto, qui. Tutto così sobrio e fermo. Ripetitivo…e assorbe anche la mia linfa vitale carica di senso di appartenenza e di energia che, però, si affievolisce e riduce anche la volontà di portare a termine molti dei miei doveri. Si avverte, nell’aria, come una sorta di annichilimento di forze che la città, ormai defunta ad una vita sociale ai limiti dell’umano e del civile rapporto interpersonale, inietta nelle mie vene per causa di forza maggiore. C’è un tale senso di nulla…una tale brezza di insensatezza, di inopportunità…di già visto e di già sentito…di “ma chi me lo fa fare, tanto che senso ha?!”.
Passerà del tempo, anche stavolta, prima di vedere un’altra cosa di mio pugno realizzarsi…e col tempo, a quanto pare, sto cominciando a guardarmi fisso negli occhi, in attesa di una qualunque azione da parte di uno dei due contendenti. Le mie giornate nella cameretta che mi ha cresciuto se ne scorrono via silenziosamente, senza farmi accorgere di una loro eventuale importanza o di qualcosa da risollevare scavando tra i meandri di una città e di una vita da rivalutare col senno di poi. Avverto come un forte senso di anormalità. Sempre qui. Soprattutto qui. Un forte senso di mancanza, come se dovessi per forza vivere di nuovo delle situazioni lasciate in qualche modo in sospeso, situazioni dalle quali comunque fuggirei di nuovo in cerca di nuovi orizzonti, lasciandomi alle spalle colpe o speranze mai create fino in fondo. Quella che una volta era, magari, l’attesa pomeridiana di un amico col pallone sotto un braccio ora è incertezza, indecisione su come trascorrere un tempo senza nome non per forza in maniera produttiva. È la mia vita. Non posso fare altro che accettarla.


Finale: l’acqua nel deserto. A salvare quello che resta dei miei affetti e delle mie inquietudini (altro discorso già intrapreso in questo blog) si è fiondato, adesso, un vero e proprio angelo da quella fetta di cielo adibita, forse, alle cause terminali. Se, nell’ultimo mese, ho incrementato, anche solo di poco, il quantitativo di forza d’animo residua, è grazie a lei. Lei sa che parlo di lei.


[continua? …boh….forse…vedremo…]