giovedì 30 dicembre 2010

Discorso di fine anno

Fratelli italiani,

giovani, anziani, famiglie, coppie di fatto, precari e sottopagati sfruttati di tutta la nazione: unitevi a me in questo giorno (l'ennesimo) di speranza. Una speranza longeva quanto un cerino per un futuro innanzitutto esistente e poi, se vogliamo, magari anche dotato di qualche minima prospettiva concreta, che ci sarebbe anche stata se un Presidente della Repubblica qualunque non avesse firmato, con la solita flemma e con il medesimo ritardo intuitivo, una legge che, "from here to eternity", ci adagia cordialmente una pala tra le mani non esitando a ricordarci che "il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola carica e chi scava". Noi scaviamo. Per noi stessi.


Volge al termine un anno solare che ci ha riservato più umiliazioni di un calcio nel sedere inaccettato ed ingiustificato, più rancore di uno schiaffo immeritato, neanche fossimo bambini viziati in perenne ricerca del marshmallow gigante. Noi saremo anche un mucchio di sciocchi bambini golosi e disobbedienti, ma se il marshmallow gigante equivale a una montagna di dignità erosa dagli sputi dei nostri avi, allora da bambini ci trasformiamo in quei pupazzetti di The Wall che sfilano e cantano con fare malefico ma unicamente diretti verso un fine comune mai così chiaro e limpido riguardo quello che resta di quella accozzaglia di melma chiamata idee.

Un po' ci si sente proprio come Pink mentre si scaraventa a capofitto verso quell'inossidabile muro (non poi così tanto) interiore per tentare di tirarne via almeno una scheggia, per provare ad esistere ancora, per superare quel disfattismo assolutamente involontario ed inoculato da una realtà troppo scarna e putrida per cedere spazio ad uno come lui, ad un uomo, cioè, che di idee ne ha ben più di una ma che non reputa più necessario espletare. Tanto nessuno comprende. Tanto nessuno ascolta.


Stiamo per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e non sappiamo più se stiamo davvero parlando ancora del nostro Paese e non di un'azienda in bancarotta ideologica. Stiamo per festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia e cosa resta di quell'orgoglio tanto potente e vitale da unire persone e cariche politiche così diverse tra loro eppure così solide nel paradiso morale dell'unico fine comune perseguito con onore, sangue e sudore? Cosa resta di un popolo di gente vera, ricca dentro, desiderosa di tramandare la propria memoria a figli e nipoti affinché ne facciano tesoro per un avvenire saggio e consapevole delle innumerevoli difficoltà da affrontare, si, ma con un bagaglio inoculato da puri asceti dell'esistenza? Cosa resta della possibilità, tramandata di generazione in generazione, di aver diritto ad un futuro, quello più prossimo, senza dover essere costretti a chiudere un mezzo occhio solo dopo le tre del mattino presi come inevitabilmente si è da rimorsi, rancori, paure e fobie legate al non sapere cosa accadrà domani, al non esser certi di poter avere uno scopo, una prospettiva, un traguardo da tagliare, un senso da poter ricoprire, un contributo da poter lasciare, un "tu puoi contribuire con un verso"? Quale sarà il nostro verso? Ora come ora, suppongo, una pagina bianca, ma con, sul fondo, una macchia derivante da una goccia di sangue affiancata da una di sudore: il dolore e la fatica del nostro essere noi stessi che non demorde, che non la dà vinta così facilmente, che tenta disperatamente, non importa se invano o senza garanzie, di offrire comunque qualcosa fin dove possibile, finchè l'ultimo respiro non sarà esalato con uno scopo e con un'utilità ben precisa e prestabilita. Non mi stancherò mai di ripeterlo: c'è troppo poco tempo per non tentare almeno di lasciare la pur minima traccia di sè. Aggiungo: specie dove sembra essere davvero necessario.

Poche settimane fa, un mio collega di Wakeupnews, in una conferenza/presentazione sul tema del precariato, disse, concludendo la serata, qualcosa di sacro e venerabile, qualcosa che forse non ho mai percepito bussare alla porta del mio udito in maniera così robusta, decisa e dirompente: "può, ora come ora, un vero e proprio diritto dell'uomo avere le stesse caratteristiche di un sogno?". È proprio questo il dramma principale, il fulcro del nostro intero malessere sociale e personale: siamo costretti a sognare di avere un futuro, a sognare di avere un lavoro, a sognare di essere utili per qualcosa. I sogni saran pure desideri, ma non potranno mai essere equiparati agli obiettivi e alle necessità personali di un'intera generazione. Un futuro uomo desidera lavorare, scrivere, pubblicare, far sentire la propria voce, sposare la donna o l'uomo che ama, venerarne i figli ricevuti o adottati o generati da uteri in affitto, avere una casa e del cibo, così come anche, perché no, dirigere attori, montare pellicole, suonare strumenti in uno studio o su di un palcoscenico; ma non può, non dovrebbe, essere costretto quotidianamente a trasformare quel desiderio in un sogno nel cassetto. Un cassetto, ahimé, chiuso anche a doppia mandata e con la chiave riposta nella gola del drago delle intenzioni.


C'è chi profetizza la fine del mondo per il 2012. Io dico che la vera Apocalisse è adesso, proprio mentre vi scrivo. Basta guardarsi intorno con occhio vigile e critico, senza preconcetti e con quanta più naturalezza possibile. Basta tirare le somme e il gioco è fatto. Ma almeno in quel grandioso libro vi è una sorta di happy ending, una fattispecie di mondo nuovo, di prospettiva possibile, di rinascita dopo l'orrore, di "resurrezione" (mai così brillantemente metaforica) per chi ha tanto sofferto e così a lungo tentato di costruire basi solide e inattaccabili.

L'ultima sequenza di quel film di Alan Parker, basato sul capolavoro pinkfloydiano, raffigurava due bambini impegnati a spalare, con la sola forza delle mani, un cumulo di macerie. Che quelle macerie possano essere il nostro presente, e la convinzione di quei fanciulli (unici artefici di una vera e propria ricostruzione) la nostra consapevolezza di non esser soli e perduti nel limbo di coscienze senza più un riferimento, senza più un'anima madre da eleggere a comune senso del divenire.


Pertanto, alle istituzioni impongo: tralasciate le troppe mele marce del vostro tempo trascorso e giunto al termine ultimo per la prescrizione delle vostre insensate procedure di annichilimento, perché non è mai troppo tardi per redimere insulse cupidigie di insostenibile accidia ed indigesta fame di morali gettate al vento come ceneri di un corpo stanco, morto, finito e corrotto da fognature ed escrementi di casta lussureggiante.

Ai giovani come me dico: facciamo esplodere quel maledetto muro che ci divide da noi stessi, affinché qualcuno ascolti ed accolga le nostre umili, devote e giuste preghiere. Continuiamo, quindi, nonostante tutto, a fare della cultura il nostro bene più prezioso assieme alla dignità e al rispetto della nostra persona e della persona altrui, affinché possiamo escogitare una soluzione, un tentativo, un gesto sensato che non tenga conto dei soprusi subiti e miri unicamente a fare di noi quello che abbiamo sempre desiderato essere: persone normali con prospettive normali, lecite, fattibili, raggiungibili.

A chi ha ancora un'idea, supplico di mantenerla viva, sia dentro che fuori nell'espressione delle sue più sincere e dirette conclusioni. Avere un'idea, oggi, è sinonimo di forza e principio di onestà intellettuale. Avere un'idea, oggi, significa esistere.

A chi, nonostante tutto, continua a credere in se stesso anche dinanzi alla triste e sconfortante evidenza, auguro quanto di meglio possa ricevere dalla propria inestirpabile capacità di proseguire sulla propria strada senza mai voltarsi indietro neanche per un semplice sguardo, neanche per un minimo rimpianto, neanche per una singola ritenzione.


Auguri dal cuore.


martedì 28 dicembre 2010

Atac o morte

Come di consueto, Il fatto quotidiano, anche oggi, è stato probabilmente l'unico giornale ad aver ancora una volta scavato a fondo nel marciume italiano. Assieme ad esso, forse, solo Repubblica, anche se con toni meno diretti e maggiormente riferiti al versante antisemita. Lo ha fatto e continua a farlo con cose reali, non invenzioni gialliste di stampo belpietriano/feltrista. Lo si può criticare in tutto ma non in questo, tutto sommato.

E allora sentite questa, è favolosa: Atac, l'ex Nar che insulta ebrei e studenti. Si tratterebbe, infatti, di una traccia web raccolta da Il messaggero e analizzata oggi dal Fatto. Sembrerebbe che tale Francesco Bianco, ex Nar (Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo terroristico di ispirazione neofascista) ora assunto dall'Atac grazie alla recente giostra di clientelismi a iosa inaugurata dal buon camerata Gianni Alemanno (ex Msi bombarolo e ora sindaco di Roma nonché marito di Isabella Rauti, a sua volta figlia di Pino Rauti, storico esponente Msi), al passare dei cortei anti riforma Gelmini sotto la sua beata e tanto sudata postazione, abbia commentato il panorama visualizzato con le seguenti parole scritte sulla sua pagina di Facebook (prontamente sparita): "C'ho i rossi sotto la rimessa". Qualcuno gli ha risposto: "Che famo...caricamo". Lui ha ribattuto: "Ero tentato da tirà qualcosa dal terrazzo, ma co 'sta panza richiavo de cadè de sotto". Qualcun altro ha esposto il suo pacifascismo: "Me sembrano pacifici...lasciali passà", oppure "Giusto pacifici...praticamente giudei".

La cosa più dolorosa, però, che Bianco abbia mai potuto lasciare scritta su un social network è la seguente: "Annate a lavorà, e se non ci riuscite fateve raccomandà"...


...lo dice anche...


Raccomandazioni. E chi le rifiuta più, oggi?! Chi non ne riceve almeno un po' dopo tanto sperpetuo di dignità personale andando a leccare natiche manco fossero gelati alla frutta in pieno agosto?! È all'ordine del giorno, non credete?. È la nuova morale unica e vera, il nuovo valore puro. È ovvio: la bestia sono io che una raccomandazione, a suo tempo, finita la scuola, la rifiutai per tentare di dare inizio ad una nuova vita in completa solitudine professionale, pur di seguire il mio istinto (magari un filino peccatore in orgoglio, ma non è mai un completo difetto) di sognatore e aspirante pensatore (che paroloni). E questo è il risultato: lo scemo sono io. Devo anche sentirmi dire "Annate a lavorà" da uno che è stato messo lì praticamente con la forza, tanta era la sua celestiale volontà di rendersi paladino di se stesso oltre gli scontri di piazza.

Abbiate un pizzico di decoro interiore (so che è quasi impossibile per gente come voi, ma fate uno sforzo oltre i vostri limiti, se potete): certe cose, almeno, tenetevele care, che è meglio. Non c'è bisogno di ricordarmi che studio, immetto moneta nell'economia e miro ad un lavoro che non avrò mai e che, se mai conquisterò, servirà a pagare i vostri debiti da viscidi magnaccia di una nazione prostituita e gettata tra le fiamme dei copertoni in via Salaria.


Perché, signori miei, a parte me che sono solo un povero stronzo con sogni chiusi in un cassetto rotto, ci sono altri "rossi" che di lavori ne fanno due e non uno in regola. Tra pagamenti in nero e contratti atipici, con questo fottutissimo tempo determinato siete riusciti a tenere al caldo le vostre poltrone lasciando gente come noi al freddo e al gelo senza manco il bue e l'asinello, stanchi anche loro di essere sfruttati ("pagatevi il riscaldamento condominiale", direbbero oggi). È una situazione che tutti noi, cari i miei bastardi, siamo costretti ad accettare per pura necessità: o questo o niente. "Ma è così che va, oggi", dicono. Certo, è così che va. E finché c'è, si consideri che almeno c'è. Solo non ricordatemi puntualmete, ogni fottuto giorno di merda che passa in questo paese assurdo, che sono stato, sono e resterò per sempre una nullità assoluta.


Ma per l'opinione pubblica va tutto bene. Chi se ne frega se siamo in centinaia di migliaia in una piazza: siamo solo stronzi di passaggio che danno fastidio per un po', ma poi, una volta che tutto è finito, si torna alla normalità. E qual è questa normalità? È la normalita del nostro amato cavaliere che arriva anche in Spagna per chiudere il canale "All news" della Cnn+, la versione spagnola del network statunitense, per sparare a raffica, al suo posto e 24 ore su 24, il "Gran Hermano" (il Grande Fratello, cazzo; si, è proprio lui). Dove gli iberici prima trovavano solo notizie, ora trovano solo minchiate. Minchiate che fanno rabbia, sempre più rabbia, perché (proprio come qui e come ovunque) ciò che accade in uno schermo/scherno è sempre l'esatto opposto della realtà. È troppo importante direzionare l'attenzione pubblica sulle cazzate per non fare in modo che qualcuno apra anche solo una mezza palpebra per provare a capire perché sente una puzza di merda così forte. Come diceva quella strepitosa canzone di Edoardo Bennato? Ah si: "E per distrarli dalle cose serie / ogni domenica li mandava in ferie / tutti allo stadio a farli divertire". E menomale che adesso non c'è Nerone veramente, allora.


Il bello è che cerchi, magari, anche di parlarne con qualcuno e vieni puntualmente additato come sovversivo, impostore o terrorista dell'ottimismo. Quasi ti pigliano per "schiattamuorto" (traduz: iettatore). Io non sorrido al sentir rispondere "Lo sapevo già" una volta spuntate fuori le dichiarazioni di Wikileaks che mettono a nudo (finalmente) il potere in mondovisione. Io mi incazzo. E tanto, perchè non bisognava arrivare così in ritardo nel prendere certi provvedimenti, anche da parte nostra.

C'è tanta (davvero tanta) gente che vuole continuare a farci dormire sonni tranquilli, senza però aver capito che ci basta un minimo di potere in più per poter attribuire alla parola "sovversione" il suo vero significato, quello morale e affettivo del desiderio di resurrezione di una nazione in ginocchio.

lunedì 27 dicembre 2010

Tra botulino e silicone, va di moda la finzione (e il cervello è un'illusione)

Il lifting cancella le emozioni. Lo sapevate? Beh, adesso lo sapete. Proprio non potevamo vivere senza queste notizie così scottanti, così pure e necessarie, così importanti (anzi, fondamentali) per il nostro istinto di sopravvivenza quotidiano. Più giovani fuori, meno sensibili dentro. È il motto. Neanche fosse una trovata pubblicitaria (ma in fondo lo è). Ricercatori della Columbia University, scienziati svizzeri, santi e madonne: tutti si sono affannati per raggiungere una sentenza della quale nessuno avrebbe mai potuto fare a meno. Senza le piccole pieghe intorno ai nostri occhi quando sorridiamo, la gioia di un momento diventa meno autentica. Parlano esperti in “scienze affettive”, mica scemi da villaggio. La ruga scompare insieme al turbamento, l'apprensione, il piacere che esprime. Ululano anche esperti di mimica facciale, addirittura. Questi visi impassibili perdono autenticità. Si sfocia, a momenti, quasi nel teatro dell'assurdo, pensate. Tremo perché ho paura, oppure ho paura perché tremo? Tanto per riesumare Sartre morto, sepolto e decomposto.


Aperta una nuova frontiera nello studio dei sentimenti...


...ecco...


...più che riguardante l'argomento dei sentimenti più o meno evidenziati, il problema, qui, cari amici miei, credo sia di tutt'altro impiego. “Sentimento” è una parola che, dal dizionario di quello che resta della lingua italiana (va bene una qualunque edizione), sembrerebbe essere stata virtualmente (ma anche in linea pratica, eccome) cancellata giò da diversi decenni (tanti).

Qualcuno, prima di tutti noi, osò profetizzare, per mezzo di liriche sia letterarie che crudelmente cinematografiche, il concetto basilare di “mercificazione”. Estendendo tale concetto ai rami umani più profondi, costui riscontrava prova oggettiva dell'ingresso a portoni sfondati delle dinamiche da commercio nello stupro delle concezioni affettive, trovando triste conferma nell'avviarsi (e avverarsi) di un'epoca che su queste basi avrebbe innestato a frutto la propria fonte capillare di ricchezza e dominio sia politico che culturale (ahimè più grave). Era l'epoca post ricostruzione. Era Pier Paolo Pasolini. Morto ammazzato, ovviamente.


Facciamo uno sforzo e volgiamo lo sguardo schifato sulla condizione attuale. Se ci basta una sola mezza pagina di giornale per riuscire a far roteare acrobaticamente gli attributi virili, vorrà pur dire che qualcosa continua a non funzionare come dovrebbe. Ecco, allora, i limiti di un'intera classe dirigente. Limiti voluti e, naturalmente, autoimposti consapevolmente. Ecco spiegata, con minimali esempi travestiti da notizia, la noia della nuova aristocrazia (mai morta definitivamente...come il fascismo) dedita allo spreco e al lusso come unica ed insostituibile forma di benessere personale.

Prevale la fama e l'abuso di potere attrattivo sessuale a scopi di lucro o professionali. Sei un cesso? Studia fino a farti venire la gobba (tanto sei un cesso) e poi fottiti a servire ai tavoli dell'osteria “La parolaccia” (così ti mandano anche a quel paese, come se non bastasse). Hai le tette e il culo sodi e due cosce da pista d'atterraggio? Laurea assicurata (anche due) e posto fisso in una finta casa di mangiapane a tradimento, ai concorsi per Miss Italia o in qualche fiction di quarta serie.

Vorrei proprio vedere se, invece, il genere umano, per intero, avrà mai il coraggio di inaugurare qualcosa come “Miss cervello” o “Miss sensibilità”, tanto per spararne due. Ma è ovvio: non venderebbe.

Non occorre “vedere” autenticità in un volto: se davvero lo vuoi, te ne accorgi subito. E ti rimane. Il guaio è che siamo circondati di male assoluto peggio che in un imboscata.


Quello di cui, invece, non siamo mai circondati riguarda la beneficenza di classi politiche disposte a dirci “Ti supplico, non andare via: ti darò tutto quello di cui hai bisogno per vivere dignitosamente”. Fosse anche solo per non subire perdite economiche da record di superenalotto, mi starebbe bene uguale. Suppongo.

Quello che nessuno considera, ingozzato com'è di dolci, frutta secca e iPhone di nuovissima generazione (a momenti anticipa quella futura, se davvero non viene la fine del mondo) è la crescente richiesta che un certo numero di liceali avanza nel desiderio di studiare all'estero ancora prima di finire costretti (avranno già capito tutto?). Chi espatria in terra asiatica afferma: e chi ce la fa più a stare in Italia? Mi iscriverò in Lingue Orientali e appena possibile mi trasferirò in Cina (La Repubblica di oggi). Tanto per citarne una.


Questa è la situazione, cari miei, lo sapete. Non c'è spazio né organizzazione minima per chi propone qualcosa. Siamo troppo occupati ad andare a fare due palle così al nostro barbiere nel giorno della vigilia di Natale perché se la basetta sinistra è più lunga di due millimetri rispetto a quella destra è un attentato alla morale e all'estetica pubblica. Siamo troppo indaffarati a curare unghie che non immagineremmo mai e poi mai intrise di terreno argilloso, detersivo o impasto per ravioli.

Parla un ragazzo di Milano al ritorno dalla sua visita in Canada, il quale, tanto per cambiare, sceso dall'aereo, si è trovato nel bel mezzo del giusto e sacrosanto casino post riforma Gelmini (anzi: sterminio Berlusconi/Tremonti). Dice: Mitchel [suo amico canadese] ha visto le foto della mia scuola ed è rimasto impressionato, mi ha chiesto in che cosa investe il governo italiano.


Risata. Amara.


Su tutto tranne che sull'indispensabile, caro mio. Ecco la risposta. E benvenuto.

Sembra che in Canada, quindi, sia addirittura possibile programmarsi liberamente un futuro già a partire dalla scelta del liceo. Questo presuppone che, per i canadesi, un futuro esiste. Dio solo sa (o chi per lui) quanto sarebbe bello poter fare la stessa e identica cosa nella mia città! Vi parla uno che ha sempre e solo ricominciato tutto daccapo.


Ma noi non abbiamo tempo per cercare di risolvere questi problemi obsoleti. No. Vuoi scherzare? Assolutamente, credimi. Noi siamo troppo occupati a parlare di ideologie, parole, filosofie. Facciamo statistiche su quanti hanno visto l'ultimo fottutissimo “Natale a...” senza neanche bestemmiare un mezzo beato su quanti soldi sono stati letteralmente scaraventati nel cesso così. No, macché. Siamo troppo presi ad affinare il nostro sacro pensiero seguendo le orme di filosofi che non capiremo mai davvero. Si parla di cittadini sensibili (Habermas) ma non si fa nemmeno il minimo indispensabile per concedere loro di esprimerla questa sensibilità sostenuta. Poco importa, anzi niente, se poi al cittadino girano non indifferentemente i coglioni. E allora buon lifting, signori miei: fate con comodo, tanto se poi qualcuno viene a erodere le membra sedili c'è sempre il modo di rifarle a botta di silicone.


Si, è vero, Einstein diceva: I lavoratori intellettuali […] non possono intervenire direttamente nella lotta politica con qualche speranza di successo. Possono riuscire, però, a diffondere idee chiare sulla situazione e sulla possibilità di un'azione coronata da successo. Essi possono contribuire, con un'opera di illuminazione, a far si che uomini politici esperti non siano ostacolati nel loro lavoro da opinioni antiquate e da giudizi.

Afferma, però, Habermas: Una società nella quale le élite si barricano, anche moralmente, nelle loro “gated communities” è fetida.

Ma niente paura, tanto noi rimaniamo pur sempre il paese in cui si scambia (più o meno involontariamente) Quasimodo per Montale nelle organizzazioni dei concorsi pubblici.

domenica 19 dicembre 2010

Quello che vogliamo

L'esperienza editoriale odierna è stata, forse, quanto di più difficile e drammatico ci sia stato da provare a sostenere con alquanto equivoci bagagli di pazienza, attenzione, occhio vigile e rimedio più o meno resistente al salir del sangue agli occhi. Già: pazienza. Discutibile parola da poter giocare al tavolo finalisti del torneo mondiale di strip poker generazionale, dove se perdi sei costretto a spogliarti di ogni cellula costituente quello che le minoranze (davvero minoranze?) chiamano ancora "dignità morale". Il problema è che, in fin dei conti, perdi anche quella parolina lì. E allora son dolori non tanto (non proprio) per chi ti ascolta (troppo impegnato in salotti, luride puttane da servilismo a scopi di lucro e trapianti di peli pubici) quanto per te che ti stai giocando le uniche carte che una vita maledettamente troia ti ha concesso almeno per provare il colpo di fortuna del principiante. In fin dei conti (perchè la vita, a quanto pare, è diventata solo una inutile e sporca moltiplicazione di sconfitte senza rivincite sufficienti), un minimo di voglia di lottare resta, seppur senza la certezza di far centro o di andare almeno vicino al bersaglio, tanto per tentare di dimostrare che siamo ancora vivi. In questo, a quanto pare (ed è una salvezza in extremis), forse qualcuno sta ancora al nostro fianco.

"Fermo restando che è sempre giusto farlo, condannare la violenza non basta più. Occorrono parole nuove e e luoghi non comuni per comunicare, al di là della retorica e delle frasi fatte", scrive Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano in prima pagina. Si: Marco Travaglio. Forse l'unico a tenere in piedi davvero quel che resta degli ideali di un povero stronzo ventiseienne come me col solo desiderio di ricevere una risposta, una vaga certezza, un'ipotesi pur chiaroscura. Ma, caro Marco, ho seriamente paura che di parole nuove non ci sia neanche un accenno di voglia nel trovarle. Ho seriamente terrore di una classe dirigente dopo la quale poter incontrare il nulla più profondo (con questo sfacciato stile di istruzione, quali grandi medici, ingegneri, avvocati o artisti potranno mai nascere?). Trovo la mia conferma nel "one man show" di cui tutti noi, poveri mortali, abbiamo potuto godere l'altra sera da un odegli esponenti di questo governo che, secondo alcuni, tanto ci sosterrebbe e tanto starebbe lavorando per noi. Siamo noi che non capiamo. Siamo troppo scemi e impegnati a fare la formazione per il fantacalcio o ad impiastricciarci davanti la Playstation per capire, certo. La verità, Marco, credo risieda nel fatto (ed è un fatto) che ci odiano. Ma ci odiano davvero. Vorrei capire perché. Vorrei provare ad afferrare un probabile spunto di motivo ma non ci riesco, non lo trovo. Percepisco soltanto un fortissimo odio nei miei confronti. Nient'altro. E questo non mi fa chiudere occhio a notte fonda.

Giuseppe D'Avanzo, su Repubblica, non a caso parla di una situazione specifica: "[...] il governo si impedisce di comprendere, ammesso che lo voglia, le ragioni della violenza". Ecco, appunto. Comprendere le ragioni. Non credo sia possibile o quantomeno facilitato il poter comprendere senza voler compiere un enorme balzo al di là dell'odio intergenerazionale che ci lega ai nostri governanti. Il governo non può comprendere perché non vuole comprendere. E non può comprendere perché, non volendo comprendere, non può percepire (sacrosanto verbo) lo stato di necessità estrema di milioni di persone, costruito com'è da salottieri e assidui frequentatori di nobili ristoranti capitolini.

Ma la mia anima, per intero, si è soffermata sulle righe regalate sempre a Repubblica da Curzio Maltese. Titolo: "Cosa vogliono quei ragazzi". Parole: "Fra dieci anni potremmo pentirci di non aver ascoltato le ragioni degli studenti italiani, la loro protesta che è anzitutto contro il declino dell'Italia. [...] Il declino non riguarda soltanto l'Italia ma l'Europa intera. E infatti la protesta degli studenti esplode in tutte le capitali d'Europa. La differenza è che soltanto in Italia, la nazione dove il declino è peggiore, si considera la protesta un mero problema di ordine pubblico, una faccenda poliziesca. [...] Il vero problema è che per la prima volta da secoli in Europa avanza una generazione "meno". Una generazione che avrà meno opportunità, mobilità sociale, in concreto meno consumi, automobili, case, strade, pensioni, perfino forse aspettative di vita, nonostante i progressi della scienza, di quanto ne abbiano avute i padri".

E certo: io sto male = sono un ladro di pagnotte. Mi pare ovvio: io bestemmio e scoreggio su chi mi fa scavare la fossa per scaraventarmici dentro con una pedata nel culo = sono uno straccione terrorista fuoricorso del cazzo che dalla vita non merita niente anzi deve dare qualcosa lui a lei per il solo essere al mondo e, quindi, per il suo perenne e longevo dare fastidio al benessere pubblico.

Condanniamo ogni accenno di violenza, per carità. Ma non mi pare che in molti si siano limitati nel dire a quel ragazzo ad Annozero "Ti ho dato l'opportunità e te la sei giocata male" per far spazio alla santificabile sua considerazione (poco udita a causa dei rutti di un La Russa più fascista del fascismo stesso) "Il problema è che voi non capite perché succede tutto questo".

Facevo solo notare, tutto qua.

Solleverebbe di moltissimo il morale poter avere anche la sola speranza di vedere qualche mio coetaneo serio, valoroso e producente (ce ne sono eccome! Tanti quanti nello spettacolo!) seduto al posto di narcolettici, mutilati mentali, raccomandati, venduti, figli di papà e mummie ammuffite con catetere a portata di mano. Ecco una delle migliaia di cose che un'intera generazione vorrebbe. Chissà, forse qualcosa cambierebbe. Forse.


giovedì 16 dicembre 2010

La condanna a morte del futuro

Su www.wakeupnews.eu ho scritto così:

Basta coi riferimenti al passato. Basta con le continue rievocazioni di tempi andati anche se ancora vivi e vegeti nell’animo di chi non ha mai digerito sconfitte morali, prima ancora che sociali e di identità civile nazionale. Adesso parlo io, giovane critico, musicista e scrittore precario. Soffermiamo un attimo la nostra attenzione a questo preciso istante, più che al presente in (dis)evoluzione. Ed è proprio fermandoci per un po’, sedendoci da qualche parte al riparo dalle piogge torrenziali, attrazione del momento, e poggiando per qualche minuto la nostra stanca testa su mani callose, che riusciamo a comprendere una cosa soltanto: la nostra attuale classe dirigente, da una parte come dall’altra, non ci capisce né forse ci capirà mai, presa com’è da problematiche incentrate su tutto tranne che su ciò che dovrebbe essere in eterno all’ordine del giorno, ovvero come fare di milioni di persone un popolo (attenzione) non ricco ma tranquillo e senza l’urgenza imminente di chiedersi, continuamente, se riuscirà a portare a termine dignitosamente la giornata di domani. Parola di un precario.

Non è augurabile a nessuno, neanche “al più nero assassino” (per dirla alla Pelù dei bei tempi, anche quelli andati) il non chiudere occhio, prima di una certa ora notturna, preso da pensieri del tipo “riuscirò a passare questo esame arricchendo me stesso senza azzardare il solito tentativo selvaggio di cui si servono tanti miei pseudocolleghi?”, “riuscirò a portare a termine i miei studi?”, “una volta terminato, riuscirò a mandare in porto i progetti che ho avviato togliendo del tempo allo studio (visto che l’università, di pratico, mi dà meno di niente, fregandomi i soldi delle tasse e facendomi, dunque, passare tristemente fuori corso, a momenti punendomi ed umiliandomi in qualità di fannullone pur avendo la media del 29?”. Eccetera, eccetera, eccetera.

Ma il pensiero torna sempre lì, ad una classe dirigente che pranza ogni giorno al ristorante (mentre io mi posso permettere il lusso della mensa universitaria) e fa dello Stato un’azienda o che sale sul Colosseo per dare spettacolo di sé facendo almeno sospettare la propria vicinanza a problemi che non riuscirà mai e poi mai a risolvere se non accetterà, prima o poi, di maturare la pur minima (sacrosanta parola) “percezione” della necessità di avere meno belle parole e qualche banconota in più in quello che resta del portafogli ogni maledetto giorno senza troppe preoccupazioni. È una percezione che manca del tutto e sempre macherà fino a quando quelli che Beppre Grillo chiama “nostri dipendenti” (che parolaccia, eh?) non avranno una concezione vera e pura del valore dei soldi e dell’esigenza che un comune mortale può avere di percepirne in quantità indispensabile per qualcosa in più di una irrinunciabile sopravvivenza. Qualcuno spende 7000 euro per una fellatio. Qualcun altro, con 1000, a 26 anni, camperebbe onestamente per un mese. Qualcuno crede che il divertimento, da trent’anni a questa parte, sia fatto di cosce lunghe, seno a modo e deretano sodo. Qualcun altro pensa, invece che risieda in un film scritto e diretto bene, con un senso, o in un disco coinvolgente, o in un concerto esaltante, o in un libro amico e stimolante. O nella possibilità di una pizza e una birra senza dover per forza espletare calcoli algebrici. E qualcun’altro ancora, magari, comprende tutto questo ma, per un motivo o per un altro, non riesce proprio a porre rimedio nemmeno al minimo dei mali. La domanda è una, sempre la solità: perché tutto questo? Perché?

La colpa, signori cari, è di chi non fa niente per impedire tutto questo. La colpa, miei prodi, è di chi sta zitto come se avesse paura di chissà cosa (forse di perdere anche quello sputo di prospettiva lavorativa che si ha la fortuna di avere? Forse di dare di sé un’immagine di “sovversivo” più rosso del diavolo?). Punto e basta. Salire su colossei, moli, o torri è il minimo che si possa sperare di riuscire a fare, per il momento. È il sintomo che qualcuno davvero non sta bene. Arresti a parte.
E non dite che la colpa è solo di chi stipula contratti a tempo determinato senza rinnovarli o passarli ad indeterminato dopo tre mesi o otto anni buttati al vento. Non dite che i bastardi sono solo quelli che non permettono di sottoscrivere un contratto facendo di noi miseri folli un mucchio selvaggio di lavoratori più neri della pece. Non dite che la colpa è solo di chi mi dà da studiare sei libri per quattro luridi crediti formativi, seppur in buona fede, credendo nella mia volontà di apprendere ma ignorando la longevità di un’altra trentina di appelli. Non dite che la colpa è solo di chi inserisce annunci su siti internet e appositi periodici per dare in affitto un appartamento vecchio e decrepito a 1200 euro che cinque persone devono provvedere a dividersi spendendo un patrimonio nella speranza di costruirsi un’ipotesi di futuro. Non dite che la colpa è solo di chi assume extracomunitari per lavori che noi “puliti” italioti non vogliamo fare perché miriamo in alto.

Citazione di un profeta: “La viltà avvezza a vedere morire nel modo più atroce gli altri, nella più strana indifferenza. Io muoio, ed anche questo mi nuoce”.

Tanti saluti.

martedì 14 dicembre 2010

I venduti e gli oppressi

Inarrestabile “stream of consciousness” momentaneo.

Guerriglia urbana dopo la fiducia”.

Inutile narrare i fatti di cronaca odierna, ben più che conosciuti da una nazione intera o, meglio, da un mondo intero, in mondovisione, in diretta internazionale. Sulla fiducia approvata al governo, seppur con stretta misura (314 a 311 alla Camera, neanche fosse una partita di basket di 24 ore per beneficenza), personalmente ero già convinto. Me l'aspettavo, non posso dire di no. Quello che non mi aspettavo, però, era il vedere una compravendita di esseri umani senza precedenti nella storia, a momenti nemmeno in epoca medievale.

Devastate Via del Corso e Piazza del Popolo. Black Bloc scatenati, blindati in fiamme, 40 feriti”.

Mentre scrivo, mantengo un occhio sulla diretta che il sito del Corriere della Sera sta trasmettendo ininterrottamente già da qualche ora. Le scene che vedo sono quelle del panico più assoluto. Se ho paura di quello che sta succedendo? In strada ho maturato le mie riflessioni. In aula assolutamente no. Ripeto: me lo aspettavo. Ed in effetti era il minimo che potesse accadere dopo tutti gli scempi compiuti da sedici anni a questa parte, non solo in epoca recente. Ad ogni modo, sarà forse il caso di constatare che, fuori le mura sante, qualcuno si è svegliato? Forse qualcuno ne ha piene le scatole? Forse qualcosa davvero si è mosso di vita propria tra i neuroni denaturati dei nostri cervelli. Black Bloc o non black bloc, il discorso è un altro. Il discorso è ben più serio. Molto più serio. Accidenti se è più serio.

L'ultimo bluff del cavaliere e il Movimento di compravendita nazionale”. “Dal PD e da Idv i voti che hanno salvato Berlusconi”. Ah pure! Non solo alcuni grandi signori dell'Italia dei Valori si prostituiscono al miglior offerente: che è e resterà in eterno Berlusconi e famiglia, ovviamente, il quale non avrà chiuso occhio per un mese intero (tra zoccole e intrallazzi vari, in più) prima di decidere di spendere chissà quale cifra esorbitante al fine di operare una vera e propria campagna acquisti per vincere il campionato della vergogna, l'ennesimo. Non me la prenderei nemmeno tanto con lui, perchè è risaputo lo stile del diretto interessato, così come il suo approcciarsi ad una realtà in puro richiamo Paperon de Paperoni. Ma signori miei, per amor di Dio o di chi per lui nell'alto dei cieli: volete avere la premiata pazienza di spiegarmi chi cazzo sono queste onorevoli Maria Grazia Siliquini e Catia Polidori?! Ignoranza mia? Chiedo venia. Ma spiegatemi chi cazzo sono, per pietà e compassione verso un povero idiota come me!

La Polidori, titolare del Cepu [già qui andiamo proprio bene, direi di lusso] ha ottenuto da Berlusconi rassicurazioni che la favoriscono”.

Sul serio: parlatemene perchè io non le ho mai sentite nominare in vita mia neanche per sbaglio. So soltanto che, osservando le foto, almeno quest'ultima nominata mi dà più o meno l'idea di una Malena postdatata. Di mio sarò sicuramente ignorante, ma qualcuno me ne parli, per cortesia. Se non altro, ormai, entrambe hanno il loro warholiano quarto d'ora (quarto d'ira, direi) di celebrità planetaria. Marco Travaglio, salvaci tu. E sei pure a Roma, oggi.

Cortei, sit-in, blocchi e tafferugli. E in Centro i commercianti hanno hanno abbassato le serrande. Tensioni per le proteste nel giorno del voto, un ragazzo ferito al volto. In piazza Venezia e a Botteghe Oscure c'è stato lancio di fumogeni e petardi contro i mezzi blindati delle forze dell'ordine fermi all'ingresso di via degli Astalli, strada che porta davanti palazzo Grazioli. Alcuni manifestanti, che hanno indossato caschi, anche bastoni e sampietrini verso le forze dell'ordine”.

E non fraintendetemi se vi confesso che, in un certo senso, aspettavo anche questa particolare entità di reazione. Certo. Perchè sono più che fermamente convinto, oramai, che il nostro popolo, la nostra gente, non può davvero più di essere preso per il culo. Perchè di questo si tratta: prendere spudoratamente, sfacciatamente, costantemente, vigliaccamente e fottutamente per il culo. E senza neanche nascondere troppo l'evidenza, anzi negandola senza mezzi termini. Sembra di vivere in Quarto Potere, boia ladro. Orson Welles profeta? Forse lo era di più Orwell. Perchè quello che vedo è la perfetta e minuziosa descrizione per immagini reali di quanto risulta scritto in quelle santificabili pagine. Il solo ripensare a questa mia affermazione mi fa sputare via gli occhi dalle orbite. È ovvio: 2 + 2 = 5 per i nostri governanti. O almeno questo è quello che vorrebbero inoculare nell'attuale generazione (la mia). 2 + 2 = 5 era anche un grande brano dei Radiohead che, tra le altre cose, diceva:

Sei un tale sognatore

da voler mettere a posto il mondo?

Io resterò per sempre a casa,

dove due più due fa sempre cinque.

Giacerò lungo linee già tracciate.

Mi mimetizzerò”

Penso alle parole del mio saggio zio Camillo dopo avergli comunicato il mio trenta all'esame di Cinematografia Documentaria: “Studia per conto tuo e armati di saggezza da solo, perché nessuno ti darà più niente. Ti vogliono a modo loro. Quindi non essere a modo loro”.

Da piazza del Campidoglio, a via del Plebiscito a Botteghe Oscure, a corso Vittorio momenti ad alta tensione con prove di blitz anche contro le forze dell'ordine. Dal corteo a più riprese si sono staccati gruppetti di ragazzi col volto coperto da sciarpe e cappuccio nero stile black bloc che hanno lanciato bottiglie e petardi contro i blindati della Guardia di Finanza ma gli stessi studenti hanno cercato di bloccarli. Assaltate anche vetrine di negozi e banche”.

Dovrei dire “Finalmente!”? Dovrei dire “Era ora!”. No, non so se me la sento. Magari inconsciamente lo penso anche, chissà. E allora con quelli che sono venuti ancora alle mani tra le mura sante come la mettiamo? Ma francamente non ne voglio sapere niente. Sono stanco, ecco tutto. Sono martoriato da un morale ben più che sotto le scarpe. Sono esausto al solo pensiero di dover condurre una vita potenzialmente insensata e priva di sbocchi, una vita all'insegna dell'incertezza, delle difficoltà e delle derisioni collettive. Per poi vedermi anche prendere per il culo così platealmente. “Ci pisciano addosso e ci dicono che piove”? A questo punto direi proprio di si. Ma soltanto ora ci siamo accorti che il liquido che incombeva su di noi aveva una colorazione strana, ben diversa dal fenomeno naturale.

La gente (io) non ce la fa (faccio) proprio più. Sembra alquanto evidente. Mi sbaglierò ma è precisamente quello che sento. Perchè se anche un popolo di addormentati e creduloni come noi si risveglia, a tratti (l'ultimo così potente lo ricordo solo in quel di Genova), di tanto in tanto, con il sangue agli occhi e una spranga virtuale con su scritto “dignità” ci sarà pure un motivo.

Magari mi sbaglio.

Sogni d'oro.

giovedì 2 dicembre 2010

Dissenso popolare

Pochi minuti fa, il buon Marco Travaglio ha aperto, sul sito de Il fatto quotidiano, una pagina per commenti ad una lettera da parte di una studentessa e, di conseguenza, a relativi commenti. La ragazza si è espressa così:

"Caro direttore,
sono una studentessa romana di 21 anni, iscritta al terzo anno di giurisprudenza. Scrivo al Fatto Quotidiano perché spero che possa dar voce a una generazione ormai troppo spesso ignorata. Per farci ascoltare siamo dovuti scendere in piazza e bloccare le città. E nonostante questo ci hanno dato dei falliti e dei fannulloni.
Io non sono una bambocciona, né sono fuori corso come dice il presidente del Consiglio. Io sono l’orgoglio di una famiglia che spera ancora di potermi dare una vita migliore di quella che hanno avuto loro. Noi studenti non siamo scesi in piazza solo per la riforma. Certo, quella è la punta dell’iceberg di una cultura che questo governo ha voluto imporre: sei ricco? Potrai ancora studiare. Sei povero? Meglio se fai un istituto professionale e ti cerchi un lavoro, perché l’Università non te la potrai permettere. Io fino ad oggi posso garantirmi gli studi grazie alla borsa di studio e al lavoro di cameriera. Se dall’anno prossimo verrà a mancarmi la prima, il secondo non mi basterà più.
Sono stata e tornerò in piazza per far sentire la mia voce insieme a quella degli altri ragazzi che non solo hanno paura di non potersi laureare, ma soprattutto temono che quel foglio di carta guadagnato con immensi sacrifici non valga poi nulla nel nostro paese. Sono pronta ad andare all’estero se necessario, ma perché non possiamo sognare di restare in Italia per valorizzarla con la nostra cultura? Il rischio, restando, è una vita di sacrifici che non porti nemmeno a una pensione decorosa. Anzi, che non porti proprio alla pensione, che forse non riceveremo mai. L’applauso degli automobilisti romani bloccati nel traffico di Roma, martedì, ci ha detto che non siamo soli. Anche loro sperano che i figli possano avere un futuro migliore di quello che questo governo ci sta disegnando. Ai politici la nostra cultura fa paura, preferiscono un popolo ignorante. Ma noi, questa volta, non ci fermeremo. Speriamo neanche voi nel darci voce."

Tra gli altri, ho sentito l'esigenza di rispondere anch'io, esprimendomi così:

"Cara Francesca,
personalmente sono più che mai convinto di essere governato (direi schiavizzato) da una classe politica che non può capire, né forse potrà comprendere mai i motivi del nostro estremo disappunto. Il dottor Fede dice che andremmo "menati", ma non si chiede il motivo di una simile rivolta. Il magnifico dottor B. (con i suoi soci) equipara me, un lurido e pulcioso fuori corso con 29 di media, ad un teppista, ma non si chiede perché io, studente di Cinema a La Sapienza, sto impiegando così tanto tempo a laurearmi; non si cura minimamente di considerare la mia professione semi-giornalistica in qualità di critico cinematografico e musicale pro bono (assieme ai tentativi da regista, scrittore e sceneggiatore), intendendola come un tentativo di costruire una mezza base su cui innalzare un'ipotesi di futuro; né si cura di immaginare la gravità che il nuovo ordinamento ha apportato alle nostre esigenze culturali per accumulo di materiali e tempo utile più che dimezzato (= esami alla fallo di cane, per vergognosi tentativi e non più per acculturazione).
Mia cara Francesca, i nostri maledetti governanti non hanno né l'idea né la voglia di fare di milioni di persone un popolo non ricco ma sereno della propria esistenza. Una classe dirigente che pranza quotidianamente ai tavoli dei migliori ristoranti capitolini non potrà mai comprendere la necessità del mio sopravvivere alla mensa universitaria.
Per questo, inviterei te, il giornale e chiunque altro a battere anche sull'etimologia della parola "percezione" in qualità di parte di nucleo portante per un risorgimento morale, prima ancora che civile. Si: i nostri governanti non hanno la "percezione" delle nostre esigenze. Quindi, non possono e non potranno mai soddisfarle, almeno finché qualcosa, in loro, non cambierà a tal punto da avvicinarsi al nostro modo di comprendere i bisogni a breve e lungo termine.
Una soluzione? Fuori tutti dal parlamento. Ripopolare con nuove generazioni.
Come? Con la forza. Punto"

mercoledì 1 dicembre 2010

Stanca riflessione
















Città eterna in disarmonie
di gesta, suoni e colori:
questo tuo illegittimo figliastro
prega per una tua nuova resurrezione.

Dove era, un tempo, si, alloro
ma comune senso di appartenenza,
giustificazione per selezioni e divine omelie,
ora, io, umile, sorseggio, mesto,

il drappo della tua incerta accoglienza;
sfioro, cauto,
il calice delle tua refrigerante demenza.

Morte e vita:
fra le tue gialle pagine
come nei miei incubi più atroci.

Quando il mio riflesso,
nelle tue verdi acque,
si intorbidisce,

quando mani avverse
si fan mani amiche,

quando le urla più indigeste
divengon pane azzimo di tediose visioni,
e nessun tuono tace,

nessun rogo evolve
questi occhi densi del fango
inerte più melmoso ed accecante,

quando i ricordi sfondano
il portone di una vaga consistenza,
che motivi più non trova
nel rimproverar qualsivoglia sentenza,

un inetto dono di superficiale disamore
è il sacrificio che offro, solo,
per chieder perdono e ostile grazia

al capitale grembo immacolato,
da me tristemente sconsacrato,
della tua pur sempre vergine terra.

Possano i tuoi dèi sempiterni
tramutare mie speranze in pene solenni,
salvaguardare il tuo viso angelico
e disdegnato dai tuoi nuovi creatori,
da questo effimero desiderio
di meschina immedesimazione.

Fà di questa profonda e fredda notte, almeno,
un raggio di saggezza per me profano.

S.G.

martedì 23 novembre 2010

I mangiasogni a tradimento

Basta. È ora di finirla una sacrosanta volta. Non se ne può più.

Flashback.

La splendida Paola Minaccioni, attrice conosciuta soprattutto per le sue apparizioni pro Gialappa's nelle vesti di Amy Winehouse e per i suoi più recenti contributi alla trasmissione Dandini-Vergassola Parla con me in vece satirica della ministra Meloni, ha divulgato circa una settimana fa, sulla sua pagina Facebook (eh, internet...), l'immagine di una sorta di volantino promozionale virtuale per il seguente festival (fate bene attenzione alla dicitura): “Under 30, un progetto dedicato ai giovani autori esordienti realizzato dalla Ravic Film di Sabrina Parravicini in collaborazione con Jonis Bascir e Maya Amenduni”. La rassegna prevede la possibilità offerta a noi poveri comuni mortali, incapaci di paralizzare le nostre membra prensili verso penne stilografiche, di contribuire con un monologo inedito da inviare entro il 15 dicembre prossimo in modo da permettere all'organizzazione di selezionare le pagine migliori da portare, infine, su di un palcoscenico per tramite di attori professionisti (non si sa quali) che faranno da padrini e madrine alle rispettive opere.

Quale eccellente occasione! Quale soave contributo umano!

Di corsa, mando una mail all'organizzazione per sapere se posso partecipare con un monologo che non esito, tra l'altro, ad inviare in allegato per partecipare (chissà che ne faranno). Dunque, attendo.

Ritorno al presente.

Proprio pochi minuti fa ricevo una mail di risposta in cui l'organizzazione mi allega soltanto due file word: il regolamento del concorso e il rispettivo bando di partecipazione.

Costernazione.

L'iscrizione alla rassegna comporta il pagamento di una quota di iscrizione di 20 euro”.

Cerco di farmi scendere un attimo il sangue dagli occhi senza schizzarlo via.

Quindi vado a ricercarmi, sulla pagina di Paola, il post con il link al volantino virtuale.

Dunque, scrivo tra i commenti (nessuno ancora ha detto niente...magari gli va bene comunque...ma è proprio questo il punto...continuamo pure a stare zitti e a prenderlo nel culo senza sputazzo, noi):

Grazie di cuore, Paola. Ho mandato loro una mail per saperne di più e mi hanno precisato che la sola partecipazione costa 20 euro. Nel volantino da te gentilmente divulgato non credo ci sia scritto niente in merito. Ingannevole? Mhh, forse. Lasciamelo dire: mi sono egregiamente rotto le palle. Concorsi, eventi e (soprattutto) case editrici la devono smettere ORA di prendere soldi. Se si dice di voler favorire gli emergenti, beh, non c'è menzogna migliore. Un editore, un'organizzazione o chiunque di simile deve avere il coraggio (anzi la sana volontà) di notare persone di talento per prenderle per mano e portarle con sé. Basta, è ora di finirla davvero. Non c'è scusa che tenga ("dobbiamo pagare questo, dobbiamo pagare quello, da soli non ce la facciamo", ecc). Siamo in una fossa e se si continua così non c'è modo di riprendersi. I soldi ci sono se li si vuole trovare, almeno per quel poco alla volta che serve.
L'iniziativa è splendida ma, secondo me, lievemente ipocrita (mi dispiace da morire dirlo) come tutte le altre simili (concorsi, premi letterari ecc; pensa che la Giulio Perrone Editore accetta di leggere, soltanto leggere!, il tuo manoscritto solo se versi 25 euro e partecipi al loro concorso...ma sono modi, questi? È favorire emergenti, questo? Credo proprio di no, se permetti).
Un abbraccio e grazie comunque”.

E siamo allo solite, si! Eccome! Il caso della Giulio Perrone è assolutamente vero. Si tratta della risposta che ho dovuto subire pur essendo arrivato all'uscio del loro ufficio dopo essermi spaccato la schiena (dolorante per una settimana, cure selvagge a botta di Oki) per arrivare lì in tempo. Potevano dirmelo prima anche loro, proprio come questi signori qui. Ma niente. Nisba. Devi sempre arrivare fino in fondo per prenderlo tra le emorroidi privo di lubrificazione. È ora di finirla, gente. Da trent'anni ci fate vivere di sogni o, meglio, di speranze di realizzazione in tutto e per tutto. Per poi riderci in faccia. Non è colpa nostra se per vent'anni abbiamo imparato solo ad esprimere noi stessi su carta e per immagini perché speravamo di contribuire allo sviluppo socio-culturale del nostro stramaledetto paese. Non è per i 20 o 25 euro, chi se ne frega. È per il rispetto nei confronti di chi vuole provarci come voi ci avete provato. Ipocriti. Privi di un qualsivoglia barlume morale. Certo, non sono i soli, questi. Ma bisognerebbe cominciare a fargli un culo così prima del dovuto se si vuole anche solo provare a porre fine al perpetuo scempio intellettuale. Ed è proprio nel nostro stare zitti che compiamo peccato mortale. Come con questo cazzo di fottuto Nuovo Ordinamento universitario: esami raddoppiati, quantitativo didattico intoccato. Risultato: nessuno dice né fa niente. Va tutto bene. Guai a passare per stronzi, ci si compromette il futuro. E quale futuro, poi?

Anche questa è un'altra storia pur essendo la nostra?


lunedì 11 ottobre 2010

Post noir: tra stile e necessità pt 4

4. Post noir in pittura. Edward Hopper: Il profeta dell'assenza

L'arte pittorica di Edward Hopper (Nyack, New York, 1882 – New York 1967), a rischio di beffe e contropartite critiche da parte di ambienti ben più acculturati in materia rispetto al nostro, si suppone sia perfettamente ascrivibile, specie in alcune ramificazioni delle sue personali predilezioni visive, all'etichettatura post noir. Pur non essendo, tale dicitura, attribuibile ad alcuna corrente o stile pittorico a cui Hopper avrebbe, eventualmente, fatto riferimento, ci risulta possibile l'assimilazione di precise e particolari sfumature esalanti dai suoi dipinti allo scopo di percepire ed assimilarre quanto di più espressivo, a nostro avviso, sia mai stato riversato su tela in funzione dell'espletazione di visioni e riflessioni esclusivamente, anche qui, provenienti dal proprio personalissimo stato d'animo interiore.

Pur essendo stato a lungo considerato caposcuola dei realisti, ciò che si evince a lettere trasparenti da un particolare gruppo di opere hopperiane è il suo prediligere raffigurazioni cariche di isolamento, solitudine e sostanziale introspezione. Anche dove il soggetto principale risulta essere un paesaggio, in totale assenza, quindi, della figura umana, la visione che per molti risulta realista veste, in verità, una carne quanto mai spirituale nell'espressione grafica del proprio singolare punto di vista nei confronti della condizione umana sul pieneta Terra. Anche dove protagonisti sono la città o la campagna, essi appaiono completamente spogli di vita sia vissuta che vivente. Pertanto, bar notturni, paesaggi, brevi tratti di ferrovia, distributori di benzina, interni di camere sia ombrose che ambrate di luce soffusa da meriggio estivo sono nient'altro che la pura espressione visiva e tangibile di quanto più intimo sia annidato in una desolazione da solitudine interiore riversata, materialmente, in raffigurazioni poeticamente silenziose, riflessive e assolutamente introspettive. In ogni minimo frammento di quadro tutto è sospeso, tutto collega ad un profondo processo straniante e distaccato da una realtà percepita come lontana, esterna, distante dalle proprie membra sia fisiche che intellettuali. Dipingendo elementi appartenenti al contesto reale, insomma, Hopper è davvero tra i pochi artisti visivi che meglio conforma il suo particolare e spiccato senso di rappresentazione del reale con la trasmissione prevalentemente spirituale di punti di vista sottilissimi eppure mai così profondi e veri nella loro intrinseca purezza umana.

Prevale una visione metafisica dell'esistenza terrena per mezzo di scene di vita comune e contemporanea. Una simile concezione artistica, in più, può facilmente essere accostata (vuoi per influenza o riferimenti diretti, vuoi per congruenza di intenti) alle tematiche tipiche del cinema statunitense dell'epoca, in particolar modo quel frangente solitario ed introspettivo appartenente al versante noir del gangster movie. Con tratti di postimpressionismo misto, in piccole parti, ad un cinematografico espressionismo tedesco nelle raffigurazioni più intime e visionarie, dunque, Hopper dipinge, in tutto e per tutto, il cronotopo principale dello stile noir, ovvero quel particolarissimo tempo dell'idillio, del vuoto tristemente interiore, dilatandolo ed estremizzandone il senso e i tratti più scavati nella più profonda ed irreversibile malinconia. Non è un caso, allora, se, ad esempio, in Intermission Hopper raffigura persone in completa solitudine e afflitte da una sorta di overdose di approfondimento del proprio pensiero, chiuse nell'antro di se stesse, ben riparate dalla realtà materiale circostante e in perenne attesa di qualcosa di incerto in termini di speranze per un approdo verso una qualunque direzione.

Quello che più colpisce, inoltre, ovviamente col senno di poi, e, contemporaneamente, quello che forse avvalora la nostra tesi, è notare come in certe raffigurazioni hopperiane prenda dimora ciò che potrebbe essere considerato quasi una sorta di divenire concettuale (sia cinematografico che letterario) se non profetico, specialmente per quanto riguarda certi dipinti precedenti alla decade dei '50: si tratta, con molta probabilità, di elementi, si, noir e, di conseguenza, contemporanei allo stile cinematografico del periodo, ma, andando ad analizzare nel profondo il senso più viscerale del significato che tali significanti propongono alla vista del terzo occhio umano, si può notare come si tratti anche di raffigurazioni classificabili, attualmente (e solo attualmente), come post noir in termini di atmosfere assimilabili create allo scopo di trasmettere una particolare visione di un complesso mondo interiore. Che Hopper sia stato, volontariamente o meno, precursore dei tempi? Impossibile dirlo con certezza, fatto sta che gli elementi sono presenti (e fortemente vivi), quasi tutti.


4.1. "Ufficio in una piccola città"

Ufficio in una piccola città ("Office in a small city", olio su tela 71,7 x 101,6 cm, New York, Metropolitan Museum of Art) può rappresentare un validissimo esempio di come quasi l'intera arte hopperiana si accosti alle tematiche da noi prese in analisi lungo tutto questo (si spera) appassionante discorso. Tale raffigurazione sembra detenere, in sè, la maggior parte degli elementi riferibili al conferimento di una fortissima sensazione di straniamento soggettivo, derivante dal complesso distaccamento sociale generante il nesso cardine della solitudine sia pratica che, principalmente, interiore dell'uomo moderno. Emerge, qui, come in tutte le opere di Hopper, un caratterizzante non detto visivo, percepibile soltanto con la disponibilità dell'osservatore ad entrare effettivamente a far parte della situazione raffigurata, in modo da poter percepire la sostanza basilare del significato espresso sulla tela riuscendo, così, a cogliere l'animo puro di soggetti immaginari ma pur sempre reali nel loro riuscire a conferire un coinvolgimento estremamente emozionale e complementare alla caparbietà del processo di introspezione generato. Seguendo la linea logica di Rolf G. Renner, concordiamo sul percepire l'utilizzo prevalente di spazi interni come una sorta di riferimento metaforico alla chiusura tra le mura della propria anima in perenne contrasto con l'avanzare della civiltà esterna. Tale forma espressiva, Renner la sintetizza col termine psicologizzazione, in modo da individuare, così, una terminologia necessaria allo svelamento di una forma espressiva visiva riconducibile esclusivamente alla visione, personalissima e totalmente interiore, della realtà circostante. Nel quadro, allora, tutto ciò che appartiene allo spazio raffigurato non è altro che l' "arredamento" di ciò che costituisce il particolare stato d'animo del soggetto raffigurato in quel preciso e fondamentale attimo di vita selezionato, immortalato e donato ai posteri.

Renner afferma:


"La rappresentazione realistica si trasforma in

un modello di sistema di segni individuale e

codificato che riporta la percezione da un li-

vello conscio ad uno inconscio."


In Hopper, dunque, la trasformazione su tela del reale ha, sempre e ovunque, una motivazione estetica strettamente legata ad una psicologica.

In una lettera a Charles H. Sawyer, l'allora direttore della Addison Gallery of American Art, Hopper stesso scrive:


"Per me figura, colore e forma sono solo mezzi

per raffigurare il fine, sono gli attrezzi con i

quali lavoro, e non mi interessano in quanto ta-

li. Mi sento attratto soprattutto dal vasto campo

dell'esperienza e delle sensazioni [...] Il mio

obiettivo nella pittura è sempre di usare la natu-

ra come mezzo per provare a fissare sulla tela

le mie reazioni più intime all'oggetto [...]

Perchè io scelga determinati oggetti piuttosto

che altri, non lo so neanche io con precisione,

ma credo che sia perché rappresentano il

miglior mezzo per arrivare a una sintesi della

mia esperienza interiore."


È evidente, dunque, come prenda corpo, dalle stesse parole del diretto interessato, una condizione umana principale e imprescindibile per il senso stesso del suo scopo di fare arte. Allora, l'immagine che Hopper ricerca non è tanto quella sulla tela quanto quella interiore da essa generata in chi osserva. Pur trattandosi di contesti ben descritti visivamente, le situazioni evocate da Hopper hanno vita solo in luce di chi vi si lascia immedesimare: il significato prende forma solo all'atto della percezione e, ovviamente, (condizione necessaria) in presenza di una consistente dose di condivisione spirituale. Dal continuo vuoto visivo generato dai suoi personaggi e dalla costruzione delle sue raffigurazioni altro non emerge se non, soprattutto, una sorta di traduzione di quello che il filosofo Ralph Waldo Emerson esprime in parole scritte:


"L'inizio e la fine di ogni attività artistica è la

riproduzione del mondo attorno a me attraverso

il mondo in me."


Ufficio in una piccola città ben sintetizza quanto fin qui coniato in termini di ossessioni psicologiche e di assenza di se stessi in se stessi.

Il quadro raffigura un uomo in un ufficio situato in una città non precisamente identificabile né quantificabile a livello di vita vissuta (al di là di quanto già esplicitamente espresso dal titolo, naturalmente). All'interno di questo ufficio, sostanzialmente scarno e quasi monocromatico, siede un uomo in un momento di pausa concesso dal suo lavoro. Poggiato cautamente sullo schienale della sedia su cui è adagiato, costui disperde lo sguardo oltre la finestra che lo fronteggia. Già in questo primo elemento si evince una particolarità interessante: il suo sguardo non gode di un punto di vista focale ben definito e riscontrabile, magari, col tetto del palazzo di fronte o con elementi ad esso limitrofi, ma si perde, invece, in direzioni evidentemente non stabilite.

Focalizzando l'attenzione sul particolare del volto di profilo dell'uomo, non si riesce chiaramente a cogliere la direzione precisa intrapresa dai suoi occhi in modo da stabilirne con precisione almeno il campo visivo interessato, ma l'espressione della parte inferiore dei suoi tratti somatici facciali, mista al buio dell'incavo dei suoi stessi occhi, lascia intuire, attraverso una accentuata introversione insita nel suo stato di solitaria esclusione da un qualsiasi contesto esterno (comunque non visibile in termini di strade e forme di vita umana) un profondo senso di rammarico nei confronti di una costrizione (il lavoro come l'essenza stessa dell'essere venuti al mondo) dalla quale si vorrebbe evadere o per gradi (il premeditare di licenziarsi come il progressivo dissolversi ed eclissarsi da una vita terrena giudicata inaccessibile) o per presa di coscienza improvvisa e repentina (scappare via come rinnovare o annullare se stessi drasticamente). Per contro, però, la posizione completamente abbandonata (più che rilassata) del soggetto evidenzia una notevole e decisiva mancanza di forze (sia fisiche che, soprattutto interiori) nel compiere un tentativo di fuga anche solo nell'alzarsi in piedi per un qualunque scopo. Da ciò allora, si evince (nonostante un roboante perenne desiderio interiore) una sostanziale inettitudine dovuta, con molta probabilità, alla paura paralizzante di non riuscire a trovare, in un futuro lontano dai materialismi del momento vissuto ed immortalato, basi credibili su cui edificare un'ipotesi di rinnovamento del sé più sincero e incontrastabile in quanto soggettività indiscutibile. Pertanto, ogni incipit di ribellione morale (prima verso il proprio mondo, poi nei confronti di quello esterno) appare infondato alla luce dell'impossibilità di espressione. Inoltre, il decentrato collocamento sul terzo di sinistra dello spazio enunciato appare quasi come una opprimente esclusione dalla centralità delle esigenze umane, come a voler testimoniare l'inconsistenza e il vuoto generato da simili desideri di evasione se paragonati alle mastodontiche ed invincibili armi di difesa di cui il meccanismo umano moderno è tristemente dotato. L'impossibilità, infine, di scrutare attraverso i vetri delle buie finestre appartenenti alla parte visibile della facciata del palazzo di fronte sembra equipararsi all'incapacità umana (per sua stessa natura) di stipulare previsioni dettagliate sul senso stesso dell'ipotesi di un avvenire: l'unica strada su cui si può essere certi di riuscire a proseguire il proprio cammino sembra essere quella dell'autoreferenzialità. Tutto si rimette al crudele gioco delle capacità personali: laddove scarseggiano estro e adattabilità a contesti dominanti, prevale il disagio interiore (ma anche fisico) dell'essere umano.


Epilogo

Perché, dunque, abbiamo incluso, nel titolo di questo saggio, la dicitura tra stile e necessità?

Alla luce di quanto espresso tra le righe di questo nostro tentativo di divulgazione di quello che potrebbe rappresentare, probabilmente, una delle pochissime novità estirpabili da un contesto culturale saturo quasi a trecentosessanta gradi (un grazie proprio a Raul Montanari per il solo aver pensato e lasciato scintillare una simile idea), evidenziamo l'importanza che questi due termini hanno nel contesto globale del discorso.

Per stile, allora, possiamo intendere (e abbiamo visto) il modo in cui un autore (sia esso regista, musicista, scrittore o pittore, come abbiamo potuto constatare) sceglie di esprimersi attraverso l'uso dei mezzi che ha a disposizione per lo sviluppo delle proprie capacità intellettuali, mentre per necessità innalziamo l'esigenza, più o meno intima, di tale autore nel voler liberare ed esorcizzare pulsioni, osservazioni, pensieri, opinioni o punti di vista personali per tramite artistico (tanto in Lynch, quanto in Blue Nile e Massive Attack, Montanari o Hopper).

Morale della favola: qualsiasi forma d'arte, consciamente o inconsapevolmente, ricerca la sua essenza primordiale, ovvero l'esigenza di divulgare determinate impressioni o riferimenti espressivi fuori da ogni pur basilare concezione di mercato o logica produttiva, per addentrarsi in quanto di più sentito possa scaturire da una semplice impressione o da un qualunque senso critico di attribuzione di senso alla realtà sia esterna che interiore.

L'uomo, prima ancora (eccome!) dell'artista deve, cioè, necessariamente "regredire" alla capacità di analisi più viscerale al fine di conoscere (fin dove possibile) se stesso e riflettere sul se e sul come esporsi per poi avanzare in mondi crudeli come quello dell'arte in senso generale, universi che rischiano quotidianamente di fare di aspetti inerenti all'intimo umano primordiale un mero fenomeno di mercificazione più di quanto non sia già stato consumisticamente operato. Per quanto è vero che, scrivere, dipingere su tela o su pellicola e orchestrare note su partiture o mezzi di riproduzione elettronica corrisponde a sentirsi liberi di rappresentare se stessi...

Post noir: tra stile e necessità pt 3/3

3. Post noir in letteratura. Raul Montanari.

A partire dalla letteratura, è Raul Montanari (Bergamo, 19 gennaio 1959) a coniare l'etichetta e la scintilla del senso globale riferito alla terminologia post noir. Pur essendo, la sua, una considerazione in sostanza autoreferenziale, pochi anni or sono lo scrittore lombardo ha definito con simile dicitura il suo operato più recente, nonostante sia possibile trovare punti cardinali anche in precedenza, come vedremo a breve.

È tra le pagine del romanzo di Montanari che il discorso stilistico perde in egoismo artistico per assumere, gradualmente, un'importanza decisiva e preponderante a favore di cosa si vuole esprimere prima ancora del come lo si vuole espletare. Rimangono entrambi, tuttavia, elementi caratterizzanti e complementari per il conferimento di quel pathos necessario all'espressione di una complessa e intricata interiorità per mezzo di periodi meno articolati ma nettamente più consoni alla motivazione che li ha generati.

In un originario scambio telematico di posta elettronica tra Montanari, Gianni Biondillo e Grazia Verasani emerge, a partire da Montanari stesso, l'embrione dell'intero discorso da noi portato avanti con convinzione.


Sappiamo cos'è il post rock: la musica che fanno

gruppi come i Sigur Ros ma sotto molti aspetti

anche i Radiohead di Kid A e altri. Partono dal rock

e ne fanno esplodere la struttura. Viene meno il

martellamento ritmico, tutto rallenta e si amplifica-

no le visioni. In trasparenza, a ben guardare o

ascoltare, percepisci ancora lo scheletro del rock,

la sua energia; ma gli accenti e il pathos sono

spostati su altro.


"Altro": questioni molto più sottili e delicate del solo fare musica, stando all'esempio portato avanti dal discorso dello scrittore.


Secondo me in questo momento ci sono scrittori

che, partiti dal noir, stanno esplorando un'altra

area narrativa (dando uno spazio molto più ampio

ai personaggi e alla loro introspezione. (...) Io sono

sicuro di fare post noir almeno dall' Esistenza di

Dio; (...) in realtà credo che valga anche per titoli

come Che cosa hai fatto e La perfezione. Sono

libri in cui i procedimenti narrativi e l'atmosfera

del noir sono applicati a storie che non hanno al

loro centro delitti, indagini, detective e criminali.

(...) E anche il linguaggio ne risente: diventa più

elaborato e ricco, pur rimanendo agile e funzionale

alla vicenda narrata.


In effetti è anche con L'esistenza di Dio (Baldini Castoldi Dalai, 2006) che Montanari sembra prediligere (prendendo il delitto come qualcosa di aleggiante nell'aria della narrazione ma quasi mai preponderante allo sviluppo della vicenda se non come base coniugata al tempo passato) un certo tipo di narrazione legato più all'espressione autonoma del protagonista che ad un discorso esplicativo in terza persona. E in realtà l'esperimento appare perfettamente riuscito se si eleva il discorso interiore del soggetto a fonte principale della narrazione per espressione di pensieri, informazioni soggettive, sensazioni ed impressioni pur legate ad eventi particolari appartenenti al discorso del racconto. È una preponderante narrazione a focalizzazione interna, allora, (prestando fede a Genette) a rendersi artefice della riuscita interiorizzazione delle situazioni per tramite di un veicolo primordiale di espressione quale la parola stessa, con l'attenuante di rendersi, al contempo, causa ed effetto di una vera e propria identificazione emotiva, condividendo o respingendo la quale il lettore può scegliere di aderire o distaccarsi dal minuzioso vestito che la particolare articolazione del periodo cuce sulla sua pelle da esperimento. Se chi legge sa tanto quanto chi compie le azioni tra le pagine di un romanzo di Montanari, allora il processo di equiparazione d'animo tra persone reali in carne ed ossa e soggetti astratti eppure mai tanto reali, pur nella loro trascendente crisi di introspezione, viene promosso a tranfert di ogni elemento tanto aleatorio quanto costituente la base portante per ogni processo di immedesimazione.

Contrariamente a quanto afferma Noel Breuval in Introduzione alla filmologia, precisamente in merito alla proiezione e identificazione dello spettatore nel corpo filmico,


"Nella lettura del romanzo l'identificazione è forse

ancora più facile quando i personaggi rimangono

vaghi, indefiniti. Allora è possibile identificarsi con

vari di essi, attribuire loro qualità del proprio io"


nell'opera fondamentale che andremo ad analizzare, Che cosa hai fatto (Baldini, Castoldi, Dalai, 2001), il processo di identificazione e condivisione delle pulsioni espresse è reso immediato e, a tratti, (pur nella sua estenuante violenza diretta e feroce), umanamente comprensibile proprio grazie ad una sincerità così potente da riuscire a mettere in gioco elementi appartenenti al corredo genetico primordiale dell'essere umano, perennemente nascosti ma pur sempre vigili e repressi a livello inconscio. Nasce da questo spirito di esorcizzante e volontaria condivisione il senso intrinseco del dare origine ad uno stile (sulla via del definirsi genere) letterario, probabilmente, di pura espressione personale latente camuffata in ipotesi plausibili da personaggio immaginario.

Quanto alla struttura, che Montanari vede, giustamente, esplodere in ambito musicale post rock, se sulla pellicola digitalizzata David Lynch distrugge il concetto stesso di cinema in quanto fotografia in movimento per farne qualcosa di talmente penetrante da rendersi puro incubo ad occhi aperti (genuina espressione tangibile delle altre realtà, ovvero quelle inconsce) e se nei processi compositivi e performativi di una band come quella dei Massive Attack si consegue il medesimo scopo attraverso una fusione tra sprazzi di rock e tappeti elettronici neri come la pece, l'obiettivo raggiunto, con esimio merito, da Montanari sembra essere quello di innalzare l'importanza del discorso libero indiretto per raggiungere verità profonde e radicate in ciò che è estirpabile soltanto attraverso una sorta di autoanalisi letteraria, un flusso di coscienza più o meno controllato e premeditato il cui scopo resta quello di esprimere l'inesprimibile (così come Lynch rende visibile l'invisibile, il nascosto dentro di sé), sovvertire il codice linguistico comune per renderlo più umano e meno schematico, meno vincolato da limiti produttivi.

Alla domanda che pone Grazia Verasani all'input di Montanari,


È forse questa la matrice del post noir? Un

esistenzialismo senza tanti cadaveri (...) ? Il

fascino di un mistero che progressivamente si

svela, e dove conta più il viaggio che l'approdo,

oltre a uno stile – una personalità – assolutamente

letteraria? La decifrazione di un malessere?


bisognerebbe troisianamente rispondere, in fin dei conti: "si, certamente". Esistenzialismo può essere la parola adatta. Così come è vero che, scorrendo le righe dell'opera in questione, "conta più il viaggio che l'approdo": allora, non importa più tanto dove si arriva ma come si arriva, quali processi di ammortamento si compiono tra le viscere dell'animo umano e in che modo e sotto quali aspetti prendono vita, innestano radici e fruttificano le paure connesse al divenire umano più introspettivo. Che cosa hai fatto non prevede delitti (se non uno o due ma nemmeno importantissimi per lo sviluppo della vicenda principale, quella di un uomo solo con i suoi più devastanti e rapaci tormenti) né alcun genere di similitudine con le più o meno avventurose storie da cinema americano: tutto risulta concentrico allo sviluppo (prima in totale regressione, poi per evasione) dell'essere umano. Nè più, nè meno.


3.1. Che cosa hai fatto

La genesi di Che cosa hai fatto è quanto di più estenuante e travagliato uno scrittore possa subire nel suo logico e graduale processo di maturazione sia di idee che di stile personale. È Montanari stesso a spiegare, tramite le pagine del suo sito internet (www.raulmontanari.it)


Stavo lavorando a Che cosa hai fatto (allora si

intitolava L'ultima decade) quando dovetti

interromperlo perché la storia della Perfezione

era arrivata da chissà dove, dal solito limbo dove

le storie aspettano di prendere vita, e chiedeva di

essere scritta con un' urgenza e una necessità

che non ammettevano indugi. Poi, però, La

Perfezione venne contrattualizzato quasi subito;

questo invece dovette attendere dieci anni, fra

schede di lettura sgomente, riscritture incessanti

(sette, alla fine) e rotture di amicizie. Per molto

tempo ho pensato che non sarebbe mai uscito.


Il primo tocco di penna, dunque, è datato 1991, dato su cui occorre riflettere particolarmente se si considera che il libro ha visto la luce solo dieci anni dopo, nel 2001, non senza difficoltà. Il motivo di un simile rinvio a lungo termine e di una lunga serie di passaggi sotto occhi allibiti di editori di vario taglio (oltre ad una implicita predisposizione al rifiuto di certa scrittura ritenuta inadatta ad ottenere sviluppi editoriali) è forse da attribuire ad un eccesso di sincerità espressiva per mezzo di una scelta di impostazione del periodo linguistico semplice, crudo e tagliente, tanto da conferire un serio scossone all'animo di chi si appresta a leggere; vuoi per inconscia immedesimazione, vuoi per distacco - seppur con relativa comprensione (anche nei frangenti più discutibili).

Certo, bisogna puntualizzare, però, un altro elemento. È lo stesso Montanari, di nuovo, a farlo:


Anche questo libro non è totalmente rappresenta-

tivo del mio mondo narrativo, ma non per difetto:

per eccesso.


L'effettiva, volontaria e quanto mai consapevole scarsa digeribilità di molti passaggi appartenenti all'opera, sia in termini di scelta espressiva che di creazione di intere situazioni, è dunque, più o meno paradossalmente, il fulcro principale, il nesso primordiale per l'espressione di quanto più terrificante, ossessivo, maniacale e contorto si nasconda sotto la stanca e malata pelle dell'anonimo protagonista. (Autobiografismo?)

In una Milano paurosamente apocalittica (camionette di polizia ad ogni angolo di strada, condizione atmosferica metaforicamente uggiosa ed opprimente), una sorta di anti-eroe senza nome né volto, una volta persi moglie e figlia a causa di un tragico incidente stradale, devastato da rimorsi, forse da sensi di colpa e, di certo, da un dolore pungente e asfissiante, decide di farla finita ma non prima di aver venduto casa e, col ricavato, aver trascorso i suoi ultimi dieci giorni di vita nel più totale abbandono a pulsioni sessuali di ogni tipo e di intensità crescente: da una giornalista televisiva all'esperienza omosessuale, dal rapporto carnale con tre minorenni alla feticistica perversione per i tableau vivant a sfondo pornografico, nella cornice di un sadomasochismo, per sua natura, cercato e temuto. La bellissima, veterana e tanto desiderata amica Béatrice, esperta e professionista in merito, lo trascina in un vortice di sensazioni, pulsioni primitive, sfoghi, rabbia e frustrazione repressa fino a catapultarlo, però, nella consapevolezza che una via di fuga alternativa può esistere, seppur priva di redenzione totale ma pur sempre dotata della consapevolezza e della forza di credere ancora in se stessi e nello scopo dell'essere ancora al mondo.

È proprio tale elemento fortemente pulsionale a rendersi artefice della base portante in funzione di ogni pur minima considerazione in termini di post noir. Nelle diverse e sempre più perversamente estenuanti esperienze del soggetto, è possibile riscontrare uno stile di scrittura in prima persona che difficilmente può trovare miglior rifugio in soluzioni alternative: il narrare a se stesso del protagonista porta il lettore a conoscenza di quanto più represso ed istintivo venga estirpato dal corpo interiore del soggetto, fino quasi a regredire in una sorta di chiusura nel proprio inferno suicida, nei meandri più profondi di quel doloroso baratro (sempre e solo) interiore.

Con l'uso di un linguaggio forse mai tanto sincero e diretto, senza freni né rimorsi, Montanari espelle una sorta di vera e propria confessione di un uomo alla deriva, una peccaminosa ma necessaria ribellione al limite di se stesso, alla paralisi di ogni elemento attinente a contesti di sensibilità interpersonale.

Vediamone alcuni aspetti e consideriamo, in sostanza, l'intero lavoro quasi come una sorta di genuina espressione di ciò che per il personaggio principale costituisce, a tutti gli effetti, un vero e proprio processo di esorcismo ai danni di un possente ed inestirpabile trauma interiore.

Dalle reazioni di natura psicosomatica (nevrosi sfocianti, spesso, in attacchi di panico incontrollabile se non con appositi medicinali) si evince una debolezza inscritta nell'abbandonarsi - volontariamente solo fino ad un certo punto - all'oblio di una personalità allo sbando e immersa fino al collo in un oceano di desolante buio esistenziale.


"La desolazione, l'orrore dell'ombra e l'orrore del

sole troppo forte, del cielo troppo vasto, il dolore

idiota e imparziale che ci modella e ci massacra,

la morte nei silenzi degli adulti, la morte laggiù,

in fondo alla strada, o più spesso qui, dentro casa,

nascosta come una vergogna, come un cane senza

occhi" (pag. 42)


La condizione di appartenenza prettamente crepuscolare ad una esistenza ormai giudicata come superflua ed ingombrante, debole nel suo stesso avere un accenno di senso, ora che tutto sembra essere sfumato, ora che ogni visione esterna al proprio ego sembra tingersi di un cupo negativismo autoreferenziale di inadeguatezza alla propria realtà, emette i primi zampilli lavici in considerazioni dirette, metaforiche solo nel giusto riferirsi ad esempi di inadattabilità. In un "cielo troppo vasto" si può tanto girovagare in cerca di qualcosa (se stessi) quanto perdersi definitivamente nel tentativo di autodefinizione. Il terrore specifico non è unicamente attribuito al senso di buio e di "ombra" interiore, ma anche al "sole troppo forte" dell' eccesso di chiarezza in precedenza paragonabile a certezze ormai divenute vacillanti, ipotetiche scorciatoie future dissanguate alla base, sputi di desideri di realizzazione essiccati al fuoco di un destino (ammesso che esista) ben poco decifrabile.


"E, improvvisamente, so cosa devo fare.

Cosa è ormai tempo di fare.

Devo annegare in un buio fatto di luce: una luce

come quella in cui si torcevano quei corpi, una

fiammata che mi consumi, finalmente" (pag.11)


Buio e luce si confondono e divengono complementari: oblio e crollo di pur minime certezze si fondono fino a plasmare la consistenza di un unico grande vuoto, un'unica gigantesca spirale invisibile di inquietudini e, al tempo stesso, solide prese di posizione. La decisione prende corpo: cercare una fine che abbia, suo malgrado, un senso, un unico grande scopo: consumare il consumabile, sia di se stessi che del cadavere terracqueo in cui si è assorbiti.

Il continuo ed incessante riemergere delle paure più profonde del soggetto protagonista, legate a quanto di più traumatico accaduto in un passato non eccessivamente lontano, è assolutamente estremo, sia come potenza interiore devastante che come ripercussione sulle azioni compiute nel presente. In ogni singola pagina, in ogni singolo periodo, in ogni singola frase traspare, con netta evidenza, quel dolore angoscioso misto ad una rabbia longeva e drasticamente retroattiva insita nel senso più incompreso del disperato disorientamento vissuto da un uomo giunto ipoteticamente al capolinea. La regressione a pura pulsione umana sfoga il suo impeto in autocommiserazione masturbatoria


"Sto un po' così, senza pensare a niente, poi una

sensazione comincia a strisciarmi dentro...non è

un pensiero perché davvero non sto pensando, e

non è nemmeno un' immagine. Sento qualcosa

di duro in gola, o piuttosto è la gola che diventa

dura.

Respiro corto, provo a resistere ma è inutile. Mi

metto a piangere, singhiozzo forte, girandomi su

un fianco e cercando di soffocare la voce fra i

cuscini e le foto, ma è più tenerezza che altro,

tenerezza per me stesso, credo, e di colpo il ri-

cordo di aver detto a mia moglie, un giorno,

che il sesso per un uomo comincia con una se-

ga e finisce con una sega" (pag.26)


così come sfigura anima, mente e corpo per mezzo di attacchi di panico sinonimi (oltre che di un profondo disagio sia fisico che interiore) di un potente spirito di evasione dalla malattia paralizzante e mortale del disamore per il concetto stesso di esistenza.


"Mi passo una mano in faccia – sudo freddo. Il

cuore picchia in gola (...) Volto la testa troppo

in fretta e improvvisamente cedo.

...Synchronicity. Santana, Abraxas, il terzo,

Caravanseraj.

Cedo, cedo. Adesso arriva la valanga e io non

posso farci niente, come al solito!

Soft Machine, I, II, III, IV, V, VI, VII. David

Sylvian, Brilliant Trees, Secrets Of The Beehive,

Gone To Earth...

Succede sempre così, e anche la prima volta,

dieci anni fa, è stato in un negozio. Forse non

dovrei andare nei negozi. Forse dovrei crepare

una buona volta. Dio mio, ce l'ho addosso...

Darshan. Talking Heads, Fear Of Music, Remain

In Lights, Speaking In Tongues. Tuxedomoon...

Dalla normalità al panico in due secondi. (La

normalità!) Mi sta prendendo in pieno, cazzo.

Dovrei non pensarci, distrarmi, ma come faccio

a non pensarci? (...)

Le gambe sono vuote, il cuore rimbomba nel

collo e nel cranio. Ci sono stati anni in cui

avevo tre, quattro attacchi di panico in un

giorno. Andavo a letto prestissimo la sera,

volevo solo dormire.

...il primo, The Yes Album...

perché ogni giornata si era trasformata in un

tunnel, aprire gli occhi al mattino e ricordare

troppo presto l'orrore, non ti sei ancora alzato

dal letto e già speri che sia sera e che riuscirai

almeno a dormire, dimenticare per qualche

ora la materia umana purulenta e spalmabile

sul marciapiede che sei diventato, la piaga

infetta, il buco nero del culo del mondo.

(pp. 58 – 61)


L'impeto della pulsione autodistruttiva, per di più, non si ha solo nell'esternazione dello sfogo di matrice esclusivamente interiore, ma anche e soprattutto espressivamente, ovvero nella scelta minuziosissima del non puntualizzare alcun particolare (fatta eccezione per quelli, non a caso, più estremi e feticisticamente inconfessabili) per non dover decifrare neanche quanto di più naturale e (anche qui non a caso) convenzionale un essere umano possieda dalla nascita: un nome.

Annullare l'identità del soggetto, quindi, come annullare implicitamente il soggetto stesso.


"mi annuncia il centralinista chiamandomi

per nome"


Un annullamento che, per di più, comporta una inequivocabile dispersione interiore.


"Ormai sono come un soldato arrivato al

fronte. Impossibile tornare a casa. E dove

sarebbe, poi, la casa?"


Una sorta di iperbolizzazione della psicologia del personaggio si rende utile all'approfondimento dell' Io più nascosto ed inesprimibile, malato, la cui possibilità di emergere in superficie, oltre alla concessione del detentore, offre la sua partecipazione per mezzo onirico.


"Sono a casa, la mia casa di quando ero

bambino.

C'è molto buio.

Molto buio, si.

Mia madre sta seduta su una sedia, e anch'io

sono seduto, ma per terra, sul tappeto.

Aspettiamo qualcuno.

La mamma ha paura, i suoi occhi sono pieni

di angustia, di dolore.

Sembra così debole, così incapace di difendere

se stessa e me che finisco per alzarmi, stringo

le mascelle tanto da sentirle scricchiolare, e

faccio due passi avanti, accostandole una mano

alla faccia con un gesto rabbioso.

È un inferno, è un inferno, sussurra lei, come se

quell'uomo fosse già arrivato.

Si, mamma, un inferno, rispondo, e sembra che

il buio parli la mia voce. È un inferno, e adesso

te ne accorgerai" (pp. 82 – 83)


L'assenza di virgolette nello scambio di dialogo al limite del surreale tra il suo essere interiore e la figurazione fantasmatica della figura materna come unico referente delle imminenti intenzioni autodistruttive testimonia, con evidenza, come, mantenendo univoco il corposo discorso libero indiretto in prima persona camuffata da terza, il soggetto si stia rivolgendo, in sostanza, a nessun altro al di fuori di se stesso: dialoga con le proprie pulsioni interiori, con il proprio inconscio represso, fedele custode di tutte le ansie e di tutti gli orrori impliciti ed emergenti al richiamo del disagio esterno. È l'incipit della dissociazione, del non riconoscere più se stessi, la propria immagine materiale, del non riuscire o del non voler più associare i propri tratti a quelli di un essere vivente.


"Che strano: ho passato la vita a guardare la

mia faccia allo specchio, eppure non riesco a

ricordare com'era...non so...cinque anni fa,

vent'anni fa. Anche solo due anni fa, due mesi

fa. Potrei fornire un perfetto identikit della

faccia di un controllore che mi ha fatto la

multa sul tram, la vigilia di Natale dell'85,

ma non ricordo cosa ho visto allo specchio

quando sono tornato a casa. (...) Posso pro-

varle tutte, chiudere gli occhi, concentrarmi,

ma a quanto pare ogni immagine della mia

faccia allo specchio si sovrappone alla pre-

cedente e la cancella subito dai ricordi"

(pag.62)


Ma forse, ciò che conta non è tanto l'aspetto esteriore quanto, prevalentemente, l'essenza del graduale e insopprimibile indebolimento di sopportazione del tormento interiore.


"È inutile che mi metta una maschera che non

mi sta sulla faccia. Peggio che inutile: rischio

di rovinare tutto. Tanto il senso di colpa sta

sempre lì, in agguato come un virus annidato

fra i gangli nervosi." (pp. 41 – 42)


Ma l'incancellabile dolore umano, quello che colpisce con fermezza una volta e per sempre, permane nonostante i più disparati tentativi di smembramento di ogni elemento appartenente al contesto interiore, per poi riemergere proprio nel più drastico dei momenti di distacco ed alienazione. In una delle situazioni di maggiore perdizione, aiutato dall'amica Béatrice (mora), per giunta sotto l'effetto di un potentissimo allucinogeno, quasi come in un sogno di entità simile al precedente ma, stavolta, quasi più reale del reale data la sua entità, si, onirica ma conforme al contesto reale del personaggio, l'essere interiore sfoga, in maniera definitiva, i più laceranti ed irrecuperabili dispiaceri di una vita ormai trascorsa, sconsacrata.


"Scendo di nuovo con la bocca, mi inarco per

riuscire a sfregarle le labbra sul seno, poi sulla

gola e sul collo caldo, la pelle dorata per arriva-

re alla quale devo farmi strada – e anche questo

è meraviglioso – fra le ciocche di lunghi capelli

biondi e ramati che spuntano dal sacco.

Biondi?

Mi fermo un istante, solo un istante, ed è come

se lo stupore fosse subito travolto dalla gioia.

Continuo a penetrarla, ad affondare, salgo con

la mano, tendo i muscoli del fianco che lei subi-

to accarezza con la punta delle dita, accendendo

brividi nella mia schiena, e arrivo alla testa. Il

sacco è largo, ormai già quasi discosto. Basta un

movimento per toglierlo del tutto e scoprire

questa faccia tanto amata, l'idolo della memoria

e della fantasia(...) La bambina dorme nella

stanza accanto e la porta è aperta, come allora,

come sempre. Dobbiamo fare piano, anche se

qualche volta ce lo dimenticavamo, e fra i gemi-

ti e i respiri in affanno irrompeva il pianto della

piccola, l'eccitazione diventava irritazione e poi

subito tenerezza. (...)

Mi volto, sempre sorridendo in estasi, senza

smettere di urtare contro il corpo di mia moglie.

(...) La faccia affondata nel cuscino non è più

dorata, la bocca non sorride più. La pelle è

impregnata di un pallore grigiastro, morto, e

il lungo taglio slabbrato, con i punti di sutura

neri fra il rosso e l'oro dei capelli, corre dalla

guancia alla tempia e si perde dirigendosi

verso la sommità del cranio.

Resto immobile, senza quasi respirare.

>, mormoro alla

fine, la stessa parola di quel giorno, vedendola

stesa nella bara, ricucita e rattoppata dopo

l'incidente. E proprio come allora quella che

mi sento penetrare nel corpo non è tristezza o

disperazione ma stanchezza, uno svenire lento

che mi uccide" (pp. 216 – 218)


Riemergono le allucinazioni di un passato inamovibile, una macchia indelebile sul tessuto di quel che resta di un'esistenza ormai abbandonata a favore di un impulso autodispersivo, consenziente e quanto mai comprensibile per mezzo di una abilità discorsiva così diretta (pur nella sua matrice onirica), glaciale eppure così profonda, intima, sacra, confessionale. Tutto è radicalmente una proiezione interiore eppure si rende mostruosamente vero, se è la realtà interiore a prevalere su ogni circoscrizione vitale. Il processo allucinogeno, in più, appare esorcizzante dal momento che turbano violentemente lo stato d'animo del soggetto, materializzando, psicosomaticamente, tutte le paure apparentemente represse, tutte le ossessioni ed inquietudini nascoste innestando in lui, inconsapevolmente, una sconosciuta capacità di redenzione finale raggiungibile esclusivamente per mezzo di una malsana passeggiata sul filo del rasoio più tagliente. È la consapevolezza di non poter ricucire l'irrimediabile, la futura decisione di provare a dare comunque un senso ad un nuovo risveglio dal letargo di una vita intera passando per l'autopunizione del dissenso fisico. Trattandosi di elementi al limite del concepibile ma sostanzialmente mai così umani e veri, non è un caso, allora, se il protagonista non appare come l'unico essere vivente dotato di simili necessità pulsionali: il racconto svela, anche se come elemento estremamente fugace e più che secondario, la passata presenza di un disegnatore che, analogamente al protagonista ma su scala differente, ha ugualmente dato sfogo estremo della propria interiorità flagellata attraverso osceni e terrificanti disegni su carta raffiguranti persone conosciute (e odiate) completamente macellate al limite del riconoscimento artistico da "body art". Si tratta, qui, di una violenza inenarrabile desiderata eppure mai eseguita materialmente a livello carnale, elemento che, per quanto rapidamente evaporato, può essere equiparato ad una sorta di sdoppiamento del soggetto in una figura invisibile ma testimone della non unicità delle sue gesta, un valido esempio di appartenenza ad un'essenza sempre e comunque animale prima ancora che civilizzata.

Oltre una concezione, se vogliamo, orwelliana da 1984, esalante dalla caratterizzazione di una Milano profeticamente sotto assedio da Grande Fratello militare, controllore e censore per i desideri umani di realizzazione anche solo ideologica (scontri di piazza, eccessi governativi), in Che cosa hai fatto (azzardiamo) compare, andando per il sottile, anche un accenno di marca lynchiana raffigurato nella continua presenza di telefoni incessantemente e irritantemente squillanti, con tanto di chiamate in codice e prive di una qualsivoglia risposta: tale particolare ricorrente potrebbe (sempre azzardando) essere accostato all'uso filmico del telefono inteso da Lynch in quanto simbolo onirico di mezzo di comunicazione con se stessi, con il proprio terzo occhio (si veda, come esempio su tutti, lo splendido Mulholland Drive, in cui è proprio il telefono, reso apparentemente secondario, a materializzarsi nei momenti in cui il sogno freudiano di desiderio inappagato della protagonista emerge nei risvolti più tragici del rendersi vittima delle proprie stesse paure di non realizzazione fino all'estremo atto finale).

Ad ogni modo, vale, in tutto e per tutto, lo stesso discorso accennato per Mezzanine in precedenza:


"i gusti sessuali sono incomunicabili, come le

paure...quelle che non hai tu, non le capisci

negli altri." (pag. 164)


Ancora una volta: "per capire un poeta ci vuole un altro poeta".

La chiave di lettura dell'intera opera, però, sembra essere racchiusa in una sequenza in particolare (pp. 182 - 197), quella, cioè, in cui il protagonista si trova, d'un tratto, immischiato involontariamente, perché di passaggio, in tumulti di piazza scoppiati dopo l'ennesima beffa della classe politica nel confronto popolare. Inizia il caos (in una memorabile descrizione) :


"Piazza del Duomo è invasa dalla folla, come

da anni e anni non succedeva: migliaia di

persone, sopra le quali si agitano immense

bandiere nere, a decine, forse a centinaia. (...)

La gente grida, qualcuno ha già cominciato a

spaccare vetrine; due taxi rovesciati si muovo-

no piano, a strattoni, spinti da decine di perso-

ne, e molti hanno delle fasce o dei foulard neri

intorno al braccio."


Scoppia la baraonda:


"Nella piazza hanno azionato gli idranti. Tre...

no, quattro camion dei pompieri sono sbucati

da corso Vittorio Emanuele e scaricano acqua

sulla folla, che sbanda, grida mentre i lacrimo-

geni cominciano a rotolarre sull'asfalto. La

gente cerca scampo, si schiacciano gli uni

addosso agli altri, spingono verso le vie di

sbocco, scontrandosi con gli scudi e i manga-

nelli dei poliziotti, che hanno chiuso tutti gli

accessi; quasi subito si sentono degli spari, e

le urla aumentano ancora."


La polizia ha imbottigliato i ribelli e un ragazzo che ha provato a sfasciare, nel caos generale, l'auto noleggiata dal protagonista


"gira due o tre volte la testa, quindi incontra

di nuovo il mio sguardo. Ha gli occhi sbarrati,

ma più che spaventato sembra sconvolto da

un'impotenza rabbiosa."


L'uomo lo aiuta e, insieme, i due riescono a sopravvivere alla baraonda fuggendo via dalla piazza, mentre tutto intorno, ancora, è caos crescente, come una vera e propria apocalisse urbana.


"Lui è sempre dietro, un cane con la zampa

spezzata mi guarda e guaisce, un cinese è

fermo con le mani alzate, in tre prendono a

calci un grassone, una delle macchine brucia,

puzza di gomma, sirene, un tamburo continua

a suonare da solo."


I due, dileguatisi, trovano rifugio in una vecchia e decrepita (sembra) cripta sconsacrata.


"Infiliamo il vicolo, incrociando gente al ga-

loppo e un paio di poliziotti che ci ignorano.

Svoltiamo uno, due angoli, finché io non mi

fermo davanti a una porta nera, alta e stretta.

(...) Entriamo, accostandoci la porta alle spal-

le.

Siamo in una cappella che se non fosse al li-

vello della strada sembrerebbe una cripta, col

soffitto alto e il pavimento sudicio. Tre pareti

su quattro sono ingombre dei resti delle vittime

di una pestilenza: ossa e crani polverosi,

ammucchiati insieme, schiacciati contro i muri

da reti di ferro arrugginito. Sulla parete di fondo

un minuscolo altare, con un tavolo ricoperto

da quattro ceri e da un drappo che una volta

doveva essere bianco."


I due incontrano, all'interno, l'anziana e malata custode della vecchia cappella in cui sono finiti. Si scopre che si tratta di un luogo conosciuto dal protagonista.


"Quando sono stato qui la prima volta andavo

all'università. La donna era ancora piena di

energie e declamava profezie. <<

verrà>>,

gracchiava, poi ha attaccato con le

sue preghiere miste a gesti e allusioni a certi

nemici, uomini dal cuore nero, diceva, che

sarebbero stati sgominati dal ritorno di lui."


Se sommiamo, emotivamente e simbolicamente, questo lugubre incontro con il caos apocalittico esterno, otteniamo una perfetta metafora dell'apocalisse dell'uomo moderno, vittima sacrificale di un mondo al quale non sente più di appartenere, capro espiatorio per espressioni di dissenso censurate e bandite dal contesto civile burattinaio e dominante. È, in sostanza, la condizione umana di appartenenza del protagonista, con tutte le frustrazioni, le disperazioni e le agonie personali degne del più pulsionale desiderio di esternazione. "Verrà, lui verrà", dove "lui", più che un'entità divina evocata, sembra quasi essere, col senno letterario di poi, l'essere umano in necessario aiuto verso se stesso.

Per ben comprendere la già indicata chiave di lettura, però, occorre amalgamare il senso metaforico di questa sequenza con quello di un'altra successiva [pp. 218 – 219], precisamente la già citata allucinazione sotto effetto di stupefacenti nella quale riemerge il fantasma di un passato incancellabile.


"Quello che mi si spalanca davanti è uno spazio

infinito, un universo di pura luce bianca,

abbagliante, un vuoto senza confini intorno a

me. (...) Sono solo come un cieco in mezzo a

questo nulla.

Mi fa paura, una paura terribile, uno sgomento

- perché non mi sento solo abbandonato ma

incredibilmente piccolo, al centro di questo

deserto luminoso, e comincio a piangere e

gridare con una voce sottile, irriconoscibile."


"Vuoto". "Deserto". "Nulla". Parole più che fondamentali per la necessaria identificazione della dispersione più terrificante di ogni punto di riferimento intrapersonale. Se la scena della cripta sconsacrata appare già, di per sé, metafora lugubre dell'apocalisse umana (associata al caos esterno della scena), qui il suo valore sommo ed estremo acquista una fondamentale importanza nel suo divenire riferimento di una vera e propria disperazione universale, qui ed ora, sulla superficie terrestre. La completa dispersione del sé, il terrore paralizzante e totalizzante del nulla più assoluto, della più drastica consapevolezza circa l'inesistenza di un qualunque accenno al solo tentativo di dare un significato al termine "divenire", rappresenta la definitiva discesa negli inferi dell'animo umano: la decisa sensazione (quasi certezza) di esser soli.

Ma è col volgere finale della vicenda narrata interiormente che si deduce l'esistenza, di pari passo col senso di vuoto e di dispersione, di un barlume di speranza nella ricerca intrinseca di una pur minima forza autoestraente dalle sabbie mobili delle più terminali riflessioni fin qui riscontrate.

Si scopre che Béatrice ha conservato ogni avere del protagonista (soldi, casa, memorie) e, praticamente, salvato la sua intera vita, fosse anche soltanto per aver rappresentato, da sempre, un desiderio più o meno irraggiungibile lottando per il quale, forse, l'uomo avrebbe potuto avere motivo aggiuntivo di sopravvivenza.


"Ma perché la casa sembra disabitata, visto che

quel tale mi ha detto che la prendeva per starci

da subito? Per un attimo, questo dettaglio mi

sembra collegarsi ad altri particolari più o meno

di poco conto, disseminati lungo questi dieci

giorni e forse anche prima, come indizi di una

realtà diversa che fin dall'inizio mi è sfuggita."

(pag. 250)


La docile consapevolezza di aver avuto inavvertitamente al proprio fianco una personalità umana dotata di sensibilità, nonostante la crudele freddezza della "professione" svolta, porta il soggetto a comprendere l'importanza di un progetto enorme, inafferrabile (l'esistenza stessa), mastodonticamente superiore ad ogni elevato pensiero filosofeggiante, inaccessibile ed ingovernabile se non con la destrezza del lasciare che non sia solo il caso ma anche (e soprattutto) la volontà materiale a rendersi sinonimo di sporavvivenza sia fisica che interiore. Il tutto non senza una buona dose di rabbia per l'ostacolo ricevuto: ma si tratta, anche qui, di una sorta di esorcismo per una nascente consapevolezza pur latente, sulla inestirpabile base del dolore vissuto ma appreso come lezione di crescita e maturità nella ricerca (non facile) di una nuova e definitiva personalità.


"Mi sembra che il mio ultimo dovere sia quello

di conservare l'orrore che mi ha sommerso, vigi-

larci sopra come una sentinella; l'orrore mi darà

forza, come la molla che carica un giocattolo, e

così tutto sarà più facile." (pag. 252)


Nel suo rapido e nervoso sfrecciare metaforicamente automobilistico verso una destinazione ignota,


"Non ci sono, non mi ritrovo, e in certi mo-

menti mi sembra di correre verso me stesso,

come se la memoria mi aspettasse in fondo

alla strada." (pag. 260)


l'uomo approda sulla riva di un fiume dove, tralasciando l'omicidio salvifico di un pedinatore per mano di terzi, sul punto definitivo di quello che dovrebbe essere, di lì a poco, il non ritorno terminale, riesce a trasformare le ossessioni che lo hanno portato alla "deriva" in una vera e propria ancora di salvezza, una sorta di rifugio per quel che resta delle speranze di redenzione.


"Non so perché, mi viene da pensare a una

giornata di tanti anni fa, un pomeriggio sulla

spiaggia. (...) Non è successo niente di parti-

colare quel giorno. Avrò avuto dieci o undici

anni. Mia madre si era stesa a prendere il sole,

e io invece di andare a giocare a palla con gli

amici dietro la cabina ho deciso di fare una

passeggiata, e così mi sono infilato nel fitto

delle sedie a sdraio, degli ombrelloni, dove

formicolava una folla che sembrava esaurire

tutte le età, le lingue, la bellezza e la bruttezza

del genere umano." (pp. 263 – 264)


Si dimostra viva, dunque, anche se assediata dai turbamenti e dai sensi di colpa e di inadeguatezza più frastornanti, la capacità di intendere se stesso come forma di vita, dotata di anima e corpo capaci entrambi, con giusta dose di volontà e coraggio, di risalire dal fondo scavato.


"Passo dopo passo, ho cominciato ad avere

l'impressione che non mi fosse mai capitato,

prima, di stare in mezzo a qualcosa che

assomigliasse tanto a quello che immaginavo

quando pensavo o pronunciavo la parola vita.

Quella era la vita, il mio breve passato nei

gesti dei bambini che costruivano castelli di

sabbia e giocavano fra secchielli e biglie e

palette, il futuro insondabile, pieno di minacce

e promesse solo intraviste negli occhi degli

adulti." (pag. 264)


Prende forma la consapevolezza di appartenere a se stessi prima ancora che al dolore per una perdita, sia materiale che spirituale. Pertanto, l'autoconfessione assume i tratti di un imminente, se non rinnovato, istinto di conservazione morale.


"A tradimento, un'ondata di amore per me

stesso, per il mio corpo, per la mia memoria,

mi gonfia gli occhi. (...) Mi accorgo di

piangere sentendo le lacrime scendere lungo

le guance e mi sembra una ricchezza immensa,

immeritata, essere ancora libero di scegliere.

Questa è una resa, non una vittoria, ma non

mi importa." (pag. 267)


"Corpo" e "memoria". Due elementi uniti in un'unica frase in quanto complementari, dipendenti l'uno dall'altro: lo stato fisico è fortemente condizionato dalla salute interiore. Un puro livello di percezione psicosomatica di una realtà che, (di nuovo) qui ed ora, si rende tangibile tramite il conferimento di un qualsivoglia senso ad un' intera esistenza terrena.

Ma il mistero che porta l'uomo a distruggere così come a salvaguardare se stesso resta comunque metaforicamente indecifrabile:


"Le stelle brillano sopra la mia testa, ma io

non le conosco; non sono mai stato capace di

orientarmi con le stelle. Rallento e alzo gli

occhi, strizzando le palpebre, e provo per un

attimo a decifrare questa distesa pulsante, a

indovinare forme e geometrie, con il risultato

che inciampo in una radice e per poco non

finisco per terra." (pag. 276)


Si può navigare o colare a picco tra le acque burrascose del proprio senso di inadeguatezza al motivo principale che ha portato alla venuta al mondo, così come si può riemergere ed approdare a rive ricostituenti. Una, dieci, mille volte. Non è, però, concesso capire, analizzare fino in fondo il mistero di se stessi nella complessità dei propri universi interiori. La "radice" dell'indicibile universale non può lasciar percorrere indisturbati il tenebroso sentiero della comprensione dell'irraggiungibile.


"Guardo ancora su, cerco una direzione, ma

non c'è nessun senso in quello che vedo. (...)

Inutile rivolgersi alle stelle. In un modo o in

un altro, arriverò dove devo arrivare."

(pag.276)