domenica 19 gennaio 2014

Manifesto della Nuova Critica Cinematografica, Musicale e Letteraria Italiana



Nelle seguenti righe cercherò di ipotizzare l’avvento di una (fin dove possibile) nuova concezione critica (in verità umana) da applicare nei confronti di arti come il Cinema, la Musica o la Letteratura, nella soave speranza che, un giorno, tali arti possano tornare ad essere considerate anche in luce di un rinnovato sistema economico che, per tramite di adeguate legislazioni, ne garantisca il sostentamento e, soprattutto, la diffusione principalmente nazionale in termini urgentemente qualitativi.

La critica artistica, in particolare quella cinematografica, musicale e letteraria, non può esimersi dal ruolo pedagogico che per forza di cose svolge sull’individuo anche e spesso in maniera involontaria. Sua è la colpa se troppi prodotti detentori di una bassezza contenutistica più che imbarazzante intasano la mente della stragrande maggioranza degli italiani medi. Sua è la colpa se queste tre forme d’arte sono state portate al livello (anch’esso imbarazzante) di un pubblico che non ricerca più, ormai, la reale consistenza esplicativa e vitale delle opere che non sceglie più di percepire realmente. Sua è la colpa se festival musicali, letterari e soprattutto cinematografici offrono ma non innalzano prodotti di vera fattura artistica. Sua è la colpa se almeno queste tre arti, in Italia, sono ferme al proprio onanistico passato sempre utilissimo ma ormai sepolto: un passato che chiede esso stesso, a gran voce, di essere assorbito e, in qualche modo, superato come dimostrazione di lezione appresa e sviluppata secondo il proprio personale punto di osservazione.
In un recente articolo, scrivevo così:

«Finché ci si scanna tra plebei si può anche lasciar passare, volendo. Quando, però, a comportarsi in maniera ben più che grossolana (e francamente irritante) è una buona parte della critica italiana professionista e retribuita dai maggiori quotidiani nazionali, vale a dire coloro che il concetto di Cultura […] dovrebbero difenderlo a morsi e divulgarlo a più non posso nella maniera più consona possibile, la mente e l’animo nazionale dei meno monetariamente schierati percepisce quella scintilla che fa scattare un certo imbarazzo e, in verità, un non facilmente estirpabile velo di amarezza».

È dunque questa serie di motivi a spingermi ad elencare alcune operazioni da innestare urgentemente a pilastro portante di una nuova concezione di critica cinematografica, musicale e letteraria italiana, affinché si possa realmente tornare a vivere di interesse puro verso arti vere, genuine e, soprattutto, necessarie a uno sviluppo umano sempre meno legittimato da comportamenti politici sadici e predisposizioni popolari annoiate.

1. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo rispetto per le nostre conoscenze e spazio per esprimerle in maniera tale da farle giungere, più o meno umanisticamente, a chiunque voglia assorbirle con curiosità, pazienza, desiderio, intelletto e spirito critico aperto al dibattito pacifico, coscienzioso e genuinamente incline al confronto di punti di vista, condizione necessaria affinché si possa giungere a stipulare accordi o disaccordi ideologici che, più di qualunque altra cosa, mantengano vivo il dibattito stesso nonché la voglia di esprimere i propri pensieri, ovvero la capacità stessa di avere ancora delle idee in un’epoca in cui prevale l’aridità.

2. La sola capacità di confessare se un disco, un film o un libro è bello o brutto, bianco o nero, chiaro o scuro, X o Y, non basta, non è minimamente sufficiente a spiegare ciò che davvero si annida in qualunque opera sempre e comunque, per quanto semplice e diretta essa possa presentarsi agli occhi del pubblico. Occorre seriamente dire, a chiare lettere e in maniera concettualmente ben strutturata (non solo sulle riviste di settore), perché un’opera è X o Y, perché e in che modo quel prodotto è bello o brutto: il tutto, non solo ed esclusivamente derivando il giudizio dal semplice gusto o non-gusto personale, bensì dalla fondamentale strutturazione di considerazioni tecniche, argomentative, logiche o anche illogiche che generano l’opera passata in rassegna. Pertanto, pretendiamo che vengano eliminati da ogni quotidiano e da ogni rivista i tantissimi trafiletti di poche battute dediti a dire (non spiegare) qualcosa su un disco, un libro o un film relegando l’ipotetica (e mai effettiva) comprensione qualitativa del prodotto a un semplice voto o a una sciocca sequenza di “stellette”. Voti o stellette sono utilissimi, certo, ma solo se situati alla fine di un discorso logico e adeguatamente sviluppato.

3. Siamo più che consapevoli del fatto che la rete, internet e le tecnologie attuali, se adeguatamente utilizzate, sono enormemente indispensabili per far fronte a quel tumore malefico che coincide col vizio di casta riguardante il comune accordo di pennaioli stipendiati e scritturati da quotidiani e riviste “istituzionali”, riuniti in insiemi di conoscenze interpersonali anche molto discutibili e, perciò, dediti periodicamente a scrivere frivolezze e sciatterie prive, molto spesso, di qualunque fondamento analitico filmologico, musicologico o linguistico-concettuale che detenga un minimo di coraggio nello stroncare qualcosa di “popolare” se qualitativamente affossabile, così come sottolineare l’importanza di ignoti meritevoli.

4. Troppo spesso le sale dei festival o adibite ad anteprime stampa cinematografiche sono frequentate anche da insopportabili personaggi (spesso identificati come firme di quotidiani nazionali) che, se non gradiscono il film, pur di non andare via, non fanno altro che disturbare il prossimo tossendo volontariamente, commentando cinicamente a voce alta e di fatto impedendo la corretta visione del film stesso (pregiudicando anche la credibilità del brano critico che andranno a scrivere, vista la mancanza di attitudine al solo lasciar finire un film) e, soprattutto mancando di rispetto nei confronti di chiunque altro voglia arrivare indisturbato al termine della proiezione. Chiediamo, dunque, a grandissima voce, che gli “operatori di sala” non si limitino, nei casi delle anteprime o dei festival, soltanto a disturbare i critici con fastidiose supposizioni anti-pirateria, ma che si adoperino adeguatamente per cacciare letteralmente a calci nel sedere queste persone (ben più nocive) fuori dalla sala.

5. Troppo spesso vengono spesi giudizi fin troppo luminosi nei confronti di dischi e libri provenienti da autori nazionali di discutibilissima caratura, mentre (non per forza) giovani talenti (non sempre) emergenti vengono continuamente ignorati preferendo elogiare (spesso a torto) sempre i soliti noti, considerandoli come unici esportatori di “italianità” all’estero. Tutto questo nuoce gravemente alla salute dello stato dell’arte nel nostro paese, condizione ormai statica, retrograda e assolutamente inaccettabile. Ci chiediamo il motivo di centinaia di scelte simili. Rispondiamo a noi stessi con la supposizione del termine “mecenatismo”, dal quale ci discostiamo apertamente e dal quale vorremmo che si discostassero anche molte testate giornalistiche note.

6. La storia dell’evoluzione di ogni forma d’arte, in particolar modo contemporanea, insegna che esposizioni e analisi (non soltanto mere spiegazioni) critiche hanno incentivato l’interesse nei confronti di movimenti, più o meno avanguardistici, volti all’individuazione delle più disparate ed eterogenee intuizioni creative. Ciò che la maggior parte della critica cinematografica, musicale e letteraria di oggi sa (e vuole…o deve!) fare non consiste in nient’altro se non nella continua, insensata, banale, stupida e ignorante smania di eterno recupero di un passato che ha già espresso le sue potenzialità diversi decenni orsono. Il che, al di là di citazionismi naturalmente utilissimi se ricontestualizzati a dovere, non offre alcun senso nel continuo recupero totale di opere d’arte già confezionate e conosciute alla perfezione nelle epoche precedenti. Per continuare a vivere di idee occorre che queste idee, in qualche modo, adesso, qui e ora, nascano. Conoscere il passato (nel nostro caso in ambito artistico ma non sarebbe il solo) è più che necessario, anzi vitale, ma il riferirvisi in maniera perenne e totale può solo essere sinonimo di masturbazione. Il ruolo della critica, dunque, è fondamentale in luce del suo potere universale di guidare gli utenti di ogni forma d’arte verso la maturazione, l’abitudine e la successiva comprensione di linguaggi nuovi, possibili, derivanti da forme passate ma direzionati a rinnovarle con sempre nuove modalità espressive, tanto per incremento quanto per sottrazione ermetica di forma e/o contenuto. Se la critica italiana continua a desiderare solo ed esclusivamente questo o quel Fellini, questo o quel Rossellini e via dicendo, paragonandovi il mondo intero e implicando anche in scelte ministeriali la mancanza di finanziamenti a film di fattura linguisticamente ben più modernista, una via potenzialmente nuova è impossibile da tracciare.

7. La critica relativa a qualunque forma d’arte, allora, a partire da questo preciso istante, non deve più essere assolutamente al mero e imbarazzante servizio del pubblico medio (destinatario principale del messaggio o del senso che una qualunque opera di qualunque arte non dovrà mai più esimersi dal contenere) abbassandosi al suo livello di predominante intelletto infantile laddove una certa sottocultura vuole passare, per forza di cose, per conoscenza e predisposizione allo sviluppo ideologico. La critica, e con essa tutto il fattore produttivo dell’arte a cui fa riferimento (case discografiche, produzioni cinematografiche e case editrici, con annesse società di distribuzione), deve necessariamente, invece, prendere per mano l’individuo medio e condurlo verso la paziente, duratura ma necessaria comprensione di nuovi linguaggi, affinché entrambi possano crescere insieme e maturare una nuova concezione sia pratica (nel senso legislativo e produttivamente economista) che spirituale della materia in questione.

8. Per farlo, però, naturalmente, la critica deve essere consapevole di tali linguaggi e, pertanto, capace di tramandarli, seppur in maniera autodidatta fin dove possibile. Anche a tale scopo, pretendiamo l’immediata introduzione settimanale di almeno due ore di insegnamento scolastico (in particolar modo liceale) in qualunque istituto, sia esso tecnico, scientifico o classicamente formativo, di materie attinenti alla storia e al linguaggio musicale e cinematografico, con parallelo potenziamento concettuale delle ormai insufficienti lezioni relative a Letteratura (italiana e internazionale), Storia e Geografia. Non è pensabile maturare una nuova e duratura consapevolezza artistica se non se ne recepisce un minimo linguaggio basilare fin dalla giovane età, linguaggio ampliabile e affinabile, poi, a livello accademico ma, proprio sulla base pedagogica, anche da un punto di vista autodidatta.

9. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo di non essere disturbati quando ci riforniamo di materiale tramite download gratuito. Spesso, principalmente in ambito musicale, ne facciamo uso per approfondire, conoscere e studiare l’essenza di quello che dovrebbe essere il nostro lavoro (sempre più difficilmente retribuito e riconosciuto come lavoro) non avendo disponibilità economiche sufficienti in tasca (non sempre e per forza per colpa nostra, dunque) ma mantenendo tanta e tanta fame di conoscenza e ampliamento cognitivo personale da mettere al servizio del prossimo. Soprattutto nell’ambito musicale (ma anche cinematografico, per certi versi), davvero nessuno di noi riceve più il disco materialmente. Siamo continuamente bombardati da messaggi di posta elettronica che ci chiedono di prendere in considerazione e valutare prodotti di artisti, anche (e spesso) non emergenti, attraverso il download delle loro opere, intimandoci, poi, di non divulgare il link con password per non diffondere il prodotto in maniera “inappropriata”. In questo modo, però, abbiamo effettivamente compreso la reale provenienza di moltissime delle produzioni soprattutto musicali rintracciabili in maniera gratuita su una miriade di siti internet. Morale della favola: che non si distrugga mai più la nostra anima di divoratori e diffusori d’arte. Che ci si lasci in pace o, altrimenti, che si riprenda o si cominci a spedire il prodotto finito per una adeguata valutazione analitica (pratica ormai relegata ai soli artisti “manager di se stessi” che sono costretti ad inviare le loro opere di tasca propria).

10. Noi, nuovi critici cinematografici, musicali e letterari italiani, pretendiamo l’immediato e giusto processo per qualunque testata giornalistica, cartacea o web, piccola o grande, più o meno specializzata, che osi non retribuire neanche di mezzo centesimo i propri articolisti. La divulgazione culturale, solo ed esclusivamente se intesa secondo quanto espresso fin qui, è un lavoro a tutti gli effetti. Un lavoro spesso molto più importante di alcuni altri. Non una perdita di tempo. Non sinonimo di ozio e nullafacenza. Bensì una vera e propria ragione di vita in funzione del comune bene per l’intelletto umano, per il suo gusto e la sua capacità (ancora, ora e per sempre) di comprendere e maturare idee.

Stefano Gallone
Domenica 19 gennaio 2014
Ore 17:40

domenica 12 gennaio 2014

Indagine del Mibact sul diritto d'autore? Te la faccio io aggratis

Leggo sul Fatto Quotidiano questo articolo:

Famme parlà un secondo.

Dunque.

La risposta, se proprio non ci arrivi e se proprio vuoi fare questi cazzo di studi e indagini di mercato, te la diamo noi (io in qualità di semplice ma consapevole consumatore) e (pensa un po') aggratis (nun sprecà soldi inutili):  

SI.

Sì, scarichiamo come caimani certi dischi e certi film per approfondire, conoscere e studiare (in un paese completamente rimbambito dai grandi fratelli e dal Marco Mengoni di turno, che dello studio e della conoscenza se ne fa un dildo) la storia e l'essenza totale di Musica e Cinema non avendo un centesimo in tasca (non sempre e per forza per colpa nostra!) ma tanta e tanta fame (oltre che biologicamente nutrizionale) di conoscenza e ampliamento cognitivo personale (dovreste solo ringraziarci, per questo, e puntare su di noi per uno straccio di servizio culturale pubblico). Sì, personale, per cazzi nostri. Non vendiamo niente, non lucriamo su niente, non rubiamo niente. Non lo abbiamo mai fatto, non lo facciamo e mai lo faremo. Fatti un giro tra i veri pirati, se hai il coraggio. Là devi andare, vai. Tassa (non chiudere: tassa!) seriamente i siti che il download o lo streaming gratuito (tranne per i programmi open source) lo offrono a iosa. Che mi dici di Youtube, prima piattaforma al mondo in diffusione di cinema e musica a contenere interi dischi e film? Eh?! Quelli sì che pigliano qualcosa con tutti gli sponsor/spam a cui si appoggiano (vedi la dittatura pubblicitaria proprio di Youtube ad ogni singolo cazzo di video).

Ma ti dirò di più. Per esperienza personale, almeno. Quelli che scaricano di più, per larghissima parte, sono sempre e comunque quelli che poi trovi nei negozi a farsi il carico di dischi che gestori vari hanno messo in economica a prezzi stracciati. Perché fate sempre finta di non capirlo ma il problema è e resterà sempre quello: il fottuto prezzo, presa per il culo colossale nei numerosissimi casi (guardacaso maggiormente attinenti ai contesti "major") in cui la stessa edizione dello stesso disco vede dimezzare il suo prezzo dopo nemmeno un mese di vita sugli scaffali. Poi vieni a piangere sulla spalla dei contribuenti per entrambi i settori perché sono in crisi. Prova un po' a non costringere i riveditori e gli esercenti, soprattutto privati (dei megastore e dei multisala ce ne fottiamo altamente), a dover tenere certi prezzi o i soliti film del cazzo per sperare in qualche biglietto. Provaci e poi ne parliamo seriamente. Se vuoi imparare qualcosa in merito, fatti un giro in Inghilterra attraverso www.play.com e poi vieni a casa che ti offro un grappino, ti faccio vedere le mie diverse centinaia di dischi (anche in vinile, con alcune prime stampe; compro soprattutto dischi dall'età di 13 anni), ne scegli uno o due e ce li godiamo in santa pace.

Dilemma, in fin dei conti: qual è (e dove sta) il vero valore di un disco o un dvd?

Chiediti questo e arriverai anche tu a capire (per quanto ti voglio bene perché ce ne fossero di persone come te, sia chiaro) che non sarebbe mai stato così difficile venire incontro alle esigenze della gente seria, se solo qualcuno ci avesse pensato subito invece di masturbarsi facendo anatema perchè "comandiamo noi" e "l'evoluzione tecno-economica la decidiamo e direzionamo solo e soltanto noi".

Non è vero che la gente (sempre quella seria) non ascolta musica, non legge o non vede film (lasciamo da parte la letteratura che se no sono falli agrodolci). I dati delle vendite e degli ingressi in sala servono a ben poco perchè presi in maniera sbagliata su campioni sbagliati.

Se poi vuoi tassare noi per quel poco che basta, fai pure. Forse, se non altro, cominci a capire qualcosa. Spero.

E togli di mezzo quella stramaledetta Siae o riformala veramente, perché così com'è paga sempre e solo i soliti noti. Parola di un iscritto, almeno per la tutela di un'opera.

Stammi bene.